“Pomeriggi perduti”, presentazione ad Agropoli…

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Il prossimo 29 ottobre, alle 17:30, presenterò la mia raccolta “Pomeriggi perduti” ad Agropoli (Aula Consiliare “A. Di Filippo”), nell’ambito della XV rassegna letteraria “Settembre culturale al castello” curata e coordinata dal consigliere del Comune di Agropoli e delegato alla cultura Francesco Crispino

“La Fortezza Bastiani…” su Pangea.news

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Il mio articolo La Fortezza Bastiani e la “filosofia” del confino (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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Scrivere è… scrivere

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La prima stesura la devi buttare giù, col cuore…

e poi la riscrivi, con la testa.

Il concetto chiave dello scrivere è… scrivere,

non è pensare.”

(William Forrester, dal film “Scoprendo Forrester)

Aveva ben presente  ̶  l’aveva già vissuto  ̶  quel momento romantico in cui si contempla per la prima volta il prodotto (finito?) dei propri lombi scritturali, con tenerezza, certo, ma non senza una giusta dose di severità e attenzione con cui correggere nel tempo le cose da raddrizzare, e che solo un buon padre riesce a vedere nei suoi preziosi eredi fatti di parole. Non aveva ancora trovato un editore disposto a pubblicarlo e già non gli importava nulla di ciò che avrebbero pensato o detto gli altri, i lettori, i “critici” (di quale critica?), gli stessi editori che avrebbe consultato senza ricevere risposta nella maggior parte dei casi, i probabili editor  ̶  entità appartenenti a una moderna mitologia, un ibrido sulfureo tra ragionieri d’azienda e cuochi in cerca di ricette adatte a tutti i palati del mainstream  ̶ , le sgallettate intellettualoidi che tra un bicchiere di vino e un rossetto sgargiante si spacciavano per recensitrici del New Yorker ma in realtà buone solo a tenere compagnia in lupanari o a fare video-letture con generose bocche a culo di gallina mostrando tette da usare come comodi leggii per libri inconsistenti e bisognosi di attrattiva; e poi i cacciatori di difetti a cottimo, i detrattori professionisti iscritti all’albo dei suprematisti alfabetizzati, i vecchi e falliti poeti di provincia ed ex archivisti di stato in cerca di gloria prima di morire, i presenzialisti incapaci di stare da soli e tutta quell’altra varia umanità che gravitava come un nugolo di mosche agitate intorno agli escrementi della cultura di massa. E i poeti pop in giro per l’Italia a vendere mediocrità e troppo impegnati a spiluccarsi l’ombelico pubblico per badare alle pubblicazioni di perfetti sconosciuti assetati di codici isbn.

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“L’infinito”, Giacomo Leopardi

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«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.»

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“Avrai tempo per finirlo!” mi dicevi

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“Avrai tempo per finirlo!” mi dicevi
prima che l’ora di mezzo prendesse corsa
sui libri già letti in barba alla morte.
Ma ne erano sempre troppi, gli amati
facevano capolino dallo scaffale rotto
sotto il peso di presunte eternità

e la finta censura sugli acquisti
la gara per l’ultima pagina in ritardo
le occasioni perdute come titoli intonsi
le lancette inclementi, che di sera affilate
fanno più male delle frecce di San Sebastiano.
“Portarseli tutti dietro!” anche all’inferno
si godrebbe una vista migliore sui gironi,
e quelli pessimi per ravvivare i fuochi
all’ospite demonio.

