La casa senza noi, da "Pomeriggi perduti"

tratta da “Pomeriggi perduti”, edizioni Kolibris – 2019…

La casa senza noi
(Protagora)


Come corpo morto
pian piano si fredda
la casa lasciata sola
non vissuta da aliti umani
vapori di brodo sui vetri
e caldi sospiri di stufa.
Tra queste quattro mura inanimate
si rifugia forse lo spirito
della storia che non conta
il tempo
perché tempi non conosce?

Cosa fai al buio, d’inverno
durante le lontane feste?

I testimoni oculari
che tutto misurano
lasciano dietro di sé
polveri ignoranti
tra muti oggetti
non più sfiorati
da una vista cosciente,
un ultimo giro di chiave
li separa da un’immobile eternità.

– video correlato –

“Aspettando l’estate”, Franco Battiato

L’uomo che non sapeva leggere

In quest’epoca di “nuovi roghi” è importante chiedersi, se vogliamo realmente spegnerli sul nascere, – al di là del valore feticistico dell’oggetto ‘libro’ – che posto occupa la lettura nella nostra vita. Fino a quando non ci porremo seriamente questa domanda, i roghi continueranno, aumenteranno di numero non solo nella vecchia Europa (che di roghi libreschi se ne intende!) ma in tutto il mondo, e partendo dalle biblioteche di quartiere arriveranno a interessare persino le nostre librerie casalinghe: perché i roghi non sono solo quelli causati dal fuoco ideologico che brucia il sapere degli avversari, ma soprattutto quelli freddi, silenziosi, senza fiamme, che dall’interno bruciano l’anima, destinandola a un’aridità irreversibile… Quelli appiccati da noi stessi. (m.n.)

L’uomo che non sapeva leggere

(Il blocco del lettore)

 

“I libri non sono la vita”

(Il comandante dei vigili del fuoco –

dal film “Fahrenheit 451” di François Truffaut)

 

 

Da anni comprava libri, senza leggerli.

Non si trattava di una diramazione della ben più nota “patologia” che colpisce chi scrive – il blocco dello scrittore – dal momento che non aveva mai avuto alcuna intenzione di farlo. Di scrivere…

Questa volta la paura non sorgeva dinanzi alla ignota e famigerata pagina bianca: terrore degli scribacchini esordienti e degli scrittori affermati, tormento esorcizzato dagli aspiranti premi Nobel per la letteratura a suon di pagine scritte di notte, brivido oscuro dei romanzieri, precipizio apnoico degli editorialisti. 

La pagina, in questo caso, era piena: riempita da Altri, da persone sfiorate nelle biografie e mai realmente conosciute, da scrittori che avevano sacrificato meravigliose giornate di sole e di svago in nome dell’eternità. E che giacevano, chi da secoli, chi da pochi anni, in qualche famoso cimitero, sotto una lapide a sua volta ricoperta da una rinsecchita corona di fiori gentilmente deposta dai membri dell’associazione bibliofili durante il giorno dei morti.

L’ebbrezza elettrica che lo sorprendeva in libreria, mentre sfiorava la copertina di quegli oggetti stampati, era scientificamente indefinibile ma reale negli effetti!

Lui amava veramente i libri: li bramava, li pedinava, li inseguiva sui cataloghi e sulle bancarelle dei rigattieri, a volte si abbandonava a pratiche di autoerotismo intellettuale mentre li toccava morbosamente o mentre leggeva le note in quarta di copertina. Li osservava in lontananza mentre venivano manipolati da occhi stranieri… I suoi libri.

In alcune occasioni aveva fatto finta di non essere interessato a un titolo ed era uscito dalla libreria a mani vuote, contento per quella strana dimostrazione di resistenza data a se stesso. Resistenza che la maggior parte delle volte non durava per più di ventiquattro ore: il giorno dopo, quasi alla stessa ora, si precipitava in maniera agitata nel luogo del misfatto per cercare nuovamente, con il volto sudato e visibilmente provato, il tomo snobbato.

Puri giochi! Masochistiche simulazioni tra innamorati dispettosi.

