Combattere la Mafia…

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Come si combatte l’illegalità e quindi la mafia? Voi direte, giustamente, sequestrando beni, arrestando esponenti della Cupola, indagando, spezzando reti, stanando latitanti, sfruttando le rivelazioni dei pentiti, intercettando, investigando, “seguendo il denaro”, allestendo maxi-processi, emettendo sentenze, facendo Giustizia… Tutti provvedimenti attuabili e di fatto attuati dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine, dallo Stato, e che fanno notizia.
Poi ci sono provvedimenti privati, sottotraccia, quasi banali ma che banali non sono, scelte personali che non fanno notizia, all’apparenza ridicole se pensiamo alla mafia solo come a un’organizzazione che spara e uccide e non innanzitutto come a un “atteggiamento”, a una “dittatura bianca” delle coscienze che si presenta in giacca e cravatta con piglio dirigenziale.

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Lettura da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”

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Lettura da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” (La testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G. I. Gurdjieff) di P. D. Ouspensky; Casa Editrice Astrolabio.

Lettura da pag. 157 a pag. 160 del Capitolo Ottavo a cura di Michele Nigro.

Xavier de Maistre e i nuovi zombi

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Durante questi primi giorni di quarantena, dopo molti anni, ho voluto rileggere il breve romanzo Viaggio intorno alla mia stanza del flâneur Xavier de Maistre; seguito, nello stesso volume, da uno scritto aggiuntivo intitolato Spedizione notturna intorno alla mia stanza: costretto per ben quarantadue giorni agli arresti domiciliari – una “quarantena giudiziaria” – l’autore coglie l’occasione per ripercorrere in maniera insolita, con i sensi e l’immaginazione, i luoghi consueti del proprio abitare, l’oggettistica casalinga mai considerata come input filosofico, in un viaggio breve dal punto di vista spaziale – un appartamento, per quanto lussuoso e spazioso, ha dei confini ben definiti – ma infinito se considerato in riferimento a quello che James Ballard, alcuni secoli dopo, avrebbe chiamato inner space (spazio interiore).

Un viaggio intorno e non dentro, come suggerirebbe la logica, perché lo sguardo di de Maistre non attraversa – a mò di spada che penetra la carne – distrattamente la stanza, come accadrebbe forse durante gli spensierati giorni di una normale libertà, ma plana delicatamente sulle sue pareti, si sofferma sui mobili, sulle cose di uso quotidiano, su quelle da sempre possedute ma mai osservate e analizzate profondamente. In questo nuovo approccio silenzioso, meditativo, privato, senza pubblico, si scorge la rivalutazione di aspetti scontati, delle vicende relazionali rimosse, delle persone importanti seppellite nella memoria, degli atteggiamenti sbagliati assunti nel passato e delle false amicizie incontrate (cantava Battiato: “E quanti personaggi inutili ho indossato / Io e la mia persona quanti ne ha subiti”), delle letture fatte e quelle da fare, della condizione permanente dei poveri in strada rispetto a quella propria da recluso, temporanea e agiata, di un’asocialità scambiata per difetto e ora valorizzata al punto giusto, delle lettere giovanili rinchiuse in un cassetto e rilette…

Dalla poltrona al letto, dalla scrivania alla libreria, dalle stampe e i quadri appesi ai muri fino allo specchio, l’unico “quadro” veramente autentico – riflettente noi stessi – che non osiamo criticare; dal viaggio domestico a quello contenuto nei libri amati: una serie di viaggi nel viaggio, nel tempo e nello spazio.

