San Francesco d’Assisi: da Zeffirelli alla Cavani

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“… Mi piacciono le scelte radicali…”

(da Mesopotamia, Franco Battiato)

Numerose sono state nel corso degli anni le riduzioni cinematografiche della vita del Santo di Assisi proposte a un'”agiografia per immagini”; anche alcune fiction televisive hanno tentato di raggiungere il grande pubblico del mainstream con risultati non trascurabili. Tuttavia, due sono le opere filmiche che maggiormente occupano ancora oggi l’immaginario collettivo: “Fratello sole, sorella luna” di Franco Zeffirelli (1972) e “Francesco” di Liliana Cavani (1989). Entrambe ripercorrono, più o meno fedelmente, le determinanti tappe biografiche — riprese dalle Fontiche lentamente ma inesorabilmente condussero il giovane Francesco verso scelte esistenziali irrevocabili: l’età spensierata e scapestrata, il disincanto che seguì alla disastrosa esperienza bellica, i finti ideali nobiliari traditi o ridimensionati, la prigionia presso Perugia, la convalescenza e la rivalutazione delle priorità scambiata per disturbo da stress post-traumatico (sembra che Francesco, abbracciando la povertà totale e riconoscendola ora più di prima nel messaggio evangelico, non voglia distaccarsi da quella precarietà esistenziale sperimentata in guerra e che ha decretato il tramonto definitivo degli entusiasmi giovanili e della ricerca di glorie terrene), il graduale distacco da uno stile di vita familiare e sociale non più consono alla propria evoluzione interiore, la pubblica spogliazione e la rinnegazione del “padre biologico”, l’inizio di un’autentica vita povera in contrapposizione a quella ricca e agiata della Chiesa ufficiale del tempo… Tappe che ormai, al di là delle sfumature e delle omissioni tra le versioni dei vari biografi vicini o lontani cronologicamente al Santo, costituiscono i pilastri ufficiali di un immaginario che ha attraversato i secoli.

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Sessantottino, più “figlio dei fiori” che serafico, delicato e dall’aspetto angelico, quasi efebico, il Francesco di Zeffirelli propone una versione poetica, dolcemente rivoluzionaria e romantica del Santo (per i più critici eccessivamente edulcorata e quindi poco veritiera dal punto di vista storico); Chiara è una biondissima e bellissima hippy folgorata sulla via di Woodstock: i Sessanta sono da poco trascorsi e la loro influenza sul regista è tangibile. Gli uccellini e i prati fioriti non mancano, così come le inquadrature in stile documentario naturalistico sulla vita degli insetti e degli animali: l’ecologismo flower power — da contrapporre agli asfissianti e distruttivi meccanismi capitalistico-consumistici — è rispettato alla lettera, così come il rifiuto della guerra, di tutte le guerre, di ogni epoca: da quella medioevale tra Perugia e Assisi, fino al più recente Viet-fucking-nam!; il primato spirituale su quello materiale: c’è una cecità, da cui guarire, che colpisce l’anima prima ancora che gli occhi. La rappresentazione dei poveri (ma anche quella dei ricchi) rasenta il grottesco tipico del circo felliniano. I francesismi materni sono dei divertenti intercalari linguistici che insistono sull’origine anche transalpina del Santo. La goliardia di Francesco ricorda quella del Romeo Montecchi shakespeariano (anch’egli immortalato nel film Romeo e Giulietta di Zeffirelli), ma alla fine entrambi saranno catturati in maniera inesorabile dall’amore: Romeo da quello contrastato e tragico per Giulietta, Francesco da quello altrettanto difficile e in salita per Cristo, e non per Chiara, come una parte di noi avrebbe intimamente e laicamente desiderato. D’altronde la santità coerente e la “verticalità” non sono per tutti.

