Burqa virale: la rivincita degli sguardi

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“Burqa virale”

(La rivincita degli sguardi)

Bizzarra è la vita.

Criticavamo fino a poche settimane fa (e a dire il vero sarebbe bene continuare a farlo anche nei giorni a seguire) la scelta pseudoreligiosa e culturale di una certa parte di mondo, di coprire il corpo e soprattutto il volto delle proprie donne, di negarli alla pubblica vista per un male interpretato rispetto divino e per proteggere – dicono – il gentil sesso dal disonore di una tentazione e dagli sguardi voluttuosi della metà maschile del cielo. Dal “semplice” velo (hijab) al burqa, diverse sono le gradazioni intermedie di annullamento della persona femmina: in alcuni casi, dal momento che gli sguardi da soli – se la donna ci sa fare – possono fare comunque non pochi “danni” in chi si abbandona al dolce linguaggio degli occhi, si sono inventati una finestrella che simula la grata attraverso la quale le nostre monache di clausura potevano partecipare senza muoversi dal convento, non viste, alle funzioni religiose celebrate nella chiesa sottostante. Secondo i maschi teocratici la donna (ovvero la sua personalità) non sarebbe annullata da tale “moda” antica, anzi aumenterebbe il proprio potere nel difendersi, nell’osservare il mondo senza essere scrutata in maniera indecente. La donna, “angelo della casa”, in versione 41-bis portatile.

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“Cast Away” e la retorica del saremo migliori

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“Cast Away” e la retorica del saremo migliori.

 Alla mia Kelly

In questi giorni di quarantena, in tv e sul web, è tutto un gran pullulare di messaggi retorici del tipo: “ce la faremo!”, “ne usciremo!”, “andrà bene!”, “saremo migliori!” e altre simili, doverose, confortanti ingenuità. C’è chi dice – vedi Guccini, Arminio e altri – che non saremo migliori affatto, che l’umanità, una volta passato il pericolo, tornerà lentamente alle sue precedenti abitudini, buone o cattive che fossero; che l’uomo per sua natura, pur essendo un sapiens, dimentica presto, o meglio, si ri-adatta alle nuove condizioni imposte dai governi e dalle emergenze a tempo determinato, continuando nel sottocutaneo ad aggirare il vero cambiamento, quello profondo e permanente, a favorire se stesso e le proprie egoistiche comodità. In poche parole saremo come quelli che in questi giorni per strada portano la mascherina sotto il mento o sulla fronte: ci innamoreremo dell’idea fasulla di fare il nostro dovere, di “portare la mascherina” per salvare il mondo, ma in fondo torneremo a essere gli imbroglioni di sempre, e le prime persone che torneremo a imbrogliare sono proprio quelle che vediamo riflesse nello specchio del bagno: noi stessi.

No, no, fermi tutti: questo post non vuole essere una paternale in stile De Luca o un “fare nome e cognome” alla premier Conte. Niente affatto. Se state pensando di interrompere la lettura a causa di questa premessa, vi prego di non farlo, di avere fede e di arrivare fino in fondo. Allo stesso modo vi chiederei di non catalogare subito come pessimistico il mio pensiero: parlo di “retorica del cambiamento” a ragion veduta, perché la vera evoluzione interiore viaggia su altre frequenze, alla maggior parte di noi sconosciute. La “mutazione pratica” che la nostra società dovrà subire sarà legata solo ed esclusivamente a una questione di cautela nei confronti di una convivenza forzata tra noi e Covid-19, in attesa di strumenti migliori per combatterlo, isolarlo, tenerlo a bada, studiarlo, renderlo inoffensivo, possibilmente distruggerlo in caso di “incontro” ravvicinato. Quarantena e convivenza forzata che, inaspettatamente per molti, stanno rappresentando occasioni preziose per rivalutare priorità, riscoprire stili di vita arrugginiti, gesti antichi (come leggere!), abitudini impolverate (come ascoltare un vinile!), pratiche culturali in disuso, hobby e “fai da te”, affetti o vecchi rancori, varchi meditativi pieni di ragnatele, riflessioni impegnate offerte dal disimpegno; per riflettere su un prima e un dopo, per ripercorrere gli errori planetari in materia di ecologia, di sfruttamento energetico, di comportamento consumistico del singolo o di intere popolazioni.

