Le ostriche di Johannesburg

(tratto dalla raccolta di racconti “Esperimenti”)

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“… Nessuno si preoccupava più del vertice saltato, perché tanto tra sei mesi ne avrebbero fatto un altro nel Burkina Faso dal titolo: “Le proteine digeribili nell’Africa del Nuovo Millennio: prospettive e speranze per un mondo migliore”.

Mentre il Presidente di turno dell’ U.P.S.P. succhiava senza tregua la polpa delle ostriche dal loro involucro grossolano aiutandosi con un cucchiaino d’argento, sentì qualcosa di duro e liscio sotto i denti e fece appena in tempo a sputare fuori il corpo estraneo che altrimenti avrebbe ingoiato insieme al premiato mollusco. Si trattava di una perla. Sul mercato dei gioielli avrebbe fruttato un bel po’ e la rarità della scoperta (i cuochi sono molto attenti a certe preziose sorprese mentre cucinano) causò interessi e ipocrite pacche sulla spalla da parte di chi aveva solo gustato la polpa senza la fortuna di masticare perle. I bottoni delle camicie erano messi a dura prova e i tailleur delle signore puzzavano di frittura…”

N I G R I C A N T E

“Signor Presidente…! Fuori piove a dirotto e la città a quest’ora sarà piena di poveracci che vagano alla ricerca di un posto asciutto in cui ripararsi, dal momento che le loro bidonville avranno già imbarcato acqua e altre cose indefinibili…!” – disse il segretario affettato con un tono tra il divertito, pensando alle “cose indefinibili” su cui aveva a stento trattenuto la lingua e il preoccupato, pensando al doppiopetto del Presidente, firmato Ermenegildo Zegna. Il costoso abito non avrebbe reagito bene all’acqua piovana se per caso il Presidente, colto da un raptus di solidarietà popolare, avesse deciso di camminare a piedi tra le strade di Johannesburg fino al quasi vicino centro congressi in cui si teneva il “raduno” internazionale dell’Unione Presidenti Solidali e Preoccupati (sigla U.P.S.P. – che sembra più un richiamo usato da vecchi sporcaccioni quando vogliono attirare l’attenzione di giovani ragazze sugli autobus o all’uscita delle scuole!…

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Ora sesta

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Come muta l’amicale consenso
in strabordante fiele d’odio
quando non più asta sei che sorregge
specchi in cui rimiravano presunte gesta
ma muro dolente nell’assenza
narrante solenni vacuità.

I monastici orari del desinare
il silenzio che avvolge il lieto pasto,
si sfaldano le rivalse
neve umana al sole della morte
sul mondo e sugli eventi.

otto settembre

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Ho firmato un armistizio
con il mondo che mi guarda
solo
quando si riapre l’urna non dei morti.
La chiamano resa incondizionata
questa fuga verso la quiete
dalle genti che sfiorano senza
sapermi

ma la pace e il vento all’imbrunire
il sentirsi tra la folla nel silenzio di foglie
non sanno di resa settembrina,
una dolce rivalsa è la sera
che la città non conosce
sugli autunni trascurati
sulle more non colte
su tutte le ferite
che ancora versano sangue di primavera.

L’ultima lettera di Cesare Pavese a Romilda Bollati (Pierina)

