L’ombelico del vuoto

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La casa non è che un riparo
dalla pioggia di domande
non la meta finale
ma una stazione spaziale in mezzo al verde
intermedia e generosa
verso avventure nei dintorni
dell’universo senza eroi.

Lo sanno bene i corvi
che dalle grondaie della specie cosciente
di nero vestiti per l’aria
solcano impavidi, ladri di pane
i cieli caldi di giugno.

Abbattete statue assolate!
cancellate pagine di storia,
intoccabili sono le dolci cronache
del piccolo uomo di provincia.

Carpere diem

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Se l’obbedienza è dignità, fortezza
La libertà una forma di disciplina”
All’inizio non ci volevo credere quando gli “esperti” in tv e sulla carta stampata annunciavano, in tempi non sospetti, prima ancora dell’inizio della “liberazione vaccinale” realizzata in queste settimane e che sembra avanzare spedita verso un “risorgimento immunitario”, che il post-covid sarebbe stato caratterizzato a livello psicologico da una sorta di “limbo decisionale”: della serie, anche quando saremo quasi tutti vaccinati e avremo, forse, raggiunto la tanto leggendaria immunità di gregge, vivremo un periodo di “auto-lockdown” nonostante i cancelli delle gabbie aperti da un bel po’. Saremo come quei cani che abbaiano da dietro il cancello fino a quando però il cancello è chiuso; una volta spalancato, con tutta la libertà di mordere sbattuta in faccia, si diventa buoni, mansueti, diplomatici: si pianifica con calma il morso da dare. Tanto c’è tempo. Sarà l’espressione di un “gene inibitorio” rimpolpato dalla clausura, nutrito a pizza e streaming. La “glocal culture”, che a me piace, sarà la sua giustificazione filosofica: un riscoperto “localismo” per non allontanarsi troppo da casa, così come quando si sceglie il lato del letto matrimoniale più vicino al bagno, in caso di urgenze fisiologiche.
Sicuramente non sarà così per tutti, molti stanno pronti e scattanti sulla linea di partenza da mesi e quando il mossiere sparerà il colpo non si faranno pregare due volte prima di ritornare in pista a 100 all’ora.
Per alcuni ci sarà un attimo di indecisione prima di lanciarsi col paracadute nei cieli liberi del “dove si va?”; sarà l’improvviso eccesso di zona bianca che, abbagliandoci, ci travolgerà e che all’inizio sembrerà ingestibile, abituati al buio della quarantena che protegge e delle regioni colorate che intralciano la carriera del virus.
E le notizie di mezzi di trasporto mal gestiti e che addirittura uccidono, certamente non aiutano il ri-lancio; nei ritorni alla normalità di movimento – dopo mesi di immobilismo – molti cercheranno con rabbia e avidità di arraffare tutto il guadagno non fatto, “arronzeranno” sulla manutenzione e sulla qualità di un turismo che ha bisogno sì di ripartire ma di riprendere quota rispettando la qualità (e la sicurezza). L’immoralità di pochi si ripercuoterà sulla ripresa di tutti (e sulla vita di alcuni).
Ma neanche queste tristi notizie, per fortuna nostra e degli operatori, ci bloccheranno a terra: ripartiremo prendendo tutti i mezzi di trasporto che l’invenzione umana ha messo a disposizione per la gloria della specie e non per la sua morte, con la voglia di esplorare, e sarà bellissimo.
C’inventeremo mille pigrizie per non ripartire ma alla fine, come accade da millenni dopo una batosta, ripartiremo. Torneremo a gustare il senso del carpe diem, dell’occasione da non perdere, da agguantare perché il tempo fugge.
E allora carpelo, carpelo santiddio, sto cazzo di diem!

“Xavier de Maistre e i nuovi zombi” su Pangea.news

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Il mio articolo “Xavier de Maistre e i nuovi zombi” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Viaggio in Israele

versione pdf: Viaggio in Israele

Deserto Negev 1994

“Viaggio in Israele”

Diario odepòrico

“Chi ha viaggiato conosce molte cose,

chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza.

Chi non ha avuto delle prove, poco conosce;

chi ha viaggiato ha accresciuto l’accortezza.

Ho visto molte cose nei miei viaggi;

il mio sapere è più che le mie parole.”

                                                    Siracide 34, 9-11

Prefazione

Care Lettrici, Cari Lettori.