“Quando viaggio nella mia stanza dunque, raramente percorro una linea retta: vado dal tavolo verso un quadro posto in un angolo; da lì mi muovo in senso obliquo per andare alla porta; ma, benché partendo la mia intenzione sia proprio quella di recarmici se lungo il percorso incontro la poltrona, non faccio complimenti, e mi ci accomodo all’istante. […] Un buon fuoco, qualche libro, delle penne; quante risorse contro la noia! E ancora che piacere dimenticare libri e penne per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, o buttando giù qualche verso per rallegrare gli amici! Le ore scivolano allora su di voi e cadono in silenzio nell’eternità, senza farvi sentire il loro triste passaggio.” Tutto contribuisce alla formazione di una nuova geografia delle piccole cose, a una cartografia riveduta e corretta del conosciuto.

Ma quello di de Maistre non è un viaggio fatto per noia, per passare il tempo (“Questo esilio forzato è stato solo un’occasione per mettermi prima in cammino” […] “… avrei preferito occuparmi di questo viaggio in un altro periodo, e che avrei scelto, per compierlo, la quaresima piuttosto del carnevale: pure, riflessioni filosofiche, mandatemi dal cielo, m’hanno molto aiutato a sopportare la privazione dei piaceri che Torino offre a bizzeffe in questi tempi di chiasso e d’agitazione.”), e nemmeno una quest, un viaggio iniziatico, perché non c’è nulla da ricercare; è già tutto lì a portata di mano o a portata d’animo. È invece un cammino necessario che valorizza il consueto, un tragitto in pantofole per vedere gli angoli soliti da un altro punto di vista. I particolari che prima sfuggivano alla cattura, ora restano impigliati nelle reti dell’osservazione ristretta per causa di forza maggiore. Dalle virtù del letto alle scoperte metafisiche sulla doppia natura – anima e bestia – dell’uomo casalingo: “Tutta l’arte d’un uomo di genio sta nel saper educare bene la propria bestia…” Una volta domata la bestia, l’anima può viaggiare da sola, in modo “d’ampliare la propria esistenza” e sconfiggere la meccanicità (Gurdjieff docet!) insita nel vivere quotidiano e routinario.

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Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi…

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“Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi:

carrelli per la spesa in fiamme al largo dei bastioni di Conad,
e ho visto la follia balenare tra le sbarre vicino alle porte di Rebibbia…
… Gente isterica uscire dalla zona rossa lombarda per entrare in quella campana, e urlare come Morgan: “Che succede?”;
treni affollati di coglioni B sferragliare di notte verso la stazione di Salerno;
e-mail di truffatori intasare le caselle postali per vendere mascherine e gel a prezzi disumani;
ho visto file infinite di clienti col numerino davanti alle farmacie e proprietari di pub col metro in mano;
ho rivisto il mio amico Vituccio che quando parla sputacchia a più di un metro… e ho girato a largo da lui;
ho visto preti benedire i fedeli e le salme a distanza con fucili caricati ad acqua santa;
Papi e impiegati statali lavorare in smart working;
pusher di tamponi agli angoli delle strade;
ho visto bozze di decreti sgattaiolare di notte per colpa di collaboratori incapaci;
ricette di amuchine improbabili diffuse in giro come se fossero quelle di Suor Germana;
ho visto web-santoni del XXI secolo smentire i Maya e annunciare una nuova data per la fine del mondo;
gente con la scusa del panico sfondarsi di Nutella Biscuits come se non ci fosse un domani;
ho visto orde di infedeli tornare alla preghiera che manco nell’Anno Mille;
palestrati in crisi d’astinenza da attrezzi piangere come ballerine davanti alle palestre chiuse;
strade deserte in paesi che già prima di covid non brillavano per “movid”;
ho visto analfabeti funzionali scoprire di avere una libreria in casa… E li ho visti addirittura mentre tornavano a leggere.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come starnuti nella pioggia.
È tempo di restare a casa.”

