L’agenda

LuigiPirandello

Luigi Pirandello

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Sigmund Freud

L’agenda

dedicato a Luigi Pirandello e Sigmund Freud

L’ordine regnava indisturbato tra le pagine dell’agenda di Aldo.

Sarebbe stato difficile risalire alle origini di quell’impeto organizzativo, anche se i suoi ex compagni di scuola dichiaravano candidamente di non averlo mai sorpreso con la cartella in disordine e il diario senza i compiti elencati per materia.

Conclusi brillantemente gli studi presso il liceo classico “Orazio Flacco” di Busto Arsizio, senza battere ciglio si iscrisse alla facoltà di Storia dell’Università di Milano e polverizzando tutti i record fino ad allora monitorati dall’ateneo ambrosiano, riuscì a laurearsi con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi, chiedendo di poter anticipare di una sessione la seduta di laurea.

Fu una discussione quasi solitaria. C’erano lui, alcuni fedeli colleghi universitari, i genitori e il motivo di tanta fretta: Gisella. Si erano conosciuti tra il terzo e il quarto giorno di corso al primo anno e fu quasi subito amore.

Titolo della sua audace tesi: “La disorganizzazione tattica e logistica di Napoleone durante la campagna di Waterloo”.

Aldo aveva programmato tutto. “Non appena sarò laureato, andrò a lavorare presso l’archivio storico della Fondazione San Mauro di Abbiategrasso; il Presidente è uno zio di mamma…” – tranquillizzando Gisella sul futuro economico del loro connubio durante le soavi passeggiate domenicali lungo i Navigli.

“Per quanto riguarda la casa, non preoccuparti cara… Ho pensato a tutto io! Esattamente tra una settimana avrò un appuntamento alle 11 e 15 con l’architetto Righelli, un vecchio amico di papà, che ristrutturerà la casa della mia nonna materna. Sei contenta, amore?” – interrogava Aldo, quasi per dovere d’ufficio, la dolce Gisella che, un po’ per carattere e un altro po’ perché non riusciva assolutamente a contenere l’entusiasmante e preponderante capacità organizzativa del futuro marito, rispondeva sempre con un tenero e rilassato sorriso.

Tra Aldo e Gisella conviveva da anni una terza presenza: l’agenda di Aldo.

Una presenza discreta ma decisiva, elegante e al tempo stesso dittatoriale, senza la quale non si faceva nulla e non si andava da nessuna parte, capace di determinare, negli anni successivi al matrimonio, la definitiva e insindacabile cancellazione del verbo ‘approssimare’ dal vocabolario della coppia.

Da quella tenera e composta unione erano nate Valeriana e Clotilde: due splendide bambine di impareggiabile intelligenza e dolcezza caratteriale. Pazienti fotocopie della madre.

Dopo la morte dello zio materno, senza sortire sorpresa alcuna, Aldo fu nominato Presidente della Fondazione San Mauro così come era stato ordinato dal defunto nel suo testamento.

La vita di Aldo e Gisella era perfetta. I giorni e gli anni trascorrevano lieti e senza attriti. Le asperità e i dubbi venivano appianati con leggerezza da una sorta di dialogo telepatico o da gesti impercettibili e decifrabili solo dai membri della coppia. Il tempo non era nient’altro che un giocattolo facile da smontare e rimontare in base alla volontà del capofamiglia.