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Anche lo scontro padre-figlio, tra Pietro di Bernardone e François, viene rappresentato come gap generazionale tra “boomer” e figlio ribelle; in realtà dietro l’incomprensibilità tra padre e figlio, ammorbidita con soluzioni da commedia e qualche ceffone, si cela una storia ben più drammatica: Pietro di Bernardone (che nel film sembrerebbe in fin dei conti solo un ingenuo bonaccione accecato dal commercio e dalle ricchezze) incarcerò fisicamente Francesco, tra le mura di casa, pur di dissuaderlo dai suoi “pazzi” propositi e dai generosi gesti scellerati nei confronti dei poveri di Assisi. Ancora lontano dal suo Gesù di Nazareth del ’77, Zeffirelli propone un Francesco che è più vicino — non per lo stile ma per la dinamicità e “modernità” dei personaggi — al Jesus Christ Superstar di Norman Jewison. Indiretta ma assolutamente non secondaria la funzione emotiva della colonna sonora affidata al maestro Riz Ortolani: non poche associazioni giovanili cattoliche hanno adottato per anni, fino ai giorni nostri, alcuni brani diventati in seguito parte integrante del repertorio musicale religioso. Anche Francesco, però, come Gesù Cristo, ha il suo musical nostrano: Forza venite gente (1981) di Mario e Piero Castellacci. Quello del Francesco zeffirelliano, insomma, è un brand dal successo intramontabile, capace di adattarsi alle più svariate forme di espressività artistica e mediale.

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È incredibile come già in questa pellicola (e soprattutto nell’esempio stesso di San Francesco) sia contenuta la tesi — esposta attraverso le parole di Papa Innocenzo III — di un famigerato saggio di Matthew Fox, frate domenicano espulso a causa di questo libro dall’ordine nel 1993 su richiesta dell’allora cardinale Ratzinger, intitolato In principio era la gioia (Original blessing). Afferma il Papa del film rivolgendosi a Francesco: “Nella nostra ossessione per il peccato originale, a volte si dimentica l’originale innocenza. Fa che non succeda anche a te!”. La gioia del messaggio evangelico è affogata nel senso di colpa e l’iniziale entusiasmo vocazionale viene ricoperto e soppiantato dalle incrostazioni del ritualismo e dalle formalità dogmatiche: un monito non troppo velato a un certo tipo di Chiesa stanca, secolarizzata e corrotta, capace di mantenere solo un presidio per convenienza e senza una precisa volontà di rinnovamento. Lo stesso attuale Papa Francesco — che ha scelto proprio questo nome con il chiaro intento di rinnovare la Chiesa a cominciare dall’interno — ha dovuto ridimensionare il suo iniziale entusiasmo rivoluzionario e tornare nei ranghi.

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Più duro, ascetico e meno disponibile a qualsiasi tentativo di romantica edulcorazione è invece il Francesco della Cavani. Una durezza che ci avvicina di più al Francesco uomo, fallace, debole, irascibile, non angelico, deluso dal comportamento dei fratelli della prima ora; il Francesco della Verna, del Deus mihi dixit e delle controverse stimmate (parti omesse nel film di Zeffirelli). La scelta del Mickey Rourke di Orchidea selvaggia e 9 settimane e ½ è strategica: un attore la cui vita privata, forse più di quella dei personaggi che interpreta, è eccessiva ed eccentrica quando non addirittura autodistruttiva, e che supera la mera goliardia del giovane assisano. Sembra che la Cavani voglia farci dimenticare il candore del Francesco zeffirelliano, contrapponendogli la figura di un attore che già nella realtà rappresenta l’antitesi del santo, rendendo così la conversione, agli occhi dello spettatore, come un evento altamente improbabile e quindi, proprio per questo motivo, ancora più miracoloso e sconvolgente. Se nella versione di Zeffirelli i momenti della guerra e della prigionia sono completamente assenti, solo evocati, per non dire “censurati” (si fa solo un accenno alla vigilia dell’evento bellico, quando l’entusiasmo per l’avventura si concentra sulle armature nuove di zecca per Francesco e i suoi compagni d’armi), nel film della Cavani — pur non essendoci scene della battaglia — la guerra e la conseguente prigionia dopo la sconfitta (con tanto di morti ammucchiati in una fossa comune), rappresentano punti nevralgici, fondamentali e ben raccontati della biografia del futuro santo: è nel carcere perugino, infatti, che Francesco comincia a leggere una Bibbia tradotta in volgare e a interiorizzarne il messaggio.

