Lievito figlio

mixed-media-fine-art-Matteo-Massagrande-Bryant-Park

Durò poco l’epopea dei lieviti
e dei morti senza ferita
ammucchiati sotto le mura porose
della deserta Troia digitale.

Era ignoto il grano raccolto
da macinare al buio
di epoche in declino,
altri i pani da far crescere
come figli imprevisti
e cuocere al sole di dystopia.

Ma il guardiano di storie
conosceva già quella fine
raccontata dagli avi,
furono tenuti in disparte dagli uomini
per ostentata profezia.

Avvisaglie evolutive e coprifuoco
sul teatro della storia,
preservi dalla sventura la madre
di future bianche farine,

non ti chiede di distogliere dalla vita
la crudele signora invisibile
il tuo sguardo assetato
di lievito figlio.

– video correlato –

“Lievito figlio”, lettura a cura di Michele Nigro

(immagine: Matteo Massagrande, “Bryant Park,” 2018 – fonte)

Quarantena e poesia: 3 domande a Franco Arminio

58610120_1266318890183261_1414867273612525568_n

Franco Arminio è un autore che – come si usa dire in questi casi – non ha bisogno di presentazioni. Poeta, documentarista e paesologo (nel 2015 dà vita alla “Casa della paesologia” a Trevico), direttore artistico del Festival della paesologia “La Luna e i Calanchi” di Aliano, ha pubblicato romanzi e numerose raccolte di prosa breve e di poesie, registrando un successo che, nell’ambito di un genere letterario di nicchia come quello poetico, potremmo considerare raro: “Cartoline dai morti”, Cedi la strada agli alberiPoesie d’amore e di terra”, “Resteranno i canti” e il più recente L’infinito senza farci caso”, solo per citarne alcune. Apprezzato su tutto il territorio nazionale per i suoi reading in cui il pubblico non ha mai un ruolo marginale ma è co-protagonista attivo, è un intellettuale ad ampio spettro che mi piace definire – rubando un termine al lessico medico – “internista”, per il suo impegno letterario e civile nel cantare, valorizzare e difendere la cosiddetta Italia interna, fatta di borghi appenninici, paesi fantasma, terre desolate ma sacre per chi il sacro sa come cercarlo.

67105502_10220233994825998_1241329193032089600_o

In questo periodo difficile per l’Italia e il mondo, ho voluto rivolgere a Franco Arminio tre domande che, pur orbitando intorno ai temi madre della sua poetica, non potevano non subire l’influenza degli eventi attuali. 

  • Questo periodo di quarantena per molti è un tempo di sacrificio, di asfissia psicologica, di nevrosi solitaria o familiare; il ritrovarsi isolati costringe “a darsi retta”, a frequentare se stessi e a concentrarsi sulle piccole cose ignorate. Per altri, invece, più “predisposti” dei primi, al netto della tragedia in atto, è un piacevole tempo di conferme nel silenzio, di armonia interiore coltivata in tempi non sospetti e che torna utile nel disorientamento generale. La Sua poetica incita a una ricerca dell’essenziale, del bello nascosto, di una semplicità lontana dalle luci della città, della libertà autentica. Crede che questa forzata esperienza collettiva orienterà, a emergenza conclusa, i più “distratti” verso una rivalutazione di questa ricerca?

Non lo so, ovviamente, ma temo che non lo sappia nessuno. Credo che una parte di persone comunque si orienterà nella ricerca di una forma di attenzione. Diciamo che “saranno un po’ meno distratti”, ma si tratterà purtroppo di una piccola parte.

9788885788237

  • Nel libro “L’Italia profonda” (2019), scritto con Giovanni Lindo Ferretti, si descrive un’Italia assopita, nascosta, disabitata e dimenticata. Due riflessioni differenti ma complementari: ognuna scaturita da una diversa esperienza di vita “appenninica”. Che sviluppi avrà, secondo Lei, la diatriba non nuova (accentuata dai “fatti pandemici” di questi giorni) tra globalizzazione e una sempre più crescente rivalutazione paesologica delle piccole realtà?

Nell’immediato ci sarà una crisi di tutto ciò che è legato alla globalizzazione, al dominio del modello produzione-consumo e del modello economico in generale. Ma ciò accadrà solo nella prima fase di questa storia nuova che stiamo vivendo; poi piano piano è probabile che tutto si assesterà e ritornerà a come era prima della pandemia. Quindi sarà importante in un primo momento, che andrà da maggio alla primavera successiva – in un arco di tempo che coprirà circa un anno! -, realizzare una grande battaglia culturale per dare più spazio alle posizioni che nella tua domanda definisci paesologiche o comunque no-global.

