Red zone

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Cambiano colori e sfumature
a quest’arcobaleno nazionale
prima della nascita dell’unto,
apocalittici e disintegrati
tra mancate reunion, vite a punti.

Non mi agito dinanzi al presepe deserto
resto immobile, ma più vivo di voi,
da eoni oramai cuore e mente
sono nella rossa zona dell’insondabile.

“In viaggio”, CSI (Ko de mondo, 1994)

“Diarismi…” su Poliscritture

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Il mio “pezzo” Diarismi: da “1984” a “Seven” ripubblicato su Poliscritture di Ennio Abate.

Per leggerlo: QUI!

Diarismi: da “1984” a “Seven”

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Comincerei affermando che la diaristica può essere anche un genere letterario; è bene specificarlo – sottolineando il “può essere anche” – perché non tutti i vostri “sfogatoi su carta” chiusi nei cassetti, ahimè, diventeranno opere letterarie da leggere o studiare. A meno che non vi chiamate Cesare Pavese (Il mestiere di vivere, 1935 – 1950) o Martin Heidegger (Quaderni neri, 1931 – 1969), temo che i taccuini che custodite gelosamente, preservandoli dagli occhi indiscreti di congiunti spioni, siano destinati al macero in vista di un trasloco draconiano (o perché testimoniano uno scomodo passato da cancellare) e quindi all’oblio, o nella migliore delle ipotesi alla conservazione post mortem da parte di qualche familiare mosso da curiosità o doveroso affetto, che forse un giorno li leggerà oppure no, trovandoli, dopo le prime pagine, tremendamente noiosi e autoreferenziali, quando non addirittura indecifrabili e illeggibili. Per poi essere eliminati definitivamente, e stavolta senza appello, nel corso di un successivo scarto compiuto da parenti più distratti e insensibili, o più ignoranti, come accaduto alle carte di Marcel Proust date alle fiamme dal fratello Robert e da sua moglie Marthe. La vita autonoma degli oggetti, a volte, rappresenta un po’ il lento prolungamento della morte dei loro proprietari: ma alla fine anche essi muoiono, si diluiscono nella Storia e spariscono, si disintegrano per ritornare nel ciclo inorganico della materia e in quello dell’energia che la teneva insieme. Le altre cose, per motivi “repertologici”, finiscono miracolosamente e in maniera anonima in musei pubblici o privati. Oppure accade il contrario, ovvero che gli oggetti durino meno dei loro padroni: se i due antichi pompeiani, recentemente rinvenuti e “ritornati in vita” grazie alla realizzazione di calchi, morti durante l’eruzione del Vesuvio, avessero per ipotesi tenuto un diario su tabulae scritto a suon di stilus, questo con molta probabilità non sarebbe giunto intatto fino ai nostri giorni. C’è il diario ma non il corpo o c’è il corpo ma non il diario. Non si può avere tutto dalla vita dopo la morte.

Ma non tutti i diarismi non letterari sono inutili, anzi.

1984-1954

Per Winston Smith, protagonista del romanzo “1984” di George Orwell, il diario rappresenta un atto rivoluzionario, una sfida aperta – non riportata in cronaca – al sistema “fraterno” del Big Brother; è un modo privato per difendere e conservare il proprio privato, l’umanità residua, l’indicibile protesta, il desiderio inconfessabile di intimità con se stesso e con l’altra; persino la paranoia, quand’è riportata su carta, può fare compagnia e diventare un caro argomento a cui tornare. È l’ebbrezza fornita da una decisione personale e per una volta non collettiva, coltivata sapendo di essere controcorrente, solitario e disperatamente originale; è il sano terrore provato nel sapere di essere, agli occhi di una società inconsapevole, uno psicocriminale che ancora gode dell’anonimato e di un’euforica clandestinità scritturale. Il diario è l’onanismo del pensatore che non dovrebbe pensare; è il momento tutto per sé; è l’embrione di una criticità riesumata; è lo strumento con cui programmare le varie fasi della propria liberazione interiore; è l’alter ego con cui confrontarsi; è il “pallone marca Wilson” del naufrago di “Cast Away”; è lo specchio che non riflette ma fa riflettere; è l’inebriante entusiasmo che scaturisce dall’aver fregato il sistema; è la convinzione di poter lasciare qualche traccia di sé a un eventuale lettore del futuro: come accade con la lettera dal carcere di Valerie Page, in “V per Vendetta”, scritta sulla carta igienica e lasciata in un buco del muro, nella speranza che qualche persona degna la possa trovare, leggere e condividerne emozionalmente il contenuto.

