Lettura da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”

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Lettura da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” (La testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G. I. Gurdjieff) di P. D. Ouspensky; Casa Editrice Astrolabio.

Lettura da pag. 157 a pag. 160 del Capitolo Ottavo a cura di Michele Nigro.

Stokkfisk

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Dolce vento di speranza
psicopompo per anime arse
benvenuto tra lenzuola umide
e tovaglie sconvolte
al termine di afose agapi,
attraversa con forza
le carni immobili.
Spolpami dalle ossa di città
seccami come stokkfisk
abbandonato ai tuoi nordici cugini.

(tratta da “Poesie minori. Pensieri minimi”, ed. nugae 2.0 – 2018)

il cut-up di Burroughs e i “Promessi Sposi”

Visto che in questo periodo “pestifero” è tutto un gran pullulare di riletture manzoniane in chiave pandemica, beccatevi questa rilettura “speciale” cut-upizzata alla maniera di Burroughs del celebre incipit de “I Promessi Sposi” (per la tecnica usata, vedi video riportato nel post).

N I G R I C A N T E

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a…

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Dive e non

N I G R I C A N T E

Osservo una foto di giovani donne, poco più che bambine, in gruppo, quasi tutte sorridenti, complici tra di loro, con sguardi furbetti d’intesa, in procinto di combinare qualcosa di spettacolare. Non è una delle immagini usate in questo post, ma una foto privata proveniente dalla vita reale. E che insegna cose sul futuro.

Tra di loro ci sei anche tu, mescolata al gruppetto, affiancata fisicamente alle altre, ma non del tutto partecipe come se un velo di tristezza ti impedisse il tuffo definitivo nelle acque della vita sociale, non ancora convinta e diluita nell’euforia instillata da chi detiene il comando emotivo della comitiva: nel tuo modo, quasi sospettoso e guardingo, di osservare le altre – le dive – c’è tutta l’inadeguatezza della tua età, del tuo carattere amorfo, all’apparenza insicuro, il non sapere ancora chi o cosa sei, la voglia di emulare la sicurezza delle compagne più smorfiose o quella…

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L’ultimo tramonto

Questo racconto scritto anni fa, già pubblicato su varie riviste e in una mia raccolta di racconti, e oggi ripresentato su questo blog dopo un leggero ri-editing, fu concepito ricalcando quasi fedelmente il solito e piuttosto inflazionato cliché distopico, caro a una certa letteratura fantascientifica sociologica, di una futura società omologata e anti-individualista. In questo periodo di quarantena (e, per alcuni, di riflessione) imposta per decreto, a causa dell’emergenza da Covid-19, e di paventate violazioni delle libertà individuali come quelle raccontate nella mia storiella (violazioni, guarda caso, sbandierate da chi non ha mai conosciuto veramente sulla propria pelle il significato del termine costrizione), ho sentito l’esigenza di rileggere questo breve racconto adoperando un’altra chiave interpretativa, decisamente più impopolare di quella usata anni fa mentre lo scrivevo: e se fosse la difesa ad oltranza di un certo tipo di individualismo e di uno scellerato libertinismo travestito da libertà – e spacciato dalla filosofia consumistica come valore indiscutibile – a costituire una minaccia per la vera libertà superiore e non a buon mercato? E se la vera Libertà, quella duratura e con la “l” maiuscola, cominciasse proprio nel momento in cui rinuncio a un pezzetto, e per un breve periodo, della mia? E se la quarantena fosse un’occasione per riscoprire, nel silenzio e in un provvidenziale “distanziamento sociale” imposto dalle autorità, la nostra originalità? Ovviamente, seguendo la “trama” del mio raccontino, le nostre simpatie si dirigono in maniera quasi spontanea verso lo sfortunato e oppresso protagonista senza nome; con le dovute differenze: se a noi viene “consigliato” di stare da soli in casa, al soggetto del racconto viene imposto di stare “insieme” agli altri. Tuttavia il mio invito a una sua rilettura critica, cambiando filtro interpretativo, resta invariato; all’indomani della rivoluzione culturale del ’68, e con più forza nel corso dei successivi anni ’70, il fumo e la libertà sessuale – tanto per fare due esempi facili – furono considerati parametri rivoluzionari, strumenti ideologici e di costume per andare contro, per decostruire indirettamente il “pensiero unico” paternalistico della famiglia e della politica dell’epoca. Già a partire dagli anni ’80, anche se in pieno yuppismo (o forse proprio perché in piena fase yuppie e quindi riguardante una generazione all’inizio fedele alla propria ideologia radicale ma in seguito, come tutti, anestetizzata e rammollita dai frutti succulenti del benessere), la favola libertaria cominciò a imbarcare acqua da più parti dello scafo: diventò rivoluzionario, a causa del cancro ai polmoni e dell’emergente infezione da HIV, smettere di fumare e avere una vita sessuale meno libera o almeno più protetta. Cantava Mercedes Sosa: “Todo cambia!”.