Non poche volte era successo che, avendo trovato lo spazio nello scaffale del negozio, fino al giorno prima occupato dal libro agognato, terribilmente vuoto a causa di un acquisto fatto da qualche indegno lettore di passaggio, aveva diretto i propri passi disperati verso una libreria di ripiego alla ricerca del volume perduto. Figlio disperso e nuovamente desiderato da un padre disattento e sciocco.

Isterici capricci da collezionista, avrebbe detto qualcuno. O, forse, un osservatore più malizioso avrebbe potuto parlare di carenze esistenziali compensate dalla cultura.

Una cultura libresca e autogestita che, a quanto sembrava, da anni non riusciva più a vicariare una consistente perdita di vita.

“Leggere, o non leggere; questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender libri contro un mare di triboli e, leggendo, disperderli.”

L’entusiasmo provocato dall’acquisto, tuttavia, durava solo pochi minuti.

Dopo aver riposto la carta di credito nel portafogli ed essere uscito dal luogo pubblico dove consumava i suoi ripetuti stupri culturali, i passi dell’uomo, già meno entusiasti rispetto a quelli con cui era entrato in libreria, si dirigevano verso un’abitazione che ormai conservava appena lo spazio sufficiente per soddisfare le basilari azioni del vivere civile: dormire, cucinare, lavarsi… Tutti gli altri spazi incolti, non utilizzati da mogli esigenti e figli invadenti, erano stati nel corso degli anni rielaborati e ripensati in funzione di quegli eterni e muti compagni di strada: i libri.

Geometrie angolari e librerie sopraelevate concepite per sfruttare anche le restanti porzioni di volume: zone che, al di sopra delle teste degli inquilini, il più delle volte sono “terra di nessuno”.

Mensole coltivate come i giardini pensili di Babilonia sfidavano una quieta gravità addomesticata; titanici scaffali a muro ricolmi di quelle leccornie letterarie che avevano pettinato dolcemente i pomeriggi del suo passato da lettore accanito, mostravano con orgoglio di aver raggiunto un equilibrato compromesso con l’universo circostante. Le leggi riguardanti il baricentro erano diventate dicerie e la perfetta disposizione dei pesi libreschi in quella casa era destinata a riscrivere certe presuntuose pagine nei manuali di statica adottati dagli studenti.

I passi attutiti dell’uomo, che trascinava la propria solitudine domestica tra il corridoio tappezzato di edizioni introvabili e il celibe talamo quasi poggiato su colonne di volumi cartacei, giungevano alle sue stesse orecchie come tintinnii abortiti di cristalli avvolti nella carta di giornale durante i furtivi traslochi dell’anima con cui si evita la Vita.

Da anni non leggeva più.

Da anni, uscendo dalle librerie, ripeteva a se stesso la solita frase d’ufficio con cui tentava miserevolmente di autoconvincersi: “Comincerò a leggerlo domani!”

Agglomerati di pensieri scritti e mai letti, si ergevano lenti e muti come stalagmiti di carta negli angoli dell’esistenza. La giovanile sete di quelle parole che aiutano a capire, aveva lasciato il posto ad un più sfacciato e inesorabile disincanto.

La vita degli Altri, magistralmente raccontata e stampata in pregevoli pubblicazioni, non compensava la mancanza di una vita propria, come invece gli succedeva facilmente in passato, quando ancora riusciva a credere in un futuro clemente.

L’uomo sapeva bene che non era la paura a causare quella sua strana inibizione nei confronti dell’amata lettura. Non erano gli abissi profondi e oscuri che gli si aprivano dinanzi mentre tentava di andare oltre gli innumerevoli incipit affrontati in quegli anni, a causare l’“impotenza letteraria” da cui era affetto. Le indescrivibili e un tempo meravigliose possibilità esistenziali offerte dalla lettura, non erano confortate dalla presenza di una “controesistenza reale” con cui paragonarle.

Ecco quale era la causa del suo blocco.

