“Noi credevamo” di Anna Banti: romanzo sul disincanto catartico

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In quest’epoca di politica twittata e di appiattimento ideologico, leggere Noi credevamo di Anna Banti è come fare un viaggio salutare alle origini dell’idealismo, per vivisezionarne le cause, i propositi, forse comprenderne i fallimenti. Il Risorgimento è solo un pretesto, uno scenario storico facilmente sostituibile benché caro a ogni italiano degno di essere definito tale e amante della propria storia: la formazione dell’uomo rivoluzionario, tuttavia, resta un mistero; solo verso la fine del romanzo l’autrice avanza ipotesi da ripescare nell’adolescenza di Domenico Lopresti – il protagonista del romanzo –, nelle “favole risorgimentali” ascoltate per bocca dei protagonisti di altre vicende duosiciliane perdute nel tempo, nell’impronunciabile ombra di un padre carbonaro scomparso troppo presto, nella scoperta dell’amore platonico che è il carburante non dichiarato dell’idealismo politico. Il risultato di un coacervo di ideali, puri e non inquinati dall’informazione lenta di un’epoca lontana dalla nostra ma che ne determina gli esiti, destinati a schiantarsi contro le mura inesorabili della Storia decisa da chi è più potente e veloce. Quello che desideriamo, e che giudichiamo giusto per tutti, contro quello che è materialmente necessario per altri, per pochi, per forze in campo capaci di sfruttare gli idealismi.

A cosa sono serviti i sacrifici, le morti, le inimicizie, le lotte clandestine, l’azione eversiva, i rischi corsi, i “maestri” idealizzati, le delusioni causate dai tradimenti di chi consideravamo compagni e fratelli, le sofferenze del carcere borbonico, se alla fine la società ottenuta, partorita da patriottiche unità scritte a tavolino da chi non è realmente interessato a una vera Unità, è deludente forse più di quella che si va a sostituire? Si sostituisce un re con un altro re solo per accorgersi che il problema risiede nella natura (quella sì, difficilmente sostituibile) dell’uomo, nella sua ancestrale immutabilità dinanzi agli eventi storici e ai nobili ideali rivoluzionari, nel suo scoraggiante e rassegnato immobilismo che è terreno fertile per i conquistatori di turno. Allora non resta che riesumare in vecchiaia, scrivendoli su carta, i ricordi di un insieme che non ha prodotto i cambiamenti sperati, di un noi laicamente credente presso cui riscaldarsi come davanti a un fuoco interiore resistente al tempo e al disincanto. Ogni epoca avrebbe bisogno di un “Garibaldi ideale” da attendere, di una nazione migliore da costruire, di un sistema politico che non sia solo la successione del precedente, di una “Città del Sole” di campanelliana memoria sul cui modello costruire la repubblica sognata, idealizzata, desiderata per sé e gli altri: e invece ci si adatta a un’unità malriuscita, a una sgangherata annessione che è ben lontana dall’ideale italico coltivato dalla cultura classica. Il Dante letto e riletto da Lopresti in carcere ne è la traccia letteraria.

Noi credevamo di Anna Banti è un romanzo dolcissimo e spietato, come spietato è il suo protagonista verso sé stesso, verso i propri ricordi affrontati quasi con vergogna, con il disagio di chi ha già realizzato da anni un fallimento, personale e comunitario, ma non sa esprimerlo. Non si lasci conquistare, però, il lettore, dal rassegnato sconforto del vecchio protagonista che si sente fuori posto nel mondo mentre attende la morte; tragga invece insegnamento dalla purezza di quegli ideali – oggi forse estinti, considerati ingenui o ridimensionati in base a logiche non ottocentesche – che infrangendosi contro le macchinazioni dei “Poteri potenti” non producono solo dolore e disillusione ma soprattutto innescano una solitaria catarsi che in un certo qual modo salva, conserva, difende quel nucleo inattaccabile che è dentro ognuno di noi e sopravvive, nonostante la Storia.

“Credere” laicamente, avere fede: dinanzi alla morte che tutto livella, gli sforzi ideologici dell’essere umano appaiono inesorabilmente ridicoli; ma quanto più ridicolo sarebbe l’uomo incapace di spendersi per un ideale? Quale morte tra la dannazione dovrebbe affrontare nella cruda consapevolezza di non poter tornare più indietro per credere?

versione pdf: Noi credevamo di Anna Banti, romanzo sul disincanto catartico

(ph M. Nigro©2021)

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