Social networking for dummies

“Social networking for dummies”
(come interpretare e usare un post)
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“Joker” su Pangea.news

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Il mio articolo “Joker, perché i supereroi non possono esistere” (già pubblicato su questo blog, qui, con il titolo “Joker è tutti noi”) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

L’agenda

LuigiPirandello

Luigi Pirandello

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Sigmund Freud

L’agenda

dedicato a Luigi Pirandello e Sigmund Freud

L’ordine regnava indisturbato tra le pagine dell’agenda di Aldo.

Sarebbe stato difficile risalire alle origini di quell’impeto organizzativo, anche se i suoi ex compagni di scuola dichiaravano candidamente di non averlo mai sorpreso con la cartella in disordine e il diario senza i compiti elencati per materia.

Conclusi brillantemente gli studi presso il liceo classico “Orazio Flacco” di Busto Arsizio, senza battere ciglio si iscrisse alla facoltà di Storia dell’Università di Milano e polverizzando tutti i record fino ad allora monitorati dall’ateneo ambrosiano, riuscì a laurearsi con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi, chiedendo di poter anticipare di una sessione la seduta di laurea.

Fu una discussione quasi solitaria. C’erano lui, alcuni fedeli colleghi universitari, i genitori e il motivo di tanta fretta: Gisella. Si erano conosciuti tra il terzo e il quarto giorno di corso al primo anno e fu quasi subito amore.

Titolo della sua audace tesi: “La disorganizzazione tattica e logistica di Napoleone durante la campagna di Waterloo”.

Aldo aveva programmato tutto. “Non appena sarò laureato, andrò a lavorare presso l’archivio storico della Fondazione San Mauro di Abbiategrasso; il Presidente è uno zio di mamma…” – tranquillizzando Gisella sul futuro economico del loro connubio durante le soavi passeggiate domenicali lungo i Navigli.

“Per quanto riguarda la casa, non preoccuparti cara… Ho pensato a tutto io! Esattamente tra una settimana avrò un appuntamento alle 11 e 15 con l’architetto Righelli, un vecchio amico di papà, che ristrutturerà la casa della mia nonna materna. Sei contenta, amore?” – interrogava Aldo, quasi per dovere d’ufficio, la dolce Gisella che, un po’ per carattere e un altro po’ perché non riusciva assolutamente a contenere l’entusiasmante e preponderante capacità organizzativa del futuro marito, rispondeva sempre con un tenero e rilassato sorriso.

Tra Aldo e Gisella conviveva da anni una terza presenza: l’agenda di Aldo.

Una presenza discreta ma decisiva, elegante e al tempo stesso dittatoriale, senza la quale non si faceva nulla e non si andava da nessuna parte, capace di determinare, negli anni successivi al matrimonio, la definitiva e insindacabile cancellazione del verbo ‘approssimare’ dal vocabolario della coppia.

Da quella tenera e composta unione erano nate Valeriana e Clotilde: due splendide bambine di impareggiabile intelligenza e dolcezza caratteriale. Pazienti fotocopie della madre.

Dopo la morte dello zio materno, senza sortire sorpresa alcuna, Aldo fu nominato Presidente della Fondazione San Mauro così come era stato ordinato dal defunto nel suo testamento.

La vita di Aldo e Gisella era perfetta. I giorni e gli anni trascorrevano lieti e senza attriti. Le asperità e i dubbi venivano appianati con leggerezza da una sorta di dialogo telepatico o da gesti impercettibili e decifrabili solo dai membri della coppia. Il tempo non era nient’altro che un giocattolo facile da smontare e rimontare in base alla volontà del capofamiglia.

