Xavier de Maistre e i nuovi zombi

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Durante questi primi giorni di quarantena, dopo molti anni, ho voluto rileggere il breve romanzo Viaggio intorno alla mia stanza del flâneur Xavier de Maistre; seguito, nello stesso volume, da uno scritto aggiuntivo intitolato Spedizione notturna intorno alla mia stanza: costretto per ben quarantadue giorni agli arresti domiciliari – una “quarantena giudiziaria” – l’autore coglie l’occasione per ripercorrere in maniera insolita, con i sensi e l’immaginazione, i luoghi consueti del proprio abitare, l’oggettistica casalinga mai considerata come input filosofico, in un viaggio breve dal punto di vista spaziale – un appartamento, per quanto lussuoso e spazioso, ha dei confini ben definiti – ma infinito se considerato in riferimento a quello che James Ballard, alcuni secoli dopo, avrebbe chiamato inner space (spazio interiore).

Un viaggio intorno e non dentro, come suggerirebbe la logica, perché lo sguardo di de Maistre non attraversa – a mò di spada che penetra la carne – distrattamente la stanza, come accadrebbe forse durante gli spensierati giorni di una normale libertà, ma plana delicatamente sulle sue pareti, si sofferma sui mobili, sulle cose di uso quotidiano, su quelle da sempre possedute ma mai osservate e analizzate profondamente. In questo nuovo approccio silenzioso, meditativo, privato, senza pubblico, si scorge la rivalutazione di aspetti scontati, delle vicende relazionali rimosse, delle persone importanti seppellite nella memoria, degli atteggiamenti sbagliati assunti nel passato e delle false amicizie incontrate (cantava Battiato: “E quanti personaggi inutili ho indossato / Io e la mia persona quanti ne ha subiti”), delle letture fatte e quelle da fare, della condizione permanente dei poveri in strada rispetto a quella propria da recluso, temporanea e agiata, di un’asocialità scambiata per difetto e ora valorizzata al punto giusto, delle lettere giovanili rinchiuse in un cassetto e rilette…

Dalla poltrona al letto, dalla scrivania alla libreria, dalle stampe e i quadri appesi ai muri fino allo specchio, l’unico “quadro” veramente autentico – riflettente noi stessi – che non osiamo criticare; dal viaggio domestico a quello contenuto nei libri amati: una serie di viaggi nel viaggio, nel tempo e nello spazio.

“Quando viaggio nella mia stanza dunque, raramente percorro una linea retta: vado dal tavolo verso un quadro posto in un angolo; da lì mi muovo in senso obliquo per andare alla porta; ma, benché partendo la mia intenzione sia proprio quella di recarmici se lungo il percorso incontro la poltrona, non faccio complimenti, e mi ci accomodo all’istante. […] Un buon fuoco, qualche libro, delle penne; quante risorse contro la noia! E ancora che piacere dimenticare libri e penne per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, o buttando giù qualche verso per rallegrare gli amici! Le ore scivolano allora su di voi e cadono in silenzio nell’eternità, senza farvi sentire il loro triste passaggio.” Tutto contribuisce alla formazione di una nuova geografia delle piccole cose, a una cartografia riveduta e corretta del conosciuto.

Ma quello di de Maistre non è un viaggio fatto per noia, per passare il tempo (“Questo esilio forzato è stato solo un’occasione per mettermi prima in cammino” […] “… avrei preferito occuparmi di questo viaggio in un altro periodo, e che avrei scelto, per compierlo, la quaresima piuttosto del carnevale: pure, riflessioni filosofiche, mandatemi dal cielo, m’hanno molto aiutato a sopportare la privazione dei piaceri che Torino offre a bizzeffe in questi tempi di chiasso e d’agitazione.”), e nemmeno una quest, un viaggio iniziatico, perché non c’è nulla da ricercare; è già tutto lì a portata di mano o a portata d’animo. È invece un cammino necessario che valorizza il consueto, un tragitto in pantofole per vedere gli angoli soliti da un altro punto di vista. I particolari che prima sfuggivano alla cattura, ora restano impigliati nelle reti dell’osservazione ristretta per causa di forza maggiore. Dalle virtù del letto alle scoperte metafisiche sulla doppia natura – anima e bestia – dell’uomo casalingo: “Tutta l’arte d’un uomo di genio sta nel saper educare bene la propria bestia…” Una volta domata la bestia, l’anima può viaggiare da sola, in modo “d’ampliare la propria esistenza” e sconfiggere la meccanicità (Gurdjieff docet!) insita nel vivere quotidiano e routinario.

