L’ultimo tramonto

Questo racconto scritto anni fa, già pubblicato su varie riviste e in una mia raccolta di racconti, e oggi ripresentato su questo blog dopo un leggero ri-editing, fu concepito ricalcando quasi fedelmente il solito e piuttosto inflazionato cliché distopico, caro a una certa letteratura fantascientifica sociologica, di una futura società omologata e anti-individualista. In questo periodo di quarantena (e, per alcuni, di riflessione) imposta per decreto, a causa dell’emergenza da Covid-19, e di paventate violazioni delle libertà individuali come quelle raccontate nella mia storiella (violazioni, guarda caso, sbandierate da chi non ha mai conosciuto veramente sulla propria pelle il significato del termine costrizione), ho sentito l’esigenza di rileggere questo breve racconto adoperando un’altra chiave interpretativa, decisamente più impopolare di quella usata anni fa mentre lo scrivevo: e se fosse la difesa ad oltranza di un certo tipo di individualismo e di uno scellerato libertinismo travestito da libertà – e spacciato dalla filosofia consumistica come valore indiscutibile – a costituire una minaccia per la vera libertà superiore e non a buon mercato? E se la vera Libertà, quella duratura e con la “l” maiuscola, cominciasse proprio nel momento in cui rinuncio a un pezzetto, e per un breve periodo, della mia? E se la quarantena fosse un’occasione per riscoprire, nel silenzio e in un provvidenziale “distanziamento sociale” imposto dalle autorità, la nostra originalità? Ovviamente, seguendo la “trama” del mio raccontino, le nostre simpatie si dirigono in maniera quasi spontanea verso lo sfortunato e oppresso protagonista senza nome; con le dovute differenze: se a noi viene “consigliato” di stare da soli in casa, al soggetto del racconto viene imposto di stare “insieme” agli altri. Tuttavia il mio invito a una sua rilettura critica, cambiando filtro interpretativo, resta invariato; all’indomani della rivoluzione culturale del ’68, e con più forza nel corso dei successivi anni ’70, il fumo e la libertà sessuale – tanto per fare due esempi facili – furono considerati parametri rivoluzionari, strumenti ideologici e di costume per andare contro, per decostruire indirettamente il “pensiero unico” paternalistico della famiglia e della politica dell’epoca. Già a partire dagli anni ’80, anche se in pieno yuppismo (o forse proprio perché in piena fase yuppie e quindi riguardante una generazione all’inizio fedele alla propria ideologia radicale ma in seguito, come tutti, anestetizzata e rammollita dai frutti succulenti del benessere), la favola libertaria cominciò a imbarcare acqua da più parti dello scafo: diventò rivoluzionario, a causa del cancro ai polmoni e dell’emergente infezione da HIV, smettere di fumare e avere una vita sessuale meno libera o almeno più protetta. Cantava Mercedes Sosa: “Todo cambia!”.

Mentre attendiamo la cura (non quella di Battiato!) per questo nuovo terremoto epidemico, oscilliamo – in cerca anche di una cura culturale, economica e politica – tra gli avvisi allarmistici degli anarchici che ci intimano di non sottovalutare le apparentemente innocue restrizioni del governo Conte e le profezie degli intellettuali di destra ai quali non pare vero di poter cavalcare l’onda pandemica in vista di un totalizzante rinnovamento sociale in chiave cristiana: dopo lo “USA for Africa” è tempo di lanciare un sano “Jesus Christ for Italy” (anzi, for Europe; Ratzinger li aveva avvertiti – un po’ come Calasso dal Corriere della Sera – che ci eravamo troppo ammosciati e che l’Europa non si voleva più tanto bene! Ma niente: i signori cardinali l’hanno trombato sostituendolo col “mondialista” Francesco).

Sulla gestione filosofica e pratica del “dopo covid”, comunque, come sempre la saggezza starà nel mezzo: al netto del ripristino delle nostre preziose e intoccabili individualità consumistiche, bisognerà rinverdire il concetto di bene comune che non per forza è sinonimo di costrizione o di omologazione, e che non significherà più solo pagare le tasse e gettare la spazzatura nei giorni prestabiliti, e chi si è visto s’è visto! Bisognerà riprogrammare comportamenti, abitudini, scelte economiche, ideologie produttivistiche, culture gastronomiche, strategie comunicative… Evolvere dallo sconsiderato “divertimento collettivistico” di questa nostra tribù progredita a un individualismo responsabile, povero ma non misero (come ci ricordava Goffredo Parise in tempi non sospetti), rinunciatario e mai egoico. Forse mi sono allontanato troppo dal racconto. Buona lettura!