“L’esistenza è un puzzle” – ricordava la targhetta posta sulla scrivania nell’ufficio di Aldo. Bastava solo incastonare i vari pezzi di tempo nel modo giusto e l’immagine della propria giornata sarebbe apparsa in tutta la sua perfezione. Tornando da lavoro Aldo riviveva, ormai da anni, i soliti gesti collaudati: posava il cappello sulla consolle dell’entrata, salutava Gisella che si affacciava teneramente dalla sala da pranzo mostrando solo la testa, si toglieva le scarpe, s’infilava le pantofole e dopo aver appeso la giacca all’attaccapanni, indossava soddisfatto la vestaglia da camera. Rarissimi i momenti in cui invertiva la sequenza delle operazioni. Gisella ricordava solo un paio di eventi durante i quali Aldo “si lasciò prendere la mano dal tempo”: quando lo chiamò urgentemente in ufficio non appena si ruppero le acque al termine della gravidanza di Valeriana e quella volta nel Febbraio del 1983 quando la salutò affacciandosi nella sala da pranzo con ancora il cappello in testa. Piccole distrazioni perdonabili di un giovane maritino inesperto e intemperante.

La seconda metà del tardo pomeriggio Aldo la trascorreva nel suo studio privato. Confortato dal caldo abbraccio della sua vestaglia da camera preferita, si abbandonava, prima di cena, alla sua attività prediletta: l’organizzazione dell’agenda.

Aveva una bellissima agenda: i fogli erano bordati in oro e la copertina in pelle di color marrone scuro emanava un odore di stabilità storica.

Ogni giorno Aldo lucidava la copertina con un apposito prodotto svizzero che rendeva elastica la pelle e cancellava le innumerevoli impronte dopo una giornata di duro lavoro e di maneggiamenti. Il laccetto dorato che accompagnava fedele, pagina dopo pagina, il susseguirsi dei giorni non era sfilacciato alla punta come spesso accade nelle agende delle persone sciatte, ma Aldo aveva provveduto a prevenirne lo sfilacciamento con una linguetta di plastica trasparente. Abbinato al prezioso strumento di lavoro e di vita, una penna stilografica con inchiostro impeccabilmente nero regalatagli da Gisella in occasione del loro primo anniversario di matrimonio.

Aldo viveva l’intera giornata aspettando quel momento di rilassamento e di pacata confidenza con la sua amante cartacea. Si sedeva alla scrivania e sotto la luce del lume apriva con un gesto da maestro la sua meravigliosa agenda. Toglieva il cappuccio alla penna e con la precisa leggiadria di uno spadaccino depennava soddisfatto gli impegni affrontati, gli appuntamenti vissuti, le commissioni sbrigate e anche le più insignificanti azioni meticolosamente programmate il giorno prima: “ore 8:00, primo caffè con il capo settore ricerche storiche della Fondazione… fatto! Ore 10:30, riunione generale con i soci onorari della Fondazione… fatto! Ore 11:45, appuntamento con lo storico e scrittore Berardinelli per la stesura della prefazione da me curata al suo nuovo saggio intitolato Storia e tempismo storico… fatto!”

E trascinando il suo parossismo organizzativo anche nella sfera privata: “ore 16:10, riunione insegnanti-genitori; scuola media di Valeriana… fatto! Ricordare a Gisella che posso farci un salto anche io da solo. Ore 17:30, appuntamento dall’ortopedico di Clotilde per ritirare il referto… fatto! Ore 17:50, comprare fiori per Gisella… fatto! Ore 18:15, fare un unico squillo sul telefono di casa per far capire a Gisella che sto per arrivare a casa… fatto!”

Aldo non tralasciava nulla. Anche quei gesti di umana dimenticanza che possono rendere gradevole e intrigante un normale rapporto tra esseri imperfetti, Aldo li aveva eliminati fin dalla notte dei suoi tempi tardo adolescenziali.

Credeva, in questo modo, di poter controllare la propria esistenza, le sfortunate coincidenze e le sciagure di una vita lasciata al caso.

Il “Caso”: un’entità che terrorizzava Aldo. Il “buio” e il “vuoto”, nella scala delle fobie umane, potevano risultare tutto sommato piacevoli se rapportati alla insondabile e incontrollabile libertà del “Caso”. Un mostro con ventiquattro teste, quante sono le ore di una giornata, che spruzzano acidi corrosivi a base di “dolce far niente” e “svago”.

