“Sokushinbutsu Project”, di Massimo Mascheroni ed Enrico Ponzoni

IMG_20210812_130203

Se non avete idea di come i suoni “scomodi” e catarticamente disturbanti dell’industrial noise possano convivere con la descrizione musicale di un rituale religioso buddista, allora non vi resta che ascoltare le quattro tracce – ognuna con una propria “personalità” -, lasciandovi trasportare da esse in dimensioni altre, che compongono il “Sokushinbutsu Project” (Industrial Ölocaust Recordings, 2021) di Massimo Mascheroni (ODRZ) ed Enrico Ponzoni. Sokushinbutsu significa letteralmente “Buddha nel suo stesso corpo” e si riferisce a un antico rituale praticato fin dal 1100 da alcuni monaci buddisti giapponesi. Le quattro tracks conducono l’ascoltatore dalle dolorose e impegnative fasi preliminari con cui il monaco buddista, l’asceta, si prepara mentalmente e fisicamente, fino al processo finale di morte e di auto-mummificazione: un modo, originale e lontano dalla nostra mentalità edonistica, per contrastare l’entropia e il naturale disfacimento post-mortem del corpo. Se il processo riesce, il corpo resta intatto dopo la morte e la mummia, profumata dagli altri monaci e rivestita con paramenti sacri, può essere così esposta in un tabernacolo e ricevere la visita dei fedeli. Il monaco che si sottopone con successo a questo rituale è un sokushinbutsu, ovvero un Enlightened, un Illuminato: un vero asceta capace di dimostrare la completa padronanza della mente sul corpo, anche al di là della morte. Una pratica inconcepibile per noi occidentali che andiamo in crisi dopo pochi giorni di lockdown e ignoriamo da tempo il concetto di autodisciplina e di distacco dal corpo. Auto-mummificarsi per “salvarsi”, per “morire in maniera alternativa”, per conservarsi negli anni e proiettarsi verso un futuro in cui essere “diversamente vivi”.

Continua a leggere ““Sokushinbutsu Project”, di Massimo Mascheroni ed Enrico Ponzoni”

Padri morenti

eYlNy

a Cormac McCarthy

Ad ogni schiarirsi di voce
che è quasi tosse nel silenzio
sfiorate da plettri invisibili
vibrano solidali nell’aria
le corde della chitarra appesa al chiodo
polverosa come anni senza musica.

Vorrebbe cantare di mondi oscuri
inceneriti dagli eventi,
ma è muta testimone di guerre
senza macerie, prive di gloria
nel pianeta in ripresa.

Lunga è La strada
dei padri morenti,
perdiamo pezzi sul ciglio del domani
capitoli di storia e di noi
sperando nel riverbero
d’anime lucenti, nell’assenza
comunque presenti.

Social networking for dummies

“Social networking for dummies”
(come interpretare e usare un post)
posting

Lamento degli amnesici mascherati

matrix-cocoons

Siamo stati forgiati nella fucina della solitudine,
non chiediamo aiuto mentre affoghiamo
non emettiamo suono alcuno
perché preferiamo il silenzio anche in punto di morte.

Senza chiedere l’elemosina del consenso
maciniamo chilometri dolenti
tra gli inciampi del buongiorno
e gli inganni della sera,
coltiviamo amori insonni
come lucciole per un domani dei sensi.
Ma è il confine della vita persa e dei colori cangianti
a sembrare invalicabile
nel via libera a singhiozzo dei prudenti.

La vita originale è perduta ormai,
non ricordiamo più il volto della città consueta
le priorità naturali dell’esistere,
spacciamo per grasse libertà
quel che resta del nulla decantato
sul fondo dell’abitudine.
È una sirena non di mare
questa musica nuova e stridente
che sfreccia tra i nostri sabati.
Non ricordiamo più
la via della facile speranza
quando la donavano a grappoli
agli angoli delle strade di ieri.

È strana quest’atmosfera
di finta salvezza sul finale
di battaglie private intrecciate a telegiornali
di catastrofe pulita, inodore
e di morti non visti, né toccati.

Malediciamo i colpi della vita
ma con l’altra metà del cuore
li benediciamo come maestri, alla fine,
da accogliere con il sorriso rassegnato
sull’uscio della disperazione fatta casa.

I passi solitari nella città mascherata
verso mete non desiderate
e i bocconi di fiele ingoiati a comando
con l’abitudine scandalosa del prigioniero
che chiama ‘mondo’ i suoi metri quadrati
nel corso degli anni condannati,
saranno le assurde nostalgie
del futuro, in tempi di insperata serenità:
è incredibile come l’essere umano
si affezioni ai travagli dell’esistere
e ai muti maltrattamenti del quotidiano.
Non siamo cronaca, ma solo crocifissi senza sangue
dispersi tra la folla del solito,
siamo le bianche vittime
delle silenti frustate della vita.