Ci stupiamo del ritorno di una certa natura, animale e vegetale, relegata ai margini, ghettizzata, scacciata e schiacciata, rinchiusa in riserve delimitate dal nostro via vai, dai nostri affari, dal nostro traffico di specie superiore, senziente e intelligente; realizzando che, forse, i virus più dannosi presenti su questo pianeta siamo proprio noi.

Il rallentamento delle nostre attività, personali e comunitarie, questo immobilismo forzato, ci indurranno a una riflessione in grado di renderci migliori in futuro? La maggior parte di noi tornerà a fare esattamente quello che faceva prima, e non vedo perché non dovrebbe essere così, però con un’accortezza maggiore e un’esperienza segnante sulle spalle capace di stimolare una salutare critica non solo teorica ma addirittura pragmatica; altri, invece, torneranno in gara ancor più nevroticamente e con una dose raddoppiata di violenza inespressa a causa dell’inazione e dell’energia non spesa: durante i primi tempi del ritorno alla normalità non mancheranno gesti inconsulti, reazioni spropositate, rigurgiti ritardatari di autodiscipline maldigerite. O forse no…

Perché un’esperienza forzata dovrebbe renderci migliori?

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Vite parallele

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Vite parallele

“Credo nella reincarnazione
in quel lungo percorso
che fa vivere vite in quantità
ma temo sempre l’oblio
la dimenticanza…
E già qui vivo vite parallele.”
da “Vite parallele” – Sgalambro/Battiato

 

Gli anni che precedettero il viaggio a Vienna furono duri.

Certe velleità artistiche possono spingere l’essere umano lontano, molto lontano. E la capitale austriaca rappresentava, agli occhi del giovane disegnatore, la “terra promessa” in cui poter realizzare il sogno da sempre coltivato: diventare un artista di successo.

Oltre alla cartellina contenente i disegni e l’astuccio con i lapis già consumati, il bagaglio del giovane consisteva in una semplice valigia ricolma di rabbia, frustrazione, intolleranza e tanta voglia di cambiare le cose. La miseria e la promiscuità del quartiere che l’ospitava non avrebbero certo migliorato il suo stato d’animo tetro e diffidente. 

Ma i sogni richiedono sacrificio e, tutto sommato, era finalmente giunto a Vienna dove, non importava se tra settimane o mesi, avrebbe avuto i primi contatti con il vero obiettivo del suo viaggio: l’Accademia di Belle Arti.

L’adolescenza costellata di insuccessi e il superbo isolamento in cui si adagiò, avevano sviluppato in lui la solipsistica certezza che il gusto per il bello non poteva e non doveva appartenere a tutti gli esseri umani: solo alcuni sparuti eletti, forgiati nel dolore e nella consapevolezza di dover ricercare una presunta purezza smarrita, potevano avvicinarsi alla comprensione di certe forme anatomiche ideali e all’apprezzamento di quei paesaggi naturali che richiamavano alla memoria la responsabilità e l’onore nell’essere teutonici.

I primi dischi di Wagner sul grammofono di casa e la commozione dinanzi all’impenetrabile barriera verde scuro della Foresta Nera; la dolce armonia delle vette innevate e la calma sorprendente dei laghi di montagna; la gelida agitazione del Mare del Nord e i ricordi infantili nella Selva bavarese; la bellezza della sua gente e l’orgoglio per la storia di un paese che nascondeva le sue nobili origini sotto una coltre di vergogna storica. 

Tutti questi aspetti trasparivano dai tratti nostalgici dei suoi disegni e le scene rappresentate in essi non testimoniavano la Germania del presente, ma sembravano piuttosto i promemoria di chi attende il ritorno di un’epoca arcaica mai vissuta e soltanto letta o sognata.

