Distanziamento culturale

Michele-Nigro-b-n

(La foto è stata scattata prima del Dpcm del 4 marzo 2020. Per la lettura del seguente post da parte di minori si consiglia la presenza di un adulto)

 

Come mantenere le distanze e togliere il giocattolo dell’io dalle mani del mondo.

Dimenticate per un attimo il distanziamento fisico, il metro per misurare la distanza tra i tavoli, le mascherine e i gel disinfettanti; dimenticate i dpcm e le regioni colorate, riappropriatevi di una tipologia di distanziamento che vi sarà utile anche dopo, quando la pandemia sarà finalmente sconfitta e torneremo a circolare liberamente, riapprezzando quello che forse davamo per scontato. Che cos’è il distanziamento culturale? È un mero vantarsi dei libri letti e del loro numero, mostrandone le copertine sui social? È una sorta di snobismo intellettualistico da sfoggiare in un paese in cui la cultura non è tra le priorità della propria classe politica? No, niente di tutto questo: il distanziamento culturale è qualcosa di più scivoloso, di invisibile pur nella concretezza delle scelte che determina, di impalpabile e quindi di non facile classificazione comportamentale. È un distanziamento che si scopre e si coltiva nel quotidiano, tra le sfumature di gesti consueti e le pieghe del solito: è un distanziarsi graduale ma costante, è un dissociarsi non seguito da clamori, è uno sgattaiolare che inizialmente incide solo nella vita di chi compie questa scelta ma pian piano finisce per influenzare anche quella dei vicini di esistenza, il proprio piccolo mondo. Chi si dissocia non pretende mai di avere un seguito, di fare proselitismo; anzi, la massima aspirazione è quella di restare soli insieme a una scelta che fa compagnia nel silenzio, che riscalda mentre fuori piovono fredde ovvietà. Il distanziato culturale aspira all’estinzione solitaria, alla preservazione dell’originalità delle proprie scelte: il dare l’esempio è solo un incidente di cui non si gloria.

Distanziamento culturale è scetticismo; è il non dare il fianco agli schematismi familiari, ai tranelli orditi dalle persone piccole, alle trappole degli associazionismi, ai poteri gerarchici dei volontariati, alle tirannie parrocchiali, agli affaristi della ricerca di senso, ai consiglieri improvvisati, alle presunte novità politiche alla vigilia di elezioni che entusiasmano le masse, alle ipocrisie relazionali, ai facili processi chimici della solidarietà di gruppo, ai doveri dettati da una cronologia biologico-comunitaria e non da un desiderio interiore coltivato in base a una tempistica personale; è riuscire a capire molto tempo prima, grazie anche a un’esperienza accumulata negli anni, quando e come evitare ambienti, personaggi e situazioni in grado di metterci in difficoltà nella difesa del nostro fianco e della nostra dignità che deriva dal rispetto delle scelte fatte. Fare prevenzione, anche se una mossa ingenua può sempre sfuggire: siamo umani e quindi suscettibili di facili distrazioni.

Distanziarsi anche se già immunizzati, perché in agguato potrebbero esserci sempre le “varianti” della stupidità umana, le infinite forme di invadenza adottate da chi non cerca un confronto costruttivo e arricchente ma solo la prevaricazione su un terreno non strutturato ma volgare, instabile, plasmato in base a esigenze primitive, istintuali, non verificate e di fatto non verificabili. Distanziamento culturale è non fornire determinate ghiotte occasioni di manifestazione dell’imbecillità a chi non aspetta altro nella propria vita che avere a disposizione tutto per sé un palcoscenico per potersi esibire; e i direttori di scena sareste voi, anzi, peggio ancora, sareste quelli che aprono e chiudono il sipario: la bassa manovalanza degli imbecilli. Distanziamento è disertare questo spettacolo ciclico, che si ripropone in ogni epoca e in ogni esistenza (come in una sorta di matrix creata per chi non si pone domande e non sa come difendersi); è diventare vuoto, silenzio, assenza pura che vera assenza non è mai. È diventare un’assenza che fa la differenza nel confronto silenzioso e distanziato: una finezza che non tutti i personaggi coglieranno; distanziamento sarà anche non perdere tempo nel tentativo di spiegarla a chi non sarebbe in grado di comprendere.

Il numero degli astensionisti non è pari a zero e fa rumore; distanziarsi culturalmente significa anche non entrare nel calcolo economico dei potenti solo in base al proprio potere d’acquisto. Se la finanza condiziona la politica (e i suoi servizi), gli “assenteisti del marketing”, nel loro piccolo, detteranno l’agenda della logica monetaria: chi non esiste in uno stato di diritto, chi non viene percepito come cittadino, non deve esistere neanche in qualità di consumatore e forse di elettore.

Distanziamento culturale è cancellare un testo dopo averlo scritto, autocensurandosi; è conquistare un certo pudore dopo aver letto i grandi: la lettura è l’anticoncezionale naturale dello scrittore; è tacere quando sarebbe soddisfacente rispondere a tono e in maniera brillante. È essere antidemocratici all’occorrenza e orgogliosamente politically incorrect, ignorando le “corrette” bordate al cinema da parte degli ipocriti e ignoranti politically correct e le incursioni astoriche degli abbattitori di statue. È criticare il mondo senza fare nomi, senza lasciarsi trascinare nelle dinamiche specifiche di battaglie personalizzate, di cause sposate per non annoiarsi. È sottrarsi allo scontro o al flame war, alla golosa occasione di far valere le proprie ragioni anche se gli argomenti per una difesa non mancano e sarebbe fin troppo giusto utilizzarli. È fare economia di sé stessi; risparmiarsi nell’alternanza purgatoriale tra le reazioni ambientali e le nostre scontate controreazioni che offendono prima di tutto la dignità. Evitare “assembramenti” d’opinione; sospendere il giudizio; allontanarsi dalle sentenze di piazza. Prendere le distanze addirittura da sé stessi, dai propri tic d’orgoglio, e da coloro che nel relazionarsi vorrebbero, per comodità, interagire col nostro caro, vecchio, inflazionato, usurato, secondo loro conosciuto, io.

