Dieta social

“Mangia. Mangia piccolo Michel, mangia.

Se non mangi non puoi morire.”

(dal film “La grande abbuffata” di Marco Ferreri)

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Brevi considerazioni quasi evangeliche su due tipi di diete

Dalla seconda lettera (la prima s’è persa)

di San Michele Apocrifo ai webeti

Fratelli e, perché no,… Sorelle!

Che relazione intercorre tra la dieta da cibo e la dieta da ‘social’? Apparentemente nessuna, almeno dal punto di vista formale: in entrambi i casi, però, ci si priva di qualcosa che desideriamo o pensiamo di desiderare. Viviamo in una società che ci ha convinti – tutti, nessuno escluso – di aver bisogno del surplus come se fosse una cosa normale: surplus di informazioni, o meglio, vedi i social, di presunte informazioni; nella maggior parte dei casi, tranne rari esempi e in presenza di utilizzi pensati del mezzo, sono di più i dati rilasciati in giro dai nostri movimenti virtuali e riutilizzati dai Signori del Social Networking per motivi politico-commerciali, che le informazioni per noi realmente utili nella vita pratica: andando a stringere, togliendo i selfie, le notizie su noi stessi non richieste, come i piatti mangiati o i luoghi visitati, le considerazioni sui cantanti dell’ultimo Sanremo, le cosiddette informazioni di ritorno utili per le attività che amiamo o per la nostra stessa “sopravvivenza” sociale, sono veramente poche, anzi pochissime. Quindi, in soldoni, sui social diamo più di quel che riceviamo. Ma era cosa nota.

Surplus di alimenti. In questo caso accade esattamente il contrario: riceviamo di più di quello che in seguito riusciremo realmente a trasformare in energia per vivere; dove per vivere s’intende sia l’attività fisiologica di base, quella che ci permette di non morire, sia l’attività di lusso, le azioni che riguardano il nostro essere intellettuale e quindi culturale, relazionale, dinamico, insomma il nostro essere Homo sapiens sapiens sul pianeta Terra: il doppio ‘sapiens’ serve a sottolineare che l’Uomo non solo è capace di procurarsi il materiale e le conoscenze tecniche grazie alle quali costruirà la propria abitazione o il proprio mezzo di trasporto, ma dopo si autoelogerà, o addirittura si autoesalterà, cantandone o scrivendone (grida Marinetti nel Manifesto del Futurismo: <<Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.>>) Mentre invece un picchio resta sostanzialmente umile dinanzi al buco praticato a suon di becco nel tronco di un albero: da qualche parte dentro di sé, sa che deve farlo per crearsi un riparo e nidificare; possiede una coscienza limitata del perché, pur essendo presente a se stesso mentre lo fa. Non produce una poetica del buco: a quella ci penserà il poeta (discendente, a volte, non sempre, del sapiens sapiens) che passeggiando nei boschi ammirerà il creato e le meravigliose gesta innate dei suoi abitanti. Ognuno, in questo mondo, interpreta il ruolo che più si confà alla propria natura e quindi alle proprie caratteristiche: c’è chi fa e chi ne canta. I più in gamba fanno e ne cantano.

Quindi la poesia è un prodotto del surplus? Non di quello alimentare (o forse un po’ anche sì: provate a comporre versi a stomaco vuoto! E vedrete che “poema disperato e ululante” ne verrà fuori…) ma certamente di un surplus di coscienza determinato dall’evoluzione.