La bolgia umana che ritrovò a Vienna, rinforzava ancora di più le sue paure nei confronti di una minaccia che presto avrebbe assunto i connotati di un gruppo di responsabili da combattere con veemenza e ossessionante paranoia. E la ricerca di una “fonte pura” da cui attingere l’acqua sacra di un nuovo ordine divenne il subdolo imperativo del giovane artista.

Sicuramente l’arte e la ricerca insita nel processo artistico lo avrebbero aiutato in questa sua missione, ed era per questo che doveva assolutamente essere ammesso all’Accademia. Si trattava di un passaggio fondamentale che avrebbe dato un senso a quella sua vita precaria e raminga, trascorsa nei vicoli notturni del quartiere ebraico, tra birre solitarie e osservazioni sociologiche arrotate su una pietra scintillante d’odio.

O almeno l’ammissione avrebbe, in un certo qual modo, compensato le ingiustizie finora subite.

L’esistenza non è una strada rinchiusa tra due invalicabili muri di pietra: spesso il cammino dell’uomo è interrotto da sottopassaggi, sopraelevate, incroci custoditi, piccole stradine a fondo cieco e bivi. Non ne comprendiamo la funzione, non sappiamo come adoperare queste varianti, fino a quando non ci viene presentata la necessità di cambiare direzione, e quando ciò accade pensiamo ancora di percorrere il tragitto iniziale che noi crediamo di aver deciso di percorrere. Ma non è così.

La presunzione umana si sviluppa contemporaneamente all’inconsapevolezza che ne caratterizza le gesta. Anche l’uomo più determinato nella sua follia, e ideologicamente appassionato, è sottoposto a tale regola; anzi, la pressione evolutiva che accompagna le decisioni di tali uomini è maggiore che in altri, e ha un effetto coadiuvante su quegli storici cambiamenti di rotta che non conosceremo mai nel loro aspetto più intimo.

Perché tali personaggi pensano di essere loro stessi i demiurghi delle variazioni di percorso e non il caso o chissà che. Poveri illusi: vittime della stessa vana gloria di un granello di sabbia che vaga sospinto tra le onde dell’oceano, illudendosi di nuotare.

La mattina del primo colloquio con i docenti dell’Accademia possedeva tutte le caratteristiche dell’animo oscuro e minaccioso del disegnatore: dapprima un cielo plumbeo e in seguito una pioggia incessante, preannunciavano una serata fredda fatta apposta per rintanarsi in una fumosa birreria del centro.

Salendo lungo le scalinate dell’Accademia il pensiero dell’artista andava incessantemente a rivalutare le opere che avrebbe di lì a poco presentato alla commissione: “… andranno bene? … piaceranno?” – chiedeva in modo ossessivo una voce interiore che lo tormentava da anni, costringendolo a oscillare rovinosamente tra le onde vorticose della disistima di sé, sempre in agguato, e i porti sicuri dell’autoerotismo artistico. 

Aveva atteso quel momento per molti mesi e aveva sopportato in silenzio la vicinanza di tanti esseri inutili e abietti nella squallida pensione in cui alloggiava: non poteva tirarsi indietro proprio ora che era a due passi dalla verità. 

Una verità che avrebbe aperto le porte del suo futuro in quella città e non solo.

Era attratto dalle adunanze, dalle accese discussioni ideologiche e dalla vita politica, anche se disprezzava i politici e non poteva certo affermare di possedere degli “amici” in ambito sociale; con l’eccezione di qualche raro estimatore dei suoi disegni e delle sue idee in alcune famiglie abbienti dell’alta borghesia austriaca. Una sorta di condizione schizofrenica lo induceva a un’eterna transumanza tra l’amore viscerale per la propria terra e il rifiuto di ogni coinvolgimento sentimentale nei confronti della gente comune che incontrava tutti i giorni. Allo stesso modo, proprio in virtù di questa contraddizione interiore, sentiva crescere dentro di sé la necessità di dedicare la propria esistenza totalmente all’arte e in modo particolare al disegno, alla pittura.

