La vera banalità del bene

arbeit macht frei

Quand’è che la retorica commemorativa rischia di diventare più dannosa del crimine storico che si va a ricordare puntualmente ogni anno?

Strumenti mnemonici importanti ma ormai spuntati, affidati a vecchi testimoni sotto scorta, stanchi o decimati dal tempo, hanno assunto il ruolo stantio di vessilli politici usati a piacimento dai protagonisti istituzionali del momento, coinvolgendo in egual misura maggioranza e opposizione, nessuno escluso: lo stesso è accaduto con gli immigrati, gli appartenenti alle comunità lgbt, ecc. Tutti o quasi tutti vogliono saltare sul carro della commemorazione o di una qualche causa sociale senza però badare alle condizioni delle strade su cui quel carro si trova e si troverà a passare, senza risolvere i problemi che sfidano l’integrità (e la credibilità) delle sue ruote: buche economiche in cui i passanti inciampano, profonde spaccature sociali che mettono a dura prova gli ammortizzatori psicologici dell’individuo, asfalti legislativi scadenti, una dubbia segnaletica ideologica, tombini intasati dalla retorica, crepe culturali in cui può attecchire di tutto, dalle erbacce sovraniste fino a ben più preoccupanti e possenti arbusti razzistici le cui radici, come qualcuno scrisse riferendosi ad altro, “non gelano”. Ancora una volta, parafrasando un vecchio proverbio, quando la Storia indica la luna, la politica stolta guarda il dito; se oltre il dito guardasse anche la mano o addirittura il braccio a cui è collegata, già sarebbe un progresso: si condanna l’accaduto, ci si indigna, ci commuoviamo ascoltando le testimonianze o guardando un film da Oscar, ma non facciamo assolutamente niente per prevenire le cause che puntuali ritornano come in una sorta di ciclo storico quasi periodico. Pur essendo stato “breve”, e avendo quindi a nostra disposizione più strumenti per poterlo “riassumere”, ci stiamo perdendo per strada l’insegnamento del secolo scorso.

Ed è alla luce di questa premessa che il Bene predicato, insegnato, romanzato, predigerito da registi e sceneggiatori di fiction, testimoniato, istituzionalizzato, oserei dire “imposto” (ma mai veramente metabolizzato) dal pensiero unico, diventa inevitabilmente banale e controproducente; un leitmotiv scaduto che garantisce ampi spazi ad assurde manovre negazioniste, a riconsiderazioni nazionalistiche, a sovranismi di pancia in cerca di pieni poteri e a nuovi “cameratismi totalitaristici” in grado di captare e addensare i vari disagi sociali. Se la Storia crudele che si presenta in assenza di memoria (come accadde durante la Seconda Guerra Mondiale) è già di per sé condannabile, come dovremmo considerare oggi chi permette, dal punto di vista politico, il suo ripetersi in presenza di una equivalente dinamica socio-economica ormai nota persino allo studente delle scuole secondarie di primo grado (le “scuole medie” dei miei tempi!) alle prese con un programma di storia di livello medio-basso? Se la Repubblica di Weimar fu un laboratorio a cielo aperto da cui ancora oggi è possibile imparare molto, noi rappresentiamo gli studenti distratti che guardano fuori dalla finestra mentre il docente spiega per l’ennesima volta le cause riproducibili e i noti effetti dell’esperimento.

La retorica commemorativa, che almeno all’inizio ha avuto il merito di far uscire da una coltre di silenzio e di autocensura le preziose testimonianze dei sopravvissuti, oggi non è più fattore di concentrazione sul fenomeno storico ma è ormai diventata giocattolo inflazionato in mano a buonisti inconsapevoli di cosa sia il vero bene e a “banchi di pesce” rappresentanti il nulla mentale e ideologico, strumento qualunquistico e autoreferenziale per una ricorrenza resa inutile, gestita da chi non è realmente intenzionato a compiere una profonda opera di prevenzione: talmente profonda da non riguardare mai direttamente gli elementi macroscopici di cui si occupa la commemorazione. Gestita da chi non conosce la realtà sociale o pur conoscendola statisticamente non ha la “volontà di potenza” necessaria per superarsi e superare privilegi concentrati in poche mani, schemi economici e fiscali dettati da entità finanziarie sovra-governative o addirittura sovra-nazionali, comportamenti lassisti e non equilibrati in materia di diritti civili… Costringendoci a un vergognoso “c’ero prima io!” come se stessimo in fila negli uffici della Storia.