“L’esistenza è un puzzle” – ricordava la targhetta posta sulla scrivania nell’ufficio di Aldo. Bastava solo incastonare i vari pezzi di tempo nel modo giusto e l’immagine della propria giornata sarebbe apparsa in tutta la sua perfezione. Tornando da lavoro Aldo riviveva, ormai da anni, i soliti gesti collaudati: posava il cappello sulla consolle dell’entrata, salutava Gisella che si affacciava teneramente dalla sala da pranzo mostrando solo la testa, si toglieva le scarpe, s’infilava le pantofole e dopo aver appeso la giacca all’attaccapanni, indossava soddisfatto la vestaglia da camera. Rarissimi i momenti in cui invertiva la sequenza delle operazioni. Gisella ricordava solo un paio di eventi durante i quali Aldo “si lasciò prendere la mano dal tempo”: quando lo chiamò urgentemente in ufficio non appena si ruppero le acque al termine della gravidanza di Valeriana e quella volta nel Febbraio del 1983 quando la salutò affacciandosi nella sala da pranzo con ancora il cappello in testa. Piccole distrazioni perdonabili di un giovane maritino inesperto e intemperante.

La seconda metà del tardo pomeriggio Aldo la trascorreva nel suo studio privato. Confortato dal caldo abbraccio della sua vestaglia da camera preferita, si abbandonava, prima di cena, alla sua attività prediletta: l’organizzazione dell’agenda.

Aveva una bellissima agenda: i fogli erano bordati in oro e la copertina in pelle di color marrone scuro emanava un odore di stabilità storica.

Ogni giorno Aldo lucidava la copertina con un apposito prodotto svizzero che rendeva elastica la pelle e cancellava le innumerevoli impronte dopo una giornata di duro lavoro e di maneggiamenti. Il laccetto dorato che accompagnava fedele, pagina dopo pagina, il susseguirsi dei giorni non era sfilacciato alla punta come spesso accade nelle agende delle persone sciatte, ma Aldo aveva provveduto a prevenirne lo sfilacciamento con una linguetta di plastica trasparente. Abbinato al prezioso strumento di lavoro e di vita, una penna stilografica con inchiostro impeccabilmente nero regalatagli da Gisella in occasione del loro primo anniversario di matrimonio.

Aldo viveva l’intera giornata aspettando quel momento di rilassamento e di pacata confidenza con la sua amante cartacea. Si sedeva alla scrivania e sotto la luce del lume apriva con un gesto da maestro la sua meravigliosa agenda. Toglieva il cappuccio alla penna e con la precisa leggiadria di uno spadaccino depennava soddisfatto gli impegni affrontati, gli appuntamenti vissuti, le commissioni sbrigate e anche le più insignificanti azioni meticolosamente programmate il giorno prima: “ore 8:00, primo caffè con il capo settore ricerche storiche della Fondazione… fatto! Ore 10:30, riunione generale con i soci onorari della Fondazione… fatto! Ore 11:45, appuntamento con lo storico e scrittore Berardinelli per la stesura della prefazione da me curata al suo nuovo saggio intitolato Storia e tempismo storico… fatto!”

E trascinando il suo parossismo organizzativo anche nella sfera privata: “ore 16:10, riunione insegnanti-genitori; scuola media di Valeriana… fatto! Ricordare a Gisella che posso farci un salto anche io da solo. Ore 17:30, appuntamento dall’ortopedico di Clotilde per ritirare il referto… fatto! Ore 17:50, comprare fiori per Gisella… fatto! Ore 18:15, fare un unico squillo sul telefono di casa per far capire a Gisella che sto per arrivare a casa… fatto!”

Aldo non tralasciava nulla. Anche quei gesti di umana dimenticanza che possono rendere gradevole e intrigante un normale rapporto tra esseri imperfetti, Aldo li aveva eliminati fin dalla notte dei suoi tempi tardo adolescenziali.

Credeva, in questo modo, di poter controllare la propria esistenza, le sfortunate coincidenze e le sciagure di una vita lasciata al caso.

Il “Caso”: un’entità che terrorizzava Aldo. Il “buio” e il “vuoto”, nella scala delle fobie umane, potevano risultare tutto sommato piacevoli se rapportati alla insondabile e incontrollabile libertà del “Caso”. Un mostro con ventiquattro teste, quante sono le ore di una giornata, che spruzzano acidi corrosivi a base di “dolce far niente” e “svago”.

Quante vite erano state sprecate nel mondo e nel corso della storia solo perché non avevano ricevuto una adeguata e saggia programmazione. Gente che bighellonava tra le strade di un’eterna indecisione, abituata a vedere appassire i migliori anni della propria esistenza dietro bigliettini volanti e pro memoria scadenti. Menti deboli e senza futuro.