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Tra i cliché apocalittici adoperati da una certa letteratura fantascientifica, quello riguardante un’umanità decimata o trasformata dal disastroso avvento di un virus, naturale (ovvero presente in natura), alieno o creato in laboratorio, è senz’altro tra i più amati e sfruttati anche dal cinema: un’entità microscopica, un nemico invisibile ma potente, lentamente ma inesorabilmente – dapprima sottovalutato, in seguito (e in ritardo) temuto e combattuto – prende il sopravvento sull’equilibrio di una società opulenta, tecnologicamente avanzata, apparentemente invincibile. Chi sopravvive alla prima ondata virale, molto spesso subisce la mostruosa trasformazione in qualcosa che di umano ha ben poco.

Ma nei giorni reali, e non fantascientifici, di Covid-19, non vediamo in giro né gli zombi di Romero, né gli occhi bianchi di Matheson; il Coronavirus ha messo in evidenza una nuova stirpe di zombi: erano già tra noi, ma le sovrastrutture del benessere avevano permesso loro di mimetizzarsi tra le pieghe del caos legalizzato e del più arrogante libertinaggio. Caos e libertinaggio di cui tutti, “nessuno si senta escluso”, abbiamo usufruito.

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“1975: Occhi bianchi sul pianeta Terra” (1971)

I nuovi morti viventi sono tra noi e ora, grazie a questa inedita e non desiderata condizione pandemica, possiamo individuarli e catalogarli molto più facilmente: sono morti, pur essendo virologicamente negativi, in buona salute o asintomatici, ma sono “morti allo sbando” in quanto incapaci di autocontrollo, di autogestirsi, di riflettere prima di seguire la pancia e di scannarsi per un pacco di biscotti al supermercato, di sacrificarsi per la comunità, di disciplinarsi e disciplinare i propri figli, di dominare la bestia a cui si accennava; eppure, al tempo stesso, sono viventi perché si agitano, blaterano, fanno jogging “per combattere lo stress”, vanno a spasso con i cani come non mai, fanno picnic e prendono il sole nei parchi scambiando un’emergenza sanitaria mondiale per una vacanza retribuita, protestano sui social, invocano incostituzionalità di cui non sanno nulla e parlano di restrizioni di libertà mai vissute sul serio, teorizzano grotteschi complotti e subito dopo sputano sulle regole e sulle persone che evidenziano la loro arroganza; e la sera – sputacchiando sui condomini del piano di sotto – cantano dalle finestre inni nazionali a squarciagola, pompano musica non richiesta nei quartieri e ballano sui balconi dei loro penitenziari mentali, invece di cogliere l’opportunità di un prezioso silenzio che possa fare chiarezza sul perché di quel caos emotivo che, pur attanagliando le loro esistenze, continuano a portare dentro e a difendere gelosamente. Come tibetani che battono le mani per scacciare le forze maligne o fanno fracasso con le latte in direzione del cielo per scongiurare il malaugurio portato da un’eclissi, li vediamo rumoreggiare – tra un flash mob musicale sul web di Jovanotti e un bollettino della Protezione Civile – con pentole e trombette in un rito collettivo di quartiere che ha tutto il sapore di un penitenziagite del XXI secolo. Ma gli eretici erano persone serie! Noi no…

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“Io sono leggenda” (2007)

Non sono zombi per colpa di un virus, come nei film, ma essendo già “zombi a loro insaputa”, il cambio di passo nelle loro esistenze impegnate, rumorose e divertenti ha solo evidenziato la loro zombitudine. Nella pellicola “Io sono leggenda” il protagonista ha a che fare con degli zombi che si discostano un po’ dalla tradizione, ovvero con esseri umani infettati da un virus geneticamente modificato dall’uomo e divenuti mostruosi e fotofobici, che di giorno vivono riuniti e immobili in luoghi bui, lontano dai raggi ultravioletti per loro letali, e di notte tornano puntuali a popolare le strade di una metropoli deserta; continuando il parallelismo con i giorni nostri, la luce della solitudine e della riflessione interiore disturba gli amanti disumani e strafottenti dell’aggregazione a tutti i costi, del “figuriamoci se becca me!”, i fautori del zombismo egoico e dell’autodeterminismo senza pensieri; con la sola differenza che i nuovi zombi dell’era Covid non amano il buio bensì il sole dei parchi e delle spiagge, dei mercatini rionali e delle piste ciclabili.

La fantascienza in realtà sarebbe tutta da riscrivere!