Mentre attendiamo la cura (non quella di Battiato!) per questo nuovo terremoto epidemico, oscilliamo – in cerca anche di una cura culturale, economica e politica – tra gli avvisi allarmistici degli anarchici che ci intimano di non sottovalutare le apparentemente innocue restrizioni del governo Conte e le profezie degli intellettuali di destra ai quali non pare vero di poter cavalcare l’onda pandemica in vista di un totalizzante rinnovamento sociale in chiave cristiana: dopo lo “USA for Africa” è tempo di lanciare un sano “Jesus Christ for Italy” (anzi, for Europe; Ratzinger li aveva avvertiti – un po’ come Calasso dal Corriere della Sera – che ci eravamo troppo ammosciati e che l’Europa non si voleva più tanto bene! Ma niente: i signori cardinali l’hanno trombato sostituendolo col “mondialista” Francesco).

Sulla gestione filosofica e pratica del “dopo covid”, comunque, come sempre la saggezza starà nel mezzo: al netto del ripristino delle nostre preziose e intoccabili individualità consumistiche, bisognerà rinverdire il concetto di bene comune che non per forza è sinonimo di costrizione o di omologazione, e che non significherà più solo pagare le tasse e gettare la spazzatura nei giorni prestabiliti, e chi si è visto s’è visto! Bisognerà riprogrammare comportamenti, abitudini, scelte economiche, ideologie produttivistiche, culture gastronomiche, strategie comunicative… Evolvere dallo sconsiderato “divertimento collettivistico” di questa nostra tribù progredita a un individualismo responsabile, povero ma non misero (come ci ricordava Goffredo Parise in tempi non sospetti), rinunciatario e mai egoico. Forse mi sono allontanato troppo dal racconto. Buona lettura!

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L’ultimo tramonto

“Ogni mattina alla stessa ora
e allo stesso minuto, noi, milioni,
ci alziamo come un essere solo.”

(dal romanzo distopico “Noi”
di Evgenij Zamjatin – 1921)

 

Era il momento giusto.

Anche il posto sembrava perfetto: l’uomo fermò la sua elettricar su un lato della strada deserta che correva parallela alla spiaggia prima di incastonarsi tra i palazzi della città. Scese dall’abitacolo e mentre lo sportello si chiudeva automaticamente dietro di sé, i suoi passi e il suo sguardo erano già diretti verso quella meraviglia a cui nessuno badava più, ormai da tempo immemorabile.

L’enorme palla di fuoco arancione semi immersa nell’acqua salata, facendosi largo tra l’atmosfera incendiata e le isolate nuvole di panna salmonata, rendeva il suo quotidiano omaggio al mondo, genuflettendosi e doppiando per l’ennesima volta l’orizzonte conosciuto. Gli ultimi insistenti brandelli di luce, scagliandosi disperatamente contro le montagne del promontorio, delineavano con la precisione di un cartografo i bordi azzurri della costiera dalla quota più alta in cui s’inerpicava fino al punto esatto in cui s’immergeva nelle acque di un mare incredibilmente calmo.

Altrove, la stessa “compagnia teatrale” cominciava il primo atto della solita commedia intitolata “Il sole che sorge”: stesso attore protagonista, stesso regista, pubblico impermanente. In scena da miliardi di anni.

