Poesie minori. Pensieri minimi: materiali di risulta (la collana)

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Dove finisce la poesia e comincia il pensiero? Questa collana in tre movimenti di “poesie minori e pensieri minimi”, creata con “materiali di risulta”, non vuole essere un ostentato elogio della brevità (perché in alcuni casi, pochi in realtà, non si troverà un testo breve) ma il tentativo di definire questo confine, mescolando poesie minori con pensieri minimi, senza fornire indicazioni per distinguere le une dagli altri. Sarà il lettore a separare, in base alla propria sensibilità ed esperienza, le poesie-pensiero dai pensieri poetici. Qualora ve ne fossero. Poesie e pensieri non sprovvisti di ironia, di un piglio dissacratorio, severo, lapidario, a volte rabbioso, di sfumature irriverenti, di parole eccessivamente “quotidiane”. Correndo il rischio di essere sottovalutati o fraintesi, anche se tutto è già stato previsto. Perché, forse, rischia di prendersi troppo sul serio solo chi non sa cogliere nell’apparente banalità la potenziale lungimiranza di un messaggio breve o scanzonato. (Michele Nigro)

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“Poesie minori. Pensieri minimi”, materiali di risulta: volume terzo

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[…] Dove finisce la poesia e comincia il pensiero? Questa terza (e ultima, a completamento di una trilogia non richiesta) silloge, creata con “materiali di risulta”, come è stato per la prima pubblicata nel 2018 e la seconda nel 2020, non vuole essere un ostentato elogio della brevità (perché in alcuni casi, pochi in realtà, non si troverà un testo breve) ma il tentativo di definire questo confine, mescolando poesie minori con pensieri minimi, senza fornire indicazioni per distinguere le une dagli altri. Sarà il lettore a separare, in base alla propria sensibilità ed esperienza, le poesie-pensiero dai pensieri poetici. Qualora ve ne fossero. Poesie e pensieri non sprovvisti di ironia, di un piglio dissacratorio, severo, lapidario, a volte rabbioso, di sfumature irriverenti, di parole eccessivamente “quotidiane”. Correndo il rischio di essere sottovalutati o fraintesi, anche se tutto è già stato previsto. Perché, forse, rischia di prendersi troppo sul serio solo chi non sa cogliere nell’apparente banalità la potenziale lungimiranza di un messaggio breve o scanzonato. (dalla Premessa)

[…]

Conservo musica
come pane nel tasco
prima dei molti cammini
nel silenzio cercato.

Tu, senza campo, ladra
di passati in estate
distruggi vecchi diari
foto di quel che eri
e metti in vendita
la casa dell’infanzia.

Donna che non lascia tracce
partirò anche per te
con il favore delle tenebre
verso la nostra dimora ideale.

Ci si immola in branco
sul palcoscenico dedicato
al morto che scriveva dei morti,
fingendo opportune lacrime
per le future succulenti
mancate novità.

Un cane abbaia inutile
all’afa densa della sera,
nuovi cementi in cartellone
annunciano altre verdi sconfitte

alla fine di questo cicaleggio
non resteranno che vuoti timballi.

Raccogli segni fossili
di quando c’era il mare
dove ora parli ai monti,

non toglierli da lì, dal loro attimo
non pensare che siano morti,
torneranno le antiche acque
per umani errori da punire

riprenderanno a muoversi
agitando code e valve
padroni in città sommerse
scendendo da liquide alture.

Ridicolo è l’outfit
del poeta-performer,
si crede un Mosè rasta
di ritorno dal Comanda-
menti-slam di un dio morto
sulla montagna del troppo detto.