A rincarare la dose, ritornando a Xavier de Maistre, nella Spedizione notturna… leggiamo: “Sventurato chi non può restare solo un giorno in vita sua, senza provare il tormento della noia, e preferisce, semmai, conversare con degli sciocchi piuttosto che con se stesso.” Ma senza esagerare, evidentemente, e infatti continua in un altro punto: “Gli inconvenienti della vita sociale e quelli della solitudine si distruggono così scambievolmente, e questi due modi d’esistenza s’abbelliscono l’un l’altro.” Occorre equilibrio in tutte le condizioni che viviamo per nostra scelta o contro la nostra volontà.

Molti sono i pericoli dello stare da soli o comunque durante una quarantena forzata o desiderata; non tutti si allenano in tempo, prima che eventi catastrofici li costringano a certe prove di resistenza. I fantasmi sono dietro la porta, sonnecchiano da anni, e le notizie dal mondo che non confortano i nostri animi li rinvigoriscono quando invece avremmo bisogno della piena efficienza di una forza morale forse indebolita da una vita tutto sommato facile e agiata. “Sebbene faccia sforzi continui per dimenticare le mie pene e per scacciarle dalla mente” – dice ancora de Maistre in Spedizione – “mi capita talvolta, se non ci sto attento, che rientrino tutte assieme nella memoria, come se si spalancasse loro una chiusa.”

Non è facile viaggiare attorno alla propria stanza interiore, neanche quando quella esteriore che ci ospita nei giorni difficili è comoda, pulita, ben rifornita, sicura, sigillata, connessa col mondo e a prova di virus. Però è importante non distrarsi facendo rumore: bisogna concentrarsi sugli insegnamenti derivanti dalla prova (quali essi siano, forse lo capiremo dopo); ascoltarci in silenzio, capire cosa possiamo fare qui e ora, immaginare e progettare con il cuore pieno di speranza quel che stiamo rimandando a domani.

“Il fondo di pena che la mia situazione precaria nel mondo mi faceva provare fu sostituita improvvisamente da un sentimento vivo di speranza e di coraggio; mi sentii capace d’affrontare la vita e tutte le possibilità di sventura o di felicità che si trascina dietro.”

versione pdf: Xavier de Maistre e i nuovi zombi

– video correlato –

“Three Little Birds”, Bob Marley and the Wailers

6 pensieri riguardo “Xavier de Maistre e i nuovi zombi

  1. Ti rispondo con delle citazioni tratte da “Biografia del silenzio” di Pablo d’Ors, letto proprio ieri:
    “… Cerchiamo abitazioni protette, sistemi sanitari ben tutelati, investimenti con il minimo di rischio, vogliamo sempre andare sul sicuro… Ed è così che il fiume della nostra vita trova ostacoli sul suo corso, finché un giorno, senza preavviso, smette di scorrere. Viviamo, sì, ma molto spesso siamo morti. Siamo sopravvissuti a noi stessi: c’è bio-logia, ma non bio-grafia.”
    E ancora:
    “Risulta deplorevole essere arrivato a questo stadio di incoscienza, di idiozia, a questo livello di insensibilità, a questo estremo di avarizia, di superbia, di pigrizia… Il mondo non è una torta che io debba divorare. L’altro non è un oggetto che io possa utilizzare. La terra non è un pianeta preparato perché io lo sfrutti. Io non sono un mostro predatore. Per questo ho deciso di alzarmi in piedi e aprire gli occhi.”

    Quanti lo faranno, quanti apriranno gli occhi, dopo questo periodo, lo scopriremo…
    Grazie per questa riflessione!

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    1. Stralci quanto mai azzeccatissimi! Grazie Eufrasia! p.s.: il dopo? Contenti di essere sopravvissuti la maggior parte di noi dimenticherà anche il nome del virus; bisognerebbe dibattere su una seria riforma (non nel senso di nuovi tagli) della sanità soprattutto al sud. E in base a come si pongono intorno a questi temi, scegliere o tentare di scegliere la futura classe politica… Le elezioni sono state solo rimandate ma si tornerà a votare! Aprire gli occhi anche politicamente: tra quelli che oggi reclamano azioni draconiane (che accettiamo nel momento dell’emergenza e che stanno dando risultati positivi) ci sono gli stessi che hanno tagliato sulla sanità. Ora li ringraziamo per le misure prese, domani non li rivoteremo.

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      1. Come immagini, il cambiamento è un qualcosa che non potrà, o non dovrebbe trattare solo la politica… ma le basi del nostro “essere” all’interno di un territorio, di una comunità, di una Nazione, di una piccola frazione, di un piccolo gruppo, all’interno di “noi stessi”, in primis!

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