Gettare il cuore oltre lo Stato

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L’anarco-individualismo ai tempi del Covid-19

… Sbuffo pensando a serate tipo
Del tipo “Che facciamo?”
Io ho una Tipo di seconda mano
Che mi fa da pub, da disco e da divano,
sono qua, come un allodola questo è il mio ramo.
Io, immune al pattume della tv di costume,
In volo senza piume
In un volume di fumetti sotto il lume…

(dal brano “Fuori dal tunnel”, Caparezza)

Tutto è cominciato quando hanno annunciato che ci avrebbero connessi – così dicevano -, attraverso internet, unendoci in qualità di dati ma di fatto separandoci fisicamente, politicamente e spiritualmente (un tecnologico divide et impera), condensando la monade che è in noi, esponendola all’aria aperta, facendola vedere a tutti, ma da dietro un vetro spesso; i famosi sei gradi di separazione sono diventati dicerie, la distanza oggi consigliata per motivi epidemiologici è già stata realizzata a livello mentale molti anni fa, e non ce ne siamo accorti; oppure ce ne siamo accorti ma non ce n’è importato più di tanto. Ora la separazione è stata ufficializzata, è tangibile, resa necessaria da precauzioni sanitarie.

L’individualismo, quello deleterio e che crolla alla prima occasione, ha conquistato il potere. Ma su cosa? Sul nulla direi; ci è stata fornita l’illusione di un potere, come in una Matrix commerciale e pubblicitaria: il potere d’acquisto sulle cose che non è vero potere ma è inganno legalizzato e da tutti accettato; basta un’epidemia per troncare di netto questa rete di domanda e offerta, di apparente libertà. Tutto si ferma, tutto è congelato a data da destinarsi: anche l’unico brandello di potere in nostro possesso è costretto ad andare in stand by e ad attendere la riapertura dei negozi e dei luoghi di aggregazione che in realtà disgregano. Grazie a questa condizione di isolamento consigliato, tuttavia, riusciamo a vedere chi siamo diventati veramente, le cose che potremmo riscoprire, fare, inventare, rivalutare, costruire o smontare. Ma è una finestra che presto si chiuderà nuovamente e tutto ritornerà a una presunta normalità. Eravamo già soli, ma per mezzo di un’entità invisibile ad occhio nudo che ci costringe in casa e altera le nostre abitudini, riusciamo a toccarla questa solitudine, a verificarla perché sono stati strappati i veli illusori dietro i quali si nascondeva la verità sulla nostra reale condizione interiore e sociale.

Abbracciamola questa solitudine, facciamo in modo che diventi una regola non imposta dai Ministeri ma integrata nella nostra esistenza, accettata, compresa, sfruttata, vissuta con intelligenza; che diventi stile di vita in grado di interrompere il segnale proveniente dalla direzione commerciale anche quando tutto va bene e si torna con una docilità ovina alla consueta serenità quotidiana. C’è infatti un individualismo sano, necessario, costruttivo, non isolante ma paradossalmente unificante: un anarco-individualismo che decostruendo il messaggio proveniente dal Potere, quello che scavalca addirittura le decisioni effimere e di facciata dei nostri governanti confusi e spaventati quanto noi, ci rende di fatto liberi, senza adoperare la violenza, senza portare a rivoltose devastazioni di strada che al contrario rinforzano i potenti, saldandoli alle loro poltrone. Ecco perché l’anarco-individualista non nota alcuna differenza tra il prima, il durante e il dopo l’interruzione (per gli altri) della cosiddetta normalità. Per lui è sempre pandemia! Lui non sarà mai solidale con chi si taglia le vene perché durante “i beati giorni del castigo” – parafrasando Fleur Jaeggy – ha dovuto rinunciare al suo stupido apericena.

Gli eventi non troveranno impreparato l’anarco-individualista perché allenato da anni di lettura corroborante e di “prevenzione” culturale: la letteratura fantascientifica distopica e post apocalittica lo avranno reso “immune” alla dilagante ingenuità dei periodi di crisi, e consapevole di scenari già descritti – grazie al solo potere immaginifico di alcuni scrittori – in romanzi definiti sarcasticamente “di evasione” da quegli stessi individui realisti che, quando le cose vanno male e la situazione peggiora, reagiscono in maniera scomposta, irreale e insensata, dimenticando la spavalderia che li aveva contraddistinti in pubblico mentre il sistema reggeva e li proteggeva da loro stessi.

