Dal postmoderno al post-covid, da Lyotard a Ilona Staller, passando per Mina.

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“I SOLDI SON DESIDERI”

Dal postmoderno al post-covid, da Lyotard a Ilona Staller, passando per Mina.

“I sogni son desideri!” stracanta Mina per la Tim; sempre meglio dell’odioso e ossessionante mantra demenziale “… scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola, scivola…!”. Ma magari gli ideatori di certi spot scivolassero e sbattessero forte la testa per terra! Ci risparmieremmo un sacco di inutili rumori che interrompono film e trasmissioni interessanti, costantemente frazionate da queste incursioni che danno da mangiare agli schiavi truccati che lavorano in tv. E tra un desiderio e l’altro, il plot delle pubblicità si sta adattando ai tempi e alle sventure della popolazione: la pubblicità sta diventando covid-friendly e i messaggi buonisti abbondano dallo spot sui pannolini a quello delle automobili.

In America i nuovi poveri, scendendo dai loro suv, hanno imparato a fare la fila davanti alle mense dell’esercito della carità: hanno tutto, viaggiano forte, succhiano benzina, posseggono case, ma per mantenere tutto questo apparato di benessere c’è bisogno di lavorare. E allora, al tempo del distanziamento sociale (e lavorativo) causato da covid, i soldi finiscono, le bollette continuano ad arrivare e ti ritrovi come se niente fosse a fare la fila per una minestra. Lo ha detto anche Michail Gorbačëv, ve lo ricordate? Il “controrivoluzionario” russo che molto realisticamente finì di congelare una guerra già piuttosto freddina perché si accorse che c’erano altre esigenze, altri problemi, altri scontri su altri piani da affrontare? Torna a ripetercelo oggi, nell’era covid: basta con le spese militari, concentriamoci sulle strutture che curano l’uomo e non su quelle che lo distruggono. Lo ascolteranno? Chissà. Se i potenti rinunciassero a una minima percentuale degli armamenti già sarebbe un successo in termini di nuovi ospedali, respiratori, mascherine, ambulanze, altri medici e infermieri da arruolare, laboratori attrezzati per la ricerca in ambito virologico e batteriologico…

Ma la festa capitalistica continua, deve continuare: c’è infatti chi vuole forzare la fase 2, passando direttamente alla 3 o 4. Ho perso il conto… La pubblicità ci educa, ci aiuta a capire come devono andare le cose da oggi in poi, come dobbiamo riprendere a vivere: è vero, è stata dura, ma ce la faremo! Addirittura la pubblicità scimmiotta la teoria evoluzionistica del “non sarà più come prima, caro primate diventato Uomo!”: l’importante è che, anche da casa, tu capisca quali sono i marchi commerciali che ti vogliono bene anche quando stai in quarantena o in fase 2. L’importante è restare sul pezzo consumistico anche se dovrai imparare a convivere con il virus fino all’arrivo di un eventuale vaccino. Perché la pubblicità è pleomorfica ed è lì per assicurarti che il tuo prodotto preferito ti è vicino anche in questo momento, non t’abbandona, cammina con te, soffre con te, ti soccorre e si trasforma per venirti incontro in questa fase evolutiva delicata. Sul tuo dentifricio potrai sempre contare! I tuoi assorbenti non ti tradiranno mai…

Se la campagna motivazionale l’avesse gestita Ilona Staller, il motto sarebbe stato molto probabilmente: “Andrà tutto pene!”, nel senso che, nonostante i validi provvedimenti governativi per il contenimento dell’infezione (validi nonostante la confusione creata dai contro-provvedimenti dei governatori nelle varie regioni), la fase post-covid appare alquanto confusa o, come direbbe la signora summenzionata, gestita “a cazzo!”, ovvero navigando a vista, senza un piano, almeno finora, chiaro, senza un progetto concreto, un ruolino di marcia a cui fare riferimento, lasciando troppa carta bianca ai territori assetati di ritorni alla piena produttività: carta che, si spera, non verrà usata come suggerito dal grande Totò all’ufficiale nazista nel film “I due colonnelli”, ma per realizzare davvero un rientro razionale, sensato, che non causi “contagi di rimbalzo” più che di ritorno.

Non avevamo ancora finito di metabolizzare “la condizione postmoderna” teorizzata da Lyotard (anche la politica e le ideologie hanno dimostrato di aver subito una trasformazione in chiave postmoderna, ma nel senso negativo del termine), e già siamo costretti a proiettarci verso la nuova “condizione post-covid” – che del postmoderno forse ne costituirà l’epitaffio – in vista della restaurazione di un rinnovato ordine mondiale, come richiesto dalle pressanti esigenze sanitarie planetarie. Un nuovo sistema di cose detterà il da farsi all’industria culturale, e forse anche l’arte, la scrittura, la musica, dovranno – come la pubblicità – asservirsi al nuovo ordine sanitario intercontinentale. Perché la pubblicità non contrasta il potere ma lo asseconda per sopravvivere con esso a ogni catastrofe: come il fungo che banchetta ai piedi degli alberi, sperando che nessuno li tagli.

