Sulle fiction italiane, per Pangea.news

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Il mio articolo “Commissari, preti e carabinieri in tv… e quell’Italia che non esiste” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

Commissari, preti e carabinieri in tv… e quell’Italia che non esiste

commissari e carabinieri in tv

Commissari e carabinieri, commissarie e “carabiniere” (o carabinieresse? Chiederò alla Boldrini!), magistrati e magistrate, preti e suore… Mancano all’appello solo, da quel che so, le fiction sulla guardia di finanza, la protezione civile e le piccole sorelle dell’esercito di Gesù, e poi il quadro telenarrativo sull’argomento “eroi in divisa, toga e tonaca” potrebbe considerarsi quasi completo. Nella tv italiana c’è un gran pullulare di racconti televisivi dedicati a figure sociali familiari, a simboli istituzionali immarcescibili che in fin dei conti ci fanno stare bene e ci ricordano la nostra stessa vita: durante le processioni del santo patrono in prima fila ci sono il prete, il sindaco e i carabinieri; e poi viene il popolo. Lo stesso accade in tv.

Ma tutti questi personaggi televisivi oscillanti tra il “sacro” e il laico, hanno un’importante caratteristica che li accomuna: agiscono in un’Italia che non esiste. Loro stessi non esistono, sono quasi impersonali nel loro essere al di sopra del reale; rappresentano spesso l’Italia che vorremmo. Non è un fatto nuovo: anche i personaggi di Giovannino Guareschi agivano, se le davano e si agitavano in un’Italia abbastanza irreale e perfettamente divisa in due blocchi, quello cattolico e quello comunista; sappiamo però che la realtà era molto più complessa e variegata, tragica e poco romantica. I personaggi di questi encomiabili e a volte gradevoli prodotti televisivi nostrani appartengono a un’Italia ideale e idealizzata, o forse sarebbe più corretto dire stilizzata, asciutta, semplificata per ragioni non solo di sceneggiatura (anche se in alcuni casi sarebbe più corretto parlare di scemeggiatura, dal momento che certe stilizzazioni rasentano l’offesa intellettiva dello spettatore). C’è come un bisogno, da parte di registi e produttori, di assicurare al pubblico un prodotto predigerito, di trasporre in maniera teatrale – ma su scenari non teatrali bensì realistici – una narrazione nata già semplificata dalla penna degli autori: la semplificazione della semplificazione. È chiaro che il risultato finale non può che essere un prodotto lineare, pulito, pur nella complessità delle trame e delle indagini che quelle tentano di raccontare alla voracissima casalinga di Voghera che attende le sue fiction in prima serata come un premio di fine giornata.

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“Noi credevamo” di Anna Banti: romanzo sul disincanto catartico

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In quest’epoca di politica twittata e di appiattimento ideologico, leggere Noi credevamo di Anna Banti è come fare un viaggio salutare alle origini dell’idealismo, per vivisezionarne le cause, i propositi, forse comprenderne i fallimenti. Il Risorgimento è solo un pretesto, uno scenario storico facilmente sostituibile benché caro a ogni italiano degno di essere definito tale e amante della propria storia: la formazione dell’uomo rivoluzionario, tuttavia, resta un mistero; solo verso la fine del romanzo l’autrice avanza ipotesi da ripescare nell’adolescenza di Domenico Lopresti – il protagonista del romanzo –, nelle “favole risorgimentali” ascoltate per bocca dei protagonisti di altre vicende duosiciliane perdute nel tempo, nell’impronunciabile ombra di un padre carbonaro scomparso troppo presto, nella scoperta dell’amore platonico che è il carburante non dichiarato dell’idealismo politico. Il risultato di un coacervo di ideali, puri e non inquinati dall’informazione lenta di un’epoca lontana dalla nostra ma che ne determina gli esiti, destinati a schiantarsi contro le mura inesorabili della Storia decisa da chi è più potente e veloce. Quello che desideriamo, e che giudichiamo giusto per tutti, contro quello che è materialmente necessario per altri, per pochi, per forze in campo capaci di sfruttare gli idealismi.

