Lievito figlio

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Durò poco l’epopea dei lieviti
e dei morti senza ferita
ammucchiati sotto le mura porose
della deserta Troia digitale.

Era ignoto il grano raccolto
da macinare al buio
di epoche in declino,
altri i pani da far crescere
come figli imprevisti
e cuocere al sole di dystopia.

Ma il guardiano di storie
conosceva già quella fine
raccontata dagli avi,
furono tenuti in disparte dagli uomini
per ostentata profezia.

Avvisaglie evolutive e coprifuoco
sul teatro della storia,
preservi dalla sventura la madre
di future bianche farine,

non ti chiede di distogliere dalla vita
la crudele signora invisibile
il tuo sguardo assetato
di lievito figlio.

– video correlato –

“Lievito figlio”, lettura a cura di Michele Nigro

(immagine: Matteo Massagrande, “Bryant Park,” 2018 – fonte)

Il verde ritorno

Peeping Toms at the keyhole of eternity

C’è odore d’erba giovane
nell’aria tagliata della notte,
fresca di mondi in rinascita
torna la natura cacciata
dal paradiso senza uomini
a parlarci di antichi silenzi
di abitanti del cielo e della terra
e di inattese riconquiste.

Penetra illibata tra vicoli e quartieri
non teme gli anni perduti dell’acciaio
e le glorie del progresso,
il fiero verso che sembrava estinto
risuona nel buio limpido
dell’ora più buia.

– video correlato –

“The Way We Were”, Barbra Streisand

Fate presto!

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“FATE PRESTO!”

Qualcuno nel 1980, all’indomani del disastroso terremoto dell’Irpinia, rivolgendosi ai soccorritori, scrisse sui giornali: “Fate presto!”, in riferimento alle centinaia di persone intrappolate sotto le macerie, affinché venissero estratte ancora vive. Anch’io oggi, nel mio piccolo e per altre ragioni, torno ad esclamare un rinnovato “Fate presto!” riferendomi però a chi sta lavorando alacremente per giungere a un vaccino capace di immunizzarci contro Covid-19 in tempi tali da predisporci a una valida difesa per il prossimo autunno-inverno (come si fa con la moda!).
Ma la mia non è solo un’invocazione sanitaria: è, sarei tentato di dire “soprattutto”, un’invocazione per salvare la nostra salute mentale e la nostra residua dignità. Fate presto con questo vaccino affinché si possa salvare dalle macerie del terremoto delle soluzioni pasticciate e acrobatiche quel che resta della normalità e della nostra umanità. Soluzioni che, tirate a destra e a manca, come con la famigerata giacchetta, dal mondo politico (ovvero economico) e da quello scientifico, rischiano di trasformarsi in “soluzioni mostruose”, in bizzarrie estive da avanspettacolo, in paradossali ibridi legislativi spacciati per idee sagge. Ma sagge “de che”?

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Goccia a goccia

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Non si diventa nient’altro
che severi genitori dei nostri
genitori di speranze
quando partivamo all’imbrunire
verso nervose città ribelli,

di notte raccogliamo da terra
ossa tramortite dagli anni
e dalla chimica usata per
gabbare i rancori e i cuori cupi
di un pesante tramonto.

All’incrocio delle età, dentro casa
ci salutiamo ubriachi, ridendo
ognuno diretto al proprio traguardo
immemori del dolore
che infarcirà la terra di domani.

(ph M. Nigro, titolo: Ghigliottine di luce)

Lettura da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”

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Lettura da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” (La testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G. I. Gurdjieff) di P. D. Ouspensky; Casa Editrice Astrolabio.

Lettura da pag. 157 a pag. 160 del Capitolo Ottavo a cura di Michele Nigro.

Stokkfisk

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Dolce vento di speranza
psicopompo per anime arse
benvenuto tra lenzuola umide
e tovaglie sconvolte
al termine di afose agapi,
attraversa con forza
le carni immobili.
Spolpami dalle ossa di città
seccami come stokkfisk
abbandonato ai tuoi nordici cugini.

(tratta da “Poesie minori. Pensieri minimi”, ed. nugae 2.0 – 2018)

il cut-up di Burroughs e i “Promessi Sposi”

Visto che in questo periodo “pestifero” è tutto un gran pullulare di riletture manzoniane in chiave pandemica, beccatevi questa rilettura “speciale” cut-upizzata alla maniera di Burroughs del celebre incipit de “I Promessi Sposi” (per la tecnica usata, vedi video riportato nel post).

N I G R I C A N T E

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La costiera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l’uno detto di san Martino, l’altro, con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare a…

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Dive e non

N I G R I C A N T E

Osservo una foto di giovani donne, poco più che bambine, in gruppo, quasi tutte sorridenti, complici tra di loro, con sguardi furbetti d’intesa, in procinto di combinare qualcosa di spettacolare. Non è una delle immagini usate in questo post, ma una foto privata proveniente dalla vita reale. E che insegna cose sul futuro.