Sapeva di sicuro che la vita politica appena in parte avrebbe potuto colmare i laceranti vuoti creati dai rancori e dalle sconfitte della sua esistenza, e che solo la rappresentazione artistica sarebbe stata in grado di ricreare nel suo cuore e nella sua mente gli scenari idealistici di un mondo ormai scomparso. La bruttezza, il disordine sociale e l’ingiustizia che incontrava per le strade di Vienna sarebbero state sostituite dal suo personale ideale di bellezza. Ideale a cui – così sperava – si sarebbero ispirate le generazioni successive a quella presente, sempre più stanca, disincantata e avvilita, ma bisognosa di ritrovare volontà, forza e orgoglio per combattere le nuove minacce e quelle antiche, radicate da secoli nel cuore dell’Europa.

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Analogico

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Analogico

Una rinnovata
infanzia analogica
ho sognato,
racconti a corto raggio
sapienze locali
su panchine sconnesse,
un segnale scorticato
come acqua piovana
riscopre terreni ignoranti.

Parole dette in faccia
saliva schizzata e
contatti umani,
segugi fiutano fatti
domande da strada
e notizie lente
che vanno a vapore
metro dopo metro,
a rivivere
velocità preindustriali,
fantasie forzate
dal non visto luminoso
al di là della collina.

Ritornerà il mistero perduto
e avrà il sapore ingenuo
delle dolci sere di primavera
sprecate in provincia.

(tratta da “Pomeriggi perduti” – Ed. Kolibris, 2019 – Prefazione a cura di Stefano Serri)

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“Maya colpisce ancora”, Baustelle

Elogio del post apocalittico

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“Lo sa cosa facevo prima della guerra? Vendevo fotocopiatrici…”

                                                                                     (Generale Bethlehem, signore della guerra. Dal film “L’uomo del giorno dopo”)

Perché il sottogenere post apocalittico, sia letterario che cinematografico, ci affascina e attira molti di noi? Perché siamo dei convinti estinzionisti? Perché siamo talmente pessimisti sul futuro dell’umanità che non riusciamo a prospettare un avvenire diverso da quello catastrofico? Perché odiamo i nostri simili e auspichiamo uno spopolamento del pianeta, caso mai fantasticando su di noi che, rimasti soli soletti, avremmo tanto spazio a disposizione? Perché non si farebbe più la fila ai negozi e non si userebbe più il denaro guadagnato andando a fare un lavoro che non ci piace? Niente di tutto questo; se anche queste “idee” ci hanno sfiorato, è stato solo per un attimo, pensando soprattutto alle condizioni reali e poco romantiche in cui ci troveremmo a vivere se tutto ciò si avverasse.

Non starò qui a snocciolare titoli di romanzi fantascientifici o di film fortunati tratti dagli stessi e che da tempo seminano scenari surreali, sotto forma di immagini filmiche divenute cult, nel nostro affollato immaginario collettivo. È importante, invece, capire perché ci sentiamo terrorizzati e al tempo stesso attratti dalle gesta solitarie dell’uomo post apocalittico; perché il mondo, il nostro mondo, così come lo vediamo ridotto negli scenari post apocalittici descritti nei racconti e nelle pellicole, pur spaventandoci suscita in noi domande scomode a cui sentiamo di non potere sottrarci? Una prima risposta potrebbe essere: perché la condizione post apocalittica ipotizzata “per gioco” induce a riflettere sulla condizione quotidiana “reale”, socialmente strutturata, pensata da altri, accettata, interiorizzata, mai più messa in discussione una volta raggiunta la cosiddetta “età della ragione”.

