Celle aperte

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Il santuario dedicato
alla tua presente assenza
è divenuto nel tempo
ricettacolo di ricordi
deposito nostalgico e insensato
di una fulminea grazia.

Devota all’idea di noi
ancora oggi mi accoglie
questa prigione sul confine
senza sbarre,
i cancelli orfani di serrature
secondini in vacanza,
libero di evadere
resto a guardia
di un amore licenziato.

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Hic et nunc, ieri e altrove

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Avanza come onda di marea
la luce del sole
sul cammino atteso,
filtrata da giochi
di nuvole registe
ruba gli ultimi spazi in terra
a un ritornante inverno.

E il nuotatore straniero
attraversa con poche bracciate
quell’effimero confine, sorridente
s’immerge nella luminosa schiuma,
e si scaldano le ossa avvilite
e gioisce la pelle bianca
per le promesse di stagione,
ed è prova di un redivivo andare
il ritrovato sudore asciugato dal vento.

Si stupisce ancora
per i fatti della vita
disseminati nei fatiscenti angoli
del paese e del tempo,
il convoglio dei molti io
che si porta dietro,
i ritorni, pranzando da solo
in stazioni autunnali
nervose e indifferenti,
le città trafficate
da orde impersonali,
le folle di eventi inutili,
le code in fila per il nulla,
i sentimenti lasciati morire
lungo la strada,
gli incontri fugaci
come temporali estivi.

Non si rassegna
alla libertà
delle nuove foglie verdi di Maggio,
alla semplicità
degli attimi vissuti,
alla sincerità dei sensi
sulle scene del respiro.

(ph M. Nigro)

Le cose da fare

foto di PHILIPPE HALSMAN

La simbologia degli atti
era forte nella vita da camera,
ordinati gesti a confermare
cambi di stagione, d’intenti
e nuovi scenari offerti dal rigore
in nome di quiete speranze.

Quella storia salvifica
era ancora tutta lì, intera
irrisolta e intatta
documentata come un eccidio
innominata da parola docile
allenata a inumarne i resti
nella terra senza incanto
dei ricordi.

Panni lavati e campane
azzittite, lontane dagli occhi,
le tante cose da fare
premono sui fianchi maturi
dell’estate aperta
e ignota come un’attesa
che dona gioie a tempo.

(foto: The Versatile Jean Cocteau, 1949

di Philippe Halsman)

 

“Il sorriso di Noodles” su AgoraVox


E come Noodles alla fine del film “C’era una volta in America”, anche noi, a conclusione di un anno, non possiamo fare altro che sfoggiare il classico sorriso inebriato alla “nonostante tutto”, consapevoli che si tratta di un sorriso artificiale ottenuto con “l’aiutino”, stupefatto, inebetito, chimico, nel nostro caso alcolico visti i menù delle feste, di un disincantato sorriso d’ufficio tanto per tirare a campare, illudendoci di aver vinto per il solo fatto di essere ancora vivi. E per molti il traguardo è quello, non di essere “vivi di qualità”. Perché, proprio come per Noodles, ci sono momenti assurdi nella vita in cui il sorriso non può che essere strappato fuori in questo modo, dal sogno, dal fumo che stordisce: le naturali, e reali, vie della felicità non funzionano, anzi non esistono, essendo la felicità un miraggio inventato dal marketing e da alcuni filosofi idealisti. Perché solo l’ironia che tutto mescola può salvarci, insieme al jazz e a un buon whisky; e se la vita è ironica, perché non dovremmo esserlo anche noi?

Il mio pensiero di fine anno intitolato “Il sorriso di Noodles” è stato pubblicato su AgoraVox Italia; per leggerlo: qui!