“Un anno senza Franco Battiato”, su Pangea.news

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Il mio articolo “La presenza nell’assenza: un anno senza Franco Battiato” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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La presenza nell’assenza: un anno senza Franco Battiato

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La presenza nell’assenza: un anno senza Franco Battiato

“… Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza…”

Ho sempre avuto un approccio da “archivista” nei confronti della morte: di quella di un parente, di un amico… Superato un comprensibile momento iniziale di smarrimento per la dipartita, senza perdermi d’animo, anzi con ancor più lena, ho sempre dato spazio a una conseguente opera di “raccolta e archiviazione” di tutti quegli elementi esistenziali che hanno caratterizzato un vissuto comune, un cammino condiviso: stampare il dialogo di una chat, elencare date cruciali, raggruppare foto, raccogliere materiale… per me rappresentano gesti naturali del post-mortem. Come a voler congelare non il momento della morte in sé, quanto piuttosto il percorso concreto, tangibile, che l’ha preceduto; un appiglio materialistico sull’abisso, un modo per dire a se stessi che nulla, neanche una briciola, andrà perduta di quel che è stato fatto insieme; per non darla vinta alla morte che livella – lei sì, archivista definitiva e inesorabile! -, che chiude a ogni possibilità di proseguimento di un discorso tra viventi che emettono suoni. Allora ci si affida alla stampa dei reperti per averli sottomano nei giorni successivi alla tumulazione, alla tecnologia che conserva negli hard disk pezzi di testimonianze anche frivole di ciò che è stato, alle registrazioni per quando verrà a mancare il ricordo della voce, alle immagini catturate da un vivere quotidiano senza cronaca, almeno per noi “comuni mortali” non famosi. Tutto viene sigillato in scatole, poi seppellite in armadi, in attesa di quei giorni in cui c’è più bisogno di ravvivare memorie, di ricordare fatti ricoperti dalla polvere ma non dimenticati, spostati dalla visuale ma non cancellati. Qualcuno dice che esagero a conservare tutto, che dovrei lasciar andare, che dovrei fare space clearing: ma non c’è ossessione nel mio conservare, c’è solo previdenza, cura museale per vite poco importanti agli occhi della Storia. Si conserva il passato perché il nostro cervello, giustamente, per fare spazio alle urgenze del presente, lascia andare fisiologicamente molti dati considerati “inutili” alla quotidianità.

Quando, però, ad “abbandonare il pianeta” è una persona altrettanto cara e preziosa come Franco Battiato, che non ha bisogno di “archiviazioni” d’urgenza, come nel caso del parente o dell’amico sconosciuti alle cronache, in quanto la sua stessa esistenza artistica è stata produttrice naturale di tracce non solo sonore, si finisce con l’interrogarsi sul reale significato della “presenza nell’assenza” di un personaggio pubblico di tale calibro, che ha avuto e ha un impatto umano, spirituale e artistico, diverso rispetto a quello di altri nomi altrettanto autorevoli del cosiddetto “mondo dello spettacolo”. Nomi di personaggi estinti, cari a un popolo in fila sotto il sole per salutare il feretro, osannati e pianti, certo, ma la cui essenza va ad affievolirsi, oserei dire naturalmente, nel corso del tempo: questi passanti, a maggior ragione, sono bisognosi di archivi e teche Rai da rispolverare.