Distanziarsi dal proprio passato senza dimenticarlo, ma riciclandolo per farne arte, materia da teatro, romanzo, foss’anche poesia; prendere le distanze da legami obbligati e dai cosiddetti “ladri di energia”, da chi dà per scontata la vostra esistenza e non vuole vedere altri fatti se non quelli suggeriti da uno schema esistenziale ereditato o comodamente acquisito. Distanziarsi dalla cultura etichettante che non conosce sfumature e tempi; una cultura i cui fautori sono abituati a condannare sé stessi a una sequenza comprovata e non concepirebbero l’applicazione di un’altra possibilità alle altrui esistenze. Distanziamento dai detrattori professionisti, dagli scoraggiatori militanti, dagli sfiduciati seriali che sfiduciano, da quelli che pensano di conoscere a menadito il destino degli altri. Evitare la stupidità del mondo per prevenire la propria reazione negativa, sproporzionata e innaturale. Distanziamento cortese, educato, non conflittuale, pianificato in anticipo e con professionalità, in piena libertà e indipendenza mentale. Distanziamento nell’appartenenza: non darsi totalmente a una credenza, anche se avere fede è affidarsi; sfiorarla usando anche la ragione, trarne il succo migliore, scipparne l’essenza per osmosi pur frequentando la folla sbandierante, le assemblee oranti e incensate. Conoscere la “cultura di massa” senza esserne schiavi fedeli e puntuali: risultare inaffidabili per salvarsi; disertare le varie netflix distributive e riesumare i vecchi vhs relegati in garage. Non scadere né nel fanatismo che non sente ragioni, né nel negazionismo che tutto parifica e disinnesca senza fornire prove; né nella finta socialità culturale dei “premifici” e degli happening letterari, né nella misantropia poetica a buon mercato; né nella retorica del sacrificio di stato, né nel menefreghismo del “si salvi chi può!”.

Distanziamento culturale significa “disappartenenza partecipativa”: influire con mezzi propri sul tempo presente senza appartenere a una corrente, a un gruppo, senza indossare una divisa, senza essere acculturati in base a programmi ministeriali, senza scegliere da che parte stare dal momento che parti ben visibili non esistono e tutto è diluito più di quanto non lo fosse fino a pochi decenni fa. Anche in silenzio siamo consumatori! Aborrire la coperta calda dell’appartenenza, dell’essere inglobati in un progetto superiore, del sentirsi parte di un qualcosa di più grande che ci guidi verso una finta sicurezza. Farsi accarezzare dalla possibilità immaginata di appartenenza, per poi ritornare di corsa sulla strada del distanziamento che già ci manca. Abbracciare la consapevolezza alienante ma liberatrice di essere inesorabilmente soli in questo universo precario, in bilico sulla Morte, smettendola di antropomorfizzare la ricerca spirituale per soddisfare esigenze a corto raggio. Distinguere, sapere cosa prendere e cosa no, cosa dare e cosa no. Navigare a vista e all’occorrenza allontanarsi, elogiare la fuga a vele spiegate per guadagnare il largo. Viaggiare da soli per imparare il valore dell’autonomia e così apprezzare la vera libertà nello stare insieme agli altri, bandendo ogni forma di simbiosi: non più bisogni egoistici ma solo scelte ponderate, volute, stabili. Rispettarsi nella libertà per non annullarsi in una cieca necessità. Proteggere spazio e tempo, i propri e quelli degli altri; proteggere la propria storia e quindi il proprio futuro.

Ma il distanziamento culturale non è solo una forma di protezione: è soprattutto un’identità, un modo di stare al mondo; è anarchia gentile in una società di indaffarati che offre molteplici possibilità di scelta senza fornire gli strumenti – oserei dire la cultura – per saper scegliere. Infatti distanziamento non significa non vita, clausura laica, rinuncia alla varietà, ma al contrario è rispetto della scelta, sviluppo al meglio di questa, selezione quali-quantitativa dei nutrimenti culturali; è restare incantati e immobili nel vortice isterico del fare; è rifiutare i palinsesti televisivi e le loro maschere abusate, i personaggi ammuffiti riciclati ad oltranza per riempire il vuoto mentale pomeridiano dei telespettatori; è sfuggire al Festival della Canzone Italiana riascoltando cantautori falliti e dimenticati, e all’influenza degli influencer in un mondo di influenzati, correndo il rischio di essere considerati “arretrati”, nel senso di chi resta indietro, distanziato, rispetto a un presunto progresso. Non un progresso di strumenti bensì di schematismi mentali che non ci appartengono più o non sono mai stati nostri.

Il distanziamento culturale richiede coraggio, visione (distanziarsi da cosa per andare dove?), perseveranza (la stessa necessaria per raggiungere pianeti lontanissimi!), odio di sé, ma al tempo stesso una fede quasi smisurata, ma non ingiustificata, nelle proprie possibilità, e una certa dose di masochismo strumentale e mai fine a sé stesso. Se “cultura” è anche qualità della vita e non esclusivamente sapere, allora il distanziamento culturale diventa una priorità esistenziale e non solo un gioco borghese per distinguersi dalla comitiva o una passeggera moda intellettuale.

Ma non sarebbe tutto più facile e dolce se ci abbandonassimo alla corrente, se ci infiammassimo per un niente?

dedicato a Lawrence Ferlinghetti

versione pdf: Distanziamento culturale

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