L’anarco-individualista rispetta le regole sensate, quelle che può testare personalmente, non sottovaluta il pericolo, ma non rimane prigioniero dell’intera regolamentazione governativa senza mai metterla in discussione; non segue gli allarmisti così come non segue i complottisti perché anche il complottismo fa sistema e allontana da quella verità che esso crede di svelare e rendere pubblica. Se per l’individuo collettivista l’isolamento è una sciagura perché non sa che farsene di se stesso lontano dal gruppo, per l’anarco-individualista è una vera e propria manna inviata dal cielo!

Dovremmo passare da un individualismo da marketing a un individualismo liberatorio, disconnesso dalla moda e dall’informazione ufficiale, che ci riconnetta però con il mondo, quello reale: inizialmente interpretato come atto egoico, il vero individualismo rappresenta l’unica strada per incontrare di nuovo l’altro, per discostarsi dal coro e ascoltare la voce del vicino che prima ignoravamo. Ripulire il segnale in entrata, per non allinearsi, per vederci chiaro al di là delle sagge disposizioni date in pasto al popolo per tranquillizzarlo (come accade nel romanzo di Philip K. Dick intitolato La penultima verità).

L’ordine, “che già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all’Oceano Indiano”, è uno solo, “categorico e impegnativo per tutti”: lavarsi le mani!; ordine che non deve tuttavia diventare arma di distrazione di massa o scacciapensieri per menti insicure, come accadde con la direttiva che consigliava di non consumare verdure a foglia larga all’indomani del disastro di Chernobyl. “Lavarsi! E ci laveremo…” avrebbe forse intimato il Duce per vincere il nemico virale.

Uscire fuori dal tunnel (senza “arredarlo” come qualcuno consigliava!) dell’informazione, dell’allarmismo autorizzato per riempire insani spazi televisivi, prima ancora che da quello del divertimento ufficiale e deciso dai marchi che investono su di noi; l’anarco-individualista getta il cuore oltre lo stato delle cose, oltre i dispacci diffusi in caso di “emergenza”, e anche oltre lo Stato inteso come entità politica sovraindividuale che ostacola lo sviluppo e quindi l’evoluzione del singolo, sacrificandolo in nome di un presunto bene comune. L’andare controcorrente, un tempo atto dignitoso e critico di revisione del sapere diffuso, si è ridotto a un irrazionale selfie, fatto per sembrare fighi e ribelli, mentre stesi sui binari di una ferrovia attendiamo l’arrivo del treno diretto verso il nulla mentale di quest’epoca suicidaria.

Che quella pandemica sia dunque – nella tragedia – una preziosa occasione per riscoprire la bellezza dell’immobilismo e la lentezza, l’indispensabile solitudine dell’uomo che in passato è stata rivelatrice di idee, salvezze senza cronaca e slanci costruttivi; che sia occasione di letture, riflessioni, scritture pensate, percorsi solitari, riscoperte personali e coltivazioni interiori, isolazionismi creativi e neo-umanesimi non mediati dai social; occasione di studio e di silenzio con noi stessi e con gli altri. Per un’autoquarantena dall’ignoranza, dall’agitazione sostenuta dalla disinformazione, dai sostenitori della teoria delle scie chimiche che “l’avevano detto!”, dall’assalto ai supermarket, dalla conta (e dall’indicazione) dei positivi come in una televisiva caccia all’untore. Isolarsi per difendersi dall’infezione di stupidità, per preservare il bello e l’amore ai tempi del Covid-19, per muoversi con una rinnovata consapevolezza. Isolarsi per capire omeopaticamente che isolarsi è inutile.

Prima di ritornare, immemori dell’emergenza virologica, nell’agone asettico del nostro fare insensato e rumoroso.

(immagine: ph M. Nigro – titolo: “A volte vi osservo da fuori dal tunnel, e mi diverto!”, 2020)

versione pdf: Gettare il cuore oltre lo Stato

– video correlato –

“Fuori dal tunnel”, Caparezza

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