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Battiato, invece, si fa ricordare con una forza crescente proprio nel silenzio e nella distanza; più si lascia sedimentare l’evento umano della sua morte, più la sua essenza risale attraverso i mesi e le distrazioni come un “rigurgito spirituale”. Battiato non apprezzava gli archivisti; raccomandava sempre di non raccogliere ossessivamente tutto su di lui: interviste, foto, video, bootleg, “rubriche aperte sui peli” di Battiato e “reliquie” varie… Ci preparava, già allora, alla ricerca dell’essenza, al non attaccamento alle cose e ai corpi cantanti. Anche l’Egitto, con le sue piramidi e le sue meraviglie, prima o poi verrà ricoperto nuovamente dalle sabbie, e i musei perderanno i propri reperti custoditi gelosamente: la materia è destinata a dissolversi, come le onde in uno stagno o quelle sonore di una canzone. Ma l’essenza no, quella permane anche senza l’ausilio degli oggetti archiviati: come nel film “Padre” di Giada Colagrande, la presenza dell’estinto (interpretato proprio da Battiato) si fa ancor più viva e significativa – per comodità cinematografiche si identifica questa presenza attraverso la figura ormai folcloristica del classico fantasma – all’indomani della sua dipartita: ed è un esserci discreto, non spaventevole, silenzioso (silenzio a cui Battiato, per questioni private non da tutti rispettate, ci aveva già consegnati molto tempo prima di attraversare “la porta dello spavento supremo”). “Un giorno senza tramonto / le voci si faranno presenze”: è la scoperta dell’essenza nell’assenza, anche dell’assenza in vitam. Una scoperta che può essere fatta solo se si ha il coraggio, a un certo punto, di abbassare l’audio dei vari tour commemorativi, degli affollati e umanamente comprensibili concerti-evento per onorare il grande artista, e di affidarsi seppur dolorosamente alle sole registrazioni discografiche di una voce destinata a non ritornare, mai più, per come eravamo abituati a percepirla, ovvero attraverso i limitati sensi umani: la voce del padrone di un corpo disfatto, che non rivedremo mai più muoversi, cantare, scherzare, suonare, danzare su un palco come negli anni gloriosi e spensierati dei live in giro per il mondo e dei nostri viaggi in vista di concerti estivi, tra piazze e cavee. “Spensierati” fino a un certo punto: la musica di Battiato solo in superficie lasciava spazio a un goliardico citazionismo all’apparenza slegato e al cazzeggio cuccurucucheggiante dei fine concerto sotto i palchi; in realtà i testi e la musica di Battiato, come ben sa chi l’ha musicalmente frequentato, scavavano in profondità, mutavano inesorabilmente l’animo dell’ascoltatore, si prendevano il loro tempo, disseppellivano angolazioni interiori non catalogabili, di quelle che ci invitavano e ancora c’invitano al viaggio in paesi che tanto ci somigliano: territori spirituali ma anche geografici; a volte prima geografici e poi spirituali.

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Viaggiare con Battiato nelle cuffie, colonna sonora di traversate solitarie in territori non per forza mistici, a volte popolari, turistici, affollati come i mercati arabi in paesi stranieri o il “suk palermitano” di Ballarò, perché Battiato rappresentava e rappresenta l’esperimento riuscitissimo di una ricerca superiore fatta con mezzi appartenenti alla cosiddetta “musica di comunicazione”, non per forza di consumo (pur essendo stata anche di consumo), e che diede vita a un inedito, colto e ossimorico “pop elitario”. Così come fanno certi vaccini di ultima generazione, veicolava “frammenti genetici” di insegnamenti sconosciuti e antichissimi attraverso l’involucro “innocuo” del mezzo sonoro: l’obiettivo non dichiarato era quello di creare un’immunità (mai “di gregge” perché Le aquile non volano a stormi, ma amano e difendono la propria individualità) agli “urlettini dei cantanti”, al facile consenso dato ai tormentoni estivi dalla vita effimera, a un cantautorato nostrano incapace di offrire strade culturali alternative o esotiche, quando non addirittura esoteriche. Ha portato, musicalmente parlando, l’Alto alla portata di quasi tutti, senza mai scendere a compromessi con il Basso, con gli istinti un po’ bestiali e i desideri mitici dei suoi stessi fan che sistematicamente – per nostra fortuna – ignorava, con i “livelli inferiori” della condizione umana che aspirano a una facile fruibilità del mezzo. Ha seguito e rispettato i propri interessi culturali e non quelli suggeriti dal mercato, pur avendo venduto milioni di copie. E soprattutto ci ha fatto comprendere che tentare di modificare i massimi sistemi – primi fra tutti quelli politici! – è inutile oltre che pretestuoso, e che è ben più arduo ma spiritualmente soddisfacente (Battiato sarà sempre il nostro “Assessore alle Meccaniche Celesti”!) impegnarsi a cambiare il proprio microcosmo interiore, a rendere migliore ciò che abbiamo a portata di mano in noi stessi. Engagez-vous!

