Fate presto!

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“FATE PRESTO!”

Qualcuno nel 1980, all’indomani del disastroso terremoto dell’Irpinia, rivolgendosi ai soccorritori, scrisse sui giornali: “Fate presto!”, in riferimento alle centinaia di persone intrappolate sotto le macerie, affinché venissero estratte ancora vive. Anch’io oggi, nel mio piccolo e per altre ragioni, torno ad esclamare un rinnovato “Fate presto!” riferendomi però a chi sta lavorando alacremente per giungere a un vaccino capace di immunizzarci contro Covid-19 in tempi tali da predisporci a una valida difesa per il prossimo autunno-inverno (come si fa con la moda!).
Ma la mia non è solo un’invocazione sanitaria: è, sarei tentato di dire “soprattutto”, un’invocazione per salvare la nostra salute mentale e la nostra residua dignità. Fate presto con questo vaccino affinché si possa salvare dalle macerie del terremoto delle soluzioni pasticciate e acrobatiche quel che resta della normalità e della nostra umanità. Soluzioni che, tirate a destra e a manca, come con la famigerata giacchetta, dal mondo politico (ovvero economico) e da quello scientifico, rischiano di trasformarsi in “soluzioni mostruose”, in bizzarrie estive da avanspettacolo, in paradossali ibridi legislativi spacciati per idee sagge. Ma sagge “de che”?

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Goccia a goccia

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Non si diventa nient’altro
che severi genitori dei nostri
genitori di speranze
quando partivamo all’imbrunire
verso nervose città ribelli,

di notte raccogliamo da terra
ossa tramortite dagli anni
e dalla chimica usata per
gabbare i rancori e i cuori cupi
di un pesante tramonto.

All’incrocio delle età, dentro casa
ci salutiamo ubriachi, ridendo
ognuno diretto al proprio traguardo
immemori del dolore
che infarcirà la terra di domani.

(ph M. Nigro, titolo: Ghigliottine di luce)

Stokkfisk

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Dolce vento di speranza
psicopompo per anime arse
benvenuto tra lenzuola umide
e tovaglie sconvolte
al termine di afose agapi,
attraversa con forza
le carni immobili.
Spolpami dalle ossa di città
seccami come stokkfisk
abbandonato ai tuoi nordici cugini.

(tratta da “Poesie minori. Pensieri minimi”, ed. nugae 2.0 – 2018)

L’ultimo tramonto

Questo racconto scritto anni fa, già pubblicato su varie riviste e in una mia raccolta di racconti, e oggi ripresentato su questo blog dopo un leggero ri-editing, fu concepito ricalcando quasi fedelmente il solito e piuttosto inflazionato cliché distopico, caro a una certa letteratura fantascientifica sociologica, di una futura società omologata e anti-individualista. In questo periodo di quarantena (e, per alcuni, di riflessione) imposta per decreto, a causa dell’emergenza da Covid-19, e di paventate violazioni delle libertà individuali come quelle raccontate nella mia storiella (violazioni, guarda caso, sbandierate da chi non ha mai conosciuto veramente sulla propria pelle il significato del termine costrizione), ho sentito l’esigenza di rileggere questo breve racconto adoperando un’altra chiave interpretativa, decisamente più impopolare di quella usata anni fa mentre lo scrivevo: e se fosse la difesa ad oltranza di un certo tipo di individualismo e di uno scellerato libertinismo travestito da libertà – e spacciato dalla filosofia consumistica come valore indiscutibile – a costituire una minaccia per la vera libertà superiore e non a buon mercato? E se la vera Libertà, quella duratura e con la “l” maiuscola, cominciasse proprio nel momento in cui rinuncio a un pezzetto, e per un breve periodo, della mia? E se la quarantena fosse un’occasione per riscoprire, nel silenzio e in un provvidenziale “distanziamento sociale” imposto dalle autorità, la nostra originalità? Ovviamente, seguendo la “trama” del mio raccontino, le nostre simpatie si dirigono in maniera quasi spontanea verso lo sfortunato e oppresso protagonista senza nome; con le dovute differenze: se a noi viene “consigliato” di stare da soli in casa, al soggetto del racconto viene imposto di stare “insieme” agli altri. Tuttavia il mio invito a una sua rilettura critica, cambiando filtro interpretativo, resta invariato; all’indomani della rivoluzione culturale del ’68, e con più forza nel corso dei successivi anni ’70, il fumo e la libertà sessuale – tanto per fare due esempi facili – furono considerati parametri rivoluzionari, strumenti ideologici e di costume per andare contro, per decostruire indirettamente il “pensiero unico” paternalistico della famiglia e della politica dell’epoca. Già a partire dagli anni ’80, anche se in pieno yuppismo (o forse proprio perché in piena fase yuppie e quindi riguardante una generazione all’inizio fedele alla propria ideologia radicale ma in seguito, come tutti, anestetizzata e rammollita dai frutti succulenti del benessere), la favola libertaria cominciò a imbarcare acqua da più parti dello scafo: diventò rivoluzionario, a causa del cancro ai polmoni e dell’emergente infezione da HIV, smettere di fumare e avere una vita sessuale meno libera o almeno più protetta. Cantava Mercedes Sosa: “Todo cambia!”.