Risponderemo colpo su colpo
con la mente e il coraggio del cuore
finché ce la faremo,
siamo organizzati nei cunicoli della storia
per affrontare gli accidenti notturni
e le ingiustizie del mattino.
Siamo aperti alla nera fantasia
degli educati tribolamenti
e all’estro dell’imprevisto che bagna il bagnato,
nutrimento sono per noi
il malanno dei cari
e le noie del prossimo,
le cadute di stile e dei gravi
e le grigie notizie dal mondo.
A chi ci affidiamo non è ben chiaro,
ma abbiamo fede nell’infedeltà del cammino.

Un giorno, forse, torneremo a desiderare
le cose che oggi abbiamo dimenticato
per disabitudine a quel che dovrebbe essere
o per una salvifica amnesia: nel non ricordo s’acquieta il dolore.
Sarà bello e spietato come un matrimonio incosciente ma agognato
all’indomani di guerre mondiali finite e lasciate andare.

Tramonta, falso sole di clausura!
Lasciateci liberi di non tornare a vivere,
di tornare a risorgere un giorno
insieme a quest’umanità martoriata dai numeri
ma ancora distratta da futili motivi serali.
Uniremo i nostri dolori domestici
a quelli di tutte le nazioni del pianeta,
torneremo alla sorgente della speranza
anche quando ci saranno musica e balli per tutti
come se nulla fosse accaduto,

alla fonte di quel silenzio che salva
quando i mondi sono spenti e chiusi.

versione pdf: Lamento degli amnesici mascherati

(immagine: dal film “Matrix”)

Indiana Jones e l'”approccio americano” dalla geopolitica all’archeologia

Raiders-of-the-Lost-Ark-1981-Wallpapers-12

Chi non vorrebbe vivere una vita come quella di Indiana Jones? Avventurosa, culturalmente interessante, sessualmente soddisfacente e al tempo stesso indipendente, geograficamente movimentata, appagante dal punto di vista professionale e universitario? Lo so, è un archeologo immaginario, un parto della mente di quel genio prolifico che risponde al nome di George Lucas (e della regia altrettanto geniale di Steven Spielberg), e come ho avuto modo di ribadire per quanto riguarda i supereroi, nel post dedicato a Joker, e alla loro improbabile esistenza nel mondo reale, la stessa cosa dirò riferendomi al nostro archeologo giramondo: è molto improbabile che tutte queste virtù – “immortalità”, capacità di sopravvivere a situazioni intricate, sapienza da bibliotecario mista a un atletismo che rasenta l’autodistruzione adolescenziale, fortuna con le donne, tempismo sfacciato, ecc. – si materializzino in un’unica persona. Eppure dietro l’ovvia irrealtà del personaggio si cela una certa “americanità” che invece è realissima e storicamente documentata. Il modo in cui Indiana Jones approccia alla risoluzione dei problemi che incontra nel corso delle sue avventure è tipicamente americano, anzi sarebbe più corretto dire “statunitense”. Indiana Jones parte dal presupposto che per uno statunitense il mondo sia come la tavola di un immenso gioco di ruolo privo di regole in cui muoversi senza chiedere il permesso a nessuno, senza tenere conto delle leggi locali… Tutto sembra facile e aperto nel mondo di Jones, nonostante le fatiche delle sue gesta. L’importante è raggiungere il proprio obiettivo, agguantare l’oggetto prezioso che ha innescato l’impegnativa quest, in nome di un bene comune internazionale. In questo gli statunitensi sono bravi: far passare per battaglia universalmente necessaria, un qualcosa che interessa solo l’America, la sua gloria o quella di un suo singolo cittadino, la sua ricchezza museale, come in questo caso.

Indiana Jones apre porte, si cala con delle funi in meandri, sfonda pareti, s’arrampica in proprietà private, ammazza e insegue (o si fa inseguire da) i cattivi usando – rubandoli – tutti i mezzi (terrestri, acquatici e aerei) che trova a portata di mano, profana catacombe e città sepolte, usa femori di scheletri per fabbricare torce, danneggia pavimenti a martellate, deturpa monumenti in paesi stranieri (Italia compresa: vedi Venezia), agguanta, rubacchia, scippa, incendia per sbaglio, depreda, così come fanno i suoi avversari, però a fin di bene, sgraffigna, rimuove, dissacra, gratta via, sfregia se necessario, causa crolli, altera l’equilibrio di luoghi delicati che erano rimasti in santa pace fino al suo arrivo…

Continua a leggere “Indiana Jones e l’”approccio americano” dalla geopolitica all’archeologia”

Riflessioni cimiteriali, prima puntata

132916466_4957849267590881_8233211423012280092_o
“… Vivere venti o quarant’anni in più
È uguale
Difficile è capire ciò che è giusto
E che l’Eterno non ha avuto inizio
Perché la nostra mente è temporale
E il corpo vive giustamente
Solo questa vita…”
(“Fisiognomica”, Franco Battiato)

Con il passare degli anni il “giro visite” al cimitero si allunga sempre più: se prima si andava a trovare solo parenti di una certa età passati a miglior vita, ora nell’elenco sono compresi anche amici coetanei “estinti”, e si ha la crescente sensazione che la morte non sia più un fatto estraneo, generazionale, lontano nel tempo, che riguarda i “vecchi”, ma che cominci a riguardare anche quelli con cui si è condiviso un pezzo di cammino, una parte di quell’entusiasmo iniziale che caratterizza gli anni dell’onnipotenza, gli anni verdi in cui si crede di poter fare tutto e soprattutto di essere immortali. E questa sensazione di immortalità la avverte anche chi è stato colpito dalla morte nell’intimità familiare: è proprio un qualcosa di connaturato all’età giovanile ed è giusto e normale che sia così; quando si è giovani non si pensa alla morte, punto e basta.