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Nota a “Canto del vuoto cavo” di Francesca Innocenzi

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Il vuoto: per alcuni un concetto filosofico-spirituale, totale negazione dell’idea di assoluto che apre a una sorta di ascetismo ateo, non mediato da divinità o da santi: una “mistica del vuoto” che, meditando sulla transitorietà e relatività di ogni fenomeno, permette di raggiungere uno stato di distacco non solo dai beni materiali ma addirittura dalla stessa ascesi, dall’ego o dal bisogno di dio, un superiore e umano stato di serenità imperturbabile in cui il distacco dalla vita e la massima apertura ad essa paradossalmente coincidono. Per altri, invece, il vuoto, in maniera più prosaica, ha una valenza estetico-architettonica, la funzione di ripulire i sensi dei tanto stressati occidentali da un overbuffering di dati visivi: un soccorso “zen” a esistenze consumistiche prese in ostaggio dal superfluo. “Vuoto di senso, senso di vuoto” cantava Battiato nel brano Il vuoto, riferendosi in questo caso a un vuoto negativamente inteso, a una sempre più dilagante condizione di povertà interiore scandita da un tempo affannosamente inseguito da un’umanità allo sbando.

In poesia il vuoto rappresenta la terra promessa, la meta ideale del versificatore: questo indipendentemente dall’utilizzo o meno di una metrica ben precisa che addomestichi le sillabe o di esotiche forme metrico-stilistiche come i senryu o i tanka, cugini stretti dei più conosciuti haiku, adoperati da Francesca Innocenzi nella raccolta intitolata “Canto del vuoto cavo” (ed. Transeuropa, 2021; collana di poesia: Nuova Poetica 3.0). Sintetizzare il segnale in uscita, scremare il verso, costringerlo in abiti rituali senza far perdere forza e significato al messaggio, che proprio perché ripulito dal superfluo di cui sopra, meglio risuona con la sua destabilizzante semplicità. Un’asciuttezza da non confondere con un modaiolo minimalismo o un esasperante essenzialismo pseudo-ungarettiano che rasenta la banalità: d’altronde la firma nipponica degli stili adottati dall’autrice rappresenta un chiaro intento di ricerca; non vi è — come accaduto ad autori anche affermati, bisognosi di una fase a sentir loro zen della produzione — l’esigenza di semplificare i concetti perché è la regola stessa del tipo di componimento scelto che determina la poetica e allontana tutti, autori e lettori, dall’equivoco di una fruibilità che non rispetta la poesia.

Componimenti che sanno unire un messaggio sociale, attualissimo, alla delicatezza di un’immagine naturale: “I. il capitale / ti aspetta al varco. / sotto il ciliegio / inerme sosti — / il sistema stritola / chi non sta al passo” (da “dittico del dio estremo”; si può schiaffeggiare il dio denaro anche con un petalo di fiore, senza per forza scomodare l’opera di Karl Marx!). E ancora: “II. Il dio estremo / esige il sacrificio / perché è sciagura / la tregua. Così / il ciclo produttivo / assembla i morti”. Anche la superficialità dei discorsi da bar può essere disinnescata: “i mantenuti /dallo Stato negli hotel / con cellulari / costosi — gabbie / di sproloqui su mondi / che non si sanno”; la poesia in generale, grazie alla sua naturale trasversalità che unisce il visibile a quel che non si sa, ci libera da una fin troppo facile e a buon mercato linearità degli sproloqui nel quotidiano. E i segreti della poesia-botanica, lo sfoltimento dei rami e delle parole: “gesto di cura / al di qua del fiorire / la potatura / taglio dovuto. / sfoltiti i rovi fitti / passa la luce”; una luce diversa sulle parole e quindi sui pensieri che le hanno originate, per farsi capire e addirittura per meglio capire se stessi, per raggiungere la verità in maniera sobria, pulita, diretta. Una purezza che non deriva dall’atarassia, dalla scelta di sospendere da terra la propria esistenza; solo chi abbraccia le infelicità della vita può cercare con animo sincero le prelibatezze della poesia: “ringraziava Dio / che avesse scadenza / la felicità / della poesia / si seccava altrimenti / il serbatoio”; non è a causa di una visione esageratamente romantica dell’arte, se arriviamo a dichiarare che la poesia riesce a scavare efficacemente tra le parole, per trovare quelle giuste seppellite in noi, solo grazie alla trivella diamantina del dolore: un eccesso di benessere può distrarre dalla ricerca. Persino i lockdown agevolano lo scavo e la ricerca dei vuoti cavi (ovvero di vuoti di significanti, e che essendo cavi, contengono, accolgono, conservano piccoli tesori) o rendono raggiungibili i vuoti interiori che sono una ricchezza per chi sa crearli in sé o riconoscerli: “I. c’è coprifuoco / sul davanzale. vita / tracima dentro / fuoco di stanza, stella / che dal tumulto chiama” (da “trittico dei lockdown presunti”); in clausura si rivalutano la bellezza e la funzione dell’immensità che è in noi, e da cui spesso fuggiamo perché la riteniamo ingovernabile: “III. ah veramente / credevi nelle imposte / che alla sera / chiudono — cosa, se hai / il bistrattato immenso?”.