Mentre attendiamo la cura (non quella di Battiato!) per questo nuovo terremoto epidemico, oscilliamo – in cerca anche di una cura culturale, economica e politica – tra gli avvisi allarmistici degli anarchici che ci intimano di non sottovalutare le apparentemente innocue restrizioni del governo Conte e le profezie degli intellettuali di destra ai quali non pare vero di poter cavalcare l’onda pandemica in vista di un totalizzante rinnovamento sociale in chiave cristiana: dopo lo “USA for Africa” è tempo di lanciare un sano “Jesus Christ for Italy” (anzi, for Europe; Ratzinger li aveva avvertiti – un po’ come Calasso dal Corriere della Sera – che ci eravamo troppo ammosciati e che l’Europa non si voleva più tanto bene! Ma niente: i signori cardinali l’hanno trombato sostituendolo col “mondialista” Francesco).

Sulla gestione filosofica e pratica del “dopo covid”, comunque, come sempre la saggezza starà nel mezzo: al netto del ripristino delle nostre preziose e intoccabili individualità consumistiche, bisognerà rinverdire il concetto di bene comune che non per forza è sinonimo di costrizione o di omologazione, e che non significherà più solo pagare le tasse e gettare la spazzatura nei giorni prestabiliti, e chi si è visto s’è visto! Bisognerà riprogrammare comportamenti, abitudini, scelte economiche, ideologie produttivistiche, culture gastronomiche, strategie comunicative… Evolvere dallo sconsiderato “divertimento collettivistico” di questa nostra tribù progredita a un individualismo responsabile, povero ma non misero (come ci ricordava Goffredo Parise in tempi non sospetti), rinunciatario e mai egoico. Forse mi sono allontanato troppo dal racconto. Buona lettura!

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L’ultimo tramonto

“Ogni mattina alla stessa ora
e allo stesso minuto, noi, milioni,
ci alziamo come un essere solo.”

(dal romanzo distopico “Noi”
di Evgenij Zamjatin – 1921)

 

Era il momento giusto.

Anche il posto sembrava perfetto: l’uomo fermò la sua elettricar su un lato della strada deserta che correva parallela alla spiaggia prima di incastonarsi tra i palazzi della città. Scese dall’abitacolo e mentre lo sportello si chiudeva automaticamente dietro di sé, i suoi passi e il suo sguardo erano già diretti verso quella meraviglia a cui nessuno badava più, ormai da tempo immemorabile.

L’enorme palla di fuoco arancione semi immersa nell’acqua salata, facendosi largo tra l’atmosfera incendiata e le isolate nuvole di panna salmonata, rendeva il suo quotidiano omaggio al mondo, genuflettendosi e doppiando per l’ennesima volta l’orizzonte conosciuto. Gli ultimi insistenti brandelli di luce, scagliandosi disperatamente contro le montagne del promontorio, delineavano con la precisione di un cartografo i bordi azzurri della costiera dalla quota più alta in cui s’inerpicava fino al punto esatto in cui s’immergeva nelle acque di un mare incredibilmente calmo.

Altrove, la stessa “compagnia teatrale” cominciava il primo atto della solita commedia intitolata “Il sole che sorge”: stesso attore protagonista, stesso regista, pubblico impermanente. In scena da miliardi di anni.

Una leggera brezza di terra cominciava a soffiare come da copione e l’impressione fotonica della stella sulla retina dell’uomo, che non temeva il gradevole confronto accecante, presto sarebbe stata attutita dai tenui colori dell’imbrunire.

Il cielo azzurro era graffiato dalle bianche scie di aerei velocissimi e indefinibili; sulla spiaggia carcasse di tronchi d’alberi scorticati e rimodellati dall’estro marino, erano stati disposti sulla sabbia in maniera casuale dall’ultima marea come corpi inconsapevoli e felici.

La Perfezione, dunque, non era solo un concetto astratto come aveva sempre creduto ma una condizione dell’anima realmente possibile. E quella scena non mediata da altri, che l’uomo aveva conquistato in quei rari minuti dinanzi al mare, ne rappresentava la prova tangibile.

L’atavica paura nei confronti dell’oscurità notturna, ricca di misteri e di sensazioni ancestrali mai risolte, era stata sconfitta dalle luci artificiali che combattevano la solitudine creativa durante le elettriche notti dell’Uomo Tecnologico. La necessaria riverenza verso l’ignoto era stata superata grazie all’imposizione globalmente riconosciuta della cosiddetta “Visione Collettiva” con cui sentirsi meno soli. L’umanità aveva imparato ad aborrire il reale e a considerare eversivo lo strano esercizio della riflessione.

