Nota a “De la lang(ue)” di Antonio Belfiore

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Schizzechea with Love è il titolo del nono album di Pino Daniele e Me so’ mbriacato ‘e te Forever è uno dei brani contenuti in questo lavoro discografico del cantautore partenopeo, non estraneo a certi ibridismi acrobatici. Avrebbe potuto intitolare, con tiepidi effetti sull’ascoltatore, l’album e il brano menzionato “Pioviggina con amore” e “Mi sono inebriato di te per sempre”, ma il significante a volte, snobbando il nostro bisogno di significato immediato e rassicurante, segue proprie esigenze sonore apparentemente ingiustificabili.

In alcune poesie contenute nella raccolta intitolata De la lang(ue) di Antonio Belfiore (Fallone Editore, collana “Il fiore del deserto” – 2020) questa “esigenza” si spinge ben oltre lo sperimentalismo anglo-partenopeo preso ad esempio, proponendo (non sempre, per non inflazionare il fenomeno) innesti linguistici audaci, persino tra lingue antiche e inglese, al limite di un inutile nonsense che a guardare bene inutile non è, costringendo il lettore ad abbandonare la ricerca di una trama logica dal punto di vista linguistico-sonoro (cosa che in poesia è già regola in ambito interpretativo) in favore di una sonorità innata, arcaica, selvaggia quando non bizzarra, presente nel tessuto del mondo “nonostante noi”, perché “tutti questi suoni / non sono un linguaggio” ma “evocano ciò che non si esaurisce / mai in se stesso, e non si realizza / mai in significato umano”. La Vita e il Reale non c’entrano niente con la nostra piccola vita fatta di sicurezze sensoriali a buon mercato. Scopo di questa decostruzione è “aprirci a un flusso” (joyciano?) che ci inizi a “più infinibili possibilità”, “cercando di un suono primigenio / che non ho mai, che mai si è potuto / ascoltare e ch’eppure sentiamo”. Al di là dei giochi di ibridazione tra lingue e grafie agli antipodi, vi è una ricerca di suoni e ritmo antichi nella poesia di Belfiore; non si nasconde l’autore, influenzato dai suoi studi musicali, dietro l’uso di questi espedienti (“Se vivo adesso dans ce lieu questa vita”) per confondere le acque e depistarci, ma per soddisfare un istinto sempre in cerca di nuove vie comunicative, trasversali e interessanti. Se il monaco deforme, ex dolciniano, Salvatore de Il nome della rosa di Eco, ridotto a film, con la sua parlata collage ci ricorda che: “La morte est supra nobis! […] My little brother! Penitenziagite!”, Belfiore pur affermando che “il corpo / c’est une parfaite machine!” non dimentica che è condizionato da una “sporca poltiglia / (chiamala soul o identité)” e che il valore istintivo della persona è più della sua apparenza espressiva dettata dalle esperienze e dall’identità che ne consegue. Come a voler dire che l’intima, e potremmo dire invisibile, potenza delle parole supera la loro forma geo-linguistica e che “il suono è tutto”, non spiega l’emozione perché è già esso stesso emozione. Che restino gli altri “Ancora qui a parlarci di sentimenti / a dare spiegazioni e significati. / Le vostre storie già scartate / non sanno nemmeno di suoni…”.

Jadis, si je me souviens bien
j’ai répété aussi: il corpo
c’est une parfaite machine!
Ma questa sporca poltiglia
(chiamala soul o identité)
non è altro che se stessa.
E tu non mostrarmi più
le solite espressioni
gli sguardi e i brutti tic
del tuo hic, del loro nunc:
il tuo volto is worth
much more, davvero
molto più che solo questo.

E dicevi ancora: se non ora quando?
Forse avevi ragione ma non sapevi
e non sai che il suono è tutto
e che bisogna dire adieu a questo
sonnolento indoeuropeo – romanzo e non –
(poi a tutto quello che si porta dietro)
che mai è Stato e che ora studiamo.
Non dire più nemmeno adieu:
capirai che il suono è tutto
then, you go understand pas anymo(re).

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Dodecalogo del recensore (di poesia)

Ora sesta

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Come muta l’amicale consenso
in strabordante fiele d’odio
quando non più asta sei che sorregge
specchi in cui rimiravano presunte gesta
ma muro dolente nell’assenza
narrante solenni vacuità.

I monastici orari del desinare
il silenzio che avvolge il lieto pasto,
si sfaldano le rivalse
neve umana al sole della morte
sul mondo e sugli eventi.