A cosa sono serviti i sacrifici, le morti, le inimicizie, le lotte clandestine, l’azione eversiva, i rischi corsi, i “maestri” idealizzati, le delusioni causate dai tradimenti di chi consideravamo compagni e fratelli, le sofferenze del carcere borbonico, se alla fine la società ottenuta, partorita da patriottiche unità scritte a tavolino da chi non è realmente interessato a una vera Unità, è deludente forse più di quella che si va a sostituire? Si sostituisce un re con un altro re solo per accorgersi che il problema risiede nella natura (quella sì, difficilmente sostituibile) dell’uomo, nella sua ancestrale immutabilità dinanzi agli eventi storici e ai nobili ideali rivoluzionari, nel suo scoraggiante e rassegnato immobilismo che è terreno fertile per i conquistatori di turno. Allora non resta che riesumare in vecchiaia, scrivendoli su carta, i ricordi di un insieme che non ha prodotto i cambiamenti sperati, di un noi laicamente credente presso cui riscaldarsi come davanti a un fuoco interiore resistente al tempo e al disincanto. Ogni epoca avrebbe bisogno di un “Garibaldi ideale” da attendere, di una nazione migliore da costruire, di un sistema politico che non sia solo la successione del precedente, di una “Città del Sole” di campanelliana memoria sul cui modello costruire la repubblica sognata, idealizzata, desiderata per sé e gli altri: e invece ci si adatta a un’unità malriuscita, a una sgangherata annessione che è ben lontana dall’ideale italico coltivato dalla cultura classica. Il Dante letto e riletto da Lopresti in carcere ne è la traccia letteraria.

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Viaggio in Israele

versione pdf: Viaggio in Israele

Deserto Negev 1994

“Viaggio in Israele”

Diario odepòrico

“Chi ha viaggiato conosce molte cose,

chi ha molta esperienza parlerà con intelligenza.

Chi non ha avuto delle prove, poco conosce;

chi ha viaggiato ha accresciuto l’accortezza.

Ho visto molte cose nei miei viaggi;

il mio sapere è più che le mie parole.”

                                                    Siracide 34, 9-11

Prefazione

Care Lettrici, Cari Lettori.

In quest’epoca di commercio elettronico e di missioni verso Marte, rileggendo le pagine di questo diario odepòrico (dal greco hodoiporikòs ‘da viaggio’) dopo ben sette anni dal mio ritorno da Israele, ho sentito l’esigenza di metterlo in ordine, di trascriverlo in formato digitale e di arricchirlo, senza turbare eccessivamente la sua originale genuinità di strada. Potendo vedere con i vostri occhi la variegata calligrafia adoperata nel diario manoscritto, vi accorgereste delle molteplici condizioni in cui mi sono ritrovato a scrivere: su mezzi pubblici in movimento, navi ondeggianti, in ginocchio, sul letto di un albergo, sotto un albero fuori le mura di Gerusalemme… Ma la scrittura elettronica renderà tutto molto più “pulito” e “compatto”.

A volte sono stato minuzioso e sensibile ai particolari, altre volte sciatto, ripetitivo, frettoloso e troppo stanco per descrivere tutto.

Ed è per questo che, lì dove mi sono accorto di essere stato carente, ho cercato di apportare le dovute amplificazioni di testo nonostante la memoria dopo sette anni non sia più tanto chiara come nei mesi successivi al viaggio.

Il mio viaggio in Israele è solo una tra le migliaia di ipotesi di percorso che si possono effettuare in un paese particolare come quello: ciò che leggerete non vuole essere un consiglio “turistico” (per quello ci sono in commercio guide ben più precise e puntuali) o una serie di pedanti descrizioni di quegli scenari vissuti che, nonostante il mio impegno narrativo, non potrete “vedere” attraverso le parole scritte. Perché il vero viaggio, perdonate la banalità, è esserci. Spero solo di stimolare la curiosità di tutti Voi nel riscoprire la bellezza oserei dire filosofica e la profonda carica educativa insite nel viaggio stesso.

Ovunque Voi andiate.

