Nota a “I vivi. Un tremore” di Andrea Donaera

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La morte e i morti sono faccende troppo delicate, personali, familiari, per rappresentarle in una lingua comune, nazionale: l’intimità del vernacolo permette di fissare meglio cose misteriose, che riguardano l’animo dell’individuo ma al tempo stesso appartengono a tutti. Il dialetto salentino è sì un chiaro collegamento al Canzoniere della morte di Salvatore Toma — che era di Maglie (LE) come Andrea Donaera, autore della silloge I vivi. Un tremore, Fallone editore (2022) — ma l’epigrafe metal “Forever they are in the hills…”, da un brano degli Emperor, denuncia un’impronta mastersiana che travalica la provincia: le colline, dall’Antologia della lontana Spoon River passando per De André fino al Salento, quali luoghi d’elezione per l’eterna custodia dei feretri ma anche per la persistenza spirituale dei trapassati.

La parola “morte” è il tag presente nelle 12 poesie. C’è il disagevole connubio tra sensualità e morte come in un quadro del catanese Calcedonio Reina; l’onnipresenza delle anime (“Addu stane moi li morti ci stane qquai a tutte ‘e vande? – Dove sono ora i morti se sono qui in ogni dove?”); il saggio consiglio popolare a temere più i vivi (causa, loro sì, di tremore!) che i morti: “Li morti nu’lli timìre ma li cristiani… – I morti non li temere ma gli umani…”; l’impermanenza dell’io mentre l’essenza diventa qualcos’altro che si ricicla; la voce dei morti che si nutre della vita vissuta; l’eccessiva fiducia data a un corpo destinato a tradirci; il fardello dell’ego fallace da cui salvarsi; il timore per il tempo che fugge e l’incognita su quando sarà l’ultimo Natale in questa terra… Ma non ci è dato sapere oltre. Non resta che fidarsi della morte e dei morti, accettare la prima e accoccolarsi ai secondi (diventando lo spirito della loro esistenza, l’ “I am them” ancora dall’epigrafe), sorridere con loro della vita. Tanto il ricordo dei cari estinti, a volte unico e genuino punto di riferimento, nessuno può sottrarcelo: “Te le nonne ricòrdete / ‘e mani te farina… – Delle nonne ricorda / le mani di farina…”.

VI
Tutte le ‘uci te li morti tènene nu parcé,
te te pensi ca si’ te ‘u parcé ma
lu parcé te tutte le ‘uci te li
morti ete ‘a vita, ‘a vita prima
t’a morte ca, pare, nu’ gghié mai
ci sape cc’ite ‘a vita.

Tutte le voci dei morti hanno un perché,
tu pensi d’essere te il perché ma
il perché di tutte le voci dei
morti è la vita, la vita prima
della morte che, pare, non è mai
granché la vita.

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“Il professore e il pazzo…” su Pangea.news

professore e pazzo pangea

Il mio articolo “Il professore e il pazzo, passando per De André…” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

“Il professore e il pazzo…” su L’Ottavo

il prof e il pazzo

Il mio pezzo “Il professore e il pazzo, passando per De André” pubblicato su L’Ottavo.it

“… La parola rende liberi, sia gli uomini già liberi ma prigionieri di schemi accademici e di pregiudizi classisti, sia gli uomini realmente prigionieri delle sbarre invalicabili di un manicomio criminale e dei propri fantasmi. La parola non ha pregiudizi, è democratica, non si nega a nessuno: si lascia plasmare, ricombinare e rielaborare da ogni mente degna di compiere nuove acrobazie in nome della bellezza e della libertà interiore. Al punto che, alla fine della storia, diventa difficile capire fino in fondo chi è l’uomo incatenato e chi l’uomo libero di andarsene…”

Per leggerlo: QUI!

Intervista per “Le stanze di carta”

intervista le stanze di carta

Alcune domande da parte di Ilaria Cino, curatrice del blog letterario “Le stanze di carta”, mi hanno permesso di sviscerare e chiarire, spero, alcuni aspetti della mia poetica… Segue uno stralcio dell’intervista:

[…] (Ilaria Cino) In una delle sue celebri poesie W. Whitman alla fatidica domanda sul perché si scrivono versi risponde con la necessità della poesia in quanto elemento di vita e di identità. Cosa ne pensa in proposito? E quale significato attribuisce al fare poesia oggi?