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Al suo ritorno ad Assisi dopo un anno, quelle parole lette — confrontate con la “vita normale” lasciata prima della partenza — risuoneranno nella mente e nel cuore di Francesco con una forza che richiederà un cambiamento radicale e irreversibile. L’esigenza di un’essenzialità da riscoprire nelle cose semplici; la liberazione dalla schiavitù del possesso e da ogni forma di carrierismo. La pubblica spogliazione — accompagnata dalla frase “Ho un altro padre!” — non è solo la risposta ribelle a un genitore che si lamenta del comportamento stravagante e incomprensibile del figlio, ma soprattutto è il gesto liberatorio di un uomo che vuole cambiare vita, spogliarsi del passato, azzerare la propria condizione per ricominciare, vestire come l’“uomo nuovo” citato da San Paolo nella Lettera agli Efesini; così come è liberatorio il taglio dei capelli di Chiara: una donna che rinuncia a uno dei segni della bellezza femminile prima di abbracciare una nuova vita votata alla conquista di bellezze superiori e invisibili. “… Chi perde, acquista!”. Il sogno di diventare un nobile cavaliere lascia il posto a un non sapere cosa fare di se stesso (Francesco ammette di non sapere perché sente il bisogno di rileggere continuamente quel vangelo avuto in carcere). Ma ancora non c’è odore di santità, la via è lunga e indefinita: Chiara ammette di fare l’elemosina per abitudine, perché così è stata educata a fare; Francesco, ripresosi dal trauma della sconfitta perugina, progetta di aderire alla “moda delle crociate” e di voler partire per Gerusalemme; i lebbrosi fanno ancora ribrezzo e si prova vergogna nel chiedere l’elemosina presso la tavola degli amici di un tempo. Se la Cavani sceglie di aprire il film con la salma del Santo morto nel 1226 mentre una Chiara, meno angelica ma di una bellezza diversa, baciandogli le stimmate sulle mani accenna a un sorriso come a voler ringraziare sora morte corporale, con Zeffirelli non si arriva affatto all’epilogo di questa vita straordinaria, ma la pellicola termina con un Francesco che a piedi se ne va solo nel mondo per continuare la sua opera di evangelizzazione. Al posto della colonna sonora dolce ed emotivamente coinvolgente di Riz Ortolani, ad accompagnare il racconto della Cavani vi è il soundtrack più cupo e non cantabile di Vangelis. La preghiera di Francesco non è libresca ma spontanea, libera, non dottrinale; egli non è né un prete, né un chierico: è solo un laico che segue alla lettera gli insegnamenti di Cristo, che segue le sue orme rese invisibili da secoli di polvere. L’imitatio christi — molto in “voga” nel Medioevo — elevata all’ennesima potenza anche grazie a gesti estremi di rinuncia e di carità che sconfiggono la paura iniziale. Francesco non si rifà alle preghiere proposte dalla Chiesa e riportate nei libri ufficiali; scrive Chiara Frugoni nel suo saggio Vita di un uomo: Francesco d’Assisi (un libro in cui, come nel film della Cavani, si punta al Francesco uomo, alle sue cadute e alle tentazioni della carne, ai dubbi, alle difficoltà della conversione, alle crisi e alle impetuosità, all’incoerenza degli altri frati meno rinunciatari e alle prime deviazioni dal percorso tracciato, che molto fecero soffrire Francesco quand’era ancora in vita…): “… meglio attingere direttamente a Dio con la preghiera e la riflessione propria che per il tramite tortuoso di parole altrui. […] Sua aspirazione non è la cultura, ma l’umile lavoro manuale.” L’artigianato della parola semplice contro la saggezza delle biblioteche monastiche.