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La penna è complice del diario.

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Dies irae

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I figli concepiti nella rabbia
tra false preghiere serali
diverranno fiumi in piena
nell’ora che dimentica,
pensieri malsani coltivati
all’imbrunire, come tempeste
da energie assiepate d’estate
tra la terra e l’alto dei cieli.

Restarono a casa, immobili
le membra scatenate
ora che libere, simili a molle
schizzano ribelli e pazze
nei giorni dell’evasione.

(ph M. Nigro©2020)

Video intervista a Franco Innella, domande a cura di Michele Nigro

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Domande di Michele Nigro rivolte a Franco Innella, riguardanti la raccolta poetica “Foglie secche” e altri argomenti…

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Domande di Michele Nigro rivolte a Franco Innella, riguardanti la raccolta poetica "Foglie secche" e altri argomenti… Elenco delle domande: – Quando è nata e perché l’idea di questa tua nuova raccolta intitolata “Foglie secche”? – Le tue poesie, utilizzando immagini semplici, delicate e al tempo stesso lapidarie, sembrano descrivere una condizione umana limitata, misera, embrionale, in attesa di un’evoluzione, di un’elevazione verso stadi superiori di esistenza. La vita terrena è dunque solo attesa? – Hai scritto: “La mia poesia nasce / tra parole appena sussurrate / all’ombra della vita…”. Che funzione svolge, invece, nella tua poetica la presenza della morte? – La poesia aiuta a dissolvere l’illusione (che tu chiami “cerchio illusorio”) in cui siamo immersi o contribuisce ad aumentarla creando un linguaggio parallelo alla verità oggettiva? – Nella tua poesia intravedo, a volte, elementi esoterici, riferimenti a saperi sconosciuti, dimenticati o comunque antichi. Come scegli il modo in cui intercalare questi elementi nei tuoi versi? – Parlami dell’importanza del Vuoto. – Perché, come scrivi, “Il castigo è l’essere nati”? – Vuoi leggere una poesia dalla raccolta? #poesia #raccolta #libro #intervista #poetica #morte #esoterismo #filosofia #spiritualità #esistenzialismo #Franco Innella #Michele Nigro #antroposofia #psicogenealogia #metagenealogia #vuoto #poetry #evoluzione #vita

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Elenco delle domande:

– Quando è nata e perché l’idea di questa tua nuova raccolta intitolata “Foglie secche”?

– Le tue poesie, utilizzando immagini semplici, delicate e al tempo stesso lapidarie, sembrano descrivere una condizione umana limitata, misera, embrionale, in attesa di un’evoluzione, di un’elevazione verso stadi superiori di esistenza. La vita terrena è dunque solo attesa?

– Hai scritto: “La mia poesia nasce / tra parole appena sussurrate / all’ombra della vita…”. Che funzione svolge, invece, nella tua poetica la presenza della morte?

– La poesia aiuta a dissolvere l’illusione (che tu chiami “cerchio illusorio”) in cui siamo immersi o contribuisce ad aumentarla creando un linguaggio parallelo alla verità oggettiva?

– Nella tua poesia intravedo, a volte, elementi esoterici, riferimenti a saperi sconosciuti, dimenticati o comunque antichi. Come scegli il modo in cui intercalare questi elementi nei tuoi versi?

– Parlami dell’importanza del Vuoto.

– Perché, come scrivi, “Il castigo è l’essere nati”?

– Vuoi leggere una poesia dalla raccolta?

Il missionario

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Il missionario

Il ritaglio di cielo nero compreso tra i due palazzi che delimitano la strada, è illuminato a giorno dall’ennesimo lampo della serata. Un vento caldo, in questo novembre anomalo, contrasta con le previsioni del tempo che già promettono neve e colonnine irrigidite: “non c’azzeccano mai!” – penso. A sottolineare la mia disapprovazione ecco giungere il tuono con i suoi naturali secondi di ritardo che, a contarli bene, sono sempre meno. “Presto la pioggia mi farà compagnia!”

Non amo ‘lavorare’ con l’acqua: si bagnano i vestiti e gli strumenti.