Continua a leggere “Quarantena e poesia: 3 domande a Franco Arminio”

Analogico

1920060_735449046563086_65798115712791452_n

Analogico

Una rinnovata
infanzia analogica
ho sognato,
racconti a corto raggio
sapienze locali
su panchine sconnesse,
un segnale scorticato
come acqua piovana
riscopre terreni ignoranti.

Parole dette in faccia
saliva schizzata e
contatti umani,
segugi fiutano fatti
domande da strada
e notizie lente
che vanno a vapore
metro dopo metro,
a rivivere
velocità preindustriali,
fantasie forzate
dal non visto luminoso
al di là della collina.

Ritornerà il mistero perduto
e avrà il sapore ingenuo
delle dolci sere di primavera
sprecate in provincia.

(tratta da “Pomeriggi perduti” – Ed. Kolibris, 2019 – Prefazione a cura di Stefano Serri)

– video correlato –

“Maya colpisce ancora”, Baustelle

Foliage

1294425_387520271375006_1641244596_o

Lo chiamano foliage
questo tripudio di colori ardenti
ma morenti, rantoli di linfa
da alberi che affondano radici
in antiche sorgenti sanguigne
per battaglie perdute nel tempo.
Riportano sotto il sole
malato d’autunno
la ruggine di spade celate,
le urla vermiglie
della storia nascosta.

Si accendono in rossi tramonti di foglie
le ultime speranze estive,
non si rassegna il contadino
strappando lembi di terra
alla verde memoria del mondo.

Non è ghiaia, ma ossa trite
quello che vedo, bianco e sparso,
concime umano
sulla strada del ritorno.

Ogni cerchio nel legno tagliato
è un aneddoto sussurrato
a orecchie stanche come muli di guerra,

perdonate il passante
che non ascolterà,
il grampasso distratto
da altre glorie terrene.

Acque

10369605_10152603108365934_5698249337626975437_n

Attenderò il ritiro delle acque
nella mia seconda casa, sull’altura
rifugio per generazioni a venire.
Organizzeranno visite guidate
con batiscafi di memoria
presso città sommerse
e monumenti senza più piccioni
ma pesci e meduse
a ricordare guerre di terra
di passati mondi asciutti.

– video correlato –

“Acque”, Francesco Guccini

Il confine prescelto

nobody-home-2

Costruzioni semplici, pietra e metallo
refrattarie alla fama di storici moti
di terra che ammazza
con ferri esposti, fratture lente
fuori dalla carne di calce,
arrugginite dal tempo
tra malta e mattoni rotti
offrono riparo a esserini piumati
da brevi voli di speranza campestre,
ritocchi alla buona, pensati con fede
senza scalfire le amate decadenze,
sotto tetti aperti al creato
un favo pulsa d’ali
minaccioso come un fortilizio
alla vigilia di battaglie
nel deserto di volute quietudini.

Puntuale il fumo sereno di una locanda
sfida le nubi regine d’autunno,
macchie di corvi
a gruppi dispettosi
disturbano le inutili antenne
dell’uomo televisivo.

La sera accoglie l’innocenza cercata
i colori desiderati prima del buio,

è troppo facile, ogni volta
chiedersi cosa ci facciamo
su questo confine anonimo
tra le regioni dell’esistere
di noi pendoli amorali.

Macchie

john-invisible-illness

Ho raschiato, ammorbidendole col sudore
le gocce di vernice verde
cadute per sbaglio durante il lavoro,
ora il pavimento è quasi tutto lindo
come se fossimo tornati indietro
agli anni settanta dell’innocenza.
Si alternano zone pulite
ad altre rimaste sporche,
presto le prime, insolite
saranno di nuovo sudice.

Il tempo, il sole, la polvere nel vento
come le risposte attese da Dylan
gli insetti morti, la pioggia che lava l’aria
le cattive notizie dal mondo
il mio passeggiare aspettando l’acqua
simile a un pittore in cattività,
e il bianco tornerà ad essere grigio
perché questa è la condizione ideale
per scrivere della nostra decadenza.

(immagine: Saul Steinberg)