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Uroboro

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Al cinema, i film
raccontano la genesi
l’inizio di altri inizi,
la storia cita sé stessa

i libri parlano di libri
del modo in cui nacque l’idea
il principio di epopee di carta
un romanzo sul romanzo.

È un mondo rimestato
incartato sul dettaglio
vittima di un selfie planetario
celebra la stasi delle idee

si specchia il Narciso morente
in stagni d’acqua putrida, senza moto
senza più ossigeno ai viventi,

come un uroboro
inghiotte la sua coda, il finale
di un’epoca gloriosa.

In ricordo di Antonio Scarpone…

Ciao Antonio… e grazie!

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Arrivederci Antò, ci ribeccheremo di nuovo alla fine di questo tunnel chiamato ‘vita’!

Cinque Terre

dedicata ad Antonio

Gli inerpicarsi sudati
in strane, inattese
primavere d’inverno
su nere rocce salate
scavate dal ritmo naturale
di una poesia infinita,
essere giovani, di nuovo
tra spruzzi feroci
dal mare natalizio
che ignora
i non degni di Byron.

La sete di altri scorci
inesplorati, senza futuro
e sprazzi di storia
nel rosso tramonto che
annuncia speranze d’orizzonte,
una preghiera involontaria
diventa strada tra pietre
antiche
come voci evocate.

Proteggimi, pieve di costiera!
agitata da onde di tempo
al tremolio di devote candele
con spuma di persi pensieri

hai salutato nei secoli
schiere di ignoti partenti
su legni
verso lontane fortune.

(m.n.)

Quando una persona cara, un amico, ci lascia per sempre, subito dopo aver realizzato l’inesorabilità dell’evento chiamato “morte”, che ci priva della presenza ma non del suo riverbero, andiamo istintivamente alla ricerca di quelle briciole lasciate lungo il cammino condiviso con chi è scomparso. Facciamo così con tutti, sempre: è una ricerca naturale, umana, spontanea, da non rimandare; è un modo – con i nostri poveri mezzi umani – per contrastare l’oblio, il traffico di una vita occupata molto spesso da cose inutili e assurde che ci allontana dall’essenza che conta. Una mossa da fare a caldo per mettere dei paletti cronologici e dire “da qui la dimenticanza non passerà!”. Fissare la storia, la micro-storia: quella che non va sui libri di Storia Ufficiale ma che è importante per chi l’ha vissuta.