La notte, invece, non mi disturba affatto. Apprezzo molto quei clienti che mi ‘convocano’ in tarda serata. L’avvolgente anonimato delle tenebre libera dai convenevoli che di giorno, chissà perché, ci sentiamo in obbligo di sostenere con le persone e addirittura con gli oggetti.

Amo la notte: è liberatoria. E poi adoro quella frase d’uso comune negli ambienti medici: “… se supera la notte…!”. ‘Se’: congiunzione con valore ipotetico in salsa atletico-cronologica ed escatologica.

Il caffè all’angolo già ricolmo di premature leccornie natalizie; il bazar delle cose usate; le rosticcerie a conduzione familiare che nascono come funghi in questa società di lavoratori precari; le casalinghe che s’affrettano tra il fruttivendolo e il tabacchino; la piccola cappella di strada dedicata a Santa Lucia con i lumini rossi che brillano sornioni accanto all’icona. La vita scorre frenetica, in questa cittadina di provincia, nella sua monotona prevedibilità e gli esseri umani che alimentano tale vita credono di pilotare il proprio destino facendo acquisti e concentrandosi sulle più futili amenità; in realtà, non controllano proprio un bel niente!

Io, invece, offro certezze.

Mancano ancora tre quarti d’ora all’appuntamento e le prime gocce d’acqua sull’asfalto mi invitano a ripararmi presso la vicina chiesa di S. Maria della Speranza che – lo so benissimo! – resterà aperta per una buona mezz’ora nonostante la messa sia finita da un bel po’.

A volte i ritardatari, quelli che a messa non ci possono andare per motivi di lavoro o per altri impegni, si accontentano di sostare qualche minuto in adorazione, seduti tra i banchi mentre il sacrestano ripone gli ornamenti sacerdotali nei mobili della sacrestia, dopo aver spento luci, candele e microfoni. L’aria nella chiesa è ancora pregna di odori vestiari e d’incenso, ma non voglio sedermi a meditare. Ho sempre creduto in una fede militante e le messe le ascolto in piedi, sugli attenti. Se non c’è messa, leggo. Mi avvicino, come stasera, al libro delle sacre scritture posto su di un leggio a disposizione della gente che entra in chiesa e leggo le letture della giornata: prima, seconda lettura, salmo responsoriale e il brano tratto dal Vangelo. La mia attenzione ricade, però, sulla prima lettura:

“Vi è una sorte unica per tutti,

per il giusto e l’empio,

per il puro e l’impuro,

per chi offre sacrifici e per chi non li offre,

per il buono e per il malvagio,

per chi giura e per chi teme di giurare.

Una medesima sorte tocca a tutti

e anche il cuore degli uomini è pieno di male

e la stoltezza alberga nel loro cuore mentre sono in vita,

poi se ne vanno fra i morti.”[1]

Credo molto nella forza ispiratrice derivante dalla lettura casuale delle sacre scritture e anche stavolta riesco a strappare alla Bibbia le parole che voglio sentirmi dire prima di andare a lavoro.

È vero: vi è una sorte unica per tutti, ma io offro di più; come dicevo: offro certezze.

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Abbracciare la causa interiore

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Quasi un manifesto poetico

Si può essere un po’ pasticceri, un po’ meccanici, un po’ avvocati, un po’ medici? Si può essere un po’ poeti? E nel dire essere non mi riferisco alla riuscita stilistica (che può verificarsi anche privatamente) o al successo editoriale che (non sempre accade, nonostante l’eventuale maturità letteraria raggiunta) ne potrebbe scaturire. Ma proprio all’essere nel senso di vissuto. No, non mi riferisco nemmeno a un vissuto maledetto, avventuroso o scapestrato, come romanticamente ci si aspetterebbe da un Poeta che, come è noto, non scrive per vivere ma vive per poterne scrivere. Il poeta può passare inosservato, essere ignorato per gran parte della sua esistenza, vivere una vita apparentemente insignificante e sottotraccia, ma al tempo stesso essere considerato poeta da quei pochi, forse pochissimi, che riescono ad affacciarsi dal dirupo della sua anima ed esclamare “Wow!” o “Mah!”.