“Per fortuna che ogni anno, in occasione del Santo Natale, io regalo ai dipendenti della Fondazione… una bella agenda!” – ricordava orgogliosamente Aldo mentre osservava con sgomento dai finestrini del filobus le masse informi di persone che ondeggiavano nel mare dell’approssimazione. La sua vita, invece, era come il motore di una Ferrari e le ore della sua esistenza perfette e cadenzate come il movimento degli ingranaggi del miglior orologio svizzero.

Ma i suoi pensieri sarebbero stati, di lì a poco, sconvolti da una serie di eventi che avrebbero senz’altro minato la sua filosofia di vita apparentemente inossidabile.

Eventi che, distaccandosi dalla spiegazione razionale degli accadimenti naturali, approdavano nel tunnel buio delle ipotesi surreali.

Una sera, tornato a casa dopo una giornata di lavoro, Aldo si predispose ad assecondare il suo hobby preferito. Aprì l’agenda in corrispondenza del giorno appena trascorso e con la punta della stilografica andò alla ricerca delle voci che avevano ricevuto la dovuta attenzione e attendevano solo di essere finalmente depennate: “ore 9:00, scrivere lettera al Presidente dell’Associazione Bibliotecari della Regione Lombardia… fatto! Ore 9:46, mandare inviti al consolato spagnolo per la serata dedicata alle opere di Cervantes… fatto! Ore 10:18, toccare il sedere della segretaria…

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Colorito locale

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Non me ne vergognerò
e non laverò via
il colorito locale
dai versi parlati,

come grida di strada
come bisogni urgenti
li urlerò
con la lingua degli avi
e l’accento del vissuto
capitato tra l’università
e il vicolo contrabbandiere,
tra l’accademico e lo sguaiato.

(immagine: “Vucciria”, di Renato Guttuso – 1974)

Lo spazio umano

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“Lo spazio umano”

(Educazione al bel ritorno)