Una leggera brezza di terra cominciava a soffiare come da copione e l’impressione fotonica della stella sulla retina dell’uomo, che non temeva il gradevole confronto accecante, presto sarebbe stata attutita dai tenui colori dell’imbrunire.

Il cielo azzurro era graffiato dalle bianche scie di aerei velocissimi e indefinibili; sulla spiaggia carcasse di tronchi d’alberi scorticati e rimodellati dall’estro marino, erano stati disposti sulla sabbia in maniera casuale dall’ultima marea come corpi inconsapevoli e felici.

La Perfezione, dunque, non era solo un concetto astratto come aveva sempre creduto ma una condizione dell’anima realmente possibile. E quella scena non mediata da altri, che l’uomo aveva conquistato in quei rari minuti dinanzi al mare, ne rappresentava la prova tangibile.

L’atavica paura nei confronti dell’oscurità notturna, ricca di misteri e di sensazioni ancestrali mai risolte, era stata sconfitta dalle luci artificiali che combattevano la solitudine creativa durante le elettriche notti dell’Uomo Tecnologico. La necessaria riverenza verso l’ignoto era stata superata grazie all’imposizione globalmente riconosciuta della cosiddetta “Visione Collettiva” con cui sentirsi meno soli. L’umanità aveva imparato ad aborrire il reale e a considerare eversivo lo strano esercizio della riflessione.

L’individualismo estetico divenne pian piano, nel corso degli anni, opinione velatamente fastidiosa, parametro per rapide valutazioni sociali, motivo di segregazione e infine motore della persecuzione legalizzata…

L’uomo era consapevole del fatto che stesse violando la Legge.

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Bella Italia

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Quanto sei bella, Italia mia
che sai di melone e
pane appena sfornato,
di lontane bande musicali
e infedele nostalgia di paradisi
in terra,
serali suoni marziali e giubilanti
appresso a santi non creduti
eppure rispettati e lasciati campare
come utili parenti tollerati,
al sapore di casa e di madri
in preghiera oltre la miscredenza
di una ragionevole età,
anarchica nella fede
osservatrice dai balconi
di estive curiosità d’antropologo.

Sento passare processioni
e lenti processi interiori
ai lati dell’indifferenza,
la forza del gruppo
di donne devote
con l’anima in pace
e rinnovate speranze.

Quanto sei bella, Italia mia
di scandali benedetti
dalla ragion di stato e di chiesa
e litanie di pie ignoranze
plaudenti a idoli infiorati d’oro
immobili e peccaminosi
nel loro silenzio
tradotto dall’uomo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, ed. Kolibris – 2019)

Quarantena e poesia: 3 domande a Franco Arminio

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Franco Arminio è un autore che – come si usa dire in questi casi – non ha bisogno di presentazioni. Poeta, documentarista e paesologo (nel 2015 dà vita alla “Casa della paesologia” a Trevico), direttore artistico del Festival della paesologia “La Luna e i Calanchi” di Aliano, ha pubblicato romanzi e numerose raccolte di prosa breve e di poesie, registrando un successo che, nell’ambito di un genere letterario di nicchia come quello poetico, potremmo considerare raro: “Cartoline dai morti”, Cedi la strada agli alberiPoesie d’amore e di terra”, “Resteranno i canti” e il più recente L’infinito senza farci caso”, solo per citarne alcune. Apprezzato su tutto il territorio nazionale per i suoi reading in cui il pubblico non ha mai un ruolo marginale ma è co-protagonista attivo, è un intellettuale ad ampio spettro che mi piace definire – rubando un termine al lessico medico – “internista”, per il suo impegno letterario e civile nel cantare, valorizzare e difendere la cosiddetta Italia interna, fatta di borghi appenninici, paesi fantasma, terre desolate ma sacre per chi il sacro sa come cercarlo.

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In questo periodo difficile per l’Italia e il mondo, ho voluto rivolgere a Franco Arminio tre domande che, pur orbitando intorno ai temi madre della sua poetica, non potevano non subire l’influenza degli eventi attuali. 