No, non si può saper guarnire solo alcune torte con un solo tipo di crema; non si può saper aggiustare solo alcuni tipi di motore; non si può conoscere solo una parte del codice civile; non si può conoscere solo una parte dell’anatomia umana. Non si può essere poeti solo sulla carta, quando arriva l’ispirazione e si scrivono versi, quando si pubblica una raccolta con un buon editore, quando si fa il firmacopie sentendosi (ingiustificatamente!) importanti o quando un lettore comunica il proprio entusiasmo al poeta per alcune parole felici o per dei versi che hanno colpito nel punto giusto e al momento giusto. Non si può essere ciò che si è solo quando il gioco gira nella direzione a noi gradita, agli orari e nei giorni preferiti, nelle modalità più comode; bisogna abbracciare la causa interiore in maniera costante. C’è bisogno di essere e non di sembrare ogni tanto. E si è maggiormente poeti quando non visti, addirittura quando non letti, e non per riflesso del consenso dei lettori. Si può smettere di scrivere, si può scegliere di non pubblicare più nulla, ma la ricerca resta in funzione e continua ad agire dentro e fuori il poeta. La ricerca è ascolto, è lo sguardo sul mondo (e prima o poi bisogna dare conto di questo esercizio “visivo” dell’anima), è rispetto della propria sensibilità, è il modo in cui si traduce un panorama non per forza esteriore o uno stato d’animo in parole non scritte ma solo pensate; è il modo di camminare, di non parlare, di non presenziare, di non farsi influenzare in un mondo di influencer; è stile sconosciuto ai molti, perché è più semplice mostrare la parte facile a un mondo che non ha (più?) voglia di conoscere l’altro, il poeta.

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Mare e monti

Il mare è solo una falsa
promessa di libertà,
l’orizzonte luccicante
tiene occupati gli occhi
in cerca di legni e nuovi arrivi.

La verità dell’interno
non chiede traduttori,
linee irregolari di piccoli monti
arsi al tramonto
ci separano dalle facili gioie
di salsedini guaritrici
lungo le pianeggianti equazioni scontate
di battigie interiori.

– video correlato –

“Summer of ’69” – Bryan Adams

Xavier de Maistre e i nuovi zombi

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Durante questi primi giorni di quarantena, dopo molti anni, ho voluto rileggere il breve romanzo Viaggio intorno alla mia stanza del flâneur Xavier de Maistre; seguito, nello stesso volume, da uno scritto aggiuntivo intitolato Spedizione notturna intorno alla mia stanza: costretto per ben quarantadue giorni agli arresti domiciliari – una “quarantena giudiziaria” – l’autore coglie l’occasione per ripercorrere in maniera insolita, con i sensi e l’immaginazione, i luoghi consueti del proprio abitare, l’oggettistica casalinga mai considerata come input filosofico, in un viaggio breve dal punto di vista spaziale – un appartamento, per quanto lussuoso e spazioso, ha dei confini ben definiti – ma infinito se considerato in riferimento a quello che James Ballard, alcuni secoli dopo, avrebbe chiamato inner space (spazio interiore).

Un viaggio intorno e non dentro, come suggerirebbe la logica, perché lo sguardo di de Maistre non attraversa – a mò di spada che penetra la carne – distrattamente la stanza, come accadrebbe forse durante gli spensierati giorni di una normale libertà, ma plana delicatamente sulle sue pareti, si sofferma sui mobili, sulle cose di uso quotidiano, su quelle da sempre possedute ma mai osservate e analizzate profondamente. In questo nuovo approccio silenzioso, meditativo, privato, senza pubblico, si scorge la rivalutazione di aspetti scontati, delle vicende relazionali rimosse, delle persone importanti seppellite nella memoria, degli atteggiamenti sbagliati assunti nel passato e delle false amicizie incontrate (cantava Battiato: “E quanti personaggi inutili ho indossato / Io e la mia persona quanti ne ha subiti”), delle letture fatte e quelle da fare, della condizione permanente dei poveri in strada rispetto a quella propria da recluso, temporanea e agiata, di un’asocialità scambiata per difetto e ora valorizzata al punto giusto, delle lettere giovanili rinchiuse in un cassetto e rilette…

Dalla poltrona al letto, dalla scrivania alla libreria, dalle stampe e i quadri appesi ai muri fino allo specchio, l’unico “quadro” veramente autentico – riflettente noi stessi – che non osiamo criticare; dal viaggio domestico a quello contenuto nei libri amati: una serie di viaggi nel viaggio, nel tempo e nello spazio.