Si tratta di ricordi personali, che tali restano, e di tracce pubbliche, come quelle lasciate da Antonio che era ed è poeta, vernacolista, scrittore, saggista, cinefilo, estimatore del grande Fabrizio De André, letterato per studi universitari e per passione, uomo colto inizialmente per il piacere in sé del sapere e in seguito insegnante per il piacere di trasmettere quella conoscenza agli altri, soprattutto alle giovani menti che ha avuto l’occasione di incontrare e plasmare operando nel delicato mondo della scuola. Le briciole sono la testimonianza concreta di ciò che è avvenuto realmente e non di ciò che sarebbe potuto essere e non si è verificato per altri motivi; forse queste briciole, da raccogliere e valorizzare ogni giorno e non da nascondere sotto il tappeto del tempo, sono solo uno stratagemma attuato da noi viventi per alleviare il dolore del distacco e dell’assenza improvvisa, fatto sta che attraverso di esse riusciamo a proseguire un discorso lasciato a metà e che non avremmo voluto interrompere. Beato, dunque, chi come Antonio ha lasciato e lascia tracce non solo esistenziali, affettive, biografiche ma anche “intellettuali” da poter rileggere, ripercorrere, rivivere mentalmente. E da cui continuare a trarre un insegnamento perenne…

Di seguito ho pensato di elencare alcune di queste briciole, ma chissà quante altre avrà sparse in giro nel corso della sua esistenza culturalmente attiva e vissuta all’insegna di una sana e autentica voglia di vivere…! Si tratta di tracce scritturali lasciate da Antonio soprattutto, ma non solo, risalenti al periodo di quando ho avuto l’onore e il piacere di averlo tra i collaboratori della rivista letteraria trimestrale “Nugae – scritti autografi” da me diretta fino al 2009. Quando possibile, ho lasciato il pdf (liberamente scaricabile) o il link al post contenente il contributo di Antonio; in altri casi si tratta di collegamenti a sommari di numeri non disponibili in versione pdf ma solo cartacea.

Ho pensato a questo elenco sperando di fare cosa gradita non solo a familiari, parenti e amici “stretti”, ma soprattutto a chi passerà per caso su questo blog non conoscendo il Prof. Antonio Scarpone di Galdo degli Alburni (SA) e trapiantato a Sarzana (SP) per lavoro, a chi non ha fatto in tempo a sviluppare un’amicizia con Antonio, e avrebbe voluto, o a chi lo ha semplicemente sfiorato in questa esistenza e ha capito che c’era molto, ma molto altro ancora da capire e conoscere… Buona lettura e grazie! (m.n.)

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Solidarietà a Luigia Sorrentino per la chiusura del blog “Poesia”!

Poesia Rai News Michele Nigro

Contro l’arroganza di chi decide arbitrariamente cosa è “utile” e cosa non lo è più, cosa può restare aperto e cosa è meglio chiudere (o ridimensionare), quali luoghi seppur virtuali incentivare e quali cancellare con un cinico clic dopo anni di servizio, di lavoro certosino, di ricerca e di diffusione della cultura poetica; contro la “cultura dello scarto” applicata alla Poesia, ho pensato, come segno di resistenza, di rimettere on line in formato pdf la pagina che, ormai 11 anni fa (all’epoca ne parlai qui!), l’ottima e attentissima poetessa e giornalista culturale Luigia Sorrentino decise di dedicare ai miei poveri e acerbi versi esordienti.

In attesa che chi deve rinsavire, rinsavisca…

Link al NUOVO blog: QUI(aggiornamento: 20/3/2022)

pdf (tratto dal “vecchio” blog): Opere Inedite, Michele Nigro _ Poesia Rai News

Living Memory 2022 – Ciclo di incontri Giornata della Memoria

Ricevo e con piacere divulgo…

Programma in pdf: ProgrammaLivingMemory2022def

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Egregio/a Dirigente scolastico
Egregio/a Docente

­Anche quest’anno come Associazione Treno della Memoria dal 18 al 28 gennaio proponiamo il percorso Living Memory, un’occasione di approfondimento per gli studenti e le studentesse in occasione della Giornata della Memoria. Visto il proseguire della situazione pandemica, abbiamo deciso anche per il 2022 di mantenere il format sulle piattaforme online in modo da consentire a tutti e tutte di poter seguire i contenuti e le testimonianze dei e delle sopravvissute alla Shoah, un contributo che riteniamo essenziale per portare avanti l’esercizio della memoria. Vogliamo che il 27 gennaio non sia però solo un’opportunità di riflettere sul passato, ma che possa anche fornire ai giovani degli spunti per analizzare il presente e arricchire il loro percorso di cittadinanza attiva, attraverso incontri sull’attualità e sui nuovi strumenti per fare memoria.

