anime con vista: piccolo festival di poesia

Grazie a Poetry Factory!

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Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste… Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato “Esperimenti”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”. Nel 2019, per i tipi delle Edizioni Kolibris, viene pubblicata la raccolta di poesie intitolata “Pomeriggi perduti” (collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”), che è anche il nome del suo blog. È del 2020 il volume 2 della raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”.

leggi altre poesie di Michele Nigro: qui

Femminismo e linguistica

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Non sempre femminismo e linguistica si sposano in maniera ottimale; il recente “caso sanremese” di Beatrice Venezi (nella foto) – la cosa curiosa e “magica” del festival di Sanremo è che ti raggiunge con i “casi suoi” anche se non lo segui e ti fai i casi tuoi – ha evidenziato ancora una volta la profonda divisione esistente in seno al movimento femminista (per fortuna non basta essere donne per farne parte d’ufficio, ma c’è chi continua a ragionare col proprio cervello!) su questioni di natura boldriniana e quindi inutili, che al confronto le spaccature della sinistra politica sono microlesioni impercettibili. Questioni su cui si fiondano, come mosche sugli escrementi, personaggi del calibro della Meloni che, al pari della Boldrini ma sul versante opposto, è capace di ideologizzare e trasformare in caciara politica persino una diatriba linguistica televisiva.
La bella “addetta alla direzione orchestrale” (con questo stratagemma acrobatico cercherò per ora di salvarmi dagli anatemi di chi vorrebbe uno schierarsi immediato a favore del termine “direttore” o “direttrice”) ha osato ribadire la sua preferenza per il termine “direttore” applicato a un corpo e a una personalità che di maschile, per la gioia della nostra vista, ha ben poco. Anzi la Venezi – che vorrei proprio vedere (Bioscalin a parte!) se non fosse consapevole di essere bella! – in più di un’occasione ha “usato” il proprio aspetto in maniera complementare a una professionalità che non ha avuto certo bisogno di aiutini estetici per affermarsi.

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“Poeti e no” su Pangea

Il mio articolo “Poeti e no” (che scimmiotta il “Uomini e no” di Elio Vittorini), già apparso su questo blog, è stato riproposto con un titolo tutto nuovo su Pangea, rivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Poeti e no

Alfred Kubin, Des Menschen Schicksal (The destiny of man), 1903.

Da quando la critica letteraria, quella austera che non concedeva il minimo spazio all’avanguardia e all’evoluzione poetica, diciamo così, s’è data, rintanandosi per nostra fortuna in qualche rigida e poco letta pubblicazione accademica, si assiste a un fenomeno piuttosto divertente e per certi versi intrigante per la periodicità con cui si manifesta e per l’omogeneità categoriale dei suoi iniziatori. Di tanto in tanto, sul web soprattutto, divenuto ormai luogo proficuo di conoscenza diretta dello scrittore e di costruttivo confronto letterario, appaiono “studi” critici sotto forma di agili post attraverso i quali i loro autori cristallizzano teorie su nuove poetiche affioranti e nuove correnti individuate nonostante il caos delle pubblicazioni, filtrano voci considerando solo alcuni rapidi frame, militano in maniera parziale (e incompleta per loro stessa ammissione), veicolano manifesti improbabili e non sottoscritti ufficialmente da nessuno, basati su impressioni stilisticamente e statisticamente irrilevanti, raggruppano – in base a parametri discutibili o a empatie effimere nate sull’onda goliardica di qualche festival della poesia, tra una birra e un reading  ̶  nomi di poeti che a loro dire rappresenterebbero le nuove leve letterarie, il nuovo sol dell’avvenire poetico, le speranze evoluzionistiche di un genere letterario così particolare come è quello poetico. Tutto molto incoraggiante e avventuroso.

Ma chi stabilisce cosa? Non tutto può essere letto, compreso, valorizzato, contestualizzato, è chiaro, e molti autori sono destinati  ̶  a volte anche giustamente  ̶  a restare nell’ombra per molto tempo o forse per sempre. Una domanda giusta da fare, tuttavia, potrebbe essere: proprio perché è impossibile tastare il polso poetico generale di un’epoca, è giusto e soprattutto è scientificamente onesto trarre conclusioni generalizzanti basandosi esclusivamente su un paniere di nomi a cui associamo alcune gradevoli letture che comunque non possono rappresentare l’intero andamento di un periodo storico? In base a quante e quali letture è possibile stabilire la linea evolutiva della poesia nel corso di una determinata epoca? Difficile da stabilire soprattutto se è in fieri, e quindi proprio perché difficile, alcuni articoli appaiono ancora più faziosi, superficiali, quando non del tutto inutili dal punto di vista critico, per non dire disonesti. Si tratta di isole oziose: come quella sorta dalle acque intorno al tema superfluo dell’omosessualità di Leopardi, e creata a tavolino per soddisfare i pruriti gender di chi utilizza la storia della letteratura pro domo sua. Lo stesso si può dire della maggior parte delle antologie-contenitori in circolazione: i loro curatori s’illudono di fare epoca, di deviare il corso della storia letteraria contemporanea, o forse sarebbe più corretto dire che illudono gli autori convocati, i quali vi partecipano sborsando denari e cullando il sogno di far parte di una corrente artistica nata intorno alla pubblicazione. Il mito dei manifesti e dei “gruppi” all’epoca dell’esposizione mediatica più fluida che la storia della comunicazione abbia mai conosciuto.