Abbiamo goduto alla vista della natura, fatta di piante e animali, che riconquistava quegli spazi occupati dalla prepotente attività umana; ci è piaciuto rivedere i delfini nei porti, l’erba in una Piazza Navona “post apocalittica”, le anatre e i daini camminare per strada al posto nostro, la discesa dei cinghiali nelle metropoli, le meduse e i cavallucci marini in acque calme, le tanto minacciate api… e altri rappresentanti di questa “Arca di Noè di ritorno”. È stato bello e sorprendente annusare di notte l’odore di erba fresca, proveniente dai parchi chiusi, che prendeva il posto del tanfo dei gas di scarico delle auto immobili; purtroppo abbiamo potuto apprezzare tutto questo non perché finalmente abbiamo cambiato vita e ci siamo resi conto del male che stavamo facendo al nostro ambiente, no. Siamo stati costretti a cedere i nostri spazi, a stare fermi per causa di forza maggiore, e nella tragedia (mentre le gente moriva negli ospedali) abbiamo potuto sperimentare la differenza: apprezzare come sarebbe il mondo se l’essere umano fosse in grado di limitarsi, di riappropriarsi dei propri spazi in maniera sobria, di avere un approccio ridimensionato con la biosfera, di stare al mondo senza sgomitare, prevaricare, inglobare, abbattere, schiacciare, stravolgere, deturpare.
Ora che le limitazioni per causa di forza maggiore stanno lentamente finendo e l’uomo ritorna, ahimè, a rioccupare i propri spazi, proprio in virtù della differenza avvertita durante il lockdown, dovremmo chiederci, dovremmo imporci di chiedere a noi stessi: quali sono veramente gli SPAZI UMANI? Le discoteche, i bar, i cinema, le autostrade, le scuole, le spiagge, le chiese? Sì, anche quelli: ne abbiamo bisogno; fanno parte di noi, di questa specie “unica”, della nostra evoluzione tecnologica, delle nostre abitudini “culturali” acquisite negli anni, nei secoli, nel corso dei millenni. Anche se l’antropologo Marc Augé c’ha insegnato che trattasi di non-lieu, “non-luoghi” ovvero di luoghi che, sì, frequentiamo, occupiamo momentaneamente, ne usufruiamo sentendoli nostri, ma che di fatto non c’appartengono, non li possediamo profondamente, non fanno parte della nostra vita, della nostra storia personale se non in maniera indiretta.
“Luogo”, allora, è la nostra abitazione? Certo: a differenza della sala d’attesa di un aeroporto, è modellata a nostra immagine, l’arrediamo in base al nostro gusto, la riempiamo di oggetti che fanno parte della nostra esistenza ed esperienza. Ma che fine fa quell’abitazione quando termina il nostro ciclo di vita su questa terra? Ci segue nell’aldilà? Non proprio. Anche la nostra abitazione (così come il nostro pianeta), che tanto abbiamo amato e che è intrisa del nostro vissuto e che vogliamo credere c’appartenga in eterno, andrà a soddisfare le esigenze abitative di altri individui dopo di noi, forse di lontani parenti o addirittura di estranei. In alcuni casi l’abitazione viene abbattuta quando troppo mal ridotta e non è possibile restaurarla. Alla fine, quindi, nulla c’appartiene, neanche il nostro corpo che dopo morti lasciamo qui, nella terra, perché servirà a creare altre energie, nuovi legami chimici e a costruire altra materia. Viviamo in “spazi di passaggio”. Tutto è impermanente.
Allora di quali spazi umani da rioccupare stiamo parlando sulla scia di questa quarantena? Forse di “spazi interiori”, immateriali, quelli sì invendibili, non cedibili a terzi, immortali, eterni, irripetibili? Chissà. Una risposta definitiva non c’è, non può esserci: al di là degli sforzi di filosofi e uomini di fede. In fin dei conti, ed è onesto che sia così, ognuno ha una risposta che vale per se stesso. Ma nel frattempo, come pensiamo di nutrire questi spazi umani interiori? Durante la quarantena molti di noi hanno cercato, nonostante tutto, di frequentare il bello con vari mezzi: la lettura, la musica, il buon cinema, il web in generale e i “social” che amplificano le nostre frequentazioni positive e costruttive…

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Combattere la Mafia…

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Come si combatte l’illegalità e quindi la mafia? Voi direte, giustamente, sequestrando beni, arrestando esponenti della Cupola, indagando, spezzando reti, stanando latitanti, sfruttando le rivelazioni dei pentiti, intercettando, investigando, “seguendo il denaro”, allestendo maxi-processi, emettendo sentenze, facendo Giustizia… Tutti provvedimenti attuabili e di fatto attuati dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine, dallo Stato, e che fanno notizia.
Poi ci sono provvedimenti privati, sottotraccia, quasi banali ma che banali non sono, scelte personali che non fanno notizia, all’apparenza ridicole se pensiamo alla mafia solo come a un’organizzazione che spara e uccide e non innanzitutto come a un “atteggiamento”, a una “dittatura bianca” delle coscienze che si presenta in giacca e cravatta con piglio dirigenziale.

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“Cast Away” e la retorica del saremo migliori

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“Cast Away” e la retorica del saremo migliori.

 Alla mia Kelly

In questi giorni di quarantena, in tv e sul web, è tutto un gran pullulare di messaggi retorici del tipo: “ce la faremo!”, “ne usciremo!”, “andrà bene!”, “saremo migliori!” e altre simili, doverose, confortanti ingenuità. C’è chi dice – vedi Guccini, Arminio e altri – che non saremo migliori affatto, che l’umanità, una volta passato il pericolo, tornerà lentamente alle sue precedenti abitudini, buone o cattive che fossero; che l’uomo per sua natura, pur essendo un sapiens, dimentica presto, o meglio, si ri-adatta alle nuove condizioni imposte dai governi e dalle emergenze a tempo determinato, continuando nel sottocutaneo ad aggirare il vero cambiamento, quello profondo e permanente, a favorire se stesso e le proprie egoistiche comodità. In poche parole saremo come quelli che in questi giorni per strada portano la mascherina sotto il mento o sulla fronte: ci innamoreremo dell’idea fasulla di fare il nostro dovere, di “portare la mascherina” per salvare il mondo, ma in fondo torneremo a essere gli imbroglioni di sempre, e le prime persone che torneremo a imbrogliare sono proprio quelle che vediamo riflesse nello specchio del bagno: noi stessi.