[…]

(Tratto da “Poesie minori. Pensieri minimi”; sottotitolo: materiali di risulta – Vol.3 – ed. nugae 2.0 – anno 2021)

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“Il fantasma dentro la macchina” di A. Koestler diventa audiolibro

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Grazie al lavoro meritorio di Rossana Marino, il saggio di Arthur Koestler “Il fantasma dentro la macchina” è diventato un comodo audiolibro gratuito e consultabile dal pubblico interessato: sul canale YouTube che ospita le letture, ogni capitolo del libro corrisponde a una “puntata” dell’audiolettura. Di seguito si propone il primo capitolo: i successivi, di diversa durata, sono elencati nel canale e facilmente riproducibili.

Nel ringraziare Rossana Marino per questa iniziativa che le fa onore, vi auguro buon ascolto… in attesa di una ri-edizione italiana di questo importantissimo scritto (attualmente ancora fuori catalogo e quindi non disponibile sul mercato editoriale!) che, oltre a essere fonte di complesse e inesauribili riflessioni biologico-filosofiche, è stato e sarà istigatore di altre idee e creazioni artistiche…

Riguardo al film “Genius” e agli editor, su Pangea.news

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Il mio articolo “Due, tre cose sul (dal) film Genius di Michael Grandage” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Nota a “Radici” di Antonietta Cianci

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C’è tutto l’impeto tipico dell’opera prima nella raccolta “Radici” di Antonietta Cianci (Ed. Transeuropa; collana di poesia “Nuova poetica 3.0” – 2019): la voglia di raccontarsi e abbandonarsi a un troppo detto, troppo spiegato, a un accapismo che vorrebbe tenere a freno, invece, lo sviluppo di una dolce novella in prosa. Scrive bene il prefatore, Carmine Cimmino: “… A prima lettura, pare che i versi abbiano il ritmo della riflessione ad alta voce… […] … poi rileggi, e senti che sotto la durezza dell’ “andamento” prosastico c’è la delicatezza delle luci della memoria…”. Immagini sobrie e lapidarie gareggiano con ampi sfoghi amorosi, nostalgici, ripercorrenti ed autoanalizzanti. Spesso, forse troppo spesso, interviene un’anafora a rinforzare un’invocazione che diventa preghiera malinconica, rimpianto, resa dei conti con luoghi, esistenze, persone e città amate (“… pace / quella che sale dalle viscere della nostra Napoli / che parla di silenzi / con la lingua del rumore…”). Con sé stessa — l’autrice —, con un io e te incompleto, ormai sfumato, appartenente al passato, non funzionante, rotto ma agrodolcemente presente come un’ossessione che fa compagnia durante l’esilio.

Pur inciampando, a volte, in “romanticherie” ostili alla poesia e in passaggi prevedibili, i versi di Antonietta Cianci rappresentano un bel viaggio, passionale e appassionato, ben descritto e sentito anche da chi legge, nell’animo (e fuori da questo) di una persona che ricerca sé stessa e ama raccontare ciò che vede o ricorda. Tutti i sensi sono coinvolti (“… nell’aria assolata / che profuma di oleandri… […] … ogni cosa / cambia colore… […] … ogni cosa / mutando forma / si bagna di luce…” e ancora: “mentre immergete / i piedi nell’acqua salata…”); tutte le angosce, le speranze e le dolcezze sono coraggiosamente esposte al sole della parola (“… E adesso sto a viso scoperto / nessun velo sopra il mio volto”). A scrivere è un’anima in eterna partenza, sospesa ma in movimento, in bilico tra i binari di un’imprecisa andata e di un ritorno quasi sempre di cuore, e in attesa di conoscere la meta definitiva (“Solo la mia valigia rumoreggia / sul breve percorso verso la stazione…”; “… e la zingara alla stazione / mi dice che ho gli occhi tristi…”; “… un ordine per fermarmi. / E stare.”).