Una popolazione mondiale decimata da una pandemia, un pianeta Terra distrutto e contaminato in seguito a una catastrofe nucleare… Molteplici sono le cause “inventate” (o profetizzate?) dagli scrittori che hanno impegnato le loro penne in questo sottogenere letterario: alla fine non importa sapere quale sia stata la causa che determina la drastica diminuzione della popolazione terrestre, la sua quasi estinzione o la sua mostruosa trasformazione in qualcos’altro. Quello che conta, ai fini narrativi e introspettivi, è la nuova condizione esistenziale con cui devono confrontarsi i pochissimi sopravvissuti (o il sopravvissuto): a volte le storie cominciano con un solo sopravvissuto che in seguito scoprirà di non essere l’unico ad avere superato indenne l’ora zero del nuovo corso storico. Generalmente, come c’insegnano romanzi e film, questa scoperta non porta a nulla di buono: l’equilibrio che il sopravvissuto solitario aveva conquistato faticosamente nel tempo, creando intorno a se un piccolo paradiso sospeso sulle macerie del mondo precedente alla catastrofe, viene alterato dall’arrivo di suoi simili in cerca di aiuto o di fisiologica compagnia. L’uomo non è fatto per stare da solo ed è bello scoprire che anche altri ce l’hanno fatta: soprattutto gli adulti, bloccati a metà tra due mondi, che hanno un ricordo ancora vivo dei propri cari di cui spesso ignorano il destino o del mondo popoloso prima della tragedia, dopo un iniziale disorientamento dovuto alla scoperta sconvolgente di non essere più soli, tendono a riaccendere una speranza che la forzata condizione solitaria aveva assopito ma non del tutto cancellato. Un ritrovarsi che, però, porta guai, che guasta i piani collaudati del solitario: lo stare insieme implica responsabilità che vanno oltre l’io bastante a se stesso. È così anche nel mondo sovrappopolato e pre-apocalittico.

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Sul “darwinismo romantico” de L’Amica Geniale

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Sarebbe un errore madornale liquidare le vicende interpersonali vissute dalle due protagoniste della fiction “L’Amica Geniale” come “invidiosa competizione” di quartiere travestita da amicizia. Così come sarebbe sbagliato ridurre il tutto a una risultante vettoriale tra trascinatrice trascinata, tra presunta forte e altrettanto presunta debole. In realtà alla base di questa storia italiana, e non solo napoletana, c’è di più, molto di più: vi è un’atavica separazione sociologica che affonda le radici nei secoli, e si è fatta genetica, carne e pensiero, e quindi tratto somatico, gestualità, linguaggio dialettale, reazione diversificata all’esistenza, modi differenti di salvarsi o di non salvarsi dal destino. Anche la diatriba tra quartiere bene e quartiere popolare (chi ha vissuto in una grande città come Napoli conosce e ha provato almeno una volta sulla propria pelle questa contrapposizione) passa in secondo piano, quasi accompagnata da una sorta di giustificazione primordiale, assecondata da tutti con un fatalismo irreversibile, se scegliamo di affidarci a strumenti d’indagine di tipo storico. Rischiando, però, di cadere nel tranello di una spiegazione meramente intellettualistica: e un po’ già appare nella fiction questa “accusa” che nasce da un inevitabile confronto sociale, da un dialogo tra classi sociali che per alcuni sembrerebbe non poter esistere e di fatto non funziona per mancanza di convinzione.

C’è chi cerca di salvarsi dalla morsa del quartiere, dalle battaglie quotidiane tra “sottogruppi antropologici”, fuggendo in una lotta intellettuale, nella lettura “matta e disperatissima”, nell’auto-elevazione culturale, nell’impeccabile percorso scolastico che redime, lontano dagli errori familiari, dalla miseria interiore prima ancora che economica, da insopportabili e retrograde caratteristiche genitoriali, da un’ingiustizia sociale locale proiettata verso proteste lontane, contro guerre di cui si è solo letto sui giornali. E c’è chi da quella morsa non riesce proprio a liberarsi, nonostante la genialità, le idee non istruite che fanno “friggere” il cervello per trovare il modo di riuscire a campare, a emergere dalla miseria; e qui ritorna il concetto quasi ineffabile di “destino storico”, radicato in alcune persone, “che sta per sempre nelle cose” direbbe Carlo Levi, che resta attaccato alla pelle anche se i movimenti sono violenti nel tentativo di liberarsene.