No, no, fermi tutti: questo post non vuole essere una paternale in stile De Luca o un “fare nome e cognome” alla premier Conte. Niente affatto. Se state pensando di interrompere la lettura a causa di questa premessa, vi prego di non farlo, di avere fede e di arrivare fino in fondo. Allo stesso modo vi chiederei di non catalogare subito come pessimistico il mio pensiero: parlo di “retorica del cambiamento” a ragion veduta, perché la vera evoluzione interiore viaggia su altre frequenze, alla maggior parte di noi sconosciute. La “mutazione pratica” che la nostra società dovrà subire sarà legata solo ed esclusivamente a una questione di cautela nei confronti di una convivenza forzata tra noi e Covid-19, in attesa di strumenti migliori per combatterlo, isolarlo, tenerlo a bada, studiarlo, renderlo inoffensivo, possibilmente distruggerlo in caso di “incontro” ravvicinato. Quarantena e convivenza forzata che, inaspettatamente per molti, stanno rappresentando occasioni preziose per rivalutare priorità, riscoprire stili di vita arrugginiti, gesti antichi (come leggere!), abitudini impolverate (come ascoltare un vinile!), pratiche culturali in disuso, hobby e “fai da te”, affetti o vecchi rancori, varchi meditativi pieni di ragnatele, riflessioni impegnate offerte dal disimpegno; per riflettere su un prima e un dopo, per ripercorrere gli errori planetari in materia di ecologia, di sfruttamento energetico, di comportamento consumistico del singolo o di intere popolazioni.

Ci stupiamo del ritorno di una certa natura, animale e vegetale, relegata ai margini, ghettizzata, scacciata e schiacciata, rinchiusa in riserve delimitate dal nostro via vai, dai nostri affari, dal nostro traffico di specie superiore, senziente e intelligente; realizzando che, forse, i virus più dannosi presenti su questo pianeta siamo proprio noi.

Il rallentamento delle nostre attività, personali e comunitarie, questo immobilismo forzato, ci indurranno a una riflessione in grado di renderci migliori in futuro? La maggior parte di noi tornerà a fare esattamente quello che faceva prima, e non vedo perché non dovrebbe essere così, però con un’accortezza maggiore e un’esperienza segnante sulle spalle capace di stimolare una salutare critica non solo teorica ma addirittura pragmatica; altri, invece, torneranno in gara ancor più nevroticamente e con una dose raddoppiata di violenza inespressa a causa dell’inazione e dell’energia non spesa: durante i primi tempi del ritorno alla normalità non mancheranno gesti inconsulti, reazioni spropositate, rigurgiti ritardatari di autodiscipline maldigerite. O forse no…

Perché un’esperienza forzata dovrebbe renderci migliori?

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Vite parallele

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Vite parallele

“Credo nella reincarnazione
in quel lungo percorso
che fa vivere vite in quantità
ma temo sempre l’oblio
la dimenticanza…
E già qui vivo vite parallele.”
da “Vite parallele” – Sgalambro/Battiato

 

Gli anni che precedettero il viaggio a Vienna furono duri.

Certe velleità artistiche possono spingere l’essere umano lontano, molto lontano. E la capitale austriaca rappresentava, agli occhi del giovane disegnatore, la “terra promessa” in cui poter realizzare il sogno da sempre coltivato: diventare un artista di successo.

Oltre alla cartellina contenente i disegni e l’astuccio con i lapis già consumati, il bagaglio del giovane consisteva in una semplice valigia ricolma di rabbia, frustrazione, intolleranza e tanta voglia di cambiare le cose. La miseria e la promiscuità del quartiere che l’ospitava non avrebbero certo migliorato il suo stato d’animo tetro e diffidente. 