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Carla Malerba su “Pomeriggi perduti”

Ricevo e con piacere pubblico una nota della poetessa aretina Carla Malerba, che ringrazio, alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

POMERIGGI PERDUTI

di Michele Nigro (Kolibris edizioni)

Lettura di Carla Malerba

Mai titolo potrebbe parere più incline ad una poesia di sentimento come Pomeriggi Perduti di Michele Nigro, ma fin dalle prime pagine l’autore ci conduce ad una lirica fortemente introspettiva la cui progettualità è introdotta da alcuni versi di Whitman indicativi per l’approccio ai temi centrali della raccolta.

Quella di Nigro è una scrittura che affascina anche per l’ironia con cui si guarda intorno e con cui affronta i temi esistenziali instaurando un forte legame tra la presa di coscienza della negatività e la fiducia nella poesia.

Si aggiungono nel corso della lettura poetica limpide immagini: “una preghiera involontaria/ diventa strada tra pietre/ antiche”, c’è l’amore che è stato e che riverbera con i richiami agli sguardi e ai ricordi, senza toni elegiaci, ma con ferma consapevolezza dei mutamenti che il tempo prepara.

Ci sono delle straordinarie fotografie liriche dove i minareti sono

 illuminati come razzi/ a Cape Canaveral

I toni sono contenuti, ma alti: si maledice l’estate perché è stata quella dell’assenza. Per questo è necessario arricchirsi con tutto ciò che è vita come colori e vento, strade deserte mentre risuona la voce di una lei assente:

… faccio scorta/ di immagini e di vento/ di stelle sorgenti/ di colori e di ronzii/ nel silenzio dell’angolo, …

La raccolta va oltre, spazia e cita nei versi le affinità con gli autori amati, rievoca i luoghi di viaggi e di vita come nell’intensa lirica Caffè Albania. Versi che più si leggono e più colpiscono, allacciano il cuore a percorsi sconosciuti, raccontati con una lingua curata, ma mai artificiosa.

Percorrenze, immagini, amori, consapevolezze: al grande trambusto estivo che distorna talvolta i pensieri del poeta si sostituisce il desiderio del gelo che tutto acquieta/ che zittisce/… / i dolori infreddoliti del mondo.

La ricerca di Michele è ancorata anche ad uno sguardo pensoso sul dopo e i suoi versi riecheggiano nelle orecchie del lettore:

Esisteranno, un giorno che non chiameremo
più giorno
anche per noi
un tempo e uno spazio
(non più tempo, non più spazio)
in cui diluire la vita incompresa, la non riuscita
e quella non digerita, in cui disperdere
le questioni di principio e gli affanni
i quotidiani attriti dell’inutile fare […]

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Nota a “Lo scarto della retina” di Daniele Zanghi

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Dietro la poeticità bella a leggersi e la sicurezza dell’eloquio rappresentate nelle 12 poesie della silloge di Daniele Zanghi, intitolata “Lo scarto della retina”, si nascondono un milione di domande irrisolte e ataviche. C’è una domanda incombente sull’origine delle cose quotidiane apparentemente scontata e dei ricordi, sulla natura del presente visibile; una domanda — “Ma le linee dove furono stabilite?” — che non può non interessare il confine tra sogno e realtà, da sempre esplorato e mai del tutto (per fortuna!) definito. I conflitti umani nascono dall’ignoranza e da una visione limitata della realtà, ma il dolore reale non fa domande, è sincero: semplicemente è. L’umanità in generale — il poeta in particolare — vede oscillare gli eventi storici tra l’entusiasmo scientista per un impietoso progresso di fine ‘800 e un più ingannevole e micidiale benessere moderno ed estetizzante in cui, soddisfatti e acritici, siamo tutti immersi. Nessuno escluso. A salvarci, forse, è uno scarto della retina: quel non visto o visto appositamente male (offerto dalla poesia?) che ci assicura sopravvivenze tra terre inesistenti e vuoti su cui dover passare nonostante tutto. Quella di Zanghi è una poesia che s’interroga continuamente: sul perché dell’esserci (“Perché mi trovo a questo tavolo?”), sul mistero delle scelte umane (“è mai esistito qualcuno / che volesse qualcosa?”), sulla fatalità del trovarsi in un dato posto. L’abc di domande filosofiche formulate millenni fa, qui diluite in versi non facili ma impegnativi per il lettore nel tentativo di disinnescare un gioco ben riuscito tra gesto concreto e surrealismo. A volte una necessaria lontananza (“Sono così lontano da tutto”) offre le risposte più giuste; ci predispone a un salvifico distacco del pensiero dall’ovvietà del vivere quotidiano, per riscoprire il bambino che ritarda dietro il gruppo e che, per questo motivo, è ancora capace di difendere i propri sogni in evoluzione.

