Nota a “Poesie future” di Carla Malerba

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Quella di Carla Malerba è una poesia delicata e lineare, ma possente come un fiore di roccia, che nasconde con semplicità dolori (e gioie) addolciti dal tempo e dalla scelta di un linguaggio chiaro. È una poesia in viaggio e che si nutre di viaggio: si muove dal passato per andare incontro a futuri ritorni o a quelli già vissuti e in corso. Viaggiare significa anche provare un necessario straniamento (e sperimentare l’irraggiungibilità dell'”essenza dell’anima mia”) che servirà al poeta per trovare le parole più profonde e intime; il mare, forse più del verso libero, rende liberi da perversioni rimate: la vita deve essere descritta così come appare sullo schermo del nostro andare puro. Il non sentirsi parte di alcun luogo è il vantaggio travestito da disagio di chi ha ricevuto un imprinting esistenziale che noi, seduti da quest’altra parte, potremmo definire “originale” (“… Carla Malerba è nata in Africa Settentrionale, a Tripoli, e dal 1970 risiede in Italia…”). A farci comprendere certe originalità interverranno una solitudine fatta di luce, “aria senza vento”, spazi aperti… al punto da imparare a coltivare una speranza persino in tempi aridi; senza mai perdere di vista la condizione “privilegiata” dell’essere sospesi: che è uno stato dolce e piacevole anche se apre, forse, a domande dolorose e infinite, a volte senza risposta. L’esperienza, che induce a vedere il vero nudo e crudo anche in momenti genuinamente romantici, osserva con un disincanto mai definitivo le verdi convinzioni degli amori giovanili (“Pensano che sappia di panna / la luna”).

È una poesia delicata e schietta ma che difende – come ogni poeta autentico sa di dover fare – un salvifico non detto: questo prezioso balsamo poetico che non serve a creare un inutile mistero, ma molto più semplicemente è necessario a trasportare verso altre dimensioni sensazioni non svendibili sul bancone dell’ovvio e del dicibile (“… e cerco / la parola che non dica”). Così come da difendere sono i segni della presenza nell’assenza che ferisce, le orme di una vita oltre la morte, quella che non vediamo ma sappiamo esserci seguendo le tracce lasciate lungo il cammino, e che diventano doni.

Carla Malerba non conosce solo il dolore privato, come tutti noi, ma ha imparato a riconoscere (scovandolo, quindi, anche nelle storie e nei vissuti altrui) soprattutto il dolore che il mondo sa infliggere ad alcuni dei suoi abitanti; conosce l’ingiustizia, il disagio dell’essere marchiati come diversi (“Ci facevate foto segnaletiche.”). In soccorso di questo dolore “umano” causato da altri umani, accorre il potere corroborante dei cieli stellati, dei luoghi sfiorati e amati (“Ma del vulcano scabro […] porto negli occhi l’alto profilo”), in nome dei quali persino la tanto amata poesia potrebbe andarsene in malora (“Le parole / si perdano pure / nel riciclo / della carta straccia…”), se ciò servisse a possedere, o a sperare di possedere, i doni semplici dell’esistenza. Fosse anche “un attimo prima (di morire)”. Le priorità della vita: la libertà e il rispetto verso sé stessi sono più importanti di qualsiasi legame (“Essere due non è che un’avventura”).

Eppure questa esplorazione aperta, luminosa, sincera, questo “viaggio / senza precisa destinazione” non servirebbero a niente se a completare il tutto non intervenisse il bisogno di un ritorno (non importa sotto quale forma, corporea o spirituale): il senso finale dell’andare è dato da un continuo ritornare sui passi mnemonici di un vissuto lasciato alle spalle ma che occorre perlomeno sfiorare (“Sfiorerò la porta chiusa”); anche se le migliori scoperte avvengono quando si è nascosti dalla nebbia. Pur tornando nella terra abituale, portiamo su di noi le “impronte ottiche” di posti visitati e rimasti nel cuore. C’è bisogno di ritorni e dell’attesa di questi (“nell’attesa dei giorni del ritorno”), anche ciclici e non per forza unici, per ritrovare dolcezze dimenticate assecondando quelle esplorazioni nel mondo esterno che in realtà ci permettono di viaggiare dentro noi (“Ma noi ora, / quando si torna, […] abbiamo la nostra eternità.”).

E nel caso di partenze improvvise, preoccuparsi di lasciare “sul tavolo / parole lievi e alte”, come scrive Ghiannis Ritsos: “per lasciare qualcosa a chi verrà dopo – almeno due versi” (Debito autunnale).

Un attimo prima*

Le parole
si perdano pure
nel riciclo
della carta straccia,
lì rimarrà il sogno perfetto
dell’isola ninfa gentile
al sommo della quale
potrei trascorrere
l’eternità.
Basterebbe un albero,
il sole e il profumo
dei limoni:
anche senza più avvertire
di questi doni la dolcezza,
basta averli sperati
un attimo prima (di morire).

(Capri, 2019)

* tratta da “Poesie future” di Carla Malerba (puntoacapo Editrice, collana AltreScritture – 2020; prefazione di Ivan Fedeli; postfazione di Gemma Mondanelli)

versione pdf: Nota a Poesie future di Carla Malerba

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