È bello trascorrere alcune ore al cimitero: è un luogo meraviglioso, con alcune venature di naturalità selvaggia. Se non fosse per il marmo e il cemento delle sue “case” (prevalenti nei cimiteri non gotici), si potrebbe pensare a un giardino; nessuno che parla a vanvera, che t’interrompe mentre leggi un libro che ti sei portato dietro; una fresca fontanella presso cui rianimarsi quando fa caldo; niente traffico umano o veicolare, solo pensieri essenziali, racconti (anche inventati) che trasudano dalle lapidi, il canto degli uccelli, il vento tra gli alberi, il sole come se stessimo al mare, i fiori, quel costante sentimento agrodolce sospeso tra nostalgia e destino, la pace: quella eterna per gli ospiti e quella momentanea per noi di passaggio. La natura dove si onora la morte è un ossimorico meme per la vita. Bisogna diffidare dei camposanti senza natura. Sarebbe bello abitarci nei cimiteri: in effetti un giorno, volenti o nolenti, c’abiteremo; sarà l’ultima dimora del nostro transito terrestre: se prima di nascere eravamo un’idea, un nugolo di cellule venute al mondo grazie alla pazienza e all’amore di una madre ospitante, con la morte abbiamo bisogno di un luogo che accolga quel nugolo divenuto qualcosa di più complesso e articolato, di usurato e vissuto, con tutto il suo carico di energia accumulata, di cicatrici, di rughe e ferite mai rimarginate. Se l’utero materno è la tomba della non vita, al cimitero c’è la tomba che accoglie ciò che resta di una vita vissuta.

E le storie legate a quelle cicatrici? Che fine fanno? La maggior parte diventano polvere di tempo se nessuno le fissa su substrati mnemonici; e in effetti non tutte le storie sono degne di essere fissate, eppure sono state a loro modo storie, ordinarie, non eccezionali, ma comunque storie, che non hanno cambiato il corso del Grande Racconto dell’umanità ma pur sempre percorsi esistenziali che hanno modificato la traiettoria di qualche micro-universo locale, ignorato, non immortalato dalla cronaca mondiale e presenti nel ricordo di pochi testimoni oculari. E quando anche questi saranno trapassati, non ci sarà più nessuno a raccontare le storie ereditate. Tutto andrà perso e i visitatori del futuro vedranno solo visi muti e date, nomi e cognomi di persone che non potranno raccontare più niente a chi si fermerà dinanzi alle loro tombe.

Continua a leggere “Riflessioni cimiteriali, prima puntata”

Solstizio d’inverno

965708_596182250418160_976445063_o

Sol Invictus

Con silenzioso passo pagano
percorro l’orizzonte cittadino
immemore e avido di luce,
scavalco il tanto atteso messia
fino a riconquistare le origini
di seppelliti saperi a oriente.

Lunga sarà la notte dell’eterno ritorno,
speranze risalgono dalle tenebre.

Antenati senza orologio
andavano a pranzo
osservando
il sole nel cielo.

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

– video correlato –

“Jesce Sole”, da La Gatta Cenerentola di Roberto De Simone

“Diarismi…” su Poliscritture

diarismi su poli

Il mio “pezzo” Diarismi: da “1984” a “Seven” ripubblicato su Poliscritture di Ennio Abate.

Per leggerlo: QUI!

Dribbling

Uscendo dal sepolcro

Sbaglia sempre meno l’involucro d’uomo
dato in affido alla mente acerba della prima ora,
agile è diventato il suo cammino vespertino
inciampa di rado in se stesso
negli altri e nel mondo.
Mette ordine nella tana e tra le date degli orrori

sono ormai storia, nell’ora dell’oblio li ripensa con tenerezza
anche se i tagli sui fianchi prestati bruciano col maltempo.
Vigile è l’uomo, potrebbe tornare a sbagliare
riapparire la sua ombra su passi già pestati e scordati,

ricorda il dolore, per non rifare la strada archiviata.
Errori nuovi di zecca l’attendono all’angolo del ritentare,
non si fida più della facile speranza donata dai tramonti.

(ph M. Nigro©2020; titolo: Uscendo dal sepolcro)

– video correlato –

“Who wants to live forever”, Queen

Continua a leggere “Dribbling”