A volte sarò distaccato e descrittivo come si dovrebbe essere nel redigere, pur non essendo questo il mio intento, un diario da viaggio “professionalmente” concepito, altre volte parlerò di cose personali, frivole, non documentate, inutili e che non credo interesseranno fino in fondo il Lettore. Ho deciso di inserire anche queste parti personali perché non voglio scindere le due componenti principali da cui il viaggio-vita è composto: la parte emotiva e quella freddamente descrittiva.

Non oso pensare che qualcuno di Voi possa usare queste pagine per ispirarsi e fare così un viaggio simile. È come se qualcuno cercasse di fare la torta di mia nonna nello stesso suo identico modo: impossibile, oltre che sciocco! Una ricetta o un viaggio sono esperienze uniche perché vengono personalizzate dal tocco che ognuno di noi dà alle proprie scelte, enogastronomiche e turistiche. Se metto un po’ più di zucchero ho già personalizzato la torta; così se durante un viaggio prendo una decisione unica e irripetibile oppure provo un’emozione in un preciso momento, ho reso quel viaggio unico e personale. Ma vale per ogni aspetto dell’esistenza.

Questo non è il riassunto di una gita “parrocchiale” in Terra Santa o il resoconto dell’osservazione geopolitica di un inviato dell’O.N.U sulla crisi arabo-israeliana. È molto più semplicemente l’esperienza di uno studente che ha voglia di uscire di casa per vivere qualcosa di unico e che ricorderà per tutta la vita.

Tempo fa, leggendo “Viaggio in Basilicata (1847)” di Edward Lear, ho capito che l’essere prolissi e dispersivi è tipico di chi vuole annoiare e non vuole trasmettere nulla. Mi ha colpito la semplicità di quel diario e l’essenzialità della penna di uno scrittore e pittore sceso in Italia meridionale – quando era di moda il Grand Tour – per sperimentare sul campo la sua scrittura itinerante e le sua matita di paesaggista, e per cogliere “spicchi inediti” di una terra a quell’epoca pochissimo conosciuta e avventurosa. Lungi dal voler o poter solo pensare di emulare tale artista, cercherò di riportare cose viste dai miei occhi e forse già note a tutti Voi, o forse no, e altre cose che mai nessun telegiornale o documentario potrà mai evidenziare.

Forse, anzi molto probabilmente, Vi annoierò a morte con alcune mie ingenue considerazioni o riportando particolari su cui sarebbe stato più saggio tacere; ed è per questo che fin da ora chiedo venia a tutti Voi, Lettrici e Lettori capitati in queste pagine per caso o per empatia, per curiosità o per compassione nel vedere dove voglio andare a parare.

Michele Nigro                    

Battipaglia, 21/04/2001

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“La spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini

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Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/

Me ne andavo al mattino a spigolare,/ quando ho visto una barca in mezzo al mare:/
era una barca che andava a vapore;/ e alzava una bandiera tricolore;/
all’isola di Ponza s’è fermata,/ è stata un poco e poi si è ritornata;/
s’è ritornata ed è venuta a terra;/ sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra./

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,/ ma s’inchinaron per baciar la terra,/
ad uno ad uno li guardai nel viso;/ tutti aveano una lagrima e un sorriso./
Li disser ladri usciti dalle tane,/ ma non portaron via nemmeno un pane;/
e li sentii mandare un solo grido:/ «Siam venuti a morir pel nostro lido»./

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro/ un giovin camminava innanzi a loro./
Mi feci ardita, e, presol per la mano,/ gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»/
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,/ vado a morir per la mia patria bella»./
Io mi sentii tremare tutto il core,/ né potei dirgli: «V’aiuti ‘l Signore!»/

Quel giorno mi scordai di spigolare,/ e dietro a loro mi misi ad andare./
Due volte si scontrar con li gendarmi,/ e l’una e l’altra li spogliar dell’armi;/
ma quando fur della Certosa ai muri,/ s’udirono a suonar trombe e tamburi;/
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille/ piombaro loro addosso più di mille./

Eran trecento, e non voller fuggire;/ parean tremila e vollero morire;/
ma vollero morir col ferro in mano,/ e avanti a lor correa sangue il piano:/
fin che pugnar vid’io per lor pregai;/ ma un tratto venni men, né più guardai;/
io non vedeva più fra mezzo a loro/ quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro./

