Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi…

roy

“Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi:

carrelli per la spesa in fiamme al largo dei bastioni di Conad,
e ho visto la follia balenare tra le sbarre vicino alle porte di Rebibbia…
… Gente isterica uscire dalla zona rossa lombarda per entrare in quella campana, e urlare come Morgan: “Che succede?”;
treni affollati di coglioni B sferragliare di notte verso la stazione di Salerno;
e-mail di truffatori intasare le caselle postali per vendere mascherine e gel a prezzi disumani;
ho visto file infinite di clienti col numerino davanti alle farmacie e proprietari di pub col metro in mano;
ho rivisto il mio amico Vituccio che quando parla sputacchia a più di un metro… e ho girato a largo da lui;
ho visto preti benedire i fedeli e le salme a distanza con fucili caricati ad acqua santa;
Papi e impiegati statali lavorare in smart working;
pusher di tamponi agli angoli delle strade;
ho visto bozze di decreti sgattaiolare di notte per colpa di collaboratori incapaci;
ricette di amuchine improbabili diffuse in giro come se fossero quelle di Suor Germana;
ho visto web-santoni del XXI secolo smentire i Maya e annunciare una nuova data per la fine del mondo;
gente con la scusa del panico sfondarsi di Nutella Biscuits come se non ci fosse un domani;
ho visto orde di infedeli tornare alla preghiera che manco nell’Anno Mille;
palestrati in crisi d’astinenza da attrezzi piangere come ballerine davanti alle palestre chiuse;
strade deserte in paesi che già prima di covid non brillavano per “movid”;
ho visto analfabeti funzionali scoprire di avere una libreria in casa… E li ho visti addirittura mentre tornavano a leggere.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come starnuti nella pioggia.
È tempo di restare a casa.”

 

Roy Batty-paglia

#iorestoacasa

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Elogio del post apocalittico

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“Lo sa cosa facevo prima della guerra? Vendevo fotocopiatrici…”

                                                                                     (Generale Bethlehem, signore della guerra. Dal film “L’uomo del giorno dopo”)

Perché il sottogenere post apocalittico, sia letterario che cinematografico, ci affascina e attira molti di noi? Perché siamo dei convinti estinzionisti? Perché siamo talmente pessimisti sul futuro dell’umanità che non riusciamo a prospettare un avvenire diverso da quello catastrofico? Perché odiamo i nostri simili e auspichiamo uno spopolamento del pianeta, caso mai fantasticando su di noi che, rimasti soli soletti, avremmo tanto spazio a disposizione? Perché non si farebbe più la fila ai negozi e non si userebbe più il denaro guadagnato andando a fare un lavoro che non ci piace? Niente di tutto questo; se anche queste “idee” ci hanno sfiorato, è stato solo per un attimo, pensando soprattutto alle condizioni reali e poco romantiche in cui ci troveremmo a vivere se tutto ciò si avverasse.

Non starò qui a snocciolare titoli di romanzi fantascientifici o di film fortunati tratti dagli stessi e che da tempo seminano scenari surreali, sotto forma di immagini filmiche divenute cult, nel nostro affollato immaginario collettivo. È importante, invece, capire perché ci sentiamo terrorizzati e al tempo stesso attratti dalle gesta solitarie dell’uomo post apocalittico; perché il mondo, il nostro mondo, così come lo vediamo ridotto negli scenari post apocalittici descritti nei racconti e nelle pellicole, pur spaventandoci suscita in noi domande scomode a cui sentiamo di non potere sottrarci? Una prima risposta potrebbe essere: perché la condizione post apocalittica ipotizzata “per gioco” induce a riflettere sulla condizione quotidiana “reale”, socialmente strutturata, pensata da altri, accettata, interiorizzata, mai più messa in discussione una volta raggiunta la cosiddetta “età della ragione”.

Una popolazione mondiale decimata da una pandemia, un pianeta Terra distrutto e contaminato in seguito a una catastrofe nucleare… Molteplici sono le cause “inventate” (o profetizzate?) dagli scrittori che hanno impegnato le loro penne in questo sottogenere letterario: alla fine non importa sapere quale sia stata la causa che determina la drastica diminuzione della popolazione terrestre, la sua quasi estinzione o la sua mostruosa trasformazione in qualcos’altro. Quello che conta, ai fini narrativi e introspettivi, è la nuova condizione esistenziale con cui devono confrontarsi i pochissimi sopravvissuti (o il sopravvissuto): a volte le storie cominciano con un solo sopravvissuto che in seguito scoprirà di non essere l’unico ad avere superato indenne l’ora zero del nuovo corso storico. Generalmente, come c’insegnano romanzi e film, questa scoperta non porta a nulla di buono: l’equilibrio che il sopravvissuto solitario aveva conquistato faticosamente nel tempo, creando intorno a se un piccolo paradiso sospeso sulle macerie del mondo precedente alla catastrofe, viene alterato dall’arrivo di suoi simili in cerca di aiuto o di fisiologica compagnia. L’uomo non è fatto per stare da solo ed è bello scoprire che anche altri ce l’hanno fatta: soprattutto gli adulti, bloccati a metà tra due mondi, che hanno un ricordo ancora vivo dei propri cari di cui spesso ignorano il destino o del mondo popoloso prima della tragedia, dopo un iniziale disorientamento dovuto alla scoperta sconvolgente di non essere più soli, tendono a riaccendere una speranza che la forzata condizione solitaria aveva assopito ma non del tutto cancellato. Un ritrovarsi che, però, porta guai, che guasta i piani collaudati del solitario: lo stare insieme implica responsabilità che vanno oltre l’io bastante a se stesso. È così anche nel mondo sovrappopolato e pre-apocalittico.

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“Crionica” su Future Shock

… vecchie scritture rivomitate dal web: il racconto “Crionica”, su Future Shock on line