Quante vite erano state sprecate nel mondo e nel corso della storia solo perché non avevano ricevuto una adeguata e saggia programmazione. Gente che bighellonava tra le strade di un’eterna indecisione, abituata a vedere appassire i migliori anni della propria esistenza dietro bigliettini volanti e pro memoria scadenti. Menti deboli e senza futuro.

“Per fortuna che ogni anno, in occasione del Santo Natale, io regalo ai dipendenti della Fondazione… una bella agenda!” – ricordava orgogliosamente Aldo mentre osservava con sgomento dai finestrini del filobus le masse informi di persone che ondeggiavano nel mare dell’approssimazione. La sua vita, invece, era come il motore di una Ferrari e le ore della sua esistenza perfette e cadenzate come il movimento degli ingranaggi del miglior orologio svizzero.

Ma i suoi pensieri sarebbero stati, di lì a poco, sconvolti da una serie di eventi che avrebbero senz’altro minato la sua filosofia di vita apparentemente inossidabile.

Eventi che, distaccandosi dalla spiegazione razionale degli accadimenti naturali, approdavano nel tunnel buio delle ipotesi surreali.

Una sera, tornato a casa dopo una giornata di lavoro, Aldo si predispose ad assecondare il suo hobby preferito. Aprì l’agenda in corrispondenza del giorno appena trascorso e con la punta della stilografica andò alla ricerca delle voci che avevano ricevuto la dovuta attenzione e attendevano solo di essere finalmente depennate: “ore 9:00, scrivere lettera al Presidente dell’Associazione Bibliotecari della Regione Lombardia… fatto! Ore 9:46, mandare inviti al consolato spagnolo per la serata dedicata alle opere di Cervantes… fatto! Ore 10:18, toccare il sedere della segretaria…

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Viaggio in Israele

versione pdf: Viaggio in Israele

Deserto Negev 1994

“Viaggio in Israele”

Diario odepòrico

“Chi ha viaggiato conosce molte cose,

chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza.

Chi non ha avuto delle prove, poco conosce;

chi ha viaggiato ha accresciuto l’accortezza.

Ho visto molte cose nei miei viaggi;

il mio sapere è più che le mie parole.”

                                                    Siracide 34, 9-11

Prefazione

Care Lettrici, Cari Lettori.

In quest’epoca di commercio elettronico e di missioni verso Marte, rileggendo le pagine di questo diario odepòrico (dal greco hodoiporikòs ‘da viaggio’) dopo ben sette anni dal mio ritorno da Israele, ho sentito l’esigenza di metterlo in ordine, di trascriverlo in formato digitale e di arricchirlo, senza turbare eccessivamente la sua originale genuinità di strada. Potendo vedere con i vostri occhi la variegata calligrafia adoperata nel diario manoscritto, vi accorgereste delle molteplici condizioni in cui mi sono ritrovato a scrivere: su mezzi pubblici in movimento, navi ondeggianti, in ginocchio, sul letto di un albergo, sotto un albero fuori le mura di Gerusalemme… Ma la scrittura elettronica renderà tutto molto più “pulito” e “compatto”.

A volte sono stato minuzioso e sensibile ai particolari, altre volte sciatto, ripetitivo, frettoloso e troppo stanco per descrivere tutto.

Ed è per questo che, lì dove mi sono accorto di essere stato carente, ho cercato di apportare le dovute amplificazioni di testo nonostante la memoria dopo sette anni non sia più tanto chiara come nei mesi successivi al viaggio.

Il mio viaggio in Israele è solo una tra le migliaia di ipotesi di percorso che si possono effettuare in un paese particolare come quello: ciò che leggerete non vuole essere un consiglio “turistico” (per quello ci sono in commercio guide ben più precise e puntuali) o una serie di pedanti descrizioni di quegli scenari vissuti che, nonostante il mio impegno narrativo, non potrete “vedere” attraverso le parole scritte. Perché il vero viaggio, perdonate la banalità, è esserci. Spero solo di stimolare la curiosità di tutti Voi nel riscoprire la bellezza oserei dire filosofica e la profonda carica educativa insite nel viaggio stesso.