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/

Da bocca a bocca

Da bocca a bocca
da banco a banco
da Ustica a Ustica
da scuola a scuola
da virologo a virologo
da psichiatra a psichiatra
da capra a capra
da ministra a ministra
da donna a donna
da cuore a cuore
da miliardo a miliardo
da ombrellone a ombrellone
da me a me

qual è la giusta distanza
per evitarmi, non incontrarmi
nei corridoi dell’assurdo
per stare lontano da voi
da questo mondo bizzarro
dai suoi pupari sudati
dai burocrati che fanno sgambetto

da orecchio a orecchio
da occhio a occhio
da mento a mento
da vagina a vagina
da cazzo a cazzo
da uomo a uomo
da pianeta a pianeta

qual è il metro da usare a fine scena
per morire in pace, sotto i raggi di Luna
tra un mojito e uno spritz caldo
tra il mio silenzio e la storia già morta?

Combattere la Mafia…

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Come si combatte l’illegalità e quindi la mafia? Voi direte, giustamente, sequestrando beni, arrestando esponenti della Cupola, indagando, spezzando reti, stanando latitanti, sfruttando le rivelazioni dei pentiti, intercettando, investigando, “seguendo il denaro”, allestendo maxi-processi, emettendo sentenze, facendo Giustizia… Tutti provvedimenti attuabili e di fatto attuati dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine, dallo Stato, e che fanno notizia.
Poi ci sono provvedimenti privati, sottotraccia, quasi banali ma che banali non sono, scelte personali che non fanno notizia, all’apparenza ridicole se pensiamo alla mafia solo come a un’organizzazione che spara e uccide e non innanzitutto come a un “atteggiamento”, a una “dittatura bianca” delle coscienze che si presenta in giacca e cravatta con piglio dirigenziale.

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Distanziamento sociale nel film “The Village”

Pubblicata tre anni fa sul sito L’Ottavo.it con il titolo “The Village e le paure dell’America di oggi”, questa breve recensione filmica potrebbe offrirsi a una rilettura in chiave “post-covid”, passando dal simbolismo trumpiano di un nemico costruito per motivi geopolitici, economici e di conseguenza elettorali interni, a un’esigenza reale, attualissima, scientifica e culturale al contempo; alla realizzazione di quello che abbiamo imparato a definire in questi mesi “distanziamento sociale”. Non più visti come disvalori, punizioni corporali, torture psichiche ma addirittura – moderatamente, senza esagerare! – come opportunità per una preziosa riscoperta di visuali alternative finora trascurate, il distanziamento sociale di tipo nazionale, l’autoisolamento turistico, la quarantena dalle abitudini consumistiche e dalla moda comportamentale, potrebbero rappresentare interessanti punti di partenza non per un arroccamento misantropico tendente al sociopatico o per scadere in un provincialismo esasperante e miope di stampo sovranista o in una quaccherizzazione della socialità, bensì per una salutare ricerca inedita nelle terre interne dell’inconsueto, per una valorizzazione di quei territori culturalmente sottovalutati, delle snobbate distanze brevi, per una risalita delle correnti fino alla fonte di ciò che pensiamo di conoscere e che invece abbiamo rimosso dai nostri itinerari interiori ed esteriori.

Saggio è in questi giorni l’invito, politico e culturale, a una riscoperta del nostro paese; non si tratta di “patriottismo” economico, di una sollecitazione fascistissima a un “consumismo interno”; c’è di più: è un invito a volersi bene non come mero atto buonista, a proteggersi l’un l’altro, a coltivare un senso d’appartenenza stavolta non deleterio, non uniformante, a riscoprire il “villaggio Italia” perché in questo periodo d’emergenza abbiamo capito che, nonostante la globalizzazione, nonostante le difficoltà interne e le bassezze di certi nostri connazionali, non ci si salva che da soli, da dentro in qualità di nazione, dall’interno del bosco, o meglio, passando al bosco (non per forza in termini addirittura jungheriani), lì dove vivono gli altri membri della nostra comunità, senza attendere aiuti esterni o interventi romantici e idealistici da parte di comunità immaginarie, all’atto pratico inesistenti o ritardatarie (vedi quella europea). 