La Fortezza Bastiani e la “filosofia” del confino

versione pdf: La Fortezza Bastiani e la “filosofia” del confino

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Il confino è come la Fortezza Bastiani de Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati. Inizialmente spaventa, respinge, predispone l’animo a un rapido e risolutivo allontanamento per fare ritorno a quella – così definita dal senso comune – “vita civile” e colorata che solo la città saprebbe offrire. In un secondo fatale momento il confino comincia a legare a sé i suoi frequentatori, li affascina, insidia il loro passo cittadino con nostalgie semplici, con richiami mai espliciti o invadenti, facendo leva su elementi naturali, primordiali, che parlano alla parte ancestrale del visitatore. Ogni confinato ha la sua Fortezza Bastiani (luogo geografico indefinito) che droga la volontà lentamente, nel corso degli anni del bisogno più urgente, a piccole dosi, fino a renderlo dipendente; dolcemente, inesorabilmente, in alcuni momenti ossessivamente dipendente dalle sue forme, dai suoi colori e odori, dalle visioni notturne, dai suoni che non avverte in altri luoghi, un misto tra rumori casalinghi, familiari e musiche naturali ricche di silenzio, lì dove la natura ancora abbraccia le costruzioni umane, sul valico di un delicato compromesso. Il passaggio è graduale, avvertito dal profondo delle ossa; il trascorrere del tempo è lieve ma senza inganni, senza disillusioni; i gesti ordinari, impossibili da coltivare in altri contesti caotici, diventano azioni sacre, confortanti, geometriche, rituali, senza mai risultare insensate. L’ordine che regna al confino è di tipo monastico-militaresco ma è necessario per giungere a un’origine pura e cristallina del pensiero, per salvarlo dalla confusione annebbiante dei restanti giorni, quelli lontani vissuti in città. Anche per il confinato in tempo di pace, come per il Giovanni Drogo della Fortezza Bastiani di Buzzati, l’orizzonte è gravido di avvenimenti, di novità mai definite ma auspicate, che la pace campestre – così come il deserto – ignora perché già realizzate in se stessa; di guerre culturali nell’altrove, ma che vengono a prendere forza e a procurarsi armamenti interiori nella quiete bucolica di un paesaggio elementare, esempio particellare di più ampi, complessi e rumorosi schemi metropolitani. Il dubbio se il tempo speso al confino sia un tempo sprecato, e che fugga in quanto è un tempo dolce, appagante un ordine interiore, resta fino alla fine dei giorni; ma è un tormento addomesticato dalla benevolenza dei traguardi raggiunti dall’anima, da ciò che si riporta in città sotto forma di nuova energia. Ci si innamora del confino come della Fortezza Bastiani che tutto sorveglia e in teoria protegge nella semplice e rassicurante ripetizione di una regola non scritta, ma naturale, spontanea, primitiva, non riproducibile altrove. Quando si ritorna in città, niente è come prima della partenza perché il confino Bastiani ha già modificato il DNA del confinato, ha alterato nel profondo la classifica delle priorità, quelle “false”, che non sapevamo essere false prima di abbandonarci fiduciosi alle dolcezze dell’autoesilio. Perché è dai deserti – ma questo lo si apprende in seguito, dopo anni di esercitazioni – che arrivano le migliori speranze, le glorie attese, i finali che fanno storia (“Avete tutti la smania della città, e non capite che è proprio nei presidi lontani che si impara a fare i soldati”). Dalle città luminose e ricche di vetrine che mostrano occasioni sentimentali a buon prezzo, non giungono che saldi per l’anima, effimeri sconti esistenziali. All’inizio l’assuefazione culturale è potente e la città richiama all’ordine i suoi figli dispersi su confini anonimi, in cerca di verità trasversali che inizialmente essi stessi ignorano e perché estranei a una solitudine non ancora richiesta o cercata. Scrive Buzzati: “… una forza sconosciuta lavorava contro il suo ritorno in città, forse scaturiva dalla sua stessa anima, senza ch’egli se ne accorgesse.”

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“Raccontare il silenzio”. Francesca Innocenzi su “Pomeriggi perduti”

RACCONTARE IL SILENZIO. SU POMERIGGI PERDUTI DI MICHELE NIGRO

Del titolo di questa silloge di versi di Michele Nigro colpisce il rinvio diretto ad un evento di perdita, che evoca tanto l’idea di spreco, di dispendio, quanto una nostalgica mancanza. I due significati non si escludono affatto a vicenda, essendo metonimicamente correlati, potendo cioè legarsi in una relazione di causa-effetto; ciò contribuisce a costruire un orizzonte di attesa, spia di una poetica incline ad oltrepassare il mero dato realistico e le sue pretese di univocità. Sviscerando i nuclei tematici che emergono dalla lettura dei testi si coglie, non a caso, il binomio materialità/immaterialità: da un lato la conservazione, la collezione, l’accumulo, con un’attenzione al dettaglio numericamente quantificabile; dall’altro l’incessante fluire, la familiarità con il caos, la fuga dall’ordine dell’incasellamento. La conciliazione degli opposti si concreta in un’«estetica del caos», segnale che mappa il percorso e scardina i paraventi con i quali l’individuo si autoinganna.

