Geoneurolinguistica

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“Geoneurolinguistica” ovvero di come il nostro modo di scrivere sia influenzato in maniera più o meno percettibile dal luogo in cui scriviamo (e non parlo di quiete e silenzio, necessari per concentrarsi): esistono influenze creative, al limite della spiritualità, che cambiano a seconda del posto, delle nostre esperienze passate che lo “impregnano” al di là dei semplici ricordi coscienti, del significato a volte occulto che lo caratterizza. Durante i periodici “ritorni” ci accorgiamo di ri-agganciare le vibrazioni di quel luogo e quando ripartiamo sentiamo come una sorta di “strappo” energetico non legato a un puro sentimentalismo o una nostalgia da distacco.

In realtà lo stesso concetto andrebbe esteso anche alle letture: ci sono libri che possiamo o vogliamo leggere solo in determinati luoghi e di fatto restano a guardia di tempi paralleli, dopo aver chiuso la porta dell’angolo dimensionale in questione, a presidiare discorsi lasciati in sospeso con noi stessi; libri che ci “aspettano” pazienti per essere finiti… Libri legati a spazi precisi, case, paesi, angoli geografici, energie non ben definite che rasentano la credenza religiosa o, se volete, la magia. Ambienti che accolgono e abbracciano certi libri e il loro senso, e ci aiutano ad attraversarli meglio di come potremmo fare altrove. Questa è geobibliofilia: amore per libri sposati (per loro natura o perché siamo noi a unirli in base a motivazioni personali dimostrabili ma non cedibili a terzi) a un determinato territorio o luogo familiare.
È vero, potrebbero essere letti ovunque (registrati attraverso gli occhi e il nervo ottico), ma con effetti blandi su cervello e cuore, perdendo un certo potenziale evocativo ispirato dai luoghi in cui determinati libri dovrebbero essere letti. Non vale per tutti i libri: ci sono testi cosmopoliti (la stragrande maggioranza dei libri oggi in circolazione è così), resi leggeri e “trasportabili” – riferendomi alle implicazioni argomentative e non all’oggetto-libro in sé – in ogni dove grazie a un’opera di omogeneizzazione da parte del marketing. E mi va bene! La “geolocalizzazione” del senso di un libro è un fatto del tutto personale…

La differenza tra luogo e non-luogo sta proprio in questa influenza spaziale e geografica irriproducibile, collegata alla storicità di un ambiente, a dispetto di tutte le falsificazioni e miniaturizzazioni turistiche delle piazze e dei monumenti italiani sparsi tra Las Vegas e la Cina, passando per Rimini.

Da qui la sindrome depressiva da supermarket, nonostante tutti gli sforzi per ricreare un ambiente casalingo che dovrebbe (su molti di noi funziona!) predisporci all’acquisto. Certe fonti dell’anima non possono essere riprodotte: per necessità, e anche un po’ spinti dalla moda del “così fan tutti”, soprassediamo alla spersonalizzazione di certi ambienti deputati al consumismo, ma lo facciamo a discapito di un benessere interiore che lentamente diventa grigia pesantezza, depressione, infelicità. Questo accade perché abbiamo dimenticato di essere corpi legati a una “storica” rete energetica spirituale, prima ancora che visiva e mnemonica, che in un certo modo ci definisce e ci struttura, anche mentalmente: il non riconoscere tale rete o lo strappo da essa, causa malattie, prima dell’anima e pian piano anche fisiche.

Anche quando seguiamo un preciso programma scritturale e abbiamo chiaro in noi l’argomento da sviluppare, in realtà subiamo l’influenza del luogo in cui decidiamo di andare a scrivere. Scegliere di cambiare posto durante la stesura, ad esempio, di un romanzo può determinare oscillazioni qualitative, sfumature stilistiche all’inizio impercettibili o addirittura inversioni di senso e blocchi. Non ritroviamo, nella nuova posizione, quegli input che credevamo essere frutto esclusivamente di un progetto razionale. Forse con la poesia, grazie alla sua vicinanza con uno spazio interiore più ancestrale, queste influenze ambientali sono più facilmente registrabili.

L’animalità della scrittura: andando contro ogni tentativo di primato intellettualistico o volontaristico, lo scrittore finisce per essere anche un animale scrivente influenzato dall’ambiente. La riscoperta istintualità, incontrollabile rispetto alla progettualità, del segno, ridà dignità alla funzione testimoniale della scrittura.

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