Scrivere è… scrivere

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La prima stesura la devi buttare giù, col cuore…

e poi la riscrivi, con la testa.

Il concetto chiave dello scrivere è… scrivere,

non è pensare.”

(William Forrester, dal film “Scoprendo Forrester)

Aveva ben presente  ̶  l’aveva già vissuto  ̶  quel momento romantico in cui si contempla per la prima volta il prodotto (finito?) dei propri lombi scritturali, con tenerezza, certo, ma non senza una giusta dose di severità e attenzione con cui correggere nel tempo le cose da raddrizzare, e che solo un buon padre riesce a vedere nei suoi preziosi eredi fatti di parole. Non aveva ancora trovato un editore disposto a pubblicarlo e già non gli importava nulla di ciò che avrebbero pensato o detto gli altri, i lettori, i “critici” (di quale critica?), gli stessi editori che avrebbe consultato senza ricevere risposta nella maggior parte dei casi, i probabili editor  ̶  entità appartenenti a una moderna mitologia, un ibrido sulfureo tra ragionieri d’azienda e cuochi in cerca di ricette adatte a tutti i palati del mainstream  ̶ , le sgallettate intellettualoidi che tra un bicchiere di vino e un rossetto sgargiante si spacciavano per recensitrici del New Yorker ma in realtà buone solo a tenere compagnia in lupanari o a fare video-letture con generose bocche a culo di gallina mostrando tette da usare come comodi leggii per libri inconsistenti e bisognosi di attrattiva; e poi i cacciatori di difetti a cottimo, i detrattori professionisti iscritti all’albo dei suprematisti alfabetizzati, i vecchi e falliti poeti di provincia ed ex archivisti di stato in cerca di gloria prima di morire, i presenzialisti incapaci di stare da soli e tutta quell’altra varia umanità che gravitava come un nugolo di mosche agitate intorno agli escrementi della cultura di massa. E i poeti pop in giro per l’Italia a vendere mediocrità e troppo impegnati a spiluccarsi l’ombelico pubblico per badare alle pubblicazioni di perfetti sconosciuti assetati di codici isbn.

Quello era suo figlio, punto e basta. Ed era più che sufficiente. La cartellina come un pannolino. In quelle neonate pagine di bozza c’era tutto il suo mondo, il suo gestatorio lavoro di anni compiuto con amore ma anche seguendo un progetto studiato a quattro mani con una lontana amica chiamata “ispirazione al telefono”: la sua editor del cuore. Tutto ciò che sarebbe accaduto dopo, con la pubblicazione e l’andata nel mondo di quell’abbozzo, non gli interessava, non poteva interessargli perché la parte vera, quella inattaccabile, insondabile, risiedeva sul lato selvatico del foglio, quello che nessuno avrebbe potuto leggere perché destinato a rimanere inedito per l’eternità, anche se stampato e visibile a tutti: ci sono intenzioni, forse mal riuscite e non ben rappresentate, che apparterranno all’autore fino alla fine dei suoi giorni, e oltre. Esistono ed esisteranno sempre due libri che viaggiano paralleli nel mondo dell’editoria: uno fatto di carta, acquistabile, leggibile, e un altro invisibile, segreto anche se sotto gli occhi di tutti, intraducibile, impresentabile e intimamente autentico. L’autore prova a tenere tutto per sé, fino all’ultimo minuto, quel libro invisibile, prima di lanciarlo nel mondo; e continuerà a conservarlo anche quando l’altro, il libro esibizionista ed esibito, vagherà giudicato e vivisezionato tra le strade degli occhi che ancora leggono in un pianeta di non lettori.

C’è chi consiglia all’autore di vestirlo un po’ meglio, ed egli lo farà, tenterà di acconciarlo come piace alla maggioranza o a qualche sguardo amico di cui fidarsi; fingerà di apportare cambiamenti gustosi e vincenti, ma nell’intimo il libro pulserà ancora acerbo come la prima volta, ricoperto di panni infantili, quelli amati dal padre.

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