Queste parole sono la mia terra

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Nobody living can ever stop me,
As I go walking that freedom highway;
Nobody living can ever make me turn back
This land was made for you and me.

Nessuno potrà mai fermarmi
mentre percorro quella grande strada della libertà
nessuno potrà mai farmi tornare indietro
questa terra è stata fatta per te e per me.

(“This Land Is Your Land”, Woody Guthrie)

 

Tempo fa, rispondendo alla domanda di un’intervista, all’indomani della pubblicazione della mia raccolta “Nessuno nasce pulito”, adoperai con un certo istinto da strada la seguente frase: <<… Queste sono le mie conquiste umane, le mie esperienze e queste parole sono la mia terra!…>>. Quasi una pacifica (e ossimorica) dichiarazione di guerra a un territorio invisibile, popolato da lettori e critici invisibili, presenti o futuri, vicini o lontani, non importava. Una dichiarazione preventiva, pur in assenza di detrattori ufficiali, ma necessaria, programmatica, un manifesto assertivo valido per tutti i tempi, scritto più per me stesso che per gli altri.

In seguito, leggendo finalmente “Lettere a un giovane poeta” di Rainer Maria Rilke, ho, in più punti del celebre epistolario, individuato stralci di saggezza e benevoli consigli paterni (e mai paternalistici) indirizzati a Franz Xaver Kappus, che riprendevano in maniera decisamente più esaustiva la mia acerba dichiarazione di assertività.

Il frenetico bisogno di consenso che emerge agli esordi, l’inutile necessità di combattere i detrattori (solo dopo si comprende che è inutile e distraente), l’energia mentale, che dovrebbe essere impiegata sapientemente in una privata ricerca poetica, sprecata in tediose ed esasperanti battaglie sociali (o social, visti i tempi e le mode comunicative): tutti questi fattori di tensione rappresentano veri e propri veleni per l’anima. Oltre che un’irreparabile perdita di tempo.

Scrive Rilke: <<Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico…>> soprattutto se questa, come dirà in seguito, <<nasce da necessità>>. L’urgenza meditata, e non il dilettante autocompiacimento rilassato o lo sfogo amoristico, imprime quasi sempre bontà nell’opera: questo accade perché nell’urgenza, spesso dignitosamente dolorosa o comunque non vissuta con piglio hobbistico ma con un responsabile impegno verso se stesso e il mondo, il poeta è più vero, trasparente, naturale come il suo dolore (o la sua gioia), il suo linguaggio è più asciutto ma mai freddo e sterile, e non inquinato da tecnicismi accademici o razionali barocchismi per stupire, il suo pensiero è destrutturato, diretto, efficace, lontano da scuole o manifesti letterari ufficiali.

E ancora, ribadendo l’elogio dell’inutilità degli altri nella critica poetica: <<… Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato [l’infanzia, ndb]; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita…>>

“Caro e naturale possesso”: Rilke, ovviamente, riesce a esprimere molto meglio il significato contenuto nel mio motto “Queste parole sono la mia terra”; perché dall’iniziale arroccamento del poeta che sta sulla difensiva territoriale si passa alla naturalità di una poetica ricercata e manifestata con semplicità, senza dover consultare gli altri, senza aspettarsi niente da nessuno. Un naturale possesso, senza guerre di conquista o leggi da promulgare. Non si tratta di solipsismo bensì di autentica libertà, di consapevolezza aperta al mondo ma che da questo non si lascia condizionare: <<… ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno.>> Un esterno che non fornisce quelle risposte alle domande fondamentali che solo l’intimo può dare.

E come “colpo di grazia”: <<… legga il meno possibile testi di critica estetica; sono o congetture faziose, fossilizzate e ormai prive di senso nel loro rigore senza vita, oppure abili giochi di parole, in cui oggi prevale una opinione e domani quella opposta. Le opere d’arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica. […] Dia ogni volta ragione a se stesso e al suo sentimento, contro ognuno di quei dibattiti, commenti o introduzioni; e se pure dovesse avere torto, la naturale crescita della sua vita interiore la guiderà a poco a poco e col tempo verso altre intuizioni.>>

In quel “rigore senza vita” (omaggio indiretto al famigerato Professor Prichard de “L’attimo fuggente” di Robin Williams) è contenuto tutto il dramma, vivo ancora oggi nonostante la “legalizzazione” del verso libero (e non libertino!), di chi vorrebbe mettere ordine nelle altrui poetiche usando ascisse e ordinate, classificando o declassificando, sterilizzando, piallando, analizzando i versi alla luce di manuali di metrica senza anima, misurandoli col righello degli studi fatti (orgoglio di mamma e papà!), sminuendone il valore intrinseco. 

[…] Vorrei schivare
il dibattito sulla metrica
sui poeti ufficiali
sulla sintassi quale
sistema di raffreddamento
per bollori scritturali.

[Da “Poesie minori. Pensieri minimi” (edizioni nugae 2.0 – 2018; pag. 44)]

Grazie Rainer Maria Rilke!

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