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L’ultimo tramonto

“Ogni mattina alla stessa ora
e allo stesso minuto, noi, milioni,
ci alziamo come un essere solo.”

(dal romanzo distopico “Noi”
di Evgenij Zamjatin – 1921)

 

Era il momento giusto.

Anche il posto sembrava perfetto: l’uomo fermò la sua elettricar su un lato della strada deserta che correva parallela alla spiaggia prima di incastonarsi tra i palazzi della città. Scese dall’abitacolo e mentre lo sportello si chiudeva automaticamente dietro di sé, i suoi passi e il suo sguardo erano già diretti verso quella meraviglia a cui nessuno badava più, ormai da tempo immemorabile.

L’enorme palla di fuoco arancione semi immersa nell’acqua salata, facendosi largo tra l’atmosfera incendiata e le isolate nuvole di panna salmonata, rendeva il suo quotidiano omaggio al mondo, genuflettendosi e doppiando per l’ennesima volta l’orizzonte conosciuto. Gli ultimi insistenti brandelli di luce, scagliandosi disperatamente contro le montagne del promontorio, delineavano con la precisione di un cartografo i bordi azzurri della costiera dalla quota più alta in cui s’inerpicava fino al punto esatto in cui s’immergeva nelle acque di un mare incredibilmente calmo.

Altrove, la stessa “compagnia teatrale” cominciava il primo atto della solita commedia intitolata “Il sole che sorge”: stesso attore protagonista, stesso regista, pubblico impermanente. In scena da miliardi di anni.

Una leggera brezza di terra cominciava a soffiare come da copione e l’impressione fotonica della stella sulla retina dell’uomo, che non temeva il gradevole confronto accecante, presto sarebbe stata attutita dai tenui colori dell’imbrunire.

Il cielo azzurro era graffiato dalle bianche scie di aerei velocissimi e indefinibili; sulla spiaggia carcasse di tronchi d’alberi scorticati e rimodellati dall’estro marino, erano stati disposti sulla sabbia in maniera casuale dall’ultima marea come corpi inconsapevoli e felici.

La Perfezione, dunque, non era solo un concetto astratto come aveva sempre creduto ma una condizione dell’anima realmente possibile. E quella scena non mediata da altri, che l’uomo aveva conquistato in quei rari minuti dinanzi al mare, ne rappresentava la prova tangibile.

L’atavica paura nei confronti dell’oscurità notturna, ricca di misteri e di sensazioni ancestrali mai risolte, era stata sconfitta dalle luci artificiali che combattevano la solitudine creativa durante le elettriche notti dell’Uomo Tecnologico. La necessaria riverenza verso l’ignoto era stata superata grazie all’imposizione globalmente riconosciuta della cosiddetta “Visione Collettiva” con cui sentirsi meno soli. L’umanità aveva imparato ad aborrire il reale e a considerare eversivo lo strano esercizio della riflessione.

L’individualismo estetico divenne pian piano, nel corso degli anni, opinione velatamente fastidiosa, parametro per rapide valutazioni sociali, motivo di segregazione e infine motore della persecuzione legalizzata…

L’uomo era consapevole del fatto che stesse violando la Legge.

Non appena l’ultimo spicchio di sole fu ricoperto dalle acque all’orizzonte, una elettricar lampeggiante della Polizia Metropolitana, fermandosi proprio dietro il veicolo dell’uomo assorto, terminò un pattugliamento fino a quel momento noioso e routinario.

Dall’auto dei tutori della legge che riportava sui fianchi la scritta rassicurante “Proteggiamo la felicità collettiva”, vennero fuori due poliziotti che indossavano l’inconfondibile e sobria divisa nera del Reparto Speciale.

“Buona Visione, signore! Tutto bene? Ha qualche problema con la sua elettricar?” – chiese con gentilezza uno dei due poliziotti all’uomo che, distogliendo lo sguardo dal punto sul mare in cui aveva visto scomparire l’astro, girò lentamente e serenamente la testa verso i suoi interlocutori.

“Buona Visione, agenti! No, è tutto a posto: la mia elettricar funziona perfettamente!” – rispose l’uomo con gentilezza e spirito cooperativo.

“Ma… Allora, perché è fermo qui, da solo? Perché sta qui a perdere tempo e a fissare il mare? Per caso non si sente bene?” – insistette il poliziotto.