La partecipazione agli eventi è gratuita ed è possibile seguire uno o più incontri, che si terranno su piattaforma Zoom e, in contemporanea, in diretta streaming sulla pagina Facebook del Treno della Memoria.

Per l’adesione è necessario inviare una mail all’indirizzo livingmemory@trenodellamemoria.it, indicando gli incontri a cui si è interessati a partecipare e specificando il numero di persone che si intende iscrivere.

In allegato il programma completo degli eventi a cui è possibile iscriversi. Il giorno prima di ciascun evento verrà inviato il link per eseguire l’accesso. […]

Programma in pdf: ProgrammaLivingMemory2022def

Te Deum

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C’è una nuova nostalgia
che s’ammanta dei novanta
a volte degli ottanta, e l’Arechi lucente
sospeso nel buio della notte
come un’ultima astronave di savi in partenza
a indicare future rotte, esterne alla follia
superiori alla fede di una cupola in preghiera
e alle banali luminarie dei ciechi,

risuonano le note di quel concerto
di piazza – era vivo il Maestro! –
accalcati tra bollicine notturne e corpi liberi
fuochi avvistati in autostrada, lontani
all’orizzonte già avido di sagge distanze

scegliere il silenzio e la dimenticanza
delle sciagure in epoca di pace, solo il segno
per tornare a quando l’aria fredda
nella notte dei tempi colpiva la vita
in pieno volto, anime raffreddate
in attesa dei numeri

ricorderemo le antiche note
di canzoni spezzate dalla noia delle cifre
suoneremo su goccianti palchi di ghiaccio,
ma ancora dilaga una sobria pazzia
tra le strade della fine rimandata
invocando un laico Te Deum.

(ph M.Nigro©2021; Salerno, Villa Comunale – 29 dicembre 2021)

“Sarà un uomo” – Luca Carboni

3 domande a Simona Genta della “Compagnia dei Poeti Erranti”

versione pdf: 3 domande a Simona Genta, “Compagnia dei Poeti Erranti”

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Ho rivolto stavolta le canoniche 3 domande, come da tradizione delle mini-interviste che di tanto in tanto propongo su “Pomeriggi perduti”, a Simona Genta, promotrice culturale, organizzatrice di eventi, poetessa, scrittrice e curatrice, insieme ad altri “fondatori”, della “Compagnia dei Poeti Erranti” di Salerno, che da alcuni anni opera sul territorio attirando intorno a sé e ai propri happening poeti, scrittori, studiosi e “semplici” uditori interessati dal punto di vista culturale, provenienti da ogni parte d’Italia.

(m.n.) La parola “compagnia” evoca avventure tolkieniane; “erranti” definisce bene la condizione esistenziale ed editoriale del poeta in generale, sempre in cerca di chi ascolti e pubblichi la sua parola. Quando e come è nata, e cosa offre agli autori la “Compagnia dei Poeti Erranti”?

(s.g.) La Compagnia dei Poeti Erranti è un’associazione culturale nata nel 2017 con lo scopo di diffondere la bellezza dell’arte in ogni sua forma, attraverso eventi itineranti in location storiche per far conoscere le bellezze artistiche e paesaggistiche della città. L’idea è quella di proporre uno spazio interamente dedicato all’arte, un po’ come accadeva nei salotti culturali di un tempo, partendo dai grandi modelli dei salotti francesi e italiani, ma ispirandomi soprattutto al celebre salotto fiorentino della contessa di Albany. Noi della Compagnia dei Poeti Erranti siamo un gruppo di uomini e donne appassionati che condividono il sapere, perché crediamo fermamente che la bellezza dell’arte possa davvero salvarci dall’abbrutimento.

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“È stata la mano di Dio” su Pangea.news

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Il mio articolo Su “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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Gli angeli di Périer e Wenders, su Pangea.news

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Il mio articolo “Il passaggio degli angeli”, dal romanzo di Périer ai film di Wenders (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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S. Francesco: da Zeffirelli alla Cavani, su Pangea.news

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Il mio articolo “San Francesco d’Assisi: da Zeffirelli alla Cavani” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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