“Quando viaggio nella mia stanza dunque, raramente percorro una linea retta: vado dal tavolo verso un quadro posto in un angolo; da lì mi muovo in senso obliquo per andare alla porta; ma, benché partendo la mia intenzione sia proprio quella di recarmici se lungo il percorso incontro la poltrona, non faccio complimenti, e mi ci accomodo all’istante. […] Un buon fuoco, qualche libro, delle penne; quante risorse contro la noia! E ancora che piacere dimenticare libri e penne per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, o buttando giù qualche verso per rallegrare gli amici! Le ore scivolano allora su di voi e cadono in silenzio nell’eternità, senza farvi sentire il loro triste passaggio.” Tutto contribuisce alla formazione di una nuova geografia delle piccole cose, a una cartografia riveduta e corretta del conosciuto.

Ma quello di de Maistre non è un viaggio fatto per noia, per passare il tempo (“Questo esilio forzato è stato solo un’occasione per mettermi prima in cammino” […] “… avrei preferito occuparmi di questo viaggio in un altro periodo, e che avrei scelto, per compierlo, la quaresima piuttosto del carnevale: pure, riflessioni filosofiche, mandatemi dal cielo, m’hanno molto aiutato a sopportare la privazione dei piaceri che Torino offre a bizzeffe in questi tempi di chiasso e d’agitazione.”), e nemmeno una quest, un viaggio iniziatico, perché non c’è nulla da ricercare; è già tutto lì a portata di mano o a portata d’animo. È invece un cammino necessario che valorizza il consueto, un tragitto in pantofole per vedere gli angoli soliti da un altro punto di vista. I particolari che prima sfuggivano alla cattura, ora restano impigliati nelle reti dell’osservazione ristretta per causa di forza maggiore. Dalle virtù del letto alle scoperte metafisiche sulla doppia natura – anima e bestia – dell’uomo casalingo: “Tutta l’arte d’un uomo di genio sta nel saper educare bene la propria bestia…” Una volta domata la bestia, l’anima può viaggiare da sola, in modo “d’ampliare la propria esistenza” e sconfiggere la meccanicità (Gurdjieff docet!) insita nel vivere quotidiano e routinario.

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Torneremo ancora? Purtroppo sì…!

Volevano farlo passare come il “brano dell’addio” (ma addio da cosa? da chi? dalle scene? dalla vita? ‘quale’ vita? dai “fan”? addio dagli asparagi che danno un certo odore all’urina? addio dai “clamori nel mondo moribondo”? Magari!) e in effetti lo è – un addio – anche se già aveva fatto “Testamento” ma eravamo troppo presi dal saltellare sotto il palco per accorgercene (e accettarlo); anche se il Maestro (odia sentirselo dire, ma tant’è!) Franco Battiato respira ancora e addirittura in alcuni video casalinghi si muove addirittura (con stratagemmi simili a quelli del film “Weekend con il morto”?) e sembrerebbe parlicchiare col vicino (forse sussurrandogli “Lei non ha finezza, non sa sopportare l’ebbrezza…”?). Cosa dica (o meglio ‘pensi’; ma pensa ancora?, qualcuno s’è chiesto. Ma cos’è il pensiero? È organizzarsi per la spesa e i tour da fare o assestarsi su differenti livelli di “presenza” per noi incomprensibili?. Non lo sapremo mai perché “questo” non fiata, non ci guida più, non ci dice come dobbiamo vivere! Non si fa così, Franco!) non ci è dato saperlo da un certo periodo oscuro a questa parte, nonostante i flash mob sotto casa sua per stanarlo tipo “Catch the fox” di Den Harrow.

No tranquilli, non starò qui a stonarvi ulteriormente blaterando di sciacallaggio commerciale, di infime amicizie striscianti, di calzature col rialzo, di angolazioni fotografiche per coprire l’indicibile, di silenzi telefonici (dopo i vergognosi – e inutili come la sua arte – silenzi televisivi di Celentano, vogliamo scandalizzarci per gli autorevolissimi silenzi di Battiato? Suvvia!) o di omissis familiari al limite del sequestro di persona.