Si passa dall’atomizzazione del sapere alla sua necessaria riunificazione quale risposta confermativa a una pandemia che ha dimostrato, secondo alcuni, il fallimento del “solone”, la capitolazione quasi definitiva dell’individualismo in nome di un’azione comune, solidale, sincronizzata. C’è bisogno di ritornare di nuovo all’”uomo moderno” snobbato dai postmodernisti, di fare pace con quei valori unitari da egli stesso difesi e poi dimenticati perché inapplicabili in una società frammentata come la nostra. Organizzare pubbliche “fucilazioni morali” di diffusori di fake news; promuovere la pratica delle “frustate d’ufficio” per allarmisti, complottisti, novax, bastian contrari della scienza ufficiale e delle teorie convalidate dai governi. Ritornare a una fede di stato capace di uniformare le voci interiori della popolazione e di armonizzarle in vista di desideri comuni. Bandire il relativismo scientifico dalle università e dalle scuole: le troppe teorizzazioni contrastanti indeboliscono l’azione comune, unica arma per vincere il nemico invisibile. Solo alcuni intellettuali, non tutti, saranno convocati a parlare in pubblico: l’intellettuale, quello vero, ritornerà a occupare il suo posto, e la sua voce non sarà coperta dai versi starnazzanti dei tuttologi. Si passerà dalla “morte del soggetto” alla “morte dell’oggetto” e la Pubblicità avrà un ruolo importante nel veicolare questi nuovi valori consumistici in chiave non più capitalistica bensì comunitaria: spendere, consumare, produrre per il bene comune. Il definitivo abbattimento degli egoismi in seno ai vari stati dell’Unione Europea sarà il passo successivo: dagli Eurobond strappati a morsi, calci e pugni, si passerà gradualmente alla completa eliminazione della moneta quale strumento di scambio di servizi (e di aiuti); come nella società auspicata da Gene Roddenberry in “Star Trek”, nessuno in futuro utilizzerà più i soldi per avere “cose” o servizi: tutti avranno il necessario per vivere senza dover uccidere, imbrogliare, rubare, capitalizzare, salvare banche. Sarà un “kibbutz planetario”!

I cervelli e i cuori saranno concentrati solo ed esclusivamente sul benessere di tutti e non del singolo imprenditore. Lo sviluppo della scienza e della tecnologia sarà finalizzato al raggiungimento di obiettivi planetari e non all’arricchimento di pochi. Le tensioni spariranno, le guerre con esse; le energie culturali dell’umanità saranno utilizzate facendo ricorso a una filosofia open source supervisionata da esperti non improvvisati oppure virologi-opinionisti televisivi: a partire proprio dal futuro vaccino anti-covid che non dovrà arricchire un solo marchio dell’industria farmaceutica, e il cui brevetto dovrà essere donato gratuitamente a più produttori sparsi sul pianeta. Questo per iniziare: in seguito anche i vari produttori locali dovranno essere “diluiti”, e con essi i loro capitali, in un ampio discorso di “sanità pubblica” da contrapporre alla “sanità delle assicurazioni” che lascia indietro i non Berlusconi della società. Il ripristino di ideologie totalizzanti non per destabilizzare il mondo tramite nuove guerre, con uomini autoritari al comando (come auspicato da certi sovranismi di provincia), ma attraverso il consolidamento di un Pensiero ormai polverizzato, senza più legami con il passato e senza un’idea di futuro.

Ricondurre la morte a una centralità perduta e contrastare lo scollamento dell’uomo dalla realtà. Nell’era post-covid la morte smette di essere un tabù, un’icona televisiva, ed entra nelle case, porta via senza un saluto i nostri cari e i vicini; ridiventa compagna da rispettare e onorare, vera, solida, tangibile, creatrice di un prima e un dopo e non più vago concetto romanzabile.

Dalla dissacrante parafrasi “I soldi son desideri” ritornare a una valorizzazione del sogno non in vendita, a un bene comune che faccia sognare tutti e non solo i soliti noti.

Non so se sarà questo, descritto confusamente qui sopra, lo scenario, o una porzione di scenario, che ci attende nel futuro: fatto sta che a volte anche da una (spero ve ne siate accorti!) fantasiosa provocazione farneticante e disordinata come questa, si possono trarre spunti realistici da non sottovalutare in relazione alle lunghe distanze che la storia ci offre.

Buona “Fase 2” a tutti!

versione pdf: Dal postmoderno al post-covid, da Lyotard a Ilona Staller, passando per Mina.

(immagine di Pawel Kuczynski)

– video correlato –

“I sogni son desideri”, Cenerentola

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