  • Questo periodo di quarantena per molti è un tempo di sacrificio, di asfissia psicologica, di nevrosi solitaria o familiare; il ritrovarsi isolati costringe “a darsi retta”, a frequentare se stessi e a concentrarsi sulle piccole cose ignorate. Per altri, invece, più “predisposti” dei primi, al netto della tragedia in atto, è un piacevole tempo di conferme nel silenzio, di armonia interiore coltivata in tempi non sospetti e che torna utile nel disorientamento generale. La Sua poetica incita a una ricerca dell’essenziale, del bello nascosto, di una semplicità lontana dalle luci della città, della libertà autentica. Crede che questa forzata esperienza collettiva orienterà, a emergenza conclusa, i più “distratti” verso una rivalutazione di questa ricerca?

Non lo so, ovviamente, ma temo che non lo sappia nessuno. Credo che una parte di persone comunque si orienterà nella ricerca di una forma di attenzione. Diciamo che “saranno un po’ meno distratti”, ma si tratterà purtroppo di una piccola parte.

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  • Nel libro “L’Italia profonda” (2019), scritto con Giovanni Lindo Ferretti, si descrive un’Italia assopita, nascosta, disabitata e dimenticata. Due riflessioni differenti ma complementari: ognuna scaturita da una diversa esperienza di vita “appenninica”. Che sviluppi avrà, secondo Lei, la diatriba non nuova (accentuata dai “fatti pandemici” di questi giorni) tra globalizzazione e una sempre più crescente rivalutazione paesologica delle piccole realtà?

Nell’immediato ci sarà una crisi di tutto ciò che è legato alla globalizzazione, al dominio del modello produzione-consumo e del modello economico in generale. Ma ciò accadrà solo nella prima fase di questa storia nuova che stiamo vivendo; poi piano piano è probabile che tutto si assesterà e ritornerà a come era prima della pandemia. Quindi sarà importante in un primo momento, che andrà da maggio alla primavera successiva – in un arco di tempo che coprirà circa un anno! -, realizzare una grande battaglia culturale per dare più spazio alle posizioni che nella tua domanda definisci paesologiche o comunque no-global.

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Vite parallele

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Vite parallele

“Credo nella reincarnazione
in quel lungo percorso
che fa vivere vite in quantità
ma temo sempre l’oblio
la dimenticanza…
E già qui vivo vite parallele.”
da “Vite parallele” – Sgalambro/Battiato

 

Gli anni che precedettero il viaggio a Vienna furono duri.

Certe velleità artistiche possono spingere l’essere umano lontano, molto lontano. E la capitale austriaca rappresentava, agli occhi del giovane disegnatore, la “terra promessa” in cui poter realizzare il sogno da sempre coltivato: diventare un artista di successo.

Oltre alla cartellina contenente i disegni e l’astuccio con i lapis già consumati, il bagaglio del giovane consisteva in una semplice valigia ricolma di rabbia, frustrazione, intolleranza e tanta voglia di cambiare le cose. La miseria e la promiscuità del quartiere che l’ospitava non avrebbero certo migliorato il suo stato d’animo tetro e diffidente. 

Ma i sogni richiedono sacrificio e, tutto sommato, era finalmente giunto a Vienna dove, non importava se tra settimane o mesi, avrebbe avuto i primi contatti con il vero obiettivo del suo viaggio: l’Accademia di Belle Arti.

L’adolescenza costellata di insuccessi e il superbo isolamento in cui si adagiò, avevano sviluppato in lui la solipsistica certezza che il gusto per il bello non poteva e non doveva appartenere a tutti gli esseri umani: solo alcuni sparuti eletti, forgiati nel dolore e nella consapevolezza di dover ricercare una presunta purezza smarrita, potevano avvicinarsi alla comprensione di certe forme anatomiche ideali e all’apprezzamento di quei paesaggi naturali che richiamavano alla memoria la responsabilità e l’onore nell’essere teutonici.

I primi dischi di Wagner sul grammofono di casa e la commozione dinanzi all’impenetrabile barriera verde scuro della Foresta Nera; la dolce armonia delle vette innevate e la calma sorprendente dei laghi di montagna; la gelida agitazione del Mare del Nord e i ricordi infantili nella Selva bavarese; la bellezza della sua gente e l’orgoglio per la storia di un paese che nascondeva le sue nobili origini sotto una coltre di vergogna storica. 

