Burqa virale: la rivincita degli sguardi

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“Burqa virale”

(La rivincita degli sguardi)

Bizzarra è la vita.

Criticavamo fino a poche settimane fa (e a dire il vero sarebbe bene continuare a farlo anche nei giorni a seguire) la scelta pseudoreligiosa e culturale di una certa parte di mondo, di coprire il corpo e soprattutto il volto delle proprie donne, di negarli alla pubblica vista per un male interpretato rispetto divino e per proteggere – dicono – il gentil sesso dal disonore di una tentazione e dagli sguardi voluttuosi della metà maschile del cielo. Dal “semplice” velo (hijab) al burqa, diverse sono le gradazioni intermedie di annullamento della persona femmina: in alcuni casi, dal momento che gli sguardi da soli – se la donna ci sa fare – possono fare comunque non pochi “danni” in chi si abbandona al dolce linguaggio degli occhi, si sono inventati una finestrella che simula la grata attraverso la quale le nostre monache di clausura potevano partecipare senza muoversi dal convento, non viste, alle funzioni religiose celebrate nella chiesa sottostante. Secondo i maschi teocratici la donna (ovvero la sua personalità) non sarebbe annullata da tale “moda” antica, anzi aumenterebbe il proprio potere nel difendersi, nell’osservare il mondo senza essere scrutata in maniera indecente. La donna, “angelo della casa”, in versione 41-bis portatile.

Criticavamo giustamente questo lontano mondo, così lontano dalla nostra disinibizione totalizzante dei gesti e dei linguaggi corporali, dall’iper-produzione di segnali espliciti, ma non avevamo previsto in questo sorprendente 2020 che un altro tipo di imposizione, biologica e non religiosa o culturale, ci avrebbe portati, stavolta uomini e donne insieme e non solo le donne, – con le dovute proporzioni e negandoci nient’altro se non un lembo di volto, seppur significativo – alla rivalutazione degli sguardi, della profondità di un messaggio che, senza l’ausilio invitante di una bocca contornante un sorriso fatto di denti, gengive e lingua, senza l’invito scultoreo di un naso proiettato verso di noi come una baionetta di cartilagine e respiro che porta il segno sulla pagina da leggere, ci raggiunge lo stesso, colpisce miracolosamente con uguale potenza la nostra attenzione; ci si cerca con lo sguardo, al volo, incrociando i passi su strade riscoperte dopo una quarantena imposta da entità microscopiche e senza occhi. Lo sguardo: unico appiglio rimasto libero in mezzo al deserto, unica proteina “spike” da offrire agli altri per agganciarci lungo il cammino.

Come quando togliamo l’audio alle immagini e queste, riabilitando altri canali assuefatti all’overdose di informazioni comunicative, ci parlano e ci raccontano la stessa storia anche se in maniera diversa, incompleta, non informata a dovere, senza particolari e dati. Puntiamo direttamente al nucleo del messaggio, ci specchiamo negli occhi della storia che passa, senza bisogno di parole pronunciate da bocche a piede libero, senza un labiale d’emergenza a cui affidarsi nel caos dei rumori o nell’afonia di una raucedine. Il suono della parola potrebbe raggiungerci lo stesso da sotto il nostro dpi, ma è orfano del contorno, della scenografia, delle labbra che servono le parole su vassoi sensuali fin sulla tavola della discussione.

La mascherina, senza volerlo, riabilita la trascurata bellezza degli occhi, la musica dei loro mari chiusi, la feroce lucidità del loro taglio, la danza delle palpebre che come in una sorta di codice Morse ci invia s.o.s. o richieste di ulteriore lontananza. Di indifferenza, di stanchezza o di voglia di conoscenza dopo giorni di distanziamento emozionale prima ancora che sociale.

Non sappiamo se andrà tutto bene, ma nel frattempo potremmo ricominciare dagli occhi.

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