Ovunque Voi andiate.

A volte sarò distaccato e descrittivo come si dovrebbe essere nel redigere, pur non essendo questo il mio intento, un diario da viaggio “professionalmente” concepito, altre volte parlerò di cose personali, frivole, non documentate, inutili e che non credo interesseranno fino in fondo il Lettore. Ho deciso di inserire anche queste parti personali perché non voglio scindere le due componenti principali da cui il viaggio-vita è composto: la parte emotiva e quella freddamente descrittiva.

Non oso pensare che qualcuno di Voi possa usare queste pagine per ispirarsi e fare così un viaggio simile. È come se qualcuno cercasse di fare la torta di mia nonna nello stesso suo identico modo: impossibile, oltre che sciocco! Una ricetta o un viaggio sono esperienze uniche perché vengono personalizzate dal tocco che ognuno di noi dà alle proprie scelte, enogastronomiche e turistiche. Se metto un po’ più di zucchero ho già personalizzato la torta; così se durante un viaggio prendo una decisione unica e irripetibile oppure provo un’emozione in un preciso momento, ho reso quel viaggio unico e personale. Ma vale per ogni aspetto dell’esistenza.

Questo non è il riassunto di una gita “parrocchiale” in Terra Santa o il resoconto dell’osservazione geopolitica di un inviato dell’O.N.U sulla crisi arabo-israeliana. È molto più semplicemente l’esperienza di uno studente che ha voglia di uscire di casa per vivere qualcosa di unico e che ricorderà per tutta la vita.

Tempo fa, leggendo “Viaggio in Basilicata (1847)” di Edward Lear, ho capito che l’essere prolissi e dispersivi è tipico di chi vuole annoiare e non vuole trasmettere nulla. Mi ha colpito la semplicità di quel diario e l’essenzialità della penna di uno scrittore e pittore sceso in Italia meridionale – quando era di moda il Grand Tour – per sperimentare sul campo la sua scrittura itinerante e le sua matita di paesaggista, e per cogliere “spicchi inediti” di una terra a quell’epoca pochissimo conosciuta e avventurosa. Lungi dal voler o poter solo pensare di emulare tale artista, cercherò di riportare cose viste dai miei occhi e forse già note a tutti Voi, o forse no, e altre cose che mai nessun telegiornale o documentario potrà mai evidenziare.

Forse, anzi molto probabilmente, Vi annoierò a morte con alcune mie ingenue considerazioni o riportando particolari su cui sarebbe stato più saggio tacere; ed è per questo che fin da ora chiedo venia a tutti Voi, Lettrici e Lettori capitati in queste pagine per caso o per empatia, per curiosità o per compassione nel vedere dove voglio andare a parare.

Michele Nigro                    

Battipaglia, 21/04/2001

  ♦

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Limbico on the moon

NPG x125527; Arthur Koestler by Ida Kar

If you believed they put a man on the moon, man on the moon.
If you believe there’s nothing up my sleeve, then nothing is cool.

(R.E.M. – Man on the moon)


Un cervello ancestrale pulsa
sotto le viscere della coscienza.
Rozzi istinti primordiali e antiche memorie
riemergono prepotenti
dalle mode della neocorteccia.
Confusione e conflitto
tra nuovi pensieri e gesti antenati,
nel mammifero superiore
persiste l’utopia del controllo.

Rettili in giacca e cravatta
inviano sonde su lontani pianeti,
testimoni meccanici
di un riuscito errore evolutivo.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(immagine: Arthur Koestler FONTE)

– video correlato –

“Man on the moon” – R.E.M.