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Bocca di Magra, agosto 1950

“Cara Pierina,
ho finito per darti questo dispiacere, o questa seccatura, ma credi non potevo far altro. Il motivo immediato è il disagio di questa rincorsa dove, non ballando e non guidando, resto sempre perdente, ma c’è una ragione più vera. Io sono, come si dice, alla fine della candela. Pierina, vorrei essere tuo fratello – prima di tutto perché così ci sarebbe tra noi un legame non futile, e poi perché tu mi potessi ascoltare e credere con fiducia. Se mi sono innamorato di te non è soltanto perché, come si dice, ti desiderassi, ma perché tu sei della mia stessa levatura, e ti muovi e parli come, da uomo, farei io se, invece d’imparare a scrivere, avessi avuto il tempo d’imparare a stare al mondo. Del resto, c’è la stessa eleganza e sicurezza in quello ch’io ho scritto e nelle tue giornate. So quindi a chi parlo.
Ma tu, per quanto inaridita e quasi cinica, non sei alla fine della candela come me. Tu sei giovane, incredibilmente giovane, sei quello ch’ero io a ventott’anni quando, risoluto di uccidermi per non so che delusione, non lo feci – ero curioso dell’indomani, curioso di me stesso – la vita mi era parsa orribile ma trovavo ancora interessante me stesso. Ora è inverso: so che la vita è stupenda ma che io ne son tagliato fuori, per merito tutto mio, e che questa è una futile tragedia, come avere il diabete o il cancro dei fumatori.
Posso dirti, amore, che non mi sono mai svegliato con una donna mia al fianco, che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio, e che ignoro lo sguardo di riconoscenza che una donna rivolge a un uomo? E ricordarti che, per via del lavoro che ho fatto, ho avuto i nervi sempre tesi e la fantasia pronta e precisa, e il gusto delle confidenze altrui? E che sono al mondo da quarantadue anni? Non si può bruciare la candela dalle due parti – nel mio caso l’ho bruciata tutta da una parte sola e la cenere sono i libri che ho scritto. Tutto questo te lo dico non per impietosirti – so che cosa vale la pietà, in questi casi – ma per chiarezza, perché tu non creda che quando avevo il broncio lo facessi per sport o per rendermi interessante. Sono ormai aldilà della politica. L’amore è come la grazia di Dio – l’astuzia non serve.
Quanto a me, ti voglio bene, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela. Non so se ci vedremo ancora. Io lo vorrei – in fondo non voglio che questo – ma mi chiedo sovente che cosa ti consiglierei se fossi tuo fratello. Purtroppo non lo sono. Amore.”

Cesare Pavese

lettura a cura di Michele Nigro

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Nota a “Poesie future” di Carla Malerba

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Quella di Carla Malerba è una poesia delicata e lineare, ma possente come un fiore di roccia, che nasconde con semplicità dolori (e gioie) addolciti dal tempo e dalla scelta di un linguaggio chiaro. È una poesia in viaggio e che si nutre di viaggio: si muove dal passato per andare incontro a futuri ritorni o a quelli già vissuti e in corso. Viaggiare significa anche provare un necessario straniamento (e sperimentare l’irraggiungibilità dell'”essenza dell’anima mia”) che servirà al poeta per trovare le parole più profonde e intime; il mare, forse più del verso libero, rende liberi da perversioni rimate: la vita deve essere descritta così come appare sullo schermo del nostro andare puro. Il non sentirsi parte di alcun luogo è il vantaggio travestito da disagio di chi ha ricevuto un imprinting esistenziale che noi, seduti da quest’altra parte, potremmo definire “originale” (“… Carla Malerba è nata in Africa Settentrionale, a Tripoli, e dal 1970 risiede in Italia…”). A farci comprendere certe originalità interverranno una solitudine fatta di luce, “aria senza vento”, spazi aperti… al punto da imparare a coltivare una speranza persino in tempi aridi; senza mai perdere di vista la condizione “privilegiata” dell’essere sospesi: che è uno stato dolce e piacevole anche se apre, forse, a domande dolorose e infinite, a volte senza risposta. L’esperienza, che induce a vedere il vero nudo e crudo anche in momenti genuinamente romantici, osserva con un disincanto mai definitivo le verdi convinzioni degli amori giovanili (“Pensano che sappia di panna / la luna”).

È una poesia delicata e schietta ma che difende – come ogni poeta autentico sa di dover fare – un salvifico non detto: questo prezioso balsamo poetico che non serve a creare un inutile mistero, ma molto più semplicemente è necessario a trasportare verso altre dimensioni sensazioni non svendibili sul bancone dell’ovvio e del dicibile (“… e cerco / la parola che non dica”). Così come da difendere sono i segni della presenza nell’assenza che ferisce, le orme di una vita oltre la morte, quella che non vediamo ma sappiamo esserci seguendo le tracce lasciate lungo il cammino, e che diventano doni.