Ci si aggrappa a una appariscente ricchezza esteriore, alla “posizione” conquistata tra l’infelicità per le aspirazioni mancate, all’alibi di essere comunque sposati che si contrappone alla “fallimentare” libertà di chi sceglie la cultura, i libri, lo studio che raccoglie frutti nella distanza, la dipendenza genitoriale, l’attesa nel “sistemarsi”, il prendere tempo per sperimentare il vero (o un presunto) amore.

A chi sembra forte, pur restando prigioniero di un destino deciso dagli altri a tavolino, dalla cultura predominante dell’epoca, non resta che la genialità quotidiana, sublimata nell’arte di arrangiarsi o di imbrogliare: l’inganno e lo scatto vincente per sbocconcellare pezzetti di vita dagli altrui piatti esistenziali, o deviando i propri introiti verso cause giuste, diventando giudici di se stessi e giustizieri; strumenti poveri ed effimeri per considerarsi ancora in gara, non ancora schiacciati da pressioni familiari o dal confronto sociale che diventa quasi sempre scontro, sfida, insanabile contrasto paranoico affrontato con un disprezzo che si tramuta in sadico sberleffo persino verso una persona cara.

Anche la trasformazione di una foto in un originale collage artistico diventa occasione per dimostrare la propria superiorità mentale in un contesto bidimensionale, che non prevede profondità, decostruzione del proprio destino, deviazione dalla semplice realizzazione di un’apparenza di quartiere. Qualcuno intuisce le potenzialità del genio, dà corda all’estro, ma solo in funzione di un meccanismo ristretto, commerciale, assecondando un impulso mai compreso pienamente: si può possedere la vita di una persona ma non la sua immagine, quella no; la decostruzione artistica dell’io voluto da altri è l’unica scappatoia possibile.

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“Il momento perfetto”, da Pomeriggi perduti

Arnold Böcklin; Die Toteninsel (Erste Fassung); 1880

Esisteranno, un giorno che non chiameremo
più giorno
anche per noi
un tempo e uno spazio
(non più tempo, non più spazio)
in cui diluire la vita incompresa, la non riuscita
e quella non digerita, in cui disperdere
le questioni di principio e gli affanni
i quotidiani attriti dell’inutile fare
gli orgogli della carne e le posizioni in classifica.
Dove tutto sarà quasi pace, ingiudicato e incolore
o colorato a piacere, con le mani e i piedi della notte camminata
di stelle e vino, sospesi
solo una musica lieve e ricordi blandi di
una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù
da qualche parte, insomma… Senza nomi di città,
o di strade, o cognomi strani, o numeri civici e di telefono.
Ignoti, ignoranti e ignorati
in eterno.

Non c’importerà più di niente
perché niente saremo.
Forse vivi, forse no
in ogni caso non lo scopriremo.

Finalmente
sorridendo, senza sapere come
ci dimenticheremo
sui marciapiedi dell’universo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, edizioni Kolibris – 2019)

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immagine: L’isola dei morti (Die Toteninsel), Arnold Böcklin

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“Where the Streets Have No Name”, U2

Il ritorno del re

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Agogno il ritorno del re
che in solitudine tutto decreta,
sulla lama della sua spada
cadranno gli ipocriti tra ghigni sociali
e periranno le confuse democrazie.
Un pensiero unito, fuso nel tempo
come ferro saldato dall’ira
raccolta negli anni sbagliati,
fuggito da pollai televisivi
già si staglia su sfumati destini.
Le opinioni, simili a vaporose vesti
risalgono al cielo pesante dell’ingiusto
sospinte da ritrovate lance roventi.

È tempo di mettere a tacere
le troppe voci che non ascoltano,
il richiamo di un passato nascosto
e delle sue gelate radici
sovrasterà le povere idee raminghe.
Il re guarirà questa stanchezza
e le umilianti ferite,
risanerà le ossa spezzate
dalla cecità degli uomini corretti,
donerà una nuova dignità
a chi della verità rifiuta il dolore.

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“La volpe”, Ivano Fossati