Cartine

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C’è gente che non lascia
spazi liberi o sedie vuote
tra una morte e l’altra
tra la morte e la vita nuova,
distratti, multitasking, a ruota
non libera, senza tasche d’ozio,

l’aborrire le pause musicali
su spartiti quotidiani da spartire
crea rumori esistenziali
e false felicità indaffarate.

Preferisco le cartine fisiche,
piene di verde e rilievi che pare
di toccarli sotto le dita della fuga,
a quelle politiche decise a tavolino
colorate, innaturali, piatte
irreali come mutanti ideologie d’uomo
sorde allo scavo secolare e paziente
della parola.

(immagine: L’Italia, Luglio 2100)

– video correlato –

“La bandiera” – Edoardo Bennato

“Nato il Quattro Luglio”, di Ron Kovic

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Gli ideali politici, religiosi, filosofici, anche quelli più strutturati, prima o poi, cadono inesorabilmente dinanzi alle esigenze naturali dell’esistenza, agli istinti semplici che ci definiscono in qualità di esseri basilari, di animali. Possono cadere lentamente, senza far rumore, con una gradualità pacifica che nasce da un contro-ragionamento deciso e anch’esso ben costruito nel tempo, oppure accompagnati da uno schianto tremendo, da un dolore lancinante, da una sconfitta personale che si propaga come un violento incendio a una visione generale del proprio mondo valoriale che sembrava inattaccabile. L’autoreferenzialità di chi vuole diventare a tutti i costi il numero uno, il campione degli interventisti, l’eroe di riferimento della comunità, il paladino della propria chiesa, deve cedere il passo alla verità di una realtà non voluta ma reale, all’assurdità dell’errore che ci rende tragicamente ridicoli, alla caducità del proprio corpo rotto, al limite difficile da accettare di una gloria presunta e immaginata attraverso i fumetti e il cinema, alla pochezza che c’è nell’essere semplicemente umani e vincibili.

“Perché la vita non è come nei film: la vita è più difficile!” rivela con disincanto un personaggio del film Nuovo Cinema Paradiso al suo giovane amico che si affaccia alla disillusione della vita. In un mondo innamorato della parola resilienza, Ron Kovic (nella foto sopra, con in mano la bandiera americana rovesciata, FONTE), autore e protagonista del romanzo autobiografico “Nato il Quattro Luglio”, rappresenta l’ideale di resiliente, di uomo spezzato nel corpo e nel cuore che, dopo aver incassato un duro colpo dalla vita che egli ha scelto e aver ingoiato una sconfitta irreversibile, comincia un doloroso, catartico e interessante viaggio di decostruzione delle proprie convinzioni politiche, patriottiche, religiose, sociali… Come una sorta di San Francesco del XX secolo, Ron Kovic parte per la guerra in Vietnam pieno di fede cristiana, di genuino e baldanzoso patriottismo anticomunista e di goliardica sicurezza nella propria posizione nell’universo, per poi ritornare a casa ferito nel corpo e nell’anima ma con una nuova visione di se stesso e dell’umanità che pensava di dover difendere da un nemico costruito a tavolino.

È il potere taumaturgico della sconfitta che apre nuovi canali interiori, che rovista tra i ricordi d’infanzia per cercare di salvare il buono sopravvissuto alla tragedia, che resetta le convinzioni di chi non ha mai provato la vera perdita. E se le convinzioni sono state poste nei luoghi alti e inaccessibili dell’immagine che si ha di sé, più forte sarà il tonfo prodotto quando, cadendo, raggiungeranno il suolo. A differenza di un altro “famoso” reduce, John Rambo – frutto però della penna e dell’immaginazione di David Morrell -, Ron Kovic, anche a causa del proprio handicap irreversibile che lo costringe su una sedia a rotelle, sublima la propria rabbia, e l’indignazione nel non essere compreso dai propri connazionali e trattato con dignità da quello stesso governo che lo ha spedito in guerra, prima in un’umile, appartata, umana disperazione e in seguito in forza sociale, in una voglia di riscatto da vivere non in solitudine ma insieme agli altri fratelli reduci. Ron Kovic passa dalla ricerca spasmodica e tutta personale di una normalità che è ormai solo un ricordo, all’accettazione piena e rassegnata di una condizione insanabile che diventa protesta politica, lotta aperta verso certi capisaldi ideologici coltivati in passato con ingenua e cieca determinazione, manifestazione pubblica di un dissenso non più privato per cercare di evitare ulteriori dolori a una generazione decimata, di bloccare il ritorno in patria di altri corpi spezzati, rotti come giocattoli dimenticati, sospesi in una non vita seppur vivi.