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In questa versione filmica non si ha timore di ipotizzare un amore terreno tra Chiara e Francesco: Chiara dice di essere innamorata di Cristo perché in realtà ama Francesco e vuole imitarlo seguendolo? Domande umane, possibili, non scandalose. Dice Rufino a Francesco, che è stato un insaziabile viveur: “tu dici di amare solo la sua anima [di Chiara, n.d.b.], ma Chiara è anche bella!”. Risponde Francesco: “Chiara è bella, Rufino… ma non tentarmi con le tue paure!”. Solo chi teme la propria debolezza finisce per proiettarla nell’esistenza altrui; i pettegolezzi intorno a una ragazza che convive con degli uomini giovani, possono fermare una scelta radicale che punta tutto sulla verticalità e non sulla materialità dei rapporti? La Chiesa del tempo, essendo consapevole della propria posizione incoerente nei confronti del Vangelo, chiede a Francesco come potrà amare, lui che ha scelto la povertà, il ricco e sazio clero di Roma, ed egli risponde: “… lo amerò senza limite e giudizio!”. La scelta è individuale e non spetta a Francesco o ai suoi fratelli giudicare chi non è in grado di fare la stessa scelta: ai frati, ormai numerosi e spesso istruiti e non propensi ad abbracciare la povertà estrema come il fondatore dell’ordine, che protestano chiedendo una regola, una “gerarchia istruita”, una disciplina che controlli l’improvvisazione ispirata, un programma da seguire, egli risponde che il Vangelo è la Regola e che il “programma” è già lì dentro. Anche questo passaggio, come nel film della Cavani, è ben descritto nel saggio di Chiara Frugoni: “I frati si erano moltiplicati di numero e una gran parte di loro non riusciva a mantenersi all’altezza della parola infuocata del loro capo; erano uomini semplici che si sentivano sicuri entro una forma di vita più regolata e più vicina alla sperimentata tradizione monastica…”. Semplici o troppo colti e quindi incapaci di accettare un’involuzione del proprio status intellettuale; ecco perché, sempre dal saggio della Frugoni: “Possedere libri era contrario all’ideale di Francesco della spoliazione completa e della totale povertà. Temeva poi il sapere quale fonte di orgoglio e di dominio, che crea separazione tra i fratelli, spegne l’affetto e la carità reciproci.” Ma il divario all’interno dell’ordine nascente è già completato; gli chiedono, nel film: “… riduci il tuo sogno! […] Devi essere ragionevole…”. La tentazione di abbandonare il progetto è forte, la rinuncia definitiva sembra avvicinarsi: “A partire dal 1223 si apre il periodo che i biografi definiscono della ‘grande tentazione’, tentazione di abbandonare tutto, di disinteressarsi completamente della comunità…” (Frugoni). Nonostante lo sconforto e la malattia, Francesco si ritira sulla Verna per dettare a Leone la prima Regola, che i frati rimasti a valle temono essere troppo dura e inumana (in quel caso, gli fanno sapere, la scriverebbe per se stesso!): Francesco è considerato già Santo, ma non tutti pensano di poterlo emulare con lo stesso fervore. Nel film della Cavani, Francesco non parla né a uccelli, né a lupi, non allestisce presepi viventi (perché lui stesso è parte di un presepe reale fatto di poveri e di mamme senza latte con Gesù bambini morenti), ma si presenta in tutta la sua sofferenza di essere umano in cerca di Dio perché insoddisfatto del proprio vivere.

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filmografia:

“Fratello sole, sorella luna” (F. Zeffirelli)

“Francesco” (L. Cavani)

3 pensieri riguardo “San Francesco d’Assisi: da Zeffirelli alla Cavani

  1. Grazie per questo articolo attento e puntuale nel mettere in luce la diversità di sguardi posatisi sulla figura di S. Francesco, nel corso del tempo, da parte di diversi “interpreti”.
    Un “uomo” che non smette di far parlare di sé…

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