Messa in moto. L’ateismo dei virus

35388245_2060081104258297_7197056679064633344_o

MESSA IN MOTO

L’ateismo dei virus

Ieri un prelato che va spesso in televisione e che ho sempre apprezzato per il suo modo pacato di rapportarsi con l’interlocutore (anche quello immaginario dall’altra parte della telecamera), si è visibilmente alterato parlando della decisione secondo lui discutibile del comitato scientifico della protezione civile in materia di messe e celebrazioni varie (tranne i funerali con un tetto massimo di “invitati”) da continuare a vietare.
Il prelato, rosso in volto (ricordando un po’ il rabbioso monito wojtyliano “Convertitevi!” pronunciato in Sicilia all’indirizzo dei mafiosi), ha così energicamente affermato con piglio fideista: “la chiesa non è un luogo di contagio!”.
Già presa così la dichiarazione è condannabile perché la chiesa come edificio – da quel poco che ricordo – è un luogo di aggregazione al pari di altri, quindi suscettibile di assembramenti con tanto di abluzioni in acquasantiere, strette di mano al momento dello scambio del segno della pace, passaggi di monetine per la questua e distribuzioni eucaristiche: tutte pratiche che, in assenza per ora di un “decalogo per i fedeli”, anche senza un’ulteriore disamina igienista in questa sede, come è facile intuire costituirebbero occasioni di contatto improponibili e quindi di possibile contagio.
Ora, prescindendo dal bisogno di spiritualità, soprattutto in un momento delicato come questo, per controbilanciare il bisogno di cibo, quindi materiale, che ci spinge spesso in strada in questi giorni di pandemia tra supermercati e negozi alimentari vari (spiritualità che come ci suggerisce il saggio “Ascetismo metropolitano” di Duccio Demetrio può, anzi direi che dovrebbe, essere ricercata anche in luoghi “altri” – lo so, è più faticoso – diversi dalle chiese architettonicamente intese), direi che l’affermazione del prelato, sotto certi punti di vista irresponsabile quasi quanto quella di chi dice che si possono riaprire tutte le fabbriche, tanto il peggio è passato, nasconde un altro tipo di indignazione. Si tratta non solo dell’indignazione per una presunta decisione illiberale nei confronti del fedele impossibilitato ad abbeverarsi presso la fonte religiosa preferita, ma di una “stizza” d’altra natura, che nasce dall’aver osato rapportare e messo di fatto sullo stesso piano il luogo sacro con quello laico, la chiesa con la fabbrica, la pizzeria o il minimarket. Mi verrebbe da dire: il metafisico con il fisico.
Anzi, non allo stesso livello, bensì a un gradino inferiore: infatti alcune realtà commerciali stanno riaprendo anche se in maniera trasversale e incompleta. È difficile dover ammettere che le chiese, dinanzi al potere oggettivo e non immaginifico della natura, sono luoghi uguali agli altri. È difficile dover ammettere che l’unico luogo spirituale non controllabile da alcuna istituzione, quello sì inattaccabile da qualsivoglia virus, è e resterà sempre la nostra interiorità.
L’affermazione arrabbiata “la chiesa non è luogo di contagio!” denuncia, se mai ce ne fosse bisogno (ma la pandemia forse ha reso definitivamente consapevoli alcuni irriducibili di una verità ormai tangibile e di una caducità che non conosce gerarchia), la perdita di un primato, quello taumaturgico, da parte di un potere, quello religioso (nel senso di istituzione), nei confronti della realtà oggettiva offerta dalla cruda scienza e dalla riproducibilità dei suoi dati sperimentali, e nella fattispecie dalla virologia.
La vera ricerca spirituale (anche quando si parla di “popolo di Dio”) non può che essere solitaria: tutto il resto è “caciara” postconciliare. L’immagine di Papa Francesco che prega da solo in Piazza S. Pietro sarebbe potuta essere l’occasione per un salto di qualità da parte della Chiesa, per l’emancipazione (ormai tardiva) da una spettacolarizzazione di debordiana memoria ma, come accade da secoli all’interno della Chiesa, esistono correnti di pensiero interne che contraddicono l’operato illuminato (e gli esempi muti) di certi Papi. O viceversa: Papi che affondano spinte evoluzionistiche positive nascenti dal basso. Se il suddetto prelato s’indigna, Papa Francesco comprende con serenità e giustifica l’ulteriore sacrificio richiesto ai fedeli. Insomma, almeno fate pace tra voi!

Afferma Gurdjieff nei suoi 83 comandamenti (in realtà rielaborati e “rimasticati” da Alejandro Jodorowsky): “Nel luogo in cui vivi, dedica sempre uno spazio al sacro.” Anche perché, chiederei provocatoriamente a chi di dovere, se per assurdo la chiusura delle chiese divenisse permanente, smetteremmo di alimentare la nostra fede? Smetteremmo di pregare? Di ricercare il sacro nelle nostre vite?
Perché siete così spaventati dal ritorno (è solo un’ipotesi, tranquilli!) a un approccio eremitico del dialogo con Dio?
Perché avete così bisogno della “massa domenicale” – più che della messa – e del suo consenso sociale? Forse perché sapete in cuor vostro che, presi singolarmente e in fase di autoisolamento, come fedeli valete poco, siete deboli e quindi avete bisogno di un comunitario bagno di folla che vi faccia stare bene? O forse sono i prelati che hanno bisogno di vedervi inquadrati e allineati per meglio “pascolarvi”?
Nonostante la ricerca astronomica effettuata dalla Specola Vaticana e la piena (seppur tardiva) riabilitazione di Galileo Galilei, sopravvivono ancora in seno alla Chiesa sacche di un ingiustificato miracolismo che entra inevitabilmente in contrasto con il dato scientifico. Voi direte: e grazie, sennò con che cosa farebbe presa sulla gente? Non a caso si sono prontamente allineati all’indignazione della CEI le poco illuministiche opposizioni politiche di questa repubblica, la nota tv “progressista” Rete4, i complottisti della prima ora che hanno sempre sminuito – quando non addirittura negata – la portata della pandemia, i vari renziani del “riapriamo tutto con l’aiuto di Dio!”, e altra varia umanità non elencabile per pudore. In conclusione la “crema” dell’anti-scienza italica che nell’indignazione populistica (soprattutto quella religiosa) ci sguazza per definizione.
La Chiesa, intesa come comunità spirituale e non solo come fabbricato, è senz’altro un “luogo di contagio” di certi valori intramontabili che poco hanno a che fare con il miracolo o la magia che guarisce, ma nello svolgere la sua funzione comunicativa di questi valori – dobbiamo dircelo, caro prelato indignato! – potrebbe diventare anche luogo di contagio virale.
E questo, indipendentemente dalla forza della nostra fede che ci sostiene e ci protegge su altri versanti, non possiamo per ora permettercelo.
Il virus è ateo!
Amen!

versione pdf: Messa in moto. L’ateismo dei virus

– video correlato –

“Messa in moto”, Caparezza

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.