Le groupies più accaldate volevano coinvolgere persino la Sciarelli di “Chi l’ha visto”, la quale si è vista costretta a replicare, dopo varie insistenze, dichiarando: “trattiamo solo casi di persone effettivamente scomparse e che non compaiono in video recenti in cui discutono con tecnici del suono o armeggiano con le bozze della copertina dell’album che sono stati ‘costretti’ a pubblicare!”.

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Vorrei solo rovinare un pochino l’atmosfera romantica e giustamente commovente che si è venuta a creare intorno all’inedito “Torneremo ancora”. Come chiese Maurizio Costanzo al mitico Califfo quando uscì l’album “Non escludo il ritorno”: <<… è una minaccia?>>. E sì perché quel “torneremo ancora” non ha – ahimè – il sapore di una speranza discografica o tournistica, di una promessa fatta agli estimatori, ai “fan” con i palloncini a forma di cuore che lo attendevano facendo le fusa a fine concerto, no. Quel “torneremo ancora” è la constatazione definitiva di una “prassi spirituale”, la dichiarazione finale (per chi non l’avesse ancora capito nonostante gli anni passati a seguirlo in ogni dove) intorno a una condanna: la nostra; è la descrizione della misera condizione umana, dell’anima dell’uomo – in quanto specie senziente – costretta a reincarnarsi di corpo in corpo, a saltellare da un corpo a un altro (se vi va bene) simile, oppure in un tubero concimato con la cacca o in una pietra su cui vanno a pisciare i cani! A trasmigrare chissà per quanto tempo “fino a completa guarigione”, canterebbe il Nostro, ovvero fino alla liberazione da una materialità che ci tiene legati a questa – diciamocelo! – stancante ciclicità.

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Intervista per “Le stanze di carta”

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Alcune domande da parte di Ilaria Cino, curatrice del blog letterario “Le stanze di carta”, mi hanno permesso di sviscerare e chiarire, spero, alcuni aspetti della mia poetica… Segue uno stralcio dell’intervista:

[…] (Ilaria Cino) In una delle sue celebri poesie W. Whitman alla fatidica domanda sul perché si scrivono versi risponde con la necessità della poesia in quanto elemento di vita e di identità. Cosa ne pensa in proposito? E quale significato attribuisce al fare poesia oggi?

Come epigrafe per la mia ultima raccolta “Pomeriggi perduti” (ed. Kolibris, 2019) ho scelto proprio questo verso piuttosto conosciuto di Whitman a cui credo Lei si stia riferendo (la poesia è O me! O vita! dalla raccolta “Foglie d’erba”). Nel marasma esistenziale, causato dagli altri, dagli eventi o semplicemente dal movimento affannato di noi povere molecole immerse nella tempesta del mondo e dell’esserci in questo spettacolo chiamato “vita” (che continuerebbe anche senza di noi), quando i flutti non ci danno tregua e ci sballottano da una parte all’altra, occorre a un certo punto dare un senso a questo caos, dargli un nome, definirlo, contribuirvi con un verso, riempirlo di contenuto. Non tanto per salvarsi, per non perdersi tra la folla o per accaparrarsi una sciocca eternità, ma soprattutto per confermare a se stessi un’identità, un modo di stare al mondo, per dare un significato al nostro vissuto (soprattutto quello invisibile), per ribadire il possesso di un territorio interiore che niente e nessuno può occupare. Identità è anche ritornare lì dove, geograficamente parlando, il tuo cognome è ricordato dai vecchi e risuona di senso. La poesia può farci ritornare.
Tempo fa, rispondendo alla domanda di un’altra intervista, all’indomani della pubblicazione della mia prima raccolta “Nessuno nasce pulito” (ed. nugae 2.0, 2016), adoperai con un certo istinto da strada la seguente frase: <<… Queste sono le mie conquiste umane, le mie esperienze e queste parole sono la mia terra!…>>. Più che un manifesto personale, una dichiarazione di guerra…Nutrire l’anima, cercare il buono del nostro stare qui, fissare il passaggio dell’uomo sulla terra: non credo che il fare poesia oggi abbia scopi differenti da quelli di altri tempi, al di là di inutili sperimentalismi fini a se stessi. Cambiano le forme, passano le epoche, ma l’animo umano è sempre lo stesso: questa cosa mi sconforta e mi rassicura al contempo. […]

Per leggere l’intera intervista: qui!

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