Quasi un manifesto poetico

Oltre il muro della parola

Quasi un manifesto poetico

Non cerco la parola, ma da essa mi lascio trovare.

Nonostante questo, non credo negli sfoghi fatalistici bensì in un lavoro di “artigianato poetico” che dal foglio vergato di cancellature di un taccuino evolve verso il monitor di un computer e il foglio stampato, passando per cuore e mente; anche se, come scrisse Pedro Salinas: “Quando una poesia è scritta è terminata, ma non finisce…”.

Prima di riversarla sul foglio bianco del tipografo, la poesia è “sporca”  ̶  infatti nessuno nasce pulito  ̶ , embrionale, inquieta, scritta a mano sui bordi dell’esistenza, come un appunto privo di tecnica, imperfetto, messo da parte giusto per salvarsi la vita. Spesso nasce da un abbozzo imprevisto, un mezzo verso che ci raggiunge mentre facciamo altro. Una sorta di “ictus” linguistico, non richiesto, un fenomeno autistico (A. Koestler), un corto circuito intorno al quale si va ad addensare tutta la struttura della poesia che in seguito vediamo stampata in “bella copia” nel libro. Ma prima vi è la fase dell’editing, dell’autoanalisi e della riflessione razionale sul senso e sulla collocazione in una poetica individuale, se c’è. Al di là dei tentativi di analisi metrica e classificazione letteraria, la nascita della poesia  ̶  per fortuna!  ̶  è ancora un fatto misterioso.

Non seguo scuole di poesia, movimenti, gruppi, laboratori, botteghe, stili comprovati; non assecondo i dettami delle case editrici per essere più appetibili e vendere di più. Non credo in una poesia di cosiddetto “impegno civile”, fatta di moventi e giustificazioni: con la poesia si può essere “politici” e trasmettere idee in modi inimmaginabili, non programmatici e non dichiarati. Non aderisco a manifesti artistici concepiti da terzi e non frequento salotti letterari; pur leggendo gli altri, non emulo consapevolmente il loro modus operandi: credo, invece, nella poesia che rappresenta onestamente (per dirla alla Saba!) l’evoluzione neurolinguistica dell’autore. Il poeta non è un essere fortunato raggiunto sulla terra da un raggio di luce miracolistico (parafrasando Quasimodo!) in conseguenza del quale comincia a verseggiare, ma è il protagonista (nella maggior parte dei casi inconsapevole) della propria evoluzione neurolinguistica frutto del tempo, delle esperienze, delle continue sollecitazioni genetiche e fenomeniche, delle letture, dell’addensarsi della conoscenza o, meglio, della non conoscenza, dell’intangibile che preme per venire fuori… Protagonista umano, biologico, mortale, anche se nel fare poesia rivela il suo lato laicamente “divino”.

Aspetto con pazienza, ascolto, soprattutto mi ascolto, annoto nel silenzio tutto quello che l’anima suggerisce di conservare perché sa che ne vale la pena. Quando il verso funziona e soddisfa il tuo ritmo interiore, lo senti; anche se in seguito non piacerà al lettore. Ma chi se ne frega del lettore o del recensore? Sono fermamente convinto che la poesia non debba spiegare o descrivere, strizzando l’occhio a un linguaggio troppo confidenziale e quotidiano, senza per questo arrivare a manifestarsi attraverso uno stile aulico o inutilmente ermetico. La poesia dovrebbe distillare con naturalezza l’essenza dell’esistere, senza ampollosità, rispettando una musicalità derivante da un parlato che è vita; rasentando un’apparente semplicità che non deve mai scadere nella banalità.

Perché fare poesia in quest’epoca di immagini? La poesia ci salva, ogni giorno, attraverso le sue immagini: non quella scritta e pubblicata, non gli sfoghi; la poesia come pensiero di sintesi, come linguaggio unico per dare senso alle cose del mondo e della vita. Non un salvifico romantico, ma scomodo, austero, a volte doloroso, che alla fine dona verità. Non esiste un percorso facile: si tratta di una strada decisamente in salita, e in alcuni momenti, necessariamente solitaria. C’è un dazio da pagare, è ovvio. “Mezzi sicuri” da consigliare non ne ho: quella della poesia è una via che si percorre a piedi, senza pedalate assistite. Posso solo dire che grazie alla cultura, al sapere contenuto nei libri, abbiamo l’opportunità di acquisire libertà di scelta e indipendenza mentale; con la poesia, invece, cambia proprio la percezione che abbiamo del mondo (visibile e invisibile), anche se restiamo “ignoranti” in altri campi. Per aprirsi un varco su quella strada occorre fare tanto esercizio, non solo poetico ma prima ancora esistenziale: fare esperienza di “alternatività” senza forzare la mano ma con spontaneità; e non è detto che il risultato positivo sia assicurato. Tuttavia, rinnegare la propria poesia è lecito, ma pentirsi di aver scritto è disumano.

Il bagno di folla è necessario, il divertimento piace a tutti, i rumori della città fanno parte dell’original soundtrack di questa vita; l’uomo è fatto per stare in compagnia dei propri simili e il modello del poeta isolato e maledetto ha fatto il suo tempo; la poesia, però, c’insegna come essere parte di questo mondo senza farsi possedere da esso.

versione pdf: Quasi un manifesto poetico

(ph M.Nigro©2021; titolo: Oltre il muro della parola)

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