La Memoria, quando non supportata dalla Giustizia Sociale (che è data non solo dal lavoro e dall’equità fiscale ma da una miriade di fattori non analizzabili in questa sede), è destinata a trasformarsi in mero esercizio artistico e mondano in uso a personaggi politically correct e ipocriti che adottando una catartica “politica del ricordo” tentano di anestetizzare le masse non nei confronti dell’evento storico in sé, che resta diligentemente sotto i riflettori dell’azione commemorativa con tanto di violini e lumini accesi, bensì verso la loro impotenza politica nel tempo presente. Il riproporre la testimonianza commuovente, senza aver prima bonificato le paludi dell’insoddisfazione e dell’ingiustizia, è un rito privo di efficacia educativa sulle lunghe distanze. Prevenire non significa proiettare in loop documentari storici sulle televisioni nazionali; prevenire non significa organizzare un tour attraverso i principali campi di concentramento… Grazie a questo tipo di prevenzione si fa cultura, che da sola non basta. La cattiveria si nutre attraverso radici profondissime e complesse, e la cultura rappresenta lo strato di humus più superficiale.

Ebbero ragione a scrivere “Il lavoro rende liberi” (Arbeit macht frei) sull’ingresso dell’inferno in terra: ma non il lavoro di facciata, quello fasullo e ingannevole che precede la morte nelle camere a gas della precarietà; il lavoro reale, solido, duraturo, rende veramente gli uomini liberi, equilibrati, speranzosi, lungimiranti, costruttori di pace e non arrabbiati. Il lavoro e la sua cultura politica liberano il cittadino dalle sabbie mobili dell’ideologia farneticante, da un’ “invidia sociale” utilizzata a sproposito in campagna elettorale da ricchi imprenditori scesi in campo per interessi personali e che ha lentamente sostituito quella che un tempo era una sacrosanta e dignitosa lotta di classe. E la lotta, si sa, se mossa dalla sola invidia, è già perdente in partenza.

Fino a quando continueremo a scindere le cause dalla nostra quotidianità attribuendo loro una fatalità che non spiega gli effetti, fino a quando continueremo a fissare il dito senza considerare la mano e il braccio, la Storia peggiore sarà destinata a ripetersi e la Memoria sarà ridotta a evento culturale seguito da apericena e cafè chantant.