“Sokushinbutsu Project”, di Massimo Mascheroni ed Enrico Ponzoni

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Se non avete idea di come i suoni “scomodi” e catarticamente disturbanti dell’industrial noise possano convivere con la descrizione musicale di un rituale religioso buddista, allora non vi resta che ascoltare le quattro tracce – ognuna con una propria “personalità” -, lasciandovi trasportare da esse in dimensioni altre, che compongono il “Sokushinbutsu Project” (Industrial Ölocaust Recordings, 2021) di Massimo Mascheroni (ODRZ) ed Enrico Ponzoni. Sokushinbutsu significa letteralmente “Buddha nel suo stesso corpo” e si riferisce a un antico rituale praticato fin dal 1100 da alcuni monaci buddisti giapponesi. Le quattro tracks conducono l’ascoltatore dalle dolorose e impegnative fasi preliminari con cui il monaco buddista, l’asceta, si prepara mentalmente e fisicamente, fino al processo finale di morte e di auto-mummificazione: un modo, originale e lontano dalla nostra mentalità edonistica, per contrastare l’entropia e il naturale disfacimento post-mortem del corpo. Se il processo riesce, il corpo resta intatto dopo la morte e la mummia, profumata dagli altri monaci e rivestita con paramenti sacri, può essere così esposta in un tabernacolo e ricevere la visita dei fedeli. Il monaco che si sottopone con successo a questo rituale è un sokushinbutsu, ovvero un Enlightened, un Illuminato: un vero asceta capace di dimostrare la completa padronanza della mente sul corpo, anche al di là della morte. Una pratica inconcepibile per noi occidentali che andiamo in crisi dopo pochi giorni di lockdown e ignoriamo da tempo il concetto di autodisciplina e di distacco dal corpo. Auto-mummificarsi per “salvarsi”, per “morire in maniera alternativa”, per conservarsi negli anni e proiettarsi verso un futuro in cui essere “diversamente vivi”.

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“Nato il Quattro Luglio” di Ron Kovic, su Pangea.news

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Il mio articolo “Nato il Quattro Luglio, di Ron Kovic” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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“Elogio del post apocalittico”, su Pangea.news

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Il mio articolo “Elogio del post apocalittico” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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Fravecare e sfravecare in scrittura

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Devo ammettere che non mi è capitato quasi mai, anzi sicuramente mai, di utilizzare il “colorito locale”, certe espressioni dialettali della regione in cui sono nato e vivo, nei miei scritti qui sul blog o altrove. Non per una questione di snobismo linguistico, di pudore antiprovincialistico, anche perché considero la lingua napoletana ricca, interessante e “internazionale”, ma più per una semplice mancanza di occasioni.

C’è un bellissimo detto della mia terra che recita così: “Chi fraveca e sfraveca, nun perde maje tiempo” ovvero “Chi fa e disfa, non perde mai tempo”. Chi si dà da fare, anche rifacendo percorsi per ricominciare daccapo, per ridarsi un nuovo inizio dal punto di vista esistenziale (Koestler parlava, dal punto di vista evoluzionistico, di un “rinculare per saltare”, di involvere per cambiare), vuole dimostrare che il proprio impegno è serio, autocritico, profondo, strutturato; che si intende giungere al termine dell’opera (qualunque essa sia) nel migliore dei modi, non raffazzonando una forma a caso ma esigendo da sé stessi un prodotto finale all’altezza della domanda (propria o di altri). Occorre molta pazienza sia per fravecare che per sfravecare, anzi direi di più nella fase altamente critica della sfravecatura, quando è richiesta una decostruzione ragionata del proprio operato, quando sarebbe fin troppo facile deprimersi, gettare la famigerata spugna, mandare al diavolo l’idea che inizialmente ci era sembrata favolosa e agevole da realizzare.

Si potrebbe applicare lo stesso aforisma anche alla scrittura? Direi che l’attività scritturale si presta, o dovrebbe prestarsi, in maniera naturale, fisiologica, al concetto dinamico di fravecatura e sfravecatura: bisogna nutrire fortissimi dubbi − e a volte si nota già la sua debolezza durante la lettura, senza dover compiere ulteriori indagini – dinanzi a uno scritto che non ha subìto un’azione, anche violenta e destrutturante, di sfravecatura, soprattutto quando ciò non avviene in itinere ovvero quando sembrerebbe che si sia giunti a un buon punto e che l’opera sia ormai in discesa verso un’ipotetica fine. È proprio quando ci si rilassa, quando lasciamo fare tutto il lavoro alla gravità, pensando che il testo sia compiuto e pronto per la pubblicazione, che il dubbio sfravecante dovrebbe insinuarsi in maniera proficua nella mente dello scrivente. Ma l’autocritica, lo sappiamo, è una pratica difficile da applicare: occorre sviluppare un “terzo occhio critico” capace, anche a distanza di tempo (la decantazione è uno dei più importanti “fattori sfravecanti”), di individuare i punti deboli di un testo, i suoi errori, le incongruenze, le parti da disfare, da sfravecare appunto, da migliorare, da eliminare, da aggiungere, da smontare per vedere come sono fatte dentro, come quando da bambini smontavamo i giocattoli per vedere come erano organizzati al loro interno, come funzionavano, quali segreti nascondevano, quali deludenti retroscena meccanici erano occultati nelle loro viscere…

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“Poeti e no” su Pangea

Il mio articolo “Poeti e no” (che scimmiotta il “Uomini e no” di Elio Vittorini), già apparso su questo blog, è stato riproposto con un titolo tutto nuovo su Pangea, rivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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