Tutti questi aspetti trasparivano dai tratti nostalgici dei suoi disegni e le scene rappresentate in essi non testimoniavano la Germania del presente, ma sembravano piuttosto i promemoria di chi attende il ritorno di un’epoca arcaica mai vissuta e soltanto letta o sognata.

La bolgia umana che ritrovò a Vienna, rinforzava ancora di più le sue paure nei confronti di una minaccia che presto avrebbe assunto i connotati di un gruppo di responsabili da combattere con veemenza e ossessionante paranoia. E la ricerca di una “fonte pura” da cui attingere l’acqua sacra di un nuovo ordine divenne il subdolo imperativo del giovane artista.

Sicuramente l’arte e la ricerca insita nel processo artistico lo avrebbero aiutato in questa sua missione, ed era per questo che doveva assolutamente essere ammesso all’Accademia. Si trattava di un passaggio fondamentale che avrebbe dato un senso a quella sua vita precaria e raminga, trascorsa nei vicoli notturni del quartiere ebraico, tra birre solitarie e osservazioni sociologiche arrotate su una pietra scintillante d’odio.

O almeno l’ammissione avrebbe, in un certo qual modo, compensato le ingiustizie finora subite.

L’esistenza non è una strada rinchiusa tra due invalicabili muri di pietra: spesso il cammino dell’uomo è interrotto da sottopassaggi, sopraelevate, incroci custoditi, piccole stradine a fondo cieco e bivi. Non ne comprendiamo la funzione, non sappiamo come adoperare queste varianti, fino a quando non ci viene presentata la necessità di cambiare direzione, e quando ciò accade pensiamo ancora di percorrere il tragitto iniziale che noi crediamo di aver deciso di percorrere. Ma non è così.

La presunzione umana si sviluppa contemporaneamente all’inconsapevolezza che ne caratterizza le gesta. Anche l’uomo più determinato nella sua follia, e ideologicamente appassionato, è sottoposto a tale regola; anzi, la pressione evolutiva che accompagna le decisioni di tali uomini è maggiore che in altri, e ha un effetto coadiuvante su quegli storici cambiamenti di rotta che non conosceremo mai nel loro aspetto più intimo.

Perché tali personaggi pensano di essere loro stessi i demiurghi delle variazioni di percorso e non il caso o chissà che. Poveri illusi: vittime della stessa vana gloria di un granello di sabbia che vaga sospinto tra le onde dell’oceano, illudendosi di nuotare.

La mattina del primo colloquio con i docenti dell’Accademia possedeva tutte le caratteristiche dell’animo oscuro e minaccioso del disegnatore: dapprima un cielo plumbeo e in seguito una pioggia incessante, preannunciavano una serata fredda fatta apposta per rintanarsi in una fumosa birreria del centro.

Salendo lungo le scalinate dell’Accademia il pensiero dell’artista andava incessantemente a rivalutare le opere che avrebbe di lì a poco presentato alla commissione: “… andranno bene? … piaceranno?” – chiedeva in modo ossessivo una voce interiore che lo tormentava da anni, costringendolo a oscillare rovinosamente tra le onde vorticose della disistima di sé, sempre in agguato, e i porti sicuri dell’autoerotismo artistico. 

Aveva atteso quel momento per molti mesi e aveva sopportato in silenzio la vicinanza di tanti esseri inutili e abietti nella squallida pensione in cui alloggiava: non poteva tirarsi indietro proprio ora che era a due passi dalla verità. 

Una verità che avrebbe aperto le porte del suo futuro in quella città e non solo.

Era attratto dalle adunanze, dalle accese discussioni ideologiche e dalla vita politica, anche se disprezzava i politici e non poteva certo affermare di possedere degli “amici” in ambito sociale; con l’eccezione di qualche raro estimatore dei suoi disegni e delle sue idee in alcune famiglie abbienti dell’alta borghesia austriaca. Una sorta di condizione schizofrenica lo induceva a un’eterna transumanza tra l’amore viscerale per la propria terra e il rifiuto di ogni coinvolgimento sentimentale nei confronti della gente comune che incontrava tutti i giorni. Allo stesso modo, proprio in virtù di questa contraddizione interiore, sentiva crescere dentro di sé la necessità di dedicare la propria esistenza totalmente all’arte e in modo particolare al disegno, alla pittura.