Ma i sogni richiedono sacrificio e, tutto sommato, era finalmente giunto a Vienna dove, non importava se tra settimane o mesi, avrebbe avuto i primi contatti con il vero obiettivo del suo viaggio: l’Accademia di Belle Arti.

L’adolescenza costellata di insuccessi e il superbo isolamento in cui si adagiò, avevano sviluppato in lui la solipsistica certezza che il gusto per il bello non poteva e non doveva appartenere a tutti gli esseri umani: solo alcuni sparuti eletti, forgiati nel dolore e nella consapevolezza di dover ricercare una presunta purezza smarrita, potevano avvicinarsi alla comprensione di certe forme anatomiche ideali e all’apprezzamento di quei paesaggi naturali che richiamavano alla memoria la responsabilità e l’onore nell’essere teutonici.

I primi dischi di Wagner sul grammofono di casa e la commozione dinanzi all’impenetrabile barriera verde scuro della Foresta Nera; la dolce armonia delle vette innevate e la calma sorprendente dei laghi di montagna; la gelida agitazione del Mare del Nord e i ricordi infantili nella Selva bavarese; la bellezza della sua gente e l’orgoglio per la storia di un paese che nascondeva le sue nobili origini sotto una coltre di vergogna storica. 

Tutti questi aspetti trasparivano dai tratti nostalgici dei suoi disegni e le scene rappresentate in essi non testimoniavano la Germania del presente, ma sembravano piuttosto i promemoria di chi attende il ritorno di un’epoca arcaica mai vissuta e soltanto letta o sognata.

La bolgia umana che ritrovò a Vienna, rinforzava ancora di più le sue paure nei confronti di una minaccia che presto avrebbe assunto i connotati di un gruppo di responsabili da combattere con veemenza e ossessionante paranoia. E la ricerca di una “fonte pura” da cui attingere l’acqua sacra di un nuovo ordine divenne il subdolo imperativo del giovane artista.

Sicuramente l’arte e la ricerca insita nel processo artistico lo avrebbero aiutato in questa sua missione, ed era per questo che doveva assolutamente essere ammesso all’Accademia. Si trattava di un passaggio fondamentale che avrebbe dato un senso a quella sua vita precaria e raminga, trascorsa nei vicoli notturni del quartiere ebraico, tra birre solitarie e osservazioni sociologiche arrotate su una pietra scintillante d’odio.

O almeno l’ammissione avrebbe, in un certo qual modo, compensato le ingiustizie finora subite.

L’esistenza non è una strada rinchiusa tra due invalicabili muri di pietra: spesso il cammino dell’uomo è interrotto da sottopassaggi, sopraelevate, incroci custoditi, piccole stradine a fondo cieco e bivi. Non ne comprendiamo la funzione, non sappiamo come adoperare queste varianti, fino a quando non ci viene presentata la necessità di cambiare direzione, e quando ciò accade pensiamo ancora di percorrere il tragitto iniziale che noi crediamo di aver deciso di percorrere. Ma non è così.

La presunzione umana si sviluppa contemporaneamente all’inconsapevolezza che ne caratterizza le gesta. Anche l’uomo più determinato nella sua follia, e ideologicamente appassionato, è sottoposto a tale regola; anzi, la pressione evolutiva che accompagna le decisioni di tali uomini è maggiore che in altri, e ha un effetto coadiuvante su quegli storici cambiamenti di rotta che non conosceremo mai nel loro aspetto più intimo.

Perché tali personaggi pensano di essere loro stessi i demiurghi delle variazioni di percorso e non il caso o chissà che. Poveri illusi: vittime della stessa vana gloria di un granello di sabbia che vaga sospinto tra le onde dell’oceano, illudendosi di nuotare.

La mattina del primo colloquio con i docenti dell’Accademia possedeva tutte le caratteristiche dell’animo oscuro e minaccioso del disegnatore: dapprima un cielo plumbeo e in seguito una pioggia incessante, preannunciavano una serata fredda fatta apposta per rintanarsi in una fumosa birreria del centro.