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Colorito locale

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Non me ne vergognerò
e non laverò via
il colorito locale
dai versi parlati,

come grida di strada
come bisogni urgenti
li urlerò
con la lingua degli avi
e l’accento del vissuto
capitato tra l’università
e il vicolo contrabbandiere,
tra l’accademico e lo sguaiato.

(immagine: “Vucciria”, di Renato Guttuso – 1974)

Burqa virale: la rivincita degli sguardi

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“Burqa virale”

(La rivincita degli sguardi)

Bizzarra è la vita.

Criticavamo fino a poche settimane fa (e a dire il vero sarebbe bene continuare a farlo anche nei giorni a seguire) la scelta pseudoreligiosa e culturale di una certa parte di mondo, di coprire il corpo e soprattutto il volto delle proprie donne, di negarli alla pubblica vista per un male interpretato rispetto divino e per proteggere – dicono – il gentil sesso dal disonore di una tentazione e dagli sguardi voluttuosi della metà maschile del cielo. Dal “semplice” velo (hijab) al burqa, diverse sono le gradazioni intermedie di annullamento della persona femmina: in alcuni casi, dal momento che gli sguardi da soli – se la donna ci sa fare – possono fare comunque non pochi “danni” in chi si abbandona al dolce linguaggio degli occhi, si sono inventati una finestrella che simula la grata attraverso la quale le nostre monache di clausura potevano partecipare senza muoversi dal convento, non viste, alle funzioni religiose celebrate nella chiesa sottostante. Secondo i maschi teocratici la donna (ovvero la sua personalità) non sarebbe annullata da tale “moda” antica, anzi aumenterebbe il proprio potere nel difendersi, nell’osservare il mondo senza essere scrutata in maniera indecente. La donna, “angelo della casa”, in versione 41-bis portatile.

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Vestigia

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Iura sepulcrorum

I terreni sacri
ingrassati da energie
vissute, capelli e dolori muti
misti a pioggia e fiori marci
oggi sono ritagli ordinati
di cemento familiare nel grigio
cuore della montagna scavata.

Tutt’intorno il consueto
traffico delle umane fasi
le diatribe e gli insulti di classe
le leggi e l’istinto vestito bene,

prenotiamo orari per visitare ossa
tra i respiri lapidari degli assenti
in fervente attesa, quasi tutti
di normali ritorni alla dannazione.

“Cast Away” e la retorica del saremo migliori

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“Cast Away” e la retorica del saremo migliori.

 Alla mia Kelly

In questi giorni di quarantena, in tv e sul web, è tutto un gran pullulare di messaggi retorici del tipo: “ce la faremo!”, “ne usciremo!”, “andrà bene!”, “saremo migliori!” e altre simili, doverose, confortanti ingenuità. C’è chi dice – vedi Guccini, Arminio e altri – che non saremo migliori affatto, che l’umanità, una volta passato il pericolo, tornerà lentamente alle sue precedenti abitudini, buone o cattive che fossero; che l’uomo per sua natura, pur essendo un sapiens, dimentica presto, o meglio, si ri-adatta alle nuove condizioni imposte dai governi e dalle emergenze a tempo determinato, continuando nel sottocutaneo ad aggirare il vero cambiamento, quello profondo e permanente, a favorire se stesso e le proprie egoistiche comodità. In poche parole saremo come quelli che in questi giorni per strada portano la mascherina sotto il mento o sulla fronte: ci innamoreremo dell’idea fasulla di fare il nostro dovere, di “portare la mascherina” per salvare il mondo, ma in fondo torneremo a essere gli imbroglioni di sempre, e le prime persone che torneremo a imbrogliare sono proprio quelle che vediamo riflesse nello specchio del bagno: noi stessi.