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Ritirata

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a Giovanni Lindo Ferretti

Sei la ritirata dopo i falliti battiti
l’agognato esilio dalla capitale,
il riposo non sconfitto da mancate vincite
il rifugio in cui sparisce il felice perdente
la periferia della vita sensata
l’Elba agreste dell’uomo comune

sei il luogo delle piogge ideali
balsami dal cielo per antiche ferite
bruciate da false glorie di sale,
la trasferta sognata nei perigli dell’anima e del corpo.

Medita tu per me, che sono stanco di pensare!
Trova tu soluzioni serali, surrogati di pace a buon prezzo…
Trasportami su lettighe di respiro
lungo fiumi che nulla chiedono.
Percorri coi miei passi usati
le risposte a sorpresa.

Non sogno più treni ma mura di cinta
chiuse da porte al tramonto sulla novità
sugli affanni dei dietrofront
su quel che il mondo attende,

regalami fulmini e nibbi reali
le cornacchie dal piglio sfacciato
i silenzi che da sempre trovano parole eterne.

(immagine: foto “Ritirata ARMIR”)

“L’imbrunire” – Giovanni Lindo Ferretti

“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

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“POPOPOPOPOPOPO… POPOPOPOPOPOPOPOPO!”

(attenzione: post antiretorico altamente retorico!)

Quand’è che ci si accorge dell’avvenuta morte di una nazione? In base ai dati economici? Al numero di opere costruite o rifacendoci alle statistiche demografiche? Al tipo di burocrazia che la strangola? Sì, anche… Ma è soprattutto in base al grado di retorica caratterizzante alcuni dei suoi principali mezzi di comunicazione che ci accorgiamo dell’entrata di un paese in una fase di coma farmacologico precedente il definitivo trapasso. Se la televisione è uno dei tanti strumenti di registrazione di questo andamento, allora basterà accenderla e farsi un giro tra i “canali istituzionali” per verificare come la retorica, non quella nobile esercitata nell’antichità classica ma la sua odierna versione banale ad uso e consumo di un ridicolo messaggio di stato che aspirerebbe ad alimentare false speranze in una popolazione disincantata, abbia già da molti anni prevalso sulla comunicazione di una novità che in effetti non c’è, manca all’appello, perché una spinta all’evoluzione non esiste in questa nazione peninsulare baciata esclusivamente dal sole e dai soldi del Recovery Plan.

Pessimista? No, realista che analizza la tv generalista.

La retorica pertiniana mandata in onda in loop e corroborata da un’iconografia resistenziale propinata a un paese che non ha più i mezzi per resistere se questi non gli vengono forniti dall’esterno (non userò in questo post quella parola abusata che inizia con R e finisce con ‘ilienza’): Mattarella, realisticamente, si sta dimostrando – non me ne vogliamo i socialisti ancora in vita e quelli riciclati – un presidente molto più “importante” del buon vecchio partigiano con la pipa che ai mondiali sentenziò “Ormai non ci prendono più!”. In realtà, come c’insegna la storia dell’ultimo venti-trentennio, c’hanno preso (e ripreso) e come, sì, ci hanno doppiato più volte e c’hanno aspettato al varco per ricordarcelo. C’hanno preso, e armati di un bastone a forma di euro ce le hanno date di santa ragione a ritmo di spread, agenzie di rating e bacchettate di varia natura.

E che dire della retorica del triplo “Campioni del mondo!” di martelliniana memoria, con cui campiamo di rendita dall’82 (al netto delle successive vittorie meno storicamente romantiche e ancora troppo fresche per risultare nostalgiche), come se una nazione potesse ricevere il necessario carburante morale e organizzativo, la spinta propulsiva per evolvere in maniera costruttiva, solo dall’entusiasmo derivante da una finale vinta. L’Italia, anche per tradizione cattolica oltre che per un fatalismo genetico, è un paese che crede molto nei miracoli (definiti “all’italiana” per il loro carattere di unicità), e non parlo solo del culo dimostrato ai rigori! Ci vuole culo anche a passare su ponti che forse crolleranno mentre passano “gli altri”, basta che vada bene a noi! Per la giustizia terrena c’è tempo (molto tempo) e ci penserà la magistratura che con lentezza tutto risolve.