Salendo lungo le scalinate dell’Accademia il pensiero dell’artista andava incessantemente a rivalutare le opere che avrebbe di lì a poco presentato alla commissione: “… andranno bene? … piaceranno?” – chiedeva in modo ossessivo una voce interiore che lo tormentava da anni, costringendolo a oscillare rovinosamente tra le onde vorticose della disistima di sé, sempre in agguato, e i porti sicuri dell’autoerotismo artistico. 

Aveva atteso quel momento per molti mesi e aveva sopportato in silenzio la vicinanza di tanti esseri inutili e abietti nella squallida pensione in cui alloggiava: non poteva tirarsi indietro proprio ora che era a due passi dalla verità. 

Una verità che avrebbe aperto le porte del suo futuro in quella città e non solo.

Era attratto dalle adunanze, dalle accese discussioni ideologiche e dalla vita politica, anche se disprezzava i politici e non poteva certo affermare di possedere degli “amici” in ambito sociale; con l’eccezione di qualche raro estimatore dei suoi disegni e delle sue idee in alcune famiglie abbienti dell’alta borghesia austriaca. Una sorta di condizione schizofrenica lo induceva a un’eterna transumanza tra l’amore viscerale per la propria terra e il rifiuto di ogni coinvolgimento sentimentale nei confronti della gente comune che incontrava tutti i giorni. Allo stesso modo, proprio in virtù di questa contraddizione interiore, sentiva crescere dentro di sé la necessità di dedicare la propria esistenza totalmente all’arte e in modo particolare al disegno, alla pittura.

Sapeva di sicuro che la vita politica appena in parte avrebbe potuto colmare i laceranti vuoti creati dai rancori e dalle sconfitte della sua esistenza, e che solo la rappresentazione artistica sarebbe stata in grado di ricreare nel suo cuore e nella sua mente gli scenari idealistici di un mondo ormai scomparso. La bruttezza, il disordine sociale e l’ingiustizia che incontrava per le strade di Vienna sarebbero state sostituite dal suo personale ideale di bellezza. Ideale a cui – così sperava – si sarebbero ispirate le generazioni successive a quella presente, sempre più stanca, disincantata e avvilita, ma bisognosa di ritrovare volontà, forza e orgoglio per combattere le nuove minacce e quelle antiche, radicate da secoli nel cuore dell’Europa.

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Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi…

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“Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi:

carrelli per la spesa in fiamme al largo dei bastioni di Conad,
e ho visto la follia balenare tra le sbarre vicino alle porte di Rebibbia…
… Gente isterica uscire dalla zona rossa lombarda per entrare in quella campana, e urlare come Morgan: “Che succede?”;
treni affollati di coglioni B sferragliare di notte verso la stazione di Salerno;
e-mail di truffatori intasare le caselle postali per vendere mascherine e gel a prezzi disumani;
ho visto file infinite di clienti col numerino davanti alle farmacie e proprietari di pub col metro in mano;
ho rivisto il mio amico Vituccio che quando parla sputacchia a più di un metro… e ho girato a largo da lui;
ho visto preti benedire i fedeli e le salme a distanza con fucili caricati ad acqua santa;
Papi e impiegati statali lavorare in smart working;
pusher di tamponi agli angoli delle strade;
ho visto bozze di decreti sgattaiolare di notte per colpa di collaboratori incapaci;
ricette di amuchine improbabili diffuse in giro come se fossero quelle di Suor Germana;
ho visto web-santoni del XXI secolo smentire i Maya e annunciare una nuova data per la fine del mondo;
gente con la scusa del panico sfondarsi di Nutella Biscuits come se non ci fosse un domani;
ho visto orde di infedeli tornare alla preghiera che manco nell’Anno Mille;
palestrati in crisi d’astinenza da attrezzi piangere come ballerine davanti alle palestre chiuse;
strade deserte in paesi che già prima di covid non brillavano per “movid”;
ho visto analfabeti funzionali scoprire di avere una libreria in casa… E li ho visti addirittura mentre tornavano a leggere.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come starnuti nella pioggia.
È tempo di restare a casa.”