No, no, fermi tutti: questo post non vuole essere una paternale in stile De Luca o un “fare nome e cognome” alla premier Conte. Niente affatto. Se state pensando di interrompere la lettura a causa di questa premessa, vi prego di non farlo, di avere fede e di arrivare fino in fondo. Allo stesso modo vi chiederei di non catalogare subito come pessimistico il mio pensiero: parlo di “retorica del cambiamento” a ragion veduta, perché la vera evoluzione interiore viaggia su altre frequenze, alla maggior parte di noi sconosciute. La “mutazione pratica” che la nostra società dovrà subire sarà legata solo ed esclusivamente a una questione di cautela nei confronti di una convivenza forzata tra noi e Covid-19, in attesa di strumenti migliori per combatterlo, isolarlo, tenerlo a bada, studiarlo, renderlo inoffensivo, possibilmente distruggerlo in caso di “incontro” ravvicinato. Quarantena e convivenza forzata che, inaspettatamente per molti, stanno rappresentando occasioni preziose per rivalutare priorità, riscoprire stili di vita arrugginiti, gesti antichi (come leggere!), abitudini impolverate (come ascoltare un vinile!), pratiche culturali in disuso, hobby e “fai da te”, affetti o vecchi rancori, varchi meditativi pieni di ragnatele, riflessioni impegnate offerte dal disimpegno; per riflettere su un prima e un dopo, per ripercorrere gli errori planetari in materia di ecologia, di sfruttamento energetico, di comportamento consumistico del singolo o di intere popolazioni.

Ci stupiamo del ritorno di una certa natura, animale e vegetale, relegata ai margini, ghettizzata, scacciata e schiacciata, rinchiusa in riserve delimitate dal nostro via vai, dai nostri affari, dal nostro traffico di specie superiore, senziente e intelligente; realizzando che, forse, i virus più dannosi presenti su questo pianeta siamo proprio noi.

Il rallentamento delle nostre attività, personali e comunitarie, questo immobilismo forzato, ci indurranno a una riflessione in grado di renderci migliori in futuro? La maggior parte di noi tornerà a fare esattamente quello che faceva prima, e non vedo perché non dovrebbe essere così, però con un’accortezza maggiore e un’esperienza segnante sulle spalle capace di stimolare una salutare critica non solo teorica ma addirittura pragmatica; altri, invece, torneranno in gara ancor più nevroticamente e con una dose raddoppiata di violenza inespressa a causa dell’inazione e dell’energia non spesa: durante i primi tempi del ritorno alla normalità non mancheranno gesti inconsulti, reazioni spropositate, rigurgiti ritardatari di autodiscipline maldigerite. O forse no…

Perché un’esperienza forzata dovrebbe renderci migliori?

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Xavier de Maistre e i nuovi zombi

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Durante questi primi giorni di quarantena, dopo molti anni, ho voluto rileggere il breve romanzo Viaggio intorno alla mia stanza del flâneur Xavier de Maistre; seguito, nello stesso volume, da uno scritto aggiuntivo intitolato Spedizione notturna intorno alla mia stanza: costretto per ben quarantadue giorni agli arresti domiciliari – una “quarantena giudiziaria” – l’autore coglie l’occasione per ripercorrere in maniera insolita, con i sensi e l’immaginazione, i luoghi consueti del proprio abitare, l’oggettistica casalinga mai considerata come input filosofico, in un viaggio breve dal punto di vista spaziale – un appartamento, per quanto lussuoso e spazioso, ha dei confini ben definiti – ma infinito se considerato in riferimento a quello che James Ballard, alcuni secoli dopo, avrebbe chiamato inner space (spazio interiore).