V *

Ad uno scarto della retina
affido la mia sopravvivenza,
il mio essere,
l’ho detto,
si schianta come un carro in piena corsa
dal quale mi butto.
O meglio, scivolo giù discretamente,
sapendo perfettamente la non-esistenza
della terra
e l’orrore più grande
di un’automatica passerella nel vuoto.

* (da “Lo scarto della retina”, silloge di Daniele Zanghi; Fallone Editore – 2019. Collana “Il leone alato”, diretta da Andrea Leone)

leggi anche:

Recensisco

Scambiamoci i libri!

Dodecalogo del recensore (di poesia)

Emilio Paolo Taormina su “Pomeriggi perduti”

Ricevo e con piacere pubblico una nota del poeta palermitano Emilio Paolo Taormina, che ringrazio, alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

Nota di lettura a
“Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

La poesia di Michele Nigro è una poesia incisiva e colta, a partire dall’epigrafe tratta da una celebre lirica di Walt Whitman, alla dedica a Byron nella prima poesia.
Michele Nigro è un uomo che alle doti naturali, alla passione e curiosità, ha aggiunto il sudore dei gomiti. Possiede una poetica chiara e leggibile. Come un ulivo le sue radici si nutrono della vita, di tradizioni, della memoria, di sentimenti, amori e stupori di viaggiatore tra Istanbul, Palermo, Mondello; si rannicchia come un seme nella terra del presente per catturare la memoria degli attimi fuggenti, come un olio che trattiene le essenze del vissuto: il presente che già diventa memoria.
C’è uno scorrere nell’anima dei luoghi delle origini come un tatuaggio inciso sulla pelle che ti porti dentro, sono il fumo dei sigari fumati in balconi aperti al paesaggio collinoso, i baci come pennellate di acquerelli. I personaggi e i luoghi sono sbozzati nel marmo della memoria come apparenze di un sogno.

Continua a leggere “Emilio Paolo Taormina su “Pomeriggi perduti””

Nota a “Poesie future” di Carla Malerba

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Quella di Carla Malerba è una poesia delicata e lineare, ma possente come un fiore di roccia, che nasconde con semplicità dolori (e gioie) addolciti dal tempo e dalla scelta di un linguaggio chiaro. È una poesia in viaggio e che si nutre di viaggio: si muove dal passato per andare incontro a futuri ritorni o a quelli già vissuti e in corso. Viaggiare significa anche provare un necessario straniamento (e sperimentare l’irraggiungibilità dell'”essenza dell’anima mia”) che servirà al poeta per trovare le parole più profonde e intime; il mare, forse più del verso libero, rende liberi da perversioni rimate: la vita deve essere descritta così come appare sullo schermo del nostro andare puro. Il non sentirsi parte di alcun luogo è il vantaggio travestito da disagio di chi ha ricevuto un imprinting esistenziale che noi, seduti da quest’altra parte, potremmo definire “originale” (“… Carla Malerba è nata in Africa Settentrionale, a Tripoli, e dal 1970 risiede in Italia…”). A farci comprendere certe originalità interverranno una solitudine fatta di luce, “aria senza vento”, spazi aperti… al punto da imparare a coltivare una speranza persino in tempi aridi; senza mai perdere di vista la condizione “privilegiata” dell’essere sospesi: che è uno stato dolce e piacevole anche se apre, forse, a domande dolorose e infinite, a volte senza risposta. L’esperienza, che induce a vedere il vero nudo e crudo anche in momenti genuinamente romantici, osserva con un disincanto mai definitivo le verdi convinzioni degli amori giovanili (“Pensano che sappia di panna / la luna”).