“Mi sento benissimo! Lei è molto gentile…”

“Lo sa che giorno è oggi, signore?” – interruppe l’altro poliziotto.

“Certo… È lunedì!” – rispose sorridendo l’uomo.

“E lo sa cosa accade il lunedì, vero?” – incalzò il primo mentre faceva un cenno d’intesa al collega.

“Sì, lo so… Ma non me ne frega assolutamente nulla!” – sentenziò tranquillo l’uomo.

Il poliziotto, realizzando infine la gravità della situazione fino a quel momento fortemente sospettata, senza dire una parola e senza porre altre domande all’uomo, si era avvicinato all’elettricar di servizio per ascoltare le parole del collega che nel frattempo aveva cominciato a chiedere istruzioni, interloquendo con gli uomini della centrale operativa: “Abbiamo un codice 4477… Dissociazione volontaria… Sì, indubbiamente volontaria! Il soggetto è di sesso maschile… Altezza, circa un metro e settanta, settantatre… Razza caucasica… Età approssimativa di circa quaranta anni, forse di meno… Restiamo in attesa!”.

I due agenti si riavvicinarono lentamente all’uomo che noncurante continuava a guardarsi intorno come se l’improvviso interessamento della Polizia fosse un fatto accaduto in una dimensione parallela e per tale motivo a lui estraneo.

“Signore, lo sa che il lunedì sera è dedicato alla Visione Collettiva del Grande Occhio? – riprese il più loquace dei due poliziotti – E che è un reato perseguibile penalmente non partecipare alla Visione Collettiva?”

“Sì, le ho già detto che lo so… Ma le ripeto anche che la cosa continua a non interessarmi!” – rispose l’uomo con un tono sarcastico che cominciava a infastidire la coppia di bravi paladini della Giustizia massificante.

L’uomo aveva già avuto in passato il sentore di una sua pericolosa dissociazione. Lo aveva presagito e in seguito notato nel corso delle sue private relazioni interpersonali. Alcuni mesi prima, uscendo di casa, mentre attendeva l’arrivo dell’ascensore, aveva incontrato la sua giovane vicina di casa: una bionda oca giuliva di trent’anni che aveva barattato il prelievo di alcune cellule nervose dal lobo frontale destro del proprio cervello con delle protesi estetiche di quarta generazione offerte dal Ministero della Bellezza Collettiva. Ora i suoi unici interessi, quelli che ancora riusciva a gestire senza incorrere in fastidiose crisi epilettiche, sovraccaricando l’intatto lobo sinistro, erano: la ricerca di un marito brizzolato e ricco, la cura di una costosa collezione archeologica di borse firmate Louis Vuitton in voga nel ventesimo secolo, la preparazione di pranzetti precotti… Oltre, ovviamente, alla visione serale del “Grande Occhio” immersa nella sua calda tuta felpata color argento e confortata dalla morbida compagnia dei suoi amici decorticati. Durante l’attesa sul pianerottolo la ragazzetta crocerossina aveva posto all’uomo la fatidica domanda, forse perché rattristata dalla presunta solitudine in cui viveva il suo vicino: “Vorresti venire stasera a casa mia per assistere alla visione del “Grande Occhio”? Ci saranno tutti i miei amici!” – chiese ingenuamente la donna cerebro-compromessa facendo seguire la domanda da un risolino sovrumano che rasentava i sintomi di una fase pre-epilettica.

“Ci penserò su!” – rispose l’uomo diplomaticamente e con garbo mentre entrava nell’ascensore inseguito dallo sguardo demenziale ma sospettoso della ragazza che, non essendo abituata a interagire con simili risposte sospese nel nulla, rimase in devoto silenzio fino a quando l’ascensore non raggiunse il tanto agognato piano terra. O forse era rimasta semplicemente sopraffatta, al punto tale da ammutolirla, dall’uso disinvolto e quasi spudorato del verbo “pensare”.

Nelle principali piazze della città, la gente ordinatamente stipata a raggiera, fissava ipnotizzata le colonne d’acciaio sulle cui sommità sarebbe apparso puntualmente l’atteso ologramma del “Grande Occhio”.

Come ogni lunedì.

In tutte le piazze.

Nel mondo.

Da anni.