È bello stare al caldo, affidarsi a riti sicuri e regole salde, accolti dal morbido abbraccio di una coperta comunitaria in cui tutto sembra riproporsi come nuovo, spinti dall’onda emotiva di una inflazionata ripartenza; anche se conosciamo la corruttibilità dell’animo umano, anche se per un po’ torneremo a riscoprirci senza coltivare illusioni a lunga percorrenza. Presto questi riabilitati gesti conservativi verranno nuovamente messi da parte: prima o poi, tra una fase e l’altra, ritorneranno di moda l’audacia e l’esotismo. E con essi forse, anzi sicuramente, anche una buona dose di stupida normalità.

locandina

“The Village”

(2004)

regia di M. Night Shyamalan

 

Dividerei la trama di questo interessante thriller psicologico in due momenti principali: quello dell’incanto e quello di un necessario e imprevisto disincanto. La storia si svolge a Convigton, un villaggio nella Pennsylvania del XIX secolo, la cui popolazione vive in serenità, protetta da regole nate insieme al villaggio, circondata da un bosco in cui è vietato inoltrarsi: un antico accordo di reciproca “non invadenza” ha confermato negli anni una pacifica convivenza con le creature misteriose che lo abitano. L’incanto consiste proprio nel credere in questo accordo e nella paura su cui è fondato, nelle regole stabilite dagli anziani della comunità che assicurano a tutti un’esistenza in equilibrio con la natura, con la tradizione che non offre spiacevoli sorprese. Ma il male, la gelosia, la curiosità, sono caratteristiche insite nell’essere umano, anche nel più puro, in quello coltivato sotto la serra dell’innocenza.

Lucius, uno dei giovani del villaggio, introverso e ribelle, è innamorato di una ragazza non vedente, Ivy, figlia di uno dei più autorevoli e influenti anziani fondatori del villaggio. Anche Noah, giovane affetto da turbe mentali, si è invaghito di Ivy e in preda alla gelosia accoltella Lucius. Ed è da questo preciso istante che inizia la fase del disincanto: per salvare la vita di Lucius occorrono farmaci che è possibile trovare solo in una fantomatica città al di là del bosco, fino a quel momento irraggiungibile – e di fatto mai raggiunta da nessuno degli abitanti – a causa dei divieti che circondano Convigton.

Ivy, pur essendo cieca, si offre per andare in città: il padre, infrangendo la regola cardine che assicura tranquillità al villaggio, svela a Ivy che le creature innominabili abitanti il bosco proibito sono in realtà un’invenzione degli anziani per tenere lontani gli altri covillici dalla cosiddetta civiltà. Forte di questa rivelazione sconvolgente, Ivy raggiunge la fine del bosco e finalmente entra in contatto con un primo abitante della città: la sua cecità non le permetterà di accorgersi che quel cittadino incontrato per caso è un ranger del XX secolo e che il suo villaggio sorge all’interno di una foresta protetta, consentendole di restare “vergine” dopo l’incontro col mondo.

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Bella Italia

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Quanto sei bella, Italia mia
che sai di melone e
pane appena sfornato,
di lontane bande musicali
e infedele nostalgia di paradisi
in terra,
serali suoni marziali e giubilanti
appresso a santi non creduti
eppure rispettati e lasciati campare
come utili parenti tollerati,
al sapore di casa e di madri
in preghiera oltre la miscredenza
di una ragionevole età,
anarchica nella fede
osservatrice dai balconi
di estive curiosità d’antropologo.

Sento passare processioni
e lenti processi interiori
ai lati dell’indifferenza,
la forza del gruppo
di donne devote
con l’anima in pace
e rinnovate speranze.

Quanto sei bella, Italia mia
di scandali benedetti
dalla ragion di stato e di chiesa
e litanie di pie ignoranze
plaudenti a idoli infiorati d’oro
immobili e peccaminosi
nel loro silenzio
tradotto dall’uomo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, ed. Kolibris – 2019)