Nota a “Foglie secche” di Franco Innella

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Nota a uno spirito inquieto.

Una poesia che oscilla tra la disillusione causata dalla condizione umana che accomuna tutti e liberi sprazzi di elevazione verso vette immacolate di libertà immaginata o realmente vissuta; spetta a noi impegnarci affinché la pausa dal dolore diventi appuntamento fisso intercalato nel nostro andare incontro alla fine naturale delle cose. Solo chi sa cogliere questi sprazzi, questi segnali presso cui l’anima si abbevera, può gabbare la crudeltà dell’esistenza.

L’assenza dei cari diventa voce reale che torna a confortare, avvertita nel silenzio lasciato dalla morte; la vita (parallela) che sarebbe potuta essere e non è stata; la speranza che qualcosa di noi sopravviva al trapasso, in limbi sconosciuti da masse preoccupate e isteriche; la fugacità dell’amore terreno che è sempre bene vivere pienamente; sacre sensualità ci salvano dall’oblio del corpo e dell’anima. E poi le alchemiche speranze che il meglio dell’uomo possa perdurare rifugiandosi in non-luoghi cosmici; anche se non c’è bisogno di attendere la fine per vivere momenti infiniti: l’eternità ci accompagna già qui e ora, in attimi colti da pochi e che forse saranno trasformati in parola, diventeranno poesia. Bisogna abbracciare l’evoluzione dei giorni meno gloriosi: solo così è possibile coagulare l’attimo con coraggio, senza lasciarsi abbattere dal ricordo dei giorni andati; solo compiendo questo passaggio possiamo addirittura, nonostante la nostra caducità, osservare il mondo e sorridere delle altrui illusioni. Siamo liberi e quindi più consapevoli dei nostri “demoni”, ma anche più soli. Il nostro Io passato, se confrontato con la forza di una pace e di un realismo finalmente conquistati, non può che essere ombra nostalgica di una persona che non esiste più (se non nei ricordi). Siamo diventati altro, l’eco di un abbozzo primordiale. Lo spirito resta inquieto, ma la serenità raggiunta è ormai parte dell’uomo consapevole. Non si torna più indietro. Le “chiacchiere vane” e le “urbane presenze” diventano arredo sopportato con sereno distacco; niente più scalfisce l’animo dell’uomo che intravede e ama il fondo. Gli amati elementi naturali non lo toccano più, non intralciano il passo, ma fanno da corollario al suo sguardo poetico: sono materiali da fissare intorno al momento catturato. Siamo evanescenti: alcuni lo sanno già, altri non ancora. O non lo sapranno mai: moriranno pensando di essere potenti, mortali e insoddisfatti fino alla fine. Solo nel “silenzio abissale” l’essere umano può risorgere: l’avranno capito quelli “costretti” in casa da decreti governativi? L’umanità smania di distruggersi tra canti e balli, in strada, tra il “malsano vivere”, schiavi dell’abitudine. Testimoni della trasformazione solo alcuni gatti (di Matera?): i cittadini sono troppo distratti per seguire certe solitarie evoluzioni, per occuparsi di risvegli e liberazioni. La poesia è l’unico baluardo contro il nonsense: non è snobismo ma difesa del sé – dell’arcano che sopravvive altrove – per non partecipare all’infelicità dilagante. Solo abbracciando il dolore si può ritornare a una felicità autentica. Solo nel Vuoto riscopriamo il Tutto, lontani dal falso sapere comune.

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“Il viaggio di Elisabeth”, 3 domande ad Antonella Tresoldi

“Il viaggio di Elisabeth” è il titolo dell’ultimo lavoro dell’autrice ferrarese Antonella Tresoldi; un delicato racconto ibrido, oscillante tra poesia non intercalata a caso e prosa diaristica; la descrizione di un viaggio iniziatico, giorno dopo giorno, di una lenta ma inesorabile liberazione da maschere esistenziali e sovrastrutture culturali; l’origine di una ricerca che si fa viaggio esterno ma che interessa il dentro della protagonista e di ognuno di noi. Diventare (o ri-diventare) antenna che ascolta nel silenzio. Conoscere se stessi per non farsi pilotare dai “personaggi inutili” (indossati o subiti) della vita quotidiana: l’importanza di riuscire a dire “io sono!”.