È una poesia delicata e schietta ma che difende – come ogni poeta autentico sa di dover fare – un salvifico non detto: questo prezioso balsamo poetico che non serve a creare un inutile mistero, ma molto più semplicemente è necessario a trasportare verso altre dimensioni sensazioni non svendibili sul bancone dell’ovvio e del dicibile (“… e cerco / la parola che non dica”). Così come da difendere sono i segni della presenza nell’assenza che ferisce, le orme di una vita oltre la morte, quella che non vediamo ma sappiamo esserci seguendo le tracce lasciate lungo il cammino, e che diventano doni.

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Nota a “Poesie scritte sul retro di scontrini” di Alessandro Salvi

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In quest’epoca di poesie minori, pensieri minimi, di poeti “spacciatori di farmaci” sotto forma di versi, vendutissimi e richiestissimi sul territorio nazionale a suon di reading perché (dicono i maliziosi) facilmente assimilabili da un pubblico poco esigente e (dicono sempre i maliziosi) poco preparato in ambito poetico, uscirsene con una raccolta di “Poesie scritte sul retro di scontrini” potrebbe sembrare l’ennesima operazione ruffianesca per strizzare l’occhio ai lettori sempliciotti di cui sopra. Alessandro Salvi sa benissimo (infatti già a pag.3 decreta: “La differenza tra prosa e poesia? / La prosa dice, la poesia seduce.”) che la brevità in poesia può scadere facilmente in aforisma inutilmente lapidario o addirittura in prosa banale che nulla insegna; ma avvertiva – rivolgendosi a un suo studente furbetto – il buon Prof. Keating del film L’attimo fuggente: “Non importa la semplicità della poesia […] La poesia nasce da tutto ciò che ha una scintilla di rivelazione. Cerchi solo che la sua poesia non sia banale…”. E di rivelazioni, nella silloge di Salvi, nonostante il tempo di lettura da eiaculazione precoce, ve ne sono disseminate in gran quantità tra le pieghe di tematiche quotidiane e non sempre profondissime. E poi – vuoi mettere? – l’opportunità di imparare un termine come “miosotide”! La silloge inizia e termina in maniera leggera, con al centro un corpus di poesie “più articolate” e metricamente impegnate (accompagnate, a volte, da suoni intriganti come: “L’alterna assurda arsura alla mia gola”, pag.9). Ci piace pensare che siano state scritte non solo simbolicamente ma anche ideologicamente sul retro di scontrini come a voler dichiarare l’antagonismo dell’Autore alla messa in vendita di ciò che – ovvero la libertà del pensiero poetico – non può essere svenduto o ridimensionato a seconda dell’andamento dei mercati editoriali o del “likesimo feisbucchiano”. Stare sul lato opposto del commercio, quello “in bianco” del retro, sul lato non “scontrinabile” dell’anima: dove altro volete che dimori un poeta?

XII *

È una farfalla?
Dal bancone svolazza
uno scontrino.

* (da “Poesie scritte sul retro di scontrini”, silloge di Alessandro Salvi; Fallone Editore – 2018. Collana “Il leone alato”, diretta da Andrea Leone)

Leggi qui: Recensisco

“Pomeriggi…” su Margutte

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Su Margutte, Non-rivista online di letteratura e altro, curata da Silvia Pio e Gabriella Mongardi, una gradita segnalazione alla raccolta “Pomeriggi perduti” per la rubrica La voce di Calliope. Un grazie alla Redazione!

Per leggere su Margutte: QUI!