– video correlato –

“Deutschland”, Rammstein

4 pensieri riguardo “La vera banalità del bene

  1. Condivido il tuo punto di vista, purché non si cada nell’errore di non riuscire a distinguere coloro che sono preposti ad operare nel campo della prevenzione, un campo dalle mille sfaccettature e coloro che affrontano ed operano per risolvere il problema e ancora, ci sono poi coloro destinati ad affrontare chi ha subito gli effetti negativi del problema.
    Per ogni problematica, necessariamente abbiamo bisogno di diversi “operatori” che agiscano nel loro ristretto ambito; credere di poter affrontare una questione come questa, o di qualsiasi altra natura complessa, in maniera grossolana, ne annuncia il fallimento di qualsiasi azione intrapresa nella speranza di risolverla. Per questo, sono assolutamente convinta che chi si occupa di “memoria” attraverso mille canali, mille proposte diverse, che sia la proiezione ad oltranza di documentari, che siano gli incontri a scuola per sensibilizzare, o delle manifestazioni, commemorazioni ed altro, fa semplicemente ciò che deve fare, ciò che ci si aspetta che venga fatto, perché è tutto parte di quella che possiamo chiamare “prevenzione”, ma che riguarda solo un aspetto di quella che prima definivo una questione “complessa”.
    All’interno della messa in atto e delle strategie della prevenzione, ci sono poi tutti quegli aspetti, di cui parli anche tu nell’articolo, che competono ad altre categorie di cui fanno parte la politica e le istituzioni. In quei campi bisogna utilizzare altri strumenti che non possono essere quelli di saltare sul carro delle commemorazioni, (nel caso specifico), ma che operino sulla pianificazione, sulla strutturazione di piani di rilancio, di risanamento ecc. volti a creare nelle persone nuove speranze, nuove prospettive verso le quali guardare, mancanti sulle spalle del peso avvilente di orizzonti perduti.
    Senza dilungarmi oltre, anche perché si potrebbe discutere ed analizzare a fondo il tutto, mi preme però notare che, nonostante tu dica che il lavoro solido e duraturo renda gli uomini liberi, equilibrati e speranzosi, trovo invece che, tuttavia molti pur avendo questa “fortuna”, sono comunque avviliti, intolleranti, sgarbati, insoddisfatti, rancorosi… devo continuare? Siamo sempre più donne e uomini “insoddisfatti” e troppo spesso pur nell’avere, siamo alla ricerca costantemente di altro, di un maggiore possesso, con una maggiore avidità, sempre più chiusi in noi stessi e talmente aridi delle volte, che non ci accorgiamo mai di chi sta peggio di noi, di chi potremmo aiutare con piccoli gesti.
    Mi spiace… non trovo che il lavoro per tutti sia una soluzione che possa bastare a risanare questo incancrenimento dell’anima che vedo tutti i giorni e ripeto, che riscontro troppo spesso in chi non avrebbe motivo di lamentarsi. Altro sarebbe da recuperare e sul quale lavorare, ma tra le righe leggo che anche per te è così,
    Tutti questi “pezzi” buttati a mare perché di intralcio alla nostra unica e personale realizzazione permettono il proliferare dell’indifferenza, allontanandoci da qualsiasi “memoria” al grido di: “bene io, bene tutti!”.

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    1. Ma infatti la memoria delle vittime non si tocca, figuriamoci: dico solo che a lungo andare, secondo me, sarà insufficiente. Noi riceventi dell’informazione, come già accaduto, corriamo (non solo nei confronti della shoah) il rischio di assuefarci, di “adattarci” al messaggio… Gli “operatori”, come dici tu, devono continuare a fare ciò che fanno; nella parte centrale del tuo commento infatti anche tu sottolinei le carenze strutturali di una società che sta dando e darà temo sempre di più spazio a un’azione negativa che farà presa su insospettabili, sugli zero della società che abbracceranno la causa che secondo loro li porterà alla resurrezione promessa. Queste cose non le dico io, le hanno già masticate e capite per noi saggisti, scrittori, pensatori che si sono occupati dell’ “origine dei totalitarismi” (tanto per citare tra le righe un noto saggio della Arendt). Lo so anch’io che le SS non erano costituite da disoccupati in cerca di un posto nel mondo! (Concedimi questa nota ironica)… anzi molti, se non quasi tutti, provenivano da una vita lavorativa normale, da famiglie abbienti e con un grado di istruzione elevato… Però sono le masse che forniscono il vero carburante sociale, è lì che si pesca alla grande… E attualmente (al netto dell’insoddisfazione psicologica che ci portiamo dentro tutti ma per altri motivi legati a uno stile di vita che sembra riempirci di cose ma non ci soddisfa) i nostri governi non stanno tamponando le falle sociali che potrebbero alimentare un ritorno di quel tipo. Questo intendevo dire. Grazie per aver letto!

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      1. Certo, è chiaro ciò che intendi dire ed è condivisibile.
        Avevo dimenticato di accennare al ruolo delle famiglie, in tutto questo; la famiglia, da sempre ritenuta come la “prima agenzia educativa”, ha perso il suo ruolo, divenendo sempre più una mera “agenzia di collocamento”… sì, perché la domanda quotidiana è: “dove collocare e come collocare i propri figli, purché non infastidiscano e non diano problemi”…
        Mala tempora currunt sed peiora parantur.
        Grazie a te!

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