 

Roy Batty-paglia

#iorestoacasa

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“Il momento perfetto”, da Pomeriggi perduti

Arnold Böcklin; Die Toteninsel (Erste Fassung); 1880

Esisteranno, un giorno che non chiameremo
più giorno
anche per noi
un tempo e uno spazio
(non più tempo, non più spazio)
in cui diluire la vita incompresa, la non riuscita
e quella non digerita, in cui disperdere
le questioni di principio e gli affanni
i quotidiani attriti dell’inutile fare
gli orgogli della carne e le posizioni in classifica.
Dove tutto sarà quasi pace, ingiudicato e incolore
o colorato a piacere, con le mani e i piedi della notte camminata
di stelle e vino, sospesi
solo una musica lieve e ricordi blandi di
una certa vita lasciata indietro, laggiù o lassù
da qualche parte, insomma… Senza nomi di città,
o di strade, o cognomi strani, o numeri civici e di telefono.
Ignoti, ignoranti e ignorati
in eterno.

Non c’importerà più di niente
perché niente saremo.
Forse vivi, forse no
in ogni caso non lo scopriremo.

Finalmente
sorridendo, senza sapere come
ci dimenticheremo
sui marciapiedi dell’universo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, edizioni Kolibris – 2019)

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immagine: L’isola dei morti (Die Toteninsel), Arnold Böcklin

– video correlato –

“Where the Streets Have No Name”, U2

Dieta social

“Mangia. Mangia piccolo Michel, mangia.

Se non mangi non puoi morire.”

(dal film “La grande abbuffata” di Marco Ferreri)

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Brevi considerazioni quasi evangeliche su due tipi di diete

Dalla seconda lettera (la prima s’è persa)

di San Michele Apocrifo ai webeti

Fratelli e, perché no,… Sorelle!

Che relazione intercorre tra la dieta da cibo e la dieta da ‘social’? Apparentemente nessuna, almeno dal punto di vista formale: in entrambi i casi, però, ci si priva di qualcosa che desideriamo o pensiamo di desiderare. Viviamo in una società che ci ha convinti – tutti, nessuno escluso – di aver bisogno del surplus come se fosse una cosa normale: surplus di informazioni, o meglio, vedi i social, di presunte informazioni; nella maggior parte dei casi, tranne rari esempi e in presenza di utilizzi pensati del mezzo, sono di più i dati rilasciati in giro dai nostri movimenti virtuali e riutilizzati dai Signori del Social Networking per motivi politico-commerciali, che le informazioni per noi realmente utili nella vita pratica: andando a stringere, togliendo i selfie, le notizie su noi stessi non richieste, come i piatti mangiati o i luoghi visitati, le considerazioni sui cantanti dell’ultimo Sanremo, le cosiddette informazioni di ritorno utili per le attività che amiamo o per la nostra stessa “sopravvivenza” sociale, sono veramente poche, anzi pochissime. Quindi, in soldoni, sui social diamo più di quel che riceviamo. Ma era cosa nota.

Surplus di alimenti. In questo caso accade esattamente il contrario: riceviamo di più di quello che in seguito riusciremo realmente a trasformare in energia per vivere; dove per vivere s’intende sia l’attività fisiologica di base, quella che ci permette di non morire, sia l’attività di lusso, le azioni che riguardano il nostro essere intellettuale e quindi culturale, relazionale, dinamico, insomma il nostro essere Homo sapiens sapiens sul pianeta Terra: il doppio ‘sapiens’ serve a sottolineare che l’Uomo non solo è capace di procurarsi il materiale e le conoscenze tecniche grazie alle quali costruirà la propria abitazione o il proprio mezzo di trasporto, ma dopo si autoelogerà, o addirittura si autoesalterà, cantandone o scrivendone (grida Marinetti nel Manifesto del Futurismo: <<Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.>>) Mentre invece un picchio resta sostanzialmente umile dinanzi al buco praticato a suon di becco nel tronco di un albero: da qualche parte dentro di sé, sa che deve farlo per crearsi un riparo e nidificare; possiede una coscienza limitata del perché, pur essendo presente a se stesso mentre lo fa. Non produce una poetica del buco: a quella ci penserà il poeta (discendente, a volte, non sempre, del sapiens sapiens) che passeggiando nei boschi ammirerà il creato e le meravigliose gesta innate dei suoi abitanti. Ognuno, in questo mondo, interpreta il ruolo che più si confà alla propria natura e quindi alle proprie caratteristiche: c’è chi fa e chi ne canta. I più in gamba fanno e ne cantano.