Le visioni serali e private del “Grande Occhio” non erano state ritenute sufficienti dal Congresso Mondiale sulla Mediaticità e Demagogia, a cui avevano partecipato, dando il proprio scontato assenso, i rappresentanti di tutte le nazioni tecnologicamente avanzate del pianeta Terra: c’era bisogno di un evento collettivo, di una danza mentale totalizzante, di un catalizzatore mondiale dell’emotività. Un appuntamento mediatico settimanale capace di estirpare ogni traccia di individualismo o la malsana propensione al “tempo libero” e all’estasi privata; un generatore di desideri pilotati ed economicamente conformi alle linee guida della Grande Catena Produttiva.

Prima del collegamento olografico, la recita collettiva e a voce unisona dell’abituale motto fraternizzante, appositamente studiato dal Comitato Centrale e proiettato sui megaschermi delle colonne, creava la giusta atmosfera empatica:

“Insieme è uguale.

Insieme è bello.

Insieme è felicità.”

“Signore, devo chiederle di seguirci in Centrale!” – disse uno dei poliziotti mentre l’altro affiancandosi all’uomo era pronto ad afferrarlo per un braccio nel caso di un tentativo di fuga o di uno scatto violento.

“Ma perché? Cosa ho fatto? Stavo solo ammirando un tramonto! Non è reato farlo, no? Ho sempre partecipato ai raduni del lunedì… Cosa ci sarà di nuovo nella visione collettiva di stasera?” – chiese l’uomo mentre i due poliziotti si guardavano in faccia esterrefatti e non credendo alle proprie orecchie.

“Lei ha violato la Legge! Lo sa benissimo… – disse uno dei due agenti senza aggiungere niente di nuovo a ciò che l’uomo sapeva già – Il suo disturbo dissociativo non solo danneggia la sua stessa persona che non si nutre del Sapere Comune, ma soprattutto danneggia la collettività con la sua tendenza N.P. (Non Partecipativa)… Il suo sciocco anticonformismo è fastidioso e inutile! Cosa crede di dimostrare standosene qui a guardare il suo tramonto, di essere migliore di quegli altri che a quest’ora saranno già tutti radunati, felici e inquadrati, intorno alle colonne dei condomini e delle piazze? Crede questo?”

“Io… veramente…”

“Crede che questo suo patetico tentativo di collocarsi al di fuori del Sistema, la renderà più felice e soddisfatto della propria esistenza? Non ha mai pensato che invece tutto sarebbe per lei molto più inutilmente complicato? Crede che l’originalità, il libero arbitrio, la creatività, la riflessione solitaria rappresentino le vere soluzioni per i mali del mondo? Crede davvero che occorra più coraggio per essere soli? Crede di essere un eroe? Crede che non sia abbastanza coraggioso far parte di una grande e immensa famiglia?”

“Io volevo solo…”

“Voleva cosa? Cosa si può volere al di fuori del bene comune? Lei è solo un povero egoista! Un narcisista destinato all’estinzione! Un anacronistico fuorilegge senza futuro! Un improduttivo libero pensatore!”

“Aiutatemi!” – l’uomo esplose in un pianto liberatorio.

“Siamo qui per questo, signore! Non l’abbandoneremo qui da solo…” – rispose l’altro agente mettendo una mano sulla spalla del delinquente.

“Grazie!”

“Venga con noi, signore. In Centrale ci sono persone specializzate che la sapranno aiutare con professionalità e amore!”

“Grazie, grazie… Sono stato proprio uno stupido! Per fortuna che ho incontrato voi…”

“Non si preoccupi… Si fidi di noi! Vedrà che guarirà e tutto ritornerà come prima!”

L’imbrunire avanzava come sempre circondando le buie periferie del centro cittadino illuminato e caldo. La settimana era cominciata con l’energia e l’ottimismo di sempre: la gente che abbandonava diligentemente le gioiose piazze della visione collettiva, si dirigeva con spirito produttivistico verso i luoghi di quella sacrosanta socializzazione che animava da tempo immemorabile il motore del mondo. Il Sapere Comune era stato adeguatamente elargito e il garbato attrito causato dall’incontro di quelle omogenee particelle umane durante la visione, aveva ricaricato le batterie sociali della comunità.

La triste e lenta cultura dell’uomo antico era stata sostituita dall’informazione liofilizzata e pregustata dai palati dei nuovi padri.

L’inadeguatezza del solitario sarebbe diventato un triste ricordo da archiviare.

Nessuno, mai più, sarebbe rimasto solo.

versione pdf: L’ultimo tramonto

 ♦

racconto rivisto e corretto: 8 aprile 2020

– video correlato –

“Todo cambia”, Mercedes Sosa

 

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