Sapeva di sicuro che la vita politica appena in parte avrebbe potuto colmare i laceranti vuoti creati dai rancori e dalle sconfitte della sua esistenza, e che solo la rappresentazione artistica sarebbe stata in grado di ricreare nel suo cuore e nella sua mente gli scenari idealistici di un mondo ormai scomparso. La bruttezza, il disordine sociale e l’ingiustizia che incontrava per le strade di Vienna sarebbero state sostituite dal suo personale ideale di bellezza. Ideale a cui – così sperava – si sarebbero ispirate le generazioni successive a quella presente, sempre più stanca, disincantata e avvilita, ma bisognosa di ritrovare volontà, forza e orgoglio per combattere le nuove minacce e quelle antiche, radicate da secoli nel cuore dell’Europa.

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Evasione

Per liberarsi da questa prigionia sensoriale e informativa c’è chi sceglie l’allucinazione in tutte le sue forme: un deleterio elogio della fuga – da non confondere con l’evasione salvifica – che diviene estraniazione al contrario, ovvero non più causata dall’essere parte di un feroce ingranaggio consumistico deciso dai padroni, ma da un autoesilio difeso con l’aggressività e dal rifiuto totale della ricerca dialogante e compassionevole.

N I G R I C A N T E

<<… L’evasione non è più intesa, come indicato nel pensiero marxista ed esistenzialista (Heidegger), come “l’atteggiamento di colui che si sottrae all’impegno politico o esistenziale, rifugiandosi nel formalismo, nella vita banale o in una situazione di fuga” ma, al contrario, poiché non sono più affidabili i parametri in base ai quali individuiamo la realtà esistenziale intenzionalmente obnubilata dal mondo dell’economia o la politica intesa come azione vera e non spettacolare diretta alla gestione dello Stato, l’evasione diviene un valore innegabile da ricercare ed esercitare costantemente proprio in vista di una riscoperta di ciò che il Sistema preferisce tenere nascosto.

Per liberarsi da questa prigionia sensoriale e informativa c’è chi sceglie l’allucinazione in tutte le sue forme: un deleterio elogio della fuga – da non confondere con l’evasione salvifica – che diviene estraniazione al contrario, ovvero non più causata dall’essere parte di un feroce ingranaggio consumistico deciso dai padroni, ma…

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Da Fukushima a Godzilla, passando per l’oceano…

… le ‘mostruosità’ che ci saranno restituite tra qualche anno dalla Natura avranno altre forme, meno eclatanti e ‘pittoresche’ di Godzilla, più silenziose, ma altrettanto terrificanti…

N I G R I C A N T E

A volte certi filmetti all’apparenza grossolani e fantascientificamente ridicoli, come nel caso del lungometraggio dedicato al dinosauro atomico Godzilla del regista giapponese Ishirô Honda (anno 1954), contengono, a ben vedere, messaggi drammatici, attuali e scientificamente plausibili. Questo cult movie non possiede il merito di aver dato vita al cosiddetto ‘cinema dei mostri’: già in passato l’industria cinematografica aveva puntato i riflettori su altri tipi di mostri. Basti pensare al King Kong del 1933, con la sola fondamentale differenza che mentre il ‘gorillone’ di Cooper e Schoedsack è l’esponente di un ecosistema cronologicamente e geograficamente isolato, quindi rappresenta il ‘prodotto naturale’ di un ramo deviato (e dimenticato) dell’evoluzione, il ‘dinosauro atomico’ di Honda è il risultato aberrante dell’azione scellerata dell’uomo sulla natura; la ‘risposta’ geneticamente modificata data all’uomo che ‘gioca’ con gli atomi. Impossibile non collegare la traumatica esperienza nucleare giapponese di Hiroshima e Nagasaki, verso la fine del secondo conflitto mondiale…

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