Quindi la poesia è un prodotto del surplus? Non di quello alimentare (o forse un po’ anche sì: provate a comporre versi a stomaco vuoto! E vedrete che “poema disperato e ululante” ne verrà fuori…) ma certamente di un surplus di coscienza determinato dall’evoluzione.

I due tipi di diete hanno però in comune una cosa: la rabbia. Nel caso di una dieta da cibo, la mancata introduzione nell’organismo di sostanze confortanti e gratificanti, rende il soggetto irascibile, smanioso, cattivo in quanto famelico, perché il corpo è convinto di non ricevere ciò che l’abitudine ha meccanicamente reinterpretato, ai tempi del surplus, come necessario. Ma bastano poche ore o pochi giorni e l’organismo tenderà, obtorto collo, ad adattarsi: si “accorgerà” di avere a disposizione riserve che ignorava o che fingeva di ignorare stando lontano da specchi e bilance. Riserve a cui mettere mano, come i lingotti d’oro custoditi presso la Banca d’Italia e da utilizzare solo nel caso di una reale emergenza economica e finanziaria. Superata la rabbia, e constatata l’avvenuta sopravvivenza, a dispetto dell’allarme infondato scatenato dallo stravolgimento di certe abitudini meccaniche, si torna ad utilizzare l’essenziale. Gurdjieff sottolineava la differenza tra personalità ed essenza: nel nostro specifico caso “alimentare” la personalità è data dalle convinzioni provenienti dall’esterno e fatte proprie in materia di false necessità caloriche; l’essenza è il prodotto della lotta tra questa personalità e la coscienza che in un certo qual modo si risveglia e dal di fuori comincia a osservare il corpo e la quantità di energie in esso imbrigliate e non utilizzate. E soprattutto osserva inorridita la quantità di energia che quel corpo continua a ricevere sotto forma di cibo nonostante non ne abbia realmente bisogno, al netto dell’importanza del gusto dal punto di vista psicologico e della cultura enogastronomica, identitaria di un popolo, da salvaguardare.

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“Il ricordo di sé”, da Nessuno nasce pulito

“Degna è la vita di colui che è sveglio”

(Franco Battiato)

Il ricordo di sé

Assente da te stesso e dal mondo
abbandoni
sotto il sole cocente di un mortale sonno mentale
gli affetti senzienti dell’esistere.
Il ricordo di sé latita dal momento presente
carne viva tra gli oggetti quotidiani
errata percezione delle cose
fatale dimenticanza
vaghiamo incoscienti come foglie meccaniche
trasportate dal vento della routine.

E non troverai al risveglio urlo o disperazione così grande
da colmare il vuoto di un’assurda memoria.

 

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(nella foto: G. I. Gurdjieff)

– video correlato –

“Lode all’Inviolato”, Franco Battiato 

La casa senza noi, da “Pomeriggi perduti”

tratta da “Pomeriggi perduti”, edizioni Kolibris – 2019…

La casa senza noi
(Protagora)


Come corpo morto
pian piano si fredda
la casa lasciata sola
non vissuta da aliti umani
vapori di brodo sui vetri
e caldi sospiri di stufa.
Tra queste quattro mura inanimate
si rifugia forse lo spirito
della storia che non conta
il tempo
perché tempi non conosce?

Cosa fai al buio, d’inverno
durante le lontane feste?

I testimoni oculari
che tutto misurano
lasciano dietro di sé
polveri ignoranti
tra muti oggetti
non più sfiorati
da una vista cosciente,
un ultimo giro di chiave
li separa da un’immobile eternità.

– video correlato –

“Aspettando l’estate”, Franco Battiato