Tra di loro ci sei anche tu, mescolata al gruppetto, affiancata fisicamente alle altre, ma non del tutto partecipe come se un velo di tristezza ti impedisse il tuffo definitivo nelle acque della vita sociale, non ancora convinta e diluita nell’euforia instillata da chi detiene il comando emotivo della comitiva: nel tuo modo, quasi sospettoso e guardingo, di osservare le altre – le dive – c’è tutta l’inadeguatezza della tua età, del tuo carattere amorfo, all’apparenza insicuro, il non sapere ancora chi o cosa sei, la voglia di emulare la sicurezza delle compagne più smorfiose o quella…

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L’ultimo tramonto

Questo racconto scritto anni fa, già pubblicato su varie riviste e in una mia raccolta di racconti, e oggi ripresentato su questo blog dopo un leggero ri-editing, fu concepito ricalcando quasi fedelmente il solito e piuttosto inflazionato cliché distopico, caro a una certa letteratura fantascientifica sociologica, di una futura società omologata e anti-individualista. In questo periodo di quarantena (e, per alcuni, di riflessione) imposta per decreto, a causa dell’emergenza da Covid-19, e di paventate violazioni delle libertà individuali come quelle raccontate nella mia storiella (violazioni, guarda caso, sbandierate da chi non ha mai conosciuto veramente sulla propria pelle il significato del termine costrizione), ho sentito l’esigenza di rileggere questo breve racconto adoperando un’altra chiave interpretativa, decisamente più impopolare di quella usata anni fa mentre lo scrivevo: e se fosse la difesa ad oltranza di un certo tipo di individualismo e di uno scellerato libertinismo travestito da libertà – e spacciato dalla filosofia consumistica come valore indiscutibile – a costituire una minaccia per la vera libertà superiore e non a buon mercato? E se la vera Libertà, quella duratura e con la “l” maiuscola, cominciasse proprio nel momento in cui rinuncio a un pezzetto, e per un breve periodo, della mia? E se la quarantena fosse un’occasione per riscoprire, nel silenzio e in un provvidenziale “distanziamento sociale” imposto dalle autorità, la nostra originalità? Ovviamente, seguendo la “trama” del mio raccontino, le nostre simpatie si dirigono in maniera quasi spontanea verso lo sfortunato e oppresso protagonista senza nome; con le dovute differenze: se a noi viene “consigliato” di stare da soli in casa, al soggetto del racconto viene imposto di stare “insieme” agli altri. Tuttavia il mio invito a una sua rilettura critica, cambiando filtro interpretativo, resta invariato; all’indomani della rivoluzione culturale del ’68, e con più forza nel corso dei successivi anni ’70, il fumo e la libertà sessuale – tanto per fare due esempi facili – furono considerati parametri rivoluzionari, strumenti ideologici e di costume per andare contro, per decostruire indirettamente il “pensiero unico” paternalistico della famiglia e della politica dell’epoca. Già a partire dagli anni ’80, anche se in pieno yuppismo (o forse proprio perché in piena fase yuppie e quindi riguardante una generazione all’inizio fedele alla propria ideologia radicale ma in seguito, come tutti, anestetizzata e rammollita dai frutti succulenti del benessere), la favola libertaria cominciò a imbarcare acqua da più parti dello scafo: diventò rivoluzionario, a causa del cancro ai polmoni e dell’emergente infezione da HIV, smettere di fumare e avere una vita sessuale meno libera o almeno più protetta. Cantava Mercedes Sosa: “Todo cambia!”.

Mentre attendiamo la cura (non quella di Battiato!) per questo nuovo terremoto epidemico, oscilliamo – in cerca anche di una cura culturale, economica e politica – tra gli avvisi allarmistici degli anarchici che ci intimano di non sottovalutare le apparentemente innocue restrizioni del governo Conte e le profezie degli intellettuali di destra ai quali non pare vero di poter cavalcare l’onda pandemica in vista di un totalizzante rinnovamento sociale in chiave cristiana: dopo lo “USA for Africa” è tempo di lanciare un sano “Jesus Christ for Italy” (anzi, for Europe; Ratzinger li aveva avvertiti – un po’ come Calasso dal Corriere della Sera – che ci eravamo troppo ammosciati e che l’Europa non si voleva più tanto bene! Ma niente: i signori cardinali l’hanno trombato sostituendolo col “mondialista” Francesco).