“Chi non ama, chi non vive e ama la vita non può apprezzare veramente la lettura che è la più pregiata finestra aperta sulla vita stessa, non può penetrare con vitalità il tessuto della storia raccontata e di conseguenza non può sostenere con passione ed energia le numerose ore di lettura, abbandonandosi all’abbraccio materno di pagine amate, sì, ma mai totalmente e intimamente comprese!” – elaborò nella sua mente e dopo un improduttivo tergiversare durato anni un primo vero pensiero doloroso ma realistico.

L’ammirevole determinazione con cui cominciava le letture, veniva minata da prepotenti voci interiori che puntualmente distraevano l’uomo dal suo obiettivo. Le amate pagine si allontanavano dal cuore prima che dagli occhi e un’insistente coscienza batteva i suoi duri colpi sul portone del tempo.

La giostra della distrazione prendeva ogni volta il sopravvento e spesso il lettore ormai sfinito si ritrovava con il libro aperto tra le mani nel tentativo estremo di vincersi e lo sguardo perso tra gli altri orfani di carta che attendevano invano l’arrivo di un occhio curioso e vorace.

Ma non quella sera.

Continua a leggere “L’uomo che non sapeva leggere”

Buonanotte

886152_562967027117241_1511210990_o

Ci siamo piantati sulla terra
e abbiamo dimenticato il cielo,
il nero notturno trapunto di luci
che era presagio a partenze
– alcune già spente da tempo –
ha lasciato il posto
a stanchi sonni distratti
ripetuti senza clamore
calando ogni sera
sul mondo sveglio altrove
palpebre di finestra
e vaghi saluti augurali.

* i primi due versi sono tratti da
“Walden o Vita nei boschi” di H. D. Thoreau

Torneremo ancora? Purtroppo sì…!

Volevano farlo passare come il “brano dell’addio” (ma addio da cosa? da chi? dalle scene? dalla vita? ‘quale’ vita? dai “fan”? addio dagli asparagi che danno un certo odore all’urina? addio dai “clamori nel mondo moribondo”? Magari!) e in effetti lo è – un addio – anche se già aveva fatto “Testamento” ma eravamo troppo presi dal saltellare sotto il palco per accorgercene (e accettarlo); anche se il Maestro (odia sentirselo dire, ma tant’è!) Franco Battiato respira ancora e addirittura in alcuni video casalinghi si muove addirittura (con stratagemmi simili a quelli del film “Weekend con il morto”?) e sembrerebbe parlicchiare col vicino (forse sussurrandogli “Lei non ha finezza, non sa sopportare l’ebbrezza…”?). Cosa dica (o meglio ‘pensi’; ma pensa ancora?, qualcuno s’è chiesto. Ma cos’è il pensiero? È organizzarsi per la spesa e i tour da fare o assestarsi su differenti livelli di “presenza” per noi incomprensibili?. Non lo sapremo mai perché “questo” non fiata, non ci guida più, non ci dice come dobbiamo vivere! Non si fa così, Franco!) non ci è dato saperlo da un certo periodo oscuro a questa parte, nonostante i flash mob sotto casa sua per stanarlo tipo “Catch the fox” di Den Harrow.

No tranquilli, non starò qui a stonarvi ulteriormente blaterando di sciacallaggio commerciale, di infime amicizie striscianti, di calzature col rialzo, di angolazioni fotografiche per coprire l’indicibile, di silenzi telefonici (dopo i vergognosi – e inutili come la sua arte – silenzi televisivi di Celentano, vogliamo scandalizzarci per gli autorevolissimi silenzi di Battiato? Suvvia!) o di omissis familiari al limite del sequestro di persona.

Le groupies più accaldate volevano coinvolgere persino la Sciarelli di “Chi l’ha visto”, la quale si è vista costretta a replicare, dopo varie insistenze, dichiarando: “trattiamo solo casi di persone effettivamente scomparse e che non compaiono in video recenti in cui discutono con tecnici del suono o armeggiano con le bozze della copertina dell’album che sono stati ‘costretti’ a pubblicare!”.