Art.1: “L’Italia è una repubblica fondata su Techetechetè!”; hanno preso la massima “non c’è futuro senza passato” e l’hanno cronicizzata, l’hanno instupidita, perché non hanno altro da offrirci, perché le idee sono finite (a monte) e non sanno cosa metterci nel piatto televisivo, che è il primo in cui andiamo a ficcare il naso quando abbiamo fame. La soubrette morta diventa occasione succulenta per un revival nazional-popolare a suon di Padre Pio, fila sotto il sole per omaggiare il feretro e vecchi filmati in cui comici toscani parlano di ‘pucchiacca’; la nostalgia guarisce tutto e un paese come l’Italia che già prima della pandemia si trovava nella terapia intensiva delle idee, ora è come la sposa cadavere di Tim Burton: sembra viva, le danno un belletto fatto di Next Generation EU, ma di tanto in tanto le casca fuori dall’orbita un occhio, una funivia, una strada, un ponte, una montagna che frana dopo un po’ di pioggia…

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Nota a “Pomeriggi perduti” su Atelier

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È stata pubblicata sul sito della rivista “Atelier” una nota di lettura alla raccolta “Pomeriggi perduti”, a firma di Antonio Fiori.

“… Le poesie sono settanta, senza suddivisione in sezioni, e s’ergono improvvise, ora palesemente evocative ora ammonitrici, talvolta venate d’ironia. Stefano Serri parla di ‘viaggio multiforme’ e sottolinea la precisione lessicale della poesia di Michele Nigro, ma ci segnala anche che il poeta non pretende il controllo spasmodico su oggetti e avvenimenti…” (Antonio Fiori)

Per leggere l’intera nota: qui!

versione pdf: Antonio Fiori su Pomeriggi perduti, per Atelier

Il numero è “forza”!

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Cos’hanno in comune gli ebrei ortodossi morti nella calca pochi giorni fa in Israele, i musulmani morti negli anni passati in una calca simile alla Mecca, i tifosi dell’Inter assembrati ieri a Milano, le tavolate di amici senza mascherina che ho visto l’altro giorno nei locali del centro storico di Salerno? La fede nel numero, questo hanno in comune: perché insieme si è più forti, si è invulnerabili; insieme si può affrontare qualsiasi minaccia, anche quella invisibile; si condivide il rischio e questo come per magia si affievolisce: il cameratismo è la forza del singolo e la scelta dell’individuo che si diluisce nella folla è la forza del cameratismo. Cosa può succederci se condividiamo lo stesso obiettivo, la stessa fede? Se restiamo uniti la morte si spaventa e fugge via. E se anche questa dovesse ugualmente raggiungerci – pazienza! – è bello morire insieme: con e per mano della comunità di cui facciamo parte, della massa che ci dà forza e se vuole ci annienta in un istante. La vera morte è essere divisi dagli altri, è essere costretti a trasformarsi in presuntuosi “soloni” senza pubblico e senza contatto umano. Quando per colpa di decisioni governative siamo costretti a non onorare questa fede, stiamo male, ci sentiamo persi e senza meta: e i ritorni alla normalità sono “esplosivi”, come a voler compensare le occasioni mancate, a voler vivere doppiamente i raduni perduti. Alla faccia di chi si ostinava a sperare che ne saremmo usciti migliorati!
“Gioie” che l’individualista, egoista e sprovvisto per sua natura del dono della fede nel numero, non può provare, non può vivere sulla propria pelle; cieche convinzioni che non può coltivare dentro di sé e che invece riscaldano l’animo di chi le insegue: eternamente diffidente e dubbioso, l’individualista si muove da solo dribblando capannelli, riti collettivi, tifoserie e “marce del sabato sera”, politiche e non.
È un soggetto asociale e antipatico che provoca un senso di repulsione: a volte, per questo motivo e tra lo stupore degli assembrati, persino la morte lo evita.
versione pdf: Il numero è forza!