L’individualismo estetico divenne pian piano, nel corso degli anni, opinione velatamente fastidiosa, parametro per rapide valutazioni sociali, motivo di segregazione e infine motore della persecuzione legalizzata…

L’uomo era consapevole del fatto che stesse violando la Legge.

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Anergia

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Quando giaceremo immobili e stupefatti
privi di energia, sui marciapiedi della storia
realizzeremo l’irreversibile assurdità
dei nostri gloriosi giorni luminosi.

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

Elogio del post apocalittico

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“Lo sa cosa facevo prima della guerra? Vendevo fotocopiatrici…”

                                                                                     (Generale Bethlehem, signore della guerra. Dal film “L’uomo del giorno dopo”)

Perché il sottogenere post apocalittico, sia letterario che cinematografico, ci affascina e attira molti di noi? Perché siamo dei convinti estinzionisti? Perché siamo talmente pessimisti sul futuro dell’umanità che non riusciamo a prospettare un avvenire diverso da quello catastrofico? Perché odiamo i nostri simili e auspichiamo uno spopolamento del pianeta, caso mai fantasticando su di noi che, rimasti soli soletti, avremmo tanto spazio a disposizione? Perché non si farebbe più la fila ai negozi e non si userebbe più il denaro guadagnato andando a fare un lavoro che non ci piace? Niente di tutto questo; se anche queste “idee” ci hanno sfiorato, è stato solo per un attimo, pensando soprattutto alle condizioni reali e poco romantiche in cui ci troveremmo a vivere se tutto ciò si avverasse.

Non starò qui a snocciolare titoli di romanzi fantascientifici o di film fortunati tratti dagli stessi e che da tempo seminano scenari surreali, sotto forma di immagini filmiche divenute cult, nel nostro affollato immaginario collettivo. È importante, invece, capire perché ci sentiamo terrorizzati e al tempo stesso attratti dalle gesta solitarie dell’uomo post apocalittico; perché il mondo, il nostro mondo, così come lo vediamo ridotto negli scenari post apocalittici descritti nei racconti e nelle pellicole, pur spaventandoci suscita in noi domande scomode a cui sentiamo di non potere sottrarci? Una prima risposta potrebbe essere: perché la condizione post apocalittica ipotizzata “per gioco” induce a riflettere sulla condizione quotidiana “reale”, socialmente strutturata, pensata da altri, accettata, interiorizzata, mai più messa in discussione una volta raggiunta la cosiddetta “età della ragione”.

Una popolazione mondiale decimata da una pandemia, un pianeta Terra distrutto e contaminato in seguito a una catastrofe nucleare… Molteplici sono le cause “inventate” (o profetizzate?) dagli scrittori che hanno impegnato le loro penne in questo sottogenere letterario: alla fine non importa sapere quale sia stata la causa che determina la drastica diminuzione della popolazione terrestre, la sua quasi estinzione o la sua mostruosa trasformazione in qualcos’altro. Quello che conta, ai fini narrativi e introspettivi, è la nuova condizione esistenziale con cui devono confrontarsi i pochissimi sopravvissuti (o il sopravvissuto): a volte le storie cominciano con un solo sopravvissuto che in seguito scoprirà di non essere l’unico ad avere superato indenne l’ora zero del nuovo corso storico. Generalmente, come c’insegnano romanzi e film, questa scoperta non porta a nulla di buono: l’equilibrio che il sopravvissuto solitario aveva conquistato faticosamente nel tempo, creando intorno a se un piccolo paradiso sospeso sulle macerie del mondo precedente alla catastrofe, viene alterato dall’arrivo di suoi simili in cerca di aiuto o di fisiologica compagnia. L’uomo non è fatto per stare da solo ed è bello scoprire che anche altri ce l’hanno fatta: soprattutto gli adulti, bloccati a metà tra due mondi, che hanno un ricordo ancora vivo dei propri cari di cui spesso ignorano il destino o del mondo popoloso prima della tragedia, dopo un iniziale disorientamento dovuto alla scoperta sconvolgente di non essere più soli, tendono a riaccendere una speranza che la forzata condizione solitaria aveva assopito ma non del tutto cancellato. Un ritrovarsi che, però, porta guai, che guasta i piani collaudati del solitario: lo stare insieme implica responsabilità che vanno oltre l’io bastante a se stesso. È così anche nel mondo sovrappopolato e pre-apocalittico.

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“Crionica” su Future Shock

… vecchie scritture rivomitate dal web: il racconto “Crionica”, su Future Shock on line 

Acque

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Attenderò il ritiro delle acque
nella mia seconda casa, sull’altura
rifugio per generazioni a venire.
Organizzeranno visite guidate
con batiscafi di memoria
presso città sommerse
e monumenti senza più piccioni
ma pesci e meduse
a ricordare guerre di terra
di passati mondi asciutti.

– video correlato –

“Acque”, Francesco Guccini