In quest’epoca di commercio elettronico e di missioni verso Marte, rileggendo le pagine di questo diario odepòrico (dal greco hodoiporikòs ‘da viaggio’) dopo ben sette anni dal mio ritorno da Israele, ho sentito l’esigenza di metterlo in ordine, di trascriverlo in formato digitale e di arricchirlo, senza turbare eccessivamente la sua originale genuinità di strada. Potendo vedere con i vostri occhi la variegata calligrafia adoperata nel diario manoscritto, vi accorgereste delle molteplici condizioni in cui mi sono ritrovato a scrivere: su mezzi pubblici in movimento, navi ondeggianti, in ginocchio, sul letto di un albergo, sotto un albero fuori le mura di Gerusalemme… Ma la scrittura elettronica renderà tutto molto più “pulito” e “compatto”.

A volte sono stato minuzioso e sensibile ai particolari, altre volte sciatto, ripetitivo, frettoloso e troppo stanco per descrivere tutto.

Ed è per questo che, lì dove mi sono accorto di essere stato carente, ho cercato di apportare le dovute amplificazioni di testo nonostante la memoria dopo sette anni non sia più tanto chiara come nei mesi successivi al viaggio.

Il mio viaggio in Israele è solo una tra le migliaia di ipotesi di percorso che si possono effettuare in un paese particolare come quello: ciò che leggerete non vuole essere un consiglio “turistico” (per quello ci sono in commercio guide ben più precise e puntuali) o una serie di pedanti descrizioni di quegli scenari vissuti che, nonostante il mio impegno narrativo, non potrete “vedere” attraverso le parole scritte. Perché il vero viaggio, perdonate la banalità, è esserci. Spero solo di stimolare la curiosità di tutti Voi nel riscoprire la bellezza oserei dire filosofica e la profonda carica educativa insite nel viaggio stesso.

Ovunque Voi andiate.

A volte sarò distaccato e descrittivo come si dovrebbe essere nel redigere, pur non essendo questo il mio intento, un diario da viaggio “professionalmente” concepito, altre volte parlerò di cose personali, frivole, non documentate, inutili e che non credo interesseranno fino in fondo il Lettore. Ho deciso di inserire anche queste parti personali perché non voglio scindere le due componenti principali da cui il viaggio-vita è composto: la parte emotiva e quella freddamente descrittiva.

Non oso pensare che qualcuno di Voi possa usare queste pagine per ispirarsi e fare così un viaggio simile. È come se qualcuno cercasse di fare la torta di mia nonna nello stesso suo identico modo: impossibile, oltre che sciocco! Una ricetta o un viaggio sono esperienze uniche perché vengono personalizzate dal tocco che ognuno di noi dà alle proprie scelte, enogastronomiche e turistiche. Se metto un po’ più di zucchero ho già personalizzato la torta; così se durante un viaggio prendo una decisione unica e irripetibile oppure provo un’emozione in un preciso momento, ho reso quel viaggio unico e personale. Ma vale per ogni aspetto dell’esistenza.

Questo non è il riassunto di una gita “parrocchiale” in Terra Santa o il resoconto dell’osservazione geopolitica di un inviato dell’O.N.U sulla crisi arabo-israeliana. È molto più semplicemente l’esperienza di uno studente che ha voglia di uscire di casa per vivere qualcosa di unico e che ricorderà per tutta la vita.

Tempo fa, leggendo “Viaggio in Basilicata (1847)” di Edward Lear, ho capito che l’essere prolissi e dispersivi è tipico di chi vuole annoiare e non vuole trasmettere nulla. Mi ha colpito la semplicità di quel diario e l’essenzialità della penna di uno scrittore e pittore sceso in Italia meridionale – quando era di moda il Grand Tour – per sperimentare sul campo la sua scrittura itinerante e le sua matita di paesaggista, e per cogliere “spicchi inediti” di una terra a quell’epoca pochissimo conosciuta e avventurosa. Lungi dal voler o poter solo pensare di emulare tale artista, cercherò di riportare cose viste dai miei occhi e forse già note a tutti Voi, o forse no, e altre cose che mai nessun telegiornale o documentario potrà mai evidenziare.

Forse, anzi molto probabilmente, Vi annoierò a morte con alcune mie ingenue considerazioni o riportando particolari su cui sarebbe stato più saggio tacere; ed è per questo che fin da ora chiedo venia a tutti Voi, Lettrici e Lettori capitati in queste pagine per caso o per empatia, per curiosità o per compassione nel vedere dove voglio andare a parare.

Michele Nigro                    

Battipaglia, 21/04/2001

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