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Quarantena e poesia: 3 domande a Franco Arminio

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Franco Arminio è un autore che – come si usa dire in questi casi – non ha bisogno di presentazioni. Poeta, documentarista e paesologo (nel 2015 dà vita alla “Casa della paesologia” a Trevico), direttore artistico del Festival della paesologia “La Luna e i Calanchi” di Aliano, ha pubblicato romanzi e numerose raccolte di prosa breve e di poesie, registrando un successo che, nell’ambito di un genere letterario di nicchia come quello poetico, potremmo considerare raro: “Cartoline dai morti”, Cedi la strada agli alberiPoesie d’amore e di terra”, “Resteranno i canti” e il più recente L’infinito senza farci caso”, solo per citarne alcune. Apprezzato su tutto il territorio nazionale per i suoi reading in cui il pubblico non ha mai un ruolo marginale ma è co-protagonista attivo, è un intellettuale ad ampio spettro che mi piace definire – rubando un termine al lessico medico – “internista”, per il suo impegno letterario e civile nel cantare, valorizzare e difendere la cosiddetta Italia interna, fatta di borghi appenninici, paesi fantasma, terre desolate ma sacre per chi il sacro sa come cercarlo.

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In questo periodo difficile per l’Italia e il mondo, ho voluto rivolgere a Franco Arminio tre domande che, pur orbitando intorno ai temi madre della sua poetica, non potevano non subire l’influenza degli eventi attuali. 

  • Questo periodo di quarantena per molti è un tempo di sacrificio, di asfissia psicologica, di nevrosi solitaria o familiare; il ritrovarsi isolati costringe “a darsi retta”, a frequentare se stessi e a concentrarsi sulle piccole cose ignorate. Per altri, invece, più “predisposti” dei primi, al netto della tragedia in atto, è un piacevole tempo di conferme nel silenzio, di armonia interiore coltivata in tempi non sospetti e che torna utile nel disorientamento generale. La Sua poetica incita a una ricerca dell’essenziale, del bello nascosto, di una semplicità lontana dalle luci della città, della libertà autentica. Crede che questa forzata esperienza collettiva orienterà, a emergenza conclusa, i più “distratti” verso una rivalutazione di questa ricerca?

Non lo so, ovviamente, ma temo che non lo sappia nessuno. Credo che una parte di persone comunque si orienterà nella ricerca di una forma di attenzione. Diciamo che “saranno un po’ meno distratti”, ma si tratterà purtroppo di una piccola parte.

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  • Nel libro “L’Italia profonda” (2019), scritto con Giovanni Lindo Ferretti, si descrive un’Italia assopita, nascosta, disabitata e dimenticata. Due riflessioni differenti ma complementari: ognuna scaturita da una diversa esperienza di vita “appenninica”. Che sviluppi avrà, secondo Lei, la diatriba non nuova (accentuata dai “fatti pandemici” di questi giorni) tra globalizzazione e una sempre più crescente rivalutazione paesologica delle piccole realtà?

Nell’immediato ci sarà una crisi di tutto ciò che è legato alla globalizzazione, al dominio del modello produzione-consumo e del modello economico in generale. Ma ciò accadrà solo nella prima fase di questa storia nuova che stiamo vivendo; poi piano piano è probabile che tutto si assesterà e ritornerà a come era prima della pandemia. Quindi sarà importante in un primo momento, che andrà da maggio alla primavera successiva – in un arco di tempo che coprirà circa un anno! -, realizzare una grande battaglia culturale per dare più spazio alle posizioni che nella tua domanda definisci paesologiche o comunque no-global.

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Stanley Notte, Salerno Letteratura Festival 2019

Poeti d’Europa: Stanley Notte, videopoeta, slam-poet… A cura dei partecipanti al Laboratorio di traduzione poetica. Progetto realizzato in collaborazione con il Dipartimento Studi Umanistici dell’Università di Salerno, con le associazioni Ó Bhéal (Irlanda) e Litfest.eu (Francia) e finanziato con fondi Erasmus+.

John Eliot, Salerno Letteratura Festival 2019

Poeti d’Europa: John Eliot vive tra il Galles e la Francia, le sue poesie riflettono sulla memoria, l’amore, la perdita e la morte. A cura dei partecipanti al Laboratorio di traduzione poetica. Progetto realizzato in collaborazione con il Dipartimento Studi Umanistici dell’Università di Salerno, con le associazioni Ó Bhéal (Irlanda) e Litfest.eu (Francia) e finanziato con fondi Erasmus+.

Julie Goo, Salerno Letteratura Festival 2019

Poeti d’Europa: Julie Goo è una slam-poet e cantante; compone in gaelico e in inglese con lo pseudonimo di Julie Field; i suoi testi toccano temi sociali e politici. A cura dei partecipanti al Laboratorio di traduzione poetica. Progetto realizzato in collaborazione con il Dipartimento Studi Umanistici dell’Università di Salerno, con le associazioni Ó Bhéal (Irlanda) e Litfest.eu (Francia) e finanziato con fondi Erasmus+.

Paul Casey, Salerno Letteratura Festival 2019

Poeti d’Europa: Paul Casey è il direttore di Ó Bhéal, associazione di Cork partner di Salerno Letteratura. A cura dei partecipanti al Laboratorio di traduzione poetica. Progetto realizzato in collaborazione con il Dipartimento Studi Umanistici dell’Università di Salerno, con le associazioni Ó Bhéal (Irlanda) e Litfest.eu (Francia) e finanziato con fondi Erasmus+.

Festival Salerno Letteratura 2019

164 eventi, 172 scrittori, scrittrici, poeti, affiancati da più di 60 conduttori e performer. Con ospiti provenienti da 23 Paesi (e 4 continenti) la settima edizione di Salerno Letteratura Festival, già dal 14 GIUGNO, e fino al 23, presenta il programma più ricco di sempre con tanta narrativa, attualità, spettacoli e lo SpazioRagazzi. Scoprilo adesso su http://www.salernoletteratura.com/ e a breve su SalernoFestivApp.

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