Sulla gestione filosofica e pratica del “dopo covid”, comunque, come sempre la saggezza starà nel mezzo: al netto del ripristino delle nostre preziose e intoccabili individualità consumistiche, bisognerà rinverdire il concetto di bene comune che non per forza è sinonimo di costrizione o di omologazione, e che non significherà più solo pagare le tasse e gettare la spazzatura nei giorni prestabiliti, e chi si è visto s’è visto! Bisognerà riprogrammare comportamenti, abitudini, scelte economiche, ideologie produttivistiche, culture gastronomiche, strategie comunicative… Evolvere dallo sconsiderato “divertimento collettivistico” di questa nostra tribù progredita a un individualismo responsabile, povero ma non misero (come ci ricordava Goffredo Parise in tempi non sospetti), rinunciatario e mai egoico. Forse mi sono allontanato troppo dal racconto. Buona lettura!

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L’ultimo tramonto

“Ogni mattina alla stessa ora
e allo stesso minuto, noi, milioni,
ci alziamo come un essere solo.”

(dal romanzo distopico “Noi”
di Evgenij Zamjatin – 1921)

 

Era il momento giusto.

Anche il posto sembrava perfetto: l’uomo fermò la sua elettricar su un lato della strada deserta che correva parallela alla spiaggia prima di incastonarsi tra i palazzi della città. Scese dall’abitacolo e mentre lo sportello si chiudeva automaticamente dietro di sé, i suoi passi e il suo sguardo erano già diretti verso quella meraviglia a cui nessuno badava più, ormai da tempo immemorabile.

L’enorme palla di fuoco arancione semi immersa nell’acqua salata, facendosi largo tra l’atmosfera incendiata e le isolate nuvole di panna salmonata, rendeva il suo quotidiano omaggio al mondo, genuflettendosi e doppiando per l’ennesima volta l’orizzonte conosciuto. Gli ultimi insistenti brandelli di luce, scagliandosi disperatamente contro le montagne del promontorio, delineavano con la precisione di un cartografo i bordi azzurri della costiera dalla quota più alta in cui s’inerpicava fino al punto esatto in cui s’immergeva nelle acque di un mare incredibilmente calmo.

Altrove, la stessa “compagnia teatrale” cominciava il primo atto della solita commedia intitolata “Il sole che sorge”: stesso attore protagonista, stesso regista, pubblico impermanente. In scena da miliardi di anni.

Una leggera brezza di terra cominciava a soffiare come da copione e l’impressione fotonica della stella sulla retina dell’uomo, che non temeva il gradevole confronto accecante, presto sarebbe stata attutita dai tenui colori dell’imbrunire.

Il cielo azzurro era graffiato dalle bianche scie di aerei velocissimi e indefinibili; sulla spiaggia carcasse di tronchi d’alberi scorticati e rimodellati dall’estro marino, erano stati disposti sulla sabbia in maniera casuale dall’ultima marea come corpi inconsapevoli e felici.

La Perfezione, dunque, non era solo un concetto astratto come aveva sempre creduto ma una condizione dell’anima realmente possibile. E quella scena non mediata da altri, che l’uomo aveva conquistato in quei rari minuti dinanzi al mare, ne rappresentava la prova tangibile.

L’atavica paura nei confronti dell’oscurità notturna, ricca di misteri e di sensazioni ancestrali mai risolte, era stata sconfitta dalle luci artificiali che combattevano la solitudine creativa durante le elettriche notti dell’Uomo Tecnologico. La necessaria riverenza verso l’ignoto era stata superata grazie all’imposizione globalmente riconosciuta della cosiddetta “Visione Collettiva” con cui sentirsi meno soli. L’umanità aveva imparato ad aborrire il reale e a considerare eversivo lo strano esercizio della riflessione.

L’individualismo estetico divenne pian piano, nel corso degli anni, opinione velatamente fastidiosa, parametro per rapide valutazioni sociali, motivo di segregazione e infine motore della persecuzione legalizzata…

L’uomo era consapevole del fatto che stesse violando la Legge.

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Bella Italia

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Quanto sei bella, Italia mia
che sai di melone e
pane appena sfornato,
di lontane bande musicali
e infedele nostalgia di paradisi
in terra,
serali suoni marziali e giubilanti
appresso a santi non creduti
eppure rispettati e lasciati campare
come utili parenti tollerati,
al sapore di casa e di madri
in preghiera oltre la miscredenza
di una ragionevole età,
anarchica nella fede
osservatrice dai balconi
di estive curiosità d’antropologo.

Sento passare processioni
e lenti processi interiori
ai lati dell’indifferenza,
la forza del gruppo
di donne devote
con l’anima in pace
e rinnovate speranze.

Quanto sei bella, Italia mia
di scandali benedetti
dalla ragion di stato e di chiesa
e litanie di pie ignoranze
plaudenti a idoli infiorati d’oro
immobili e peccaminosi
nel loro silenzio
tradotto dall’uomo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, ed. Kolibris – 2019)