Come epigrafe per la mia ultima raccolta “Pomeriggi perduti” (ed. Kolibris, 2019) ho scelto proprio questo verso piuttosto conosciuto di Whitman a cui credo Lei si stia riferendo (la poesia è O me! O vita! dalla raccolta “Foglie d’erba”). Nel marasma esistenziale, causato dagli altri, dagli eventi o semplicemente dal movimento affannato di noi povere molecole immerse nella tempesta del mondo e dell’esserci in questo spettacolo chiamato “vita” (che continuerebbe anche senza di noi), quando i flutti non ci danno tregua e ci sballottano da una parte all’altra, occorre a un certo punto dare un senso a questo caos, dargli un nome, definirlo, contribuirvi con un verso, riempirlo di contenuto. Non tanto per salvarsi, per non perdersi tra la folla o per accaparrarsi una sciocca eternità, ma soprattutto per confermare a se stessi un’identità, un modo di stare al mondo, per dare un significato al nostro vissuto (soprattutto quello invisibile), per ribadire il possesso di un territorio interiore che niente e nessuno può occupare. Identità è anche ritornare lì dove, geograficamente parlando, il tuo cognome è ricordato dai vecchi e risuona di senso. La poesia può farci ritornare.
Tempo fa, rispondendo alla domanda di un’altra intervista, all’indomani della pubblicazione della mia prima raccolta “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0, 2016), adoperai con un certo istinto da strada la seguente frase: <<… Queste sono le mie conquiste umane, le mie esperienze e queste parole sono la mia terra!…>>. Più che un manifesto personale, una dichiarazione di guerra…Nutrire l’anima, cercare il buono del nostro stare qui, fissare il passaggio dell’uomo sulla terra: non credo che il fare poesia oggi abbia scopi differenti da quelli di altri tempi, al di là di inutili sperimentalismi fini a se stessi. Cambiano le forme, passano le epoche, ma l’animo umano è sempre lo stesso: questa cosa mi sconforta e mi rassicura al contempo. […]

Per leggere l’intera intervista: qui!

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“Il professore e il pazzo”, passando per De André…

La parola non può essere imprigionata. Essa appartiene a tutti: all’uomo ordinario, socialmente inquadrato e all’individuo geniale, disadattato e maledetto. Possiamo ricercare in maniera certosina e scientifica le sue origini etimologiche e ripercorrere filologicamente la sua evoluzione storica nei secoli, possiamo setacciare le citazioni letterarie che la contengono come i cercatori cercavano pagliuzze d’oro setacciando la sabbia dei fiumi, ma ritorna ad essere parola viva nel presente, nel nostro quotidiano, solo quando interagisce con la materia pulsante dell’esistenza, con gli elementi concreti a cui è legata per un’antica convenzione, solo quando diventa linguaggio reale per redenzioni, rinascite sentimentali e impensabili perdoni…

È taumaturgica. La parola guarisce, lentamente, come medicina che penetra nell’anima: ogni fonema è una molecola di farmaco che entra nella cellula malata per ristrutturarla e ripensarla. Per renderla di nuovo disponibile all’amore e alla vita. I contenitori di questo farmaco miracoloso sono i libri, ma anche certi fogli inediti imbrattati di pensiero mandati in giro a trasmettere idee o a donare tasselli per un lavoro immane e apparentemente infinito. 

La parola rende liberi, sia gli uomini già liberi ma prigionieri di schemi accademici e di pregiudizi classisti, sia gli uomini realmente prigionieri delle sbarre invalicabili di un manicomio criminale e dei propri fantasmi. La parola non ha pregiudizi, è democratica, non si nega a nessuno: si lascia plasmare, ricombinare e rielaborare da ogni mente degna di compiere nuove acrobazie in nome della bellezza e della libertà interiore. Al punto che, alla fine della storia, diventa difficile capire fino in fondo chi è l’uomo incatenato e chi l’uomo libero di andarsene.

Solo la “pazzia”, termine il cui significato – almeno oggi, grazie alle battaglie di uomini visionari come Franco Basaglia e altri – ha fortunatamente margini labili ed elastici e non più così netti come in passato, può creare dei corto circuiti creativi che in soggetti normali vengono definiti “geniali”: si ripropone ancora una volta l’eterno confine tra genialità e follia. A definire tale confine ci pensano certi schemi mentali e i pregiudizi a essi collegati ed ereditati per convenienza sociale.

Il nozionismo, la preparazione accademica, l’ordine conoscitivo delle cose, l’approccio scientifico al sapere, l’anatomia del significante attraverso il tempo, rappresentano la base, l’humus necessario per dare vita a solide creazioni che sopravvivono agli anni; ma giustamente c’è chi ha paragonato l’atto poetico a una forma di autismo, e certi istinti non si conquistano attraverso titoli accademici. La “pazzia” fa perdere i freni inibitori della lingua (che non significa straparlare ma collegare significati in maniera trasversale), trasforma un’impresa impossibile per menti ordinarie in gioco salvifico, apre canali comunicativi altrimenti inesplorabili (tutto è incomprensibilmente più chiaro e interconnesso, si ha una visione limpida dell’insieme), rende possibile l’unione tra concetti apparentemente inconciliabili creando bellezza. Non tutti sanno riconoscere il bello creato in questo modo, non tutti accettano i processi creativi che si discostano dall’ordinario: si bada più alla forma non sconveniente che all’efficacia finale del contenuto. Meglio, quindi, tenere nascosta la componente folle di un successo, meglio non rendere pubblici un nome e un cognome che potrebbero mettere in imbarazzo l’istituzione e la sua élite. 

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