Si insinua tra le pagine una continua riflessione sull’essenza della poesia e sul suo possibile ruolo nel mondo. La poesia si configura come dimensione altra, che sussiste in parallelo ad una quotidianità consumistica. Nell’antitesi tra quiete e follia, tra suoni assordanti e silenzio, è attitudine che consente il distanziamento dal frastuono. Nel ciclo inarrestabile del tempo, la parola tenta di fissare bagliori di Assoluto, condizione ignota, di là da venire, intrinsecamente connessa con la dimenticanza di ciò che si è stati. «… compagno di strada / mi è il verso forte e ignoto/ ai salotti laureati/ nato da quel vivere/ che per altri vita non è»: questi versi possono considerarsi una dichiarazione di poetica, nella coscienza di uno scrivere nutrito dalla vita vissuta, voce sincera e controcorrente.

Ancora, la poesia disvela il senso di persone e cose che ci hanno preceduti, canale che raccorda il passato ad un oggi di eredità incerte; come l’amore, è epifania e sostanza sulla frontiera dell’indicibile, antidoto contro l’effimero, rimedio all’immanenza. E – quasi una poetica del vago e dell’indefinito – sono le percezioni sensoriali a fare da ponte verso l’invisibile, nel superamento delle facciate ingannevoli, raccontando il silenzio («sete di silenzio parlato»). Così accompagnano il poeta opere letterarie, come la celebre Spoon River, in grado di gettare luce sul reale, di polverizzare le illusioni dell’uomo che si crede immortale. I versi di Spoon («il credersi invidiati/ o invidiabili, immemori/ dei vermi in attesa») mi portano alla mente i crudi ammonimenti di Leonida di Taranto, epigrammista greco del IV-III secolo a.C.: «… con una simile struttura d’ossa/ tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!/ Tu vedi, uomo, come tutto è vano:/ all’estremo del filo c’è un verme/ sulla trama non tessuta della spola».

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Neve, guerra, poesia

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Sono saldate ormai
da un sigillo d’addio
le carte d’inverno tradotte
sudate, senza più voce privata

per fuochi di guerra
e neve, parole fioccano
sulle grida di madre
lontana protesta dai figli
ingannati, invasori segnati di zeta.

Non offro che freddi versi
dinanzi ai carri del breve secolo
sempre gli stessi e mortali,
tornano, ignari dei dolci tepori d’Aprile
di nuovo su strade straniere.

Incredibile come le coordinate
del cemento custode di ritorni
annuncino quiete primavere
su un sabato privo di macerie.

(foto: Battaglia di Stalingrado)

“Pomeriggi…” su CertaStampa, a cura di Massimo Ridolfi

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“… La poesia di Michele Nigro – è lampante – ha una qualità musicale evidente, rara da registrare nella scrittura in versi contemporanea, e non solo in Italia, che ormai si è addirittura staccata anche dalla prosa, che l’ha particolarmente contraddistinta a partire dal ‘900, che oggi ha così raggiunto un passo saggistico, concettuale, programmatico, tutto dentro uno scrivere versi che si è fatto troppo pensato, troppo a lungo meditato prima di farsi gesto e azione, perdendo l’ardore originale, il sacro fuoco. Su questo tema credo sia necessario fermarsi e concentrare il nostro pensiero critico d’ora in avanti, nel tentativo, non certo facile, di prevedere gli ulteriori sviluppi formali della scrittura di poesia, che potrebbero renderla “irriconoscibile”, non più tale, non più possibile; e la lettura della poesia di Michele Nigro invita a questo “ritorno” a un ragionare critico, perché è poeta di “terra”, che guarda e ci riporta, senza falsarne il peso, tutto quello che ha vissuto e visto, con il passo di una muta saggezza.” (Massimo Ridolfi)

Per leggere l’intera recensione a “Pomeriggi perduti”: QUI!

“Soylent Green…” su Pangea.news

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Il mio articolo “Soylent Green”: dal romanzo al film… (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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3 domande a Simona Genta della “Compagnia dei Poeti Erranti”

versione pdf: 3 domande a Simona Genta, “Compagnia dei Poeti Erranti”

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Ho rivolto stavolta le canoniche 3 domande, come da tradizione delle mini-interviste che di tanto in tanto propongo su “Pomeriggi perduti”, a Simona Genta, promotrice culturale, organizzatrice di eventi, poetessa, scrittrice e curatrice, insieme ad altri “fondatori”, della “Compagnia dei Poeti Erranti” di Salerno, che da alcuni anni opera sul territorio attirando intorno a sé e ai propri happening poeti, scrittori, studiosi e “semplici” uditori interessati dal punto di vista culturale, provenienti da ogni parte d’Italia.

