“Dalia di mare”: 3 domande a Carolina Montuori

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“Il dolore può farti poetare, ma non sa essere poeta.”

Nata a Napoli nel 1990, Carolina Montuori si è laureata in Filosofia presso l’Università degli Studi “Federico II”. Educatrice e insegnante, è autrice di recensioni ed articoli culturali su riviste nazionali che mettono in risalto l’impegno delle donne nel campo della cultura. È recentissima la sua prima raccolta di poesie, Dalia di Mare (Terebinto Edizioni, 2020) e la partecipazione alla raccolta antologica Maelstrom, negli abissi dell’anima, a cura di Emilia Dente (Terebinto Edizioni, 2020).

  • Ti sei autodescritta, con una frase che mi ha molto incuriosito, così: “Io sono Rodari travestita da Pascoli che canta come Dalla”. Vorresti sviluppare ulteriormente il significato di questa definizione?

In una parola: “infanzia”, la mia. Quando si è bambini, si cercano riferimenti utili ad orientarsi nel proprio piccolo mondo. I miei erano: tre libri cartonati di Gianni Rodari da aprire in caso di “amore per la sapienza” e delle musicassette di Lucio Dalla per “sognare di amare”. A tal proposito desidero raccontare un aneddoto. Avevo diciassette anni, mi trovavo alla Feltrinelli di piazza dei Martiri a Napoli, con mio padre. Ci siamo ritrovati al piano superiore, ognuno con il proprio libro. Lì, solo tra i volumi esposti, c’era un piccolo signore con una papalina colorata e degli occhiali. Ricordo la scena come fosse ieri. Mio padre, dopo qualche tentennamento, gli chiede timidamente un autografo sul libro che aveva scelto. Dalla guardò Le Catilinarie di Cicerone e disse: “Proprio qui? Ne è sicuro?”.

Quella deferenza mostrata davanti a Cicerone mi ha per un istante suscitato un’immagine assurda, come se i due, Dalla e Cicerone, fossero stati l’uno davanti l’altro e il primo, umilmente, rendesse omaggio al secondo.

Giovanni Pascoli, invece, è incontro avvenuto ai tempi delle lezioni di letteratura a scuola. Mi sono invaghita del suo “velo”, della sua “nebbia”, ovvero delle immagini da lui elaborate per rappresentare la sua realtà, a volte insostenibile. X agosto è un manifesto di riferimento per la mia poetica, seppur giovane e ancora in evoluzione.

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Dive e non

N I G R I C A N T E

Osservo una foto di giovani donne, poco più che bambine, in gruppo, quasi tutte sorridenti, complici tra di loro, con sguardi furbetti d’intesa, in procinto di combinare qualcosa di spettacolare. Non è una delle immagini usate in questo post, ma una foto privata proveniente dalla vita reale. E che insegna cose sul futuro.

Tra di loro ci sei anche tu, mescolata al gruppetto, affiancata fisicamente alle altre, ma non del tutto partecipe come se un velo di tristezza ti impedisse il tuffo definitivo nelle acque della vita sociale, non ancora convinta e diluita nell’euforia instillata da chi detiene il comando emotivo della comitiva: nel tuo modo, quasi sospettoso e guardingo, di osservare le altre – le dive – c’è tutta l’inadeguatezza della tua età, del tuo carattere amorfo, all’apparenza insicuro, il non sapere ancora chi o cosa sei, la voglia di emulare la sicurezza delle compagne più smorfiose o quella…

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