011-franco-battiato

Vorrei solo rovinare un pochino l’atmosfera romantica e giustamente commovente che si è venuta a creare intorno all’inedito “Torneremo ancora”. Come chiese Maurizio Costanzo al mitico Califfo quando uscì l’album “Non escludo il ritorno”: <<… è una minaccia?>>. E sì perché quel “torneremo ancora” non ha – ahimè – il sapore di una speranza discografica o tournistica, di una promessa fatta agli estimatori, ai “fan” con i palloncini a forma di cuore che lo attendevano facendo le fusa a fine concerto, no. Quel “torneremo ancora” è la constatazione definitiva di una “prassi spirituale”, la dichiarazione finale (per chi non l’avesse ancora capito nonostante gli anni passati a seguirlo in ogni dove) intorno a una condanna: la nostra; è la descrizione della misera condizione umana, dell’anima dell’uomo – in quanto specie senziente – costretta a reincarnarsi di corpo in corpo, a saltellare da un corpo a un altro (se vi va bene) simile, oppure in un tubero concimato con la cacca o in una pietra su cui vanno a pisciare i cani! A trasmigrare chissà per quanto tempo “fino a completa guarigione”, canterebbe il Nostro, ovvero fino alla liberazione da una materialità che ci tiene legati a questa – diciamocelo! – stancante ciclicità.

Continua a leggere “Torneremo ancora? Purtroppo sì…!”

Joker è tutti noi

Joker

[post a basso tasso di spoileraggio; tuttavia, per una migliore comprensione dello stesso, se ne consiglia la lettura dopo aver visto il film, n.d.b.]

Joker è tutti noi

I supereroi non esistono: non per le cose fantastiche che fanno e per i superpoteri improbabili che posseggono. Non possono esistere perché sono il frutto irreale di ciò che vorremmo essere, la condensazione in un’unica persona creata a tavolino del meglio dell’umanità, l’epicizzazione e la razionalizzazione dell’immagine di noi che vorremmo dare al mondo, l’idealizzazione di quella parte nobile della nostra anima che ancora riusciamo a considerare salva. Salva dal punto di vista della visione comune di quello che è il bene e il male: un limite che le sovrastrutture imposte dall’educazione e dalle regole di una parte della società che cerca di isolarsi dal marcio imperante, cercano di mantenere vivo. Il bene comincia, guarda caso, dove iniziano gli interessi dei pochi: il potere difende, grazie alle leggi e alle forze dell’ordine create per eseguirle, la propria stabilità, ma taglia i fondi che servono a proteggere e curare i più deboli. Il “reddito di cittadinanza della salute mentale” è poca cosa se confrontato con i mirabolanti progetti dei tanti imprenditori pronti a scendere in campo e ad impegnarsi in politica in prima persona.

C’hanno sempre fatto credere che i “cattivi” fossero i necessari alter ego dei protagonisti buoni, la “spalla” anti-idealistica per giustificare il bisogno cieco di servire il Bene, quello supremo, alto, così alto nei cieli da dimenticare, più in basso, lì dove viviamo noi, le cause del Male, sempre le stesse, apparentemente irrisolvibili; ce l’hanno fatto credere (è successo anche con certe pagine di storia scritte dai vincitori e assunte senza fiatare come farmaci alle scuole primarie) e invece è esattamente il contrario: ma ci accorgiamo di questa differenziazione forzata solo quando l’arte, il cinema come nel caso del film di Todd Phillips intitolato “Joker”, pellicola dedicata alla lenta evoluzione (per i meno audaci ‘involuzione’) psichiatrica del famigerato anti-eroe creato dalla DC Comics e magistralmente interpretato dal notevole Joaquin Phoenix, riesce a trovare il coraggio di essere politically incorrect e soprattutto a distaccarsi dalle regole non scritte dei cinecomics riguardanti il rispetto dei ruoli, della caratterizzazione dei personaggi e da altre catene narrative e cronologiche.