(m.n.) La parola “compagnia” evoca avventure tolkieniane; “erranti” definisce bene la condizione esistenziale ed editoriale del poeta in generale, sempre in cerca di chi ascolti e pubblichi la sua parola. Quando e come è nata, e cosa offre agli autori la “Compagnia dei Poeti Erranti”?

(s.g.) La Compagnia dei Poeti Erranti è un’associazione culturale nata nel 2017 con lo scopo di diffondere la bellezza dell’arte in ogni sua forma, attraverso eventi itineranti in location storiche per far conoscere le bellezze artistiche e paesaggistiche della città. L’idea è quella di proporre uno spazio interamente dedicato all’arte, un po’ come accadeva nei salotti culturali di un tempo, partendo dai grandi modelli dei salotti francesi e italiani, ma ispirandomi soprattutto al celebre salotto fiorentino della contessa di Albany. Noi della Compagnia dei Poeti Erranti siamo un gruppo di uomini e donne appassionati che condividono il sapere, perché crediamo fermamente che la bellezza dell’arte possa davvero salvarci dall’abbrutimento.

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Riguardo al film “Genius” e agli editor, su Pangea.news

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Il mio articolo “Due, tre cose sul (dal) film Genius di Michael Grandage” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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Intervista a Michele Nigro, a cura di Roberto Guerra

Ho avuto il piacere di rispondere alle domande di Roberto Guerra per un’intervista pubblicata su NeofuturismoAsino Rosso Ferrara. Segue uno stralcio…

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[…] Più in generale, come vedi oggi la poetica/cultura contemporanea? 

È meno audace, più uniformata a standard che, forse per ragioni generazionali, non comprendo e con cui non sono assolutamente in sintonia: dalla musica all’editoria, tranne rari casi, vige la regola per cui se esci da una scuola omologante o sei un autore affermato che ha già portato introiti, anche se in seguito scrivi boiate continui a usufruire di un certo “pompaggio” del marketing. In sintesi, viene portato avanti il personaggio che vende e non l’opera o, appunto, la poetica di un autore. Quindi, anche se lo scenario non è del tutto disastrato e irrecuperabile come potrebbe sembrare da questa mia risposta, in un sistema del genere di quale poetica si può mai parlare?

La cultura è una “cultura di piazzamento” e bisognerebbe parlare di “ranking poetico”. La colpa non è solo delle case editrici o  ̶  per dirla alla Battiato  ̶  degli “addetti alla cultura”, ma soprattutto di un abbattimento della qualità della domanda da parte di un pubblico impreparato e che ama volare in superficie, a pelo d’acqua, per mancanza di tempo e di un autentico interesse: a una poetica di ricerca, non subitanea e quindi poco accattivante, si preferisce il guitto che fa cantare il suo pubblico durante i reading, che va in tv tre volte a settimana, che riempie le sale credendo così di diffondere la poesia, che litiga sui social, che innesca polemiche politiche e alza polveroni mediatici per vendere meglio e di più… Parlerei di una “poetica mediatica” che è l’unica, oggi, a contare.

La cultura è la risposta che la parte pensante di una società dà ai problemi del tempo attraverso le sue opere: se la risposta è quella attualmente in circolazione nel mainstream, è evidente che sono mutate le esigenze culturali e, arrivo a dire, spirituali del pubblico che alla fine acquista una tipologia di prodotti. Non c’è soluzione, deve andare così. È la caratteristica dell’epoca. L’importante è essere coerenti con sé stessi e con la propria poetica. […]

Per leggere l’intervista completa:

Neofuturismo

Asino Rosso Ferrara

Roby Guerra Futurista

Per leggere la “versione small”:

CorrierePL.it

versione integrale pdf: Intervista a Michele Nigro, a cura di Roberto Guerra

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“Logiche autunnali”, su Pangea.news

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Il mio articolo “Logiche autunnali” (già pubblicato su “Nigricante”qui, e in seguito ripreso anche su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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