Utilizzando una frase imperativa, presa in prestito da un brano del cantautore siciliano Franco Battiato, questo romanzo di Antonella Tresoldi potrebbe essere così sintetizzato: “Lascia tutto e seguiti!”. Ma per lasciare tutto (e tutti), per interrompere le abitudini che ci accecano, deve esserci un movente forte, una crisi (termine da sempre accompagnato da un alone catastrofico e che invece significa “trasformazione”, nella maggior parte dei casi in qualcosa di buono anche se spaventosamente nuovo e destabilizzante), una sete, la stessa a cui faceva riferimento Gurdjieff, maestro di un insegnamento sconosciuto, e che è alla base di una ricerca degna di questo nome. Se non c’è vera sete, i viaggi durano poco o sono viaggi fasulli destinati a deviare dal percorso.

Segni e sogni premonitori, visioni, richiami tangibili da altre dimensioni a un’essenzialità che pretende un ritorno alle origini (o a un’origine superiore che prescinde dall’individualità, dall’ego e dalla storia personale) risalendo la corrente, risposte nette, draconiane, da parte di Elisabeth, la protagonista di questa storia. Il romanzo sottintende una vena esoterica accennata e mai prevalente. L’uomo di oggi, nonostante ne avverta confusamente l’esigenza in alcuni momenti di difficoltà, è ancora in grado di ricercare il sacro (non per forza religiosamente inteso), di fare scelte coraggiose per cominciare viaggi verso l’essenza dell’esistere?

Il singolo individuo può; se invece intendiamo l’uomo in senso generale e cioè come umanità, non credo. Questo è particolarmente evidente nel momento attuale, in cui alla continua evoluzione sociale e tecnologica non è corrisposta parimenti un’evoluzione spirituale e di pensiero. La Ricerca di Verità costa sacrificio, studio, attenzione e sperimentazione su se stessi, non è mai facile e non ha scadenza: non si è mai arrivati.

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Lettura da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”

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Lettura da “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” (La testimonianza di otto anni di lavoro come discepolo di G. I. Gurdjieff) di P. D. Ouspensky; Casa Editrice Astrolabio.

Lettura da pag. 157 a pag. 160 del Capitolo Ottavo a cura di Michele Nigro.

“Il ricordo di sé”, da Nessuno nasce pulito

“Degna è la vita di colui che è sveglio”

(Franco Battiato)

Il ricordo di sé

Assente da te stesso e dal mondo
abbandoni
sotto il sole cocente di un mortale sonno mentale
gli affetti senzienti dell’esistere.
Il ricordo di sé latita dal momento presente
carne viva tra gli oggetti quotidiani
errata percezione delle cose
fatale dimenticanza
vaghiamo incoscienti come foglie meccaniche
trasportate dal vento della routine.

E non troverai al risveglio urlo o disperazione così grande
da colmare il vuoto di un’assurda memoria.

 

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(nella foto: G. I. Gurdjieff)

– video correlato –

“Lode all’Inviolato”, Franco Battiato 

Il ritorno del re

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Agogno il ritorno del re
che in solitudine tutto decreta,
sulla lama della sua spada
cadranno gli ipocriti tra ghigni sociali
e periranno le confuse democrazie.
Un pensiero unito, fuso nel tempo
come ferro saldato dall’ira
raccolta negli anni sbagliati,
fuggito da pollai televisivi
già si staglia su sfumati destini.
Le opinioni, simili a vaporose vesti
risalgono al cielo pesante dell’ingiusto
sospinte da ritrovate lance roventi.

È tempo di mettere a tacere
le troppe voci che non ascoltano,
il richiamo di un passato nascosto
e delle sue gelate radici
sovrasterà le povere idee raminghe.
Il re guarirà questa stanchezza
e le umilianti ferite,
risanerà le ossa spezzate
dalla cecità degli uomini corretti,
donerà una nuova dignità
a chi della verità rifiuta il dolore.

– video correlato –

“La volpe”, Ivano Fossati