Nonostante la nostra speranzosa (a volte ingenua) reazione uguale e contraria, come c’insegna la fisica, nonostante “la risposta” che tentiamo di dare alla vita, alla fine non siamo nient’altro che il maledetto risultato dell’azione di forze esterne esercitate in maniera costante sul nostro corpo e sulla nostra mente (con buona pace del corredo genetico vincente di cui pochi fortunati sarebbero provvisti): il diverso, non per forza dal punto di vista mentale o sessuale – si può essere diversi in tantissimi altri, più o meno impercettibili, modi (lavoro assente o tipologia dello stesso quando c’è, disponibilità economica, fede religiosa, cultura etnica, lingua, gusti sportivi o assenza di gusti, fortuna con le donne o con gli uomini, modo di vestire, se vivi ancora con i tuoi, disabilità, capacità comunicative,… devo continuare?) – subisce questa pressione in maniera incidentalmente più dannosa. La sua congenita debolezza, i casi fortuiti e bizzarri della vita, la mancanza di quella che certi ricchi e fortunati radical chic travestiti da democratici chiamano – abusando del termine a fini propagandistici per mettere in mostra un paese vincente che in realtà non esiste – resilienza, rendono il diverso più esposto alle “intemperie” del vivere sociale, ai suoi repentini e poco gentili cambi di rotta: all’inizio della sventura a prevalere è ancora la gentilezza, il lathe biosas (“vivi nascosto”) di epicureana memoria che entra in conflitto con l’esigenza di far sapere al mondo che esisti (il from zero to hero dei terroristi radicalizzati, p.e.), il rifiuto delle armi quale mezzo non solo per difendersi ma anche per imporsi e pareggiare i conti, la caparbietà moraleggiante a non risolvere i problemi della vita adoperando la violenza, perché così c’hanno insegnato, seguendo la linea gialla tracciata sul pavimento che porta verso la tomba.

Continua a leggere “Joker è tutti noi”

Concord

Matrixsnap

La pubblicità
fa più male se
l’ascoltiamo concentrati
o lasciamo che scivoli
sulla pelle distratta
dell’io consumatore?
Levatevi di tornio
piallate via il superfluo
colorato e danzante
del farci sentire speciali,
abbandonatevi come Thoreau
sulle sponde periferiche
di Concord.

Ci siamo dimenticati di noi stessi
tra queste quattro mura
accaldate e disperate,
del progetto iniziale
del perché siamo qui.

Sordi ai richiami della vita
spegniamo anni
come candele avanzate
da possibili passati.

Hic et nunc, ieri e altrove

IMG_20181122_145856

Avanza come onda di marea
la luce del sole
sul cammino atteso,
filtrata da giochi
di nuvole registe
ruba gli ultimi spazi in terra
a un ritornante inverno.

E il nuotatore straniero
attraversa con poche bracciate
quell’effimero confine, sorridente
s’immerge nella luminosa schiuma,
e si scaldano le ossa avvilite
e gioisce la pelle bianca
per le promesse di stagione,
ed è prova di un redivivo andare
il ritrovato sudore asciugato dal vento.

Si stupisce ancora
per i fatti della vita
disseminati nei fatiscenti angoli
del paese e del tempo,
il convoglio dei molti io
che si porta dietro,
i ritorni, pranzando da solo
in stazioni autunnali
nervose e indifferenti,
le città trafficate
da orde impersonali,
le folle di eventi inutili,
le code in fila per il nulla,
i sentimenti lasciati morire
lungo la strada,
gli incontri fugaci
come temporali estivi.

Non si rassegna
alla libertà
delle nuove foglie verdi di Maggio,
alla semplicità
degli attimi vissuti,
alla sincerità dei sensi
sulle scene del respiro.

(ph M. Nigro)

Tutto o niente!

32856076_10216040379431671_8215822088452177920_n

Non più briciole di pane

lasciate cadere dagli angoli

di bocche assenti

sotto tavoli inchiodati alla terra crudele

come per cani separati

dal cielo infinito di agitate battute,

non più resti di gioie

dimentico dei tesori

che quotidiani s’allontanano

dalla vista del fare.

È più grave decidere di non agire

o dimenticare come si vive?

Eppure, in giornate di sole

ricordi ancora la direzione

la forma cosciente della

sudata ombra andante.

Abbandona i fotogrammi

che su di me possiedi!

dal passato geloso

di novità e altri cammini,

chiedi, fai domande, rivolgiti al presente

e alle sue stagionate speranze.

Qualcosa ha da rivelarti,

non ci crederai…