I due tipi di diete hanno però in comune una cosa: la rabbia. Nel caso di una dieta da cibo, la mancata introduzione nell’organismo di sostanze confortanti e gratificanti, rende il soggetto irascibile, smanioso, cattivo in quanto famelico, perché il corpo è convinto di non ricevere ciò che l’abitudine ha meccanicamente reinterpretato, ai tempi del surplus, come necessario. Ma bastano poche ore o pochi giorni e l’organismo tenderà, obtorto collo, ad adattarsi: si “accorgerà” di avere a disposizione riserve che ignorava o che fingeva di ignorare stando lontano da specchi e bilance. Riserve a cui mettere mano, come i lingotti d’oro custoditi presso la Banca d’Italia e da utilizzare solo nel caso di una reale emergenza economica e finanziaria. Superata la rabbia, e constatata l’avvenuta sopravvivenza, a dispetto dell’allarme infondato scatenato dallo stravolgimento di certe abitudini meccaniche, si torna ad utilizzare l’essenziale. Gurdjieff sottolineava la differenza tra personalità ed essenza: nel nostro specifico caso “alimentare” la personalità è data dalle convinzioni provenienti dall’esterno e fatte proprie in materia di false necessità caloriche; l’essenza è il prodotto della lotta tra questa personalità e la coscienza che in un certo qual modo si risveglia e dal di fuori comincia a osservare il corpo e la quantità di energie in esso imbrigliate e non utilizzate. E soprattutto osserva inorridita la quantità di energia che quel corpo continua a ricevere sotto forma di cibo nonostante non ne abbia realmente bisogno, al netto dell’importanza del gusto dal punto di vista psicologico e della cultura enogastronomica, identitaria di un popolo, da salvaguardare.

Nel caso di una dieta da ‘social’ accade, ancora una volta, esattamente il contrario: la rabbia è determinata non da quel che non riceviamo bensì da ciò che non riusciamo più a dare al mondo attraverso le nostre perle di saggezza social (esattamente come per il presente post non richiesto e non indispensabile!). Anche in questo caso si tratta di una necessità sopravvalutata; in realtà non è il mondo ad avere bisogno di noi ma siamo noi che avvertiamo la necessità di sentirci indispensabili per qualcuno là fuori, nel web. E nel crederci indispensabili non facciamo nient’altro che alimentare il nostro essere dei “giullari del consenso” – per dirla alla Inìsero Cremaschi (Il mite ribelle) – in cerca di proseliti del Mipiacismo (o Likesimo a seconda della zona geografico-linguistica d’appartenenza), questa nuova immateriale religione, tanto bella e colorata, forse addirittura più immateriale delle altre già in voga. Siamo un po’ tutti Testimoni del Network che citofonando a casa della gente (Salvini docet!) annunciamo il Regno di Zuckerberg… Tutti vogliono salvare tutti dalla fine del mondo, ma a conti fatti vogliamo salvare solo noi stessi usando gli altri, facendo finta di prenderci cura di loro e della loro salvezza.

Un equivoco social! Perché, come cantano i Baustelle parafrasando forzatamente D’Annunzio per questioni di metrica cantautorale:

“… Piove su immondizia, tamerici
Sui suoi 5000 amici, sui ragazzi e le città
Tanto poi ritorna il sole…”

Fratelli e Sorelle, non abbiate paura di scoprire le “riserve aurifere” nascoste in voi, lontane dal flusso insensato dei social e da questo distratte affinché restino inutilizzate: riscoprite la lettura, quella cartacea; il silenzio, alleato di mille viaggi interiori; l’ozio creativo da contrapporre al falso impegno comunicativo; il tempo, anche quello impiegato scrivendo per voi stessi e non per individui che non conoscerete mai. Riscoprite il valore della non condivisione: fate economia di voi stessi, risparmiatevi per la realtà, per il dialogo vero fatto di schizzi di saliva e aliti cattivi; riscoprite la sospensione del giudizio, la strada, i piccoli spazi quotidiani, le lettere scritte a mano e non spedite, il pensiero non amplificato ma analogico, l’ombra e la lontananza, il distacco e la piccola verità, il potere immaginifico della radio, la lentezza della risposta; senza rinnegare l’amore dato e ricevuto, riscoprite infine la triste gioia che c’è nell’essere dimenticati…

E alla domanda dell’algoritmo “A cosa stai pensando?”, finalmente risponderete, ma solo in cuor vostro: sono cazzi miei!

Parola di Nigro

Rendiamo grazie a Dio

– video correlato –

“Il vangelo di Giovanni”, Baustelle

versione pdf: Dieta social

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