 

Roy Batty-paglia

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Sul “darwinismo romantico” de L’Amica Geniale

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Sarebbe un errore madornale liquidare le vicende interpersonali vissute dalle due protagoniste della fiction “L’Amica Geniale” come “invidiosa competizione” di quartiere travestita da amicizia. Così come sarebbe sbagliato ridurre il tutto a una risultante vettoriale tra trascinatrice trascinata, tra presunta forte e altrettanto presunta debole. In realtà alla base di questa storia italiana, e non solo napoletana, c’è di più, molto di più: vi è un’atavica separazione sociologica che affonda le radici nei secoli, e si è fatta genetica, carne e pensiero, e quindi tratto somatico, gestualità, linguaggio dialettale, reazione diversificata all’esistenza, modi differenti di salvarsi o di non salvarsi dal destino. Anche la diatriba tra quartiere bene e quartiere popolare (chi ha vissuto in una grande città come Napoli conosce e ha provato almeno una volta sulla propria pelle questa contrapposizione) passa in secondo piano, quasi accompagnata da una sorta di giustificazione primordiale, assecondata da tutti con un fatalismo irreversibile, se scegliamo di affidarci a strumenti d’indagine di tipo storico. Rischiando, però, di cadere nel tranello di una spiegazione meramente intellettualistica: e un po’ già appare nella fiction questa “accusa” che nasce da un inevitabile confronto sociale, da un dialogo tra classi sociali che per alcuni sembrerebbe non poter esistere e di fatto non funziona per mancanza di convinzione.

C’è chi cerca di salvarsi dalla morsa del quartiere, dalle battaglie quotidiane tra “sottogruppi antropologici”, fuggendo in una lotta intellettuale, nella lettura “matta e disperatissima”, nell’auto-elevazione culturale, nell’impeccabile percorso scolastico che redime, lontano dagli errori familiari, dalla miseria interiore prima ancora che economica, da insopportabili e retrograde caratteristiche genitoriali, da un’ingiustizia sociale locale proiettata verso proteste lontane, contro guerre di cui si è solo letto sui giornali. E c’è chi da quella morsa non riesce proprio a liberarsi, nonostante la genialità, le idee non istruite che fanno “friggere” il cervello per trovare il modo di riuscire a campare, a emergere dalla miseria; e qui ritorna il concetto quasi ineffabile di “destino storico”, radicato in alcune persone, “che sta per sempre nelle cose” direbbe Carlo Levi, che resta attaccato alla pelle anche se i movimenti sono violenti nel tentativo di liberarsene.

Ci si aggrappa a una appariscente ricchezza esteriore, alla “posizione” conquistata tra l’infelicità per le aspirazioni mancate, all’alibi di essere comunque sposati che si contrappone alla “fallimentare” libertà di chi sceglie la cultura, i libri, lo studio che raccoglie frutti nella distanza, la dipendenza genitoriale, l’attesa nel “sistemarsi”, il prendere tempo per sperimentare il vero (o un presunto) amore.

A chi sembra forte, pur restando prigioniero di un destino deciso dagli altri a tavolino, dalla cultura predominante dell’epoca, non resta che la genialità quotidiana, sublimata nell’arte di arrangiarsi o di imbrogliare: l’inganno e lo scatto vincente per sbocconcellare pezzetti di vita dagli altrui piatti esistenziali, o deviando i propri introiti verso cause giuste, diventando giudici di sé stessi e giustizieri; strumenti poveri ed effimeri per considerarsi ancora in gara, non ancora schiacciati da pressioni familiari o dal confronto sociale che diventa quasi sempre scontro, sfida, insanabile contrasto paranoico affrontato con un disprezzo che si tramuta in sadico sberleffo persino verso una persona cara.

Anche la trasformazione di una foto in un originale collage artistico diventa occasione per dimostrare la propria superiorità mentale in un contesto bidimensionale, che non prevede profondità, decostruzione del proprio destino, deviazione dalla semplice realizzazione di un’apparenza di quartiere. Qualcuno intuisce le potenzialità del genio, dà corda all’estro, ma solo in funzione di un meccanismo ristretto, commerciale, assecondando un impulso mai compreso pienamente: si può possedere la vita di una persona ma non la sua immagine, quella no; la decostruzione artistica dell’io voluto da altri è l’unica scappatoia possibile.

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