Un viaggio intorno e non dentro, come suggerirebbe la logica, perché lo sguardo di de Maistre non attraversa – a mò di spada che penetra la carne – distrattamente la stanza, come accadrebbe forse durante gli spensierati giorni di una normale libertà, ma plana delicatamente sulle sue pareti, si sofferma sui mobili, sulle cose di uso quotidiano, su quelle da sempre possedute ma mai osservate e analizzate profondamente. In questo nuovo approccio silenzioso, meditativo, privato, senza pubblico, si scorge la rivalutazione di aspetti scontati, delle vicende relazionali rimosse, delle persone importanti seppellite nella memoria, degli atteggiamenti sbagliati assunti nel passato e delle false amicizie incontrate (cantava Battiato: “E quanti personaggi inutili ho indossato / Io e la mia persona quanti ne ha subiti”), delle letture fatte e quelle da fare, della condizione permanente dei poveri in strada rispetto a quella propria da recluso, temporanea e agiata, di un’asocialità scambiata per difetto e ora valorizzata al punto giusto, delle lettere giovanili rinchiuse in un cassetto e rilette…

Dalla poltrona al letto, dalla scrivania alla libreria, dalle stampe e i quadri appesi ai muri fino allo specchio, l’unico “quadro” veramente autentico – riflettente noi stessi – che non osiamo criticare; dal viaggio domestico a quello contenuto nei libri amati: una serie di viaggi nel viaggio, nel tempo e nello spazio.

“Quando viaggio nella mia stanza dunque, raramente percorro una linea retta: vado dal tavolo verso un quadro posto in un angolo; da lì mi muovo in senso obliquo per andare alla porta; ma, benché partendo la mia intenzione sia proprio quella di recarmici se lungo il percorso incontro la poltrona, non faccio complimenti, e mi ci accomodo all’istante. […] Un buon fuoco, qualche libro, delle penne; quante risorse contro la noia! E ancora che piacere dimenticare libri e penne per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, o buttando giù qualche verso per rallegrare gli amici! Le ore scivolano allora su di voi e cadono in silenzio nell’eternità, senza farvi sentire il loro triste passaggio.” Tutto contribuisce alla formazione di una nuova geografia delle piccole cose, a una cartografia riveduta e corretta del conosciuto.

Ma quello di de Maistre non è un viaggio fatto per noia, per passare il tempo (“Questo esilio forzato è stato solo un’occasione per mettermi prima in cammino” […] “… avrei preferito occuparmi di questo viaggio in un altro periodo, e che avrei scelto, per compierlo, la quaresima piuttosto del carnevale: pure, riflessioni filosofiche, mandatemi dal cielo, m’hanno molto aiutato a sopportare la privazione dei piaceri che Torino offre a bizzeffe in questi tempi di chiasso e d’agitazione.”), e nemmeno una quest, un viaggio iniziatico, perché non c’è nulla da ricercare; è già tutto lì a portata di mano o a portata d’animo. È invece un cammino necessario che valorizza il consueto, un tragitto in pantofole per vedere gli angoli soliti da un altro punto di vista. I particolari che prima sfuggivano alla cattura, ora restano impigliati nelle reti dell’osservazione ristretta per causa di forza maggiore. Dalle virtù del letto alle scoperte metafisiche sulla doppia natura – anima e bestia – dell’uomo casalingo: “Tutta l’arte d’un uomo di genio sta nel saper educare bene la propria bestia…” Una volta domata la bestia, l’anima può viaggiare da sola, in modo “d’ampliare la propria esistenza” e sconfiggere la meccanicità (Gurdjieff docet!) insita nel vivere quotidiano e routinario.

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