Nota a “Il sorriso del tulipano” di Emilio Paolo Taormina

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Anni fa scrissi una poesia intitolata non è più tempo di maiuscole: un tentativo disperato ma necessario di abbattere, anche solo per pochi minuti, l’ego che spesso oltrepassa la parola, la sottopone a pressioni che non le danno respiro, non la lascia libera come dovrebbe; l’uomo a volte crede di pilotare il proprio destino e quindi di condizionare l’esistenza della parola.

Nella raccolta poetica Il sorriso del tulipano, Emilio Paolo Taormina trasforma questo timido tentativo di liberazione in una vera e propria filosofia poetica che attraversa l’intera opera: la parola, libera finalmente dai lacci del maiuscolo, della punteggiatura e dell’ego, divenuta prodotto kerouacchiano, fluido, omogeneo e onesto, riconquista i propri spazi, arieggia, ritrova sobrietà e incisività, ritorna a uno stato brado e creativo, antico come la terra che canta, senza esagerare, senza strafare, senza scimmiottare neo o vecchie avanguardie, rimanendo sempre in una forma rispettosa del lettore e soprattutto dello sguardo delicato dell’autore. L’intenzione espressa nei versi è quella dell’haiku, anche in quelli più lunghi; come approccio filosofico al verso: prima ancora che poeta, Taormina è un naturalista; gli elementi presi in prestito dal creato diventano testimoni oggettivi e tangibili di sensazioni vissute, eventi passati, esperienze metafisiche e sentimentali o carnali, stagioni distanziate nel tempo ma mai del tutto seppellite. La parola s’intreccia con la vita, quella personale e quella naturale del pianeta. La natura e i suoi frutti, gli sprazzi di sicilianità, la luce e il buio, gli animali e le piante, la terra e il cielo e ciò che ne viene fuori… Ma resterebbero elementi morti se ad animarli non vi fosse lo spirito semplice e al tempo stesso meticoloso del poeta; i ricordi (tantissimi!), le vicende esistenziali, anche le più ovvie e quotidiane, quelle appartenenti a un normale ciclo di vita, in cui ognuno potrebbe rispecchiarsi perché universali, si reincarnano nelle cose del mondo, nell’alternanza tra il dì e la notte, nelle bellezze di una naturalità presente in maniera deliziosamente ossessiva. Senza mai una sola sbavatura di autoreferenzialità.

Sono belle e senza confini – come in un viaggio a oriente – le lapidarie immagini offerte dalla poesia di Taormina; non aspirano a inutili e aridi sperimentalismi ma trasudano classicità. Il suono dei versi è come quello della natura in essi descritta: scorre gentilmente sulle orecchie e sull’animo del lettore. Versi serrati che non mentono, che inebriano e non danno tregua, che parlano direttamente alla parte sincera e scarificata dell’esistenza del lettore: quando il poeta decide di toccare la verità e di descriverla abbandonando lungo il cammino i fronzoli di chi vuole solo stupire senza trasmettere nulla, le sue parole diventano dardi appuntiti ed efficaci.

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L’agenda

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Luigi Pirandello

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Sigmund Freud

L’agenda

dedicato a Luigi Pirandello e Sigmund Freud

L’ordine regnava indisturbato tra le pagine dell’agenda di Aldo.

Sarebbe stato difficile risalire alle origini di quell’impeto organizzativo, anche se i suoi ex compagni di scuola dichiaravano candidamente di non averlo mai sorpreso con la cartella in disordine e il diario senza i compiti elencati per materia.

Conclusi brillantemente gli studi presso il liceo classico “Orazio Flacco” di Busto Arsizio, senza battere ciglio si iscrisse alla facoltà di Storia dell’Università di Milano e polverizzando tutti i record fino ad allora monitorati dall’ateneo ambrosiano, riuscì a laurearsi con il massimo dei voti e la pubblicazione della tesi, chiedendo di poter anticipare di una sessione la seduta di laurea.

Fu una discussione quasi solitaria. C’erano lui, alcuni fedeli colleghi universitari, i genitori e il motivo di tanta fretta: Gisella. Si erano conosciuti tra il terzo e il quarto giorno di corso al primo anno e fu quasi subito amore.

Titolo della sua audace tesi: “La disorganizzazione tattica e logistica di Napoleone durante la campagna di Waterloo”.

Aldo aveva programmato tutto. “Non appena sarò laureato, andrò a lavorare presso l’archivio storico della Fondazione San Mauro di Abbiategrasso; il Presidente è uno zio di mamma…” – tranquillizzando Gisella sul futuro economico del loro connubio durante le soavi passeggiate domenicali lungo i Navigli.

“Per quanto riguarda la casa, non preoccuparti cara… Ho pensato a tutto io! Esattamente tra una settimana avrò un appuntamento alle 11 e 15 con l’architetto Righelli, un vecchio amico di papà, che ristrutturerà la casa della mia nonna materna. Sei contenta, amore?” – interrogava Aldo, quasi per dovere d’ufficio, la dolce Gisella che, un po’ per carattere e un altro po’ perché non riusciva assolutamente a contenere l’entusiasmante e preponderante capacità organizzativa del futuro marito, rispondeva sempre con un tenero e rilassato sorriso.

Tra Aldo e Gisella conviveva da anni una terza presenza: l’agenda di Aldo.

Una presenza discreta ma decisiva, elegante e al tempo stesso dittatoriale, senza la quale non si faceva nulla e non si andava da nessuna parte, capace di determinare, negli anni successivi al matrimonio, la definitiva e insindacabile cancellazione del verbo ‘approssimare’ dal vocabolario della coppia.

Da quella tenera e composta unione erano nate Valeriana e Clotilde: due splendide bambine di impareggiabile intelligenza e dolcezza caratteriale. Pazienti fotocopie della madre.

Dopo la morte dello zio materno, senza sortire sorpresa alcuna, Aldo fu nominato Presidente della Fondazione San Mauro così come era stato ordinato dal defunto nel suo testamento.

La vita di Aldo e Gisella era perfetta. I giorni e gli anni trascorrevano lieti e senza attriti. Le asperità e i dubbi venivano appianati con leggerezza da una sorta di dialogo telepatico o da gesti impercettibili e decifrabili solo dai membri della coppia. Il tempo non era nient’altro che un giocattolo facile da smontare e rimontare in base alla volontà del capofamiglia.

“L’esistenza è un puzzle” – ricordava la targhetta posta sulla scrivania nell’ufficio di Aldo. Bastava solo incastonare i vari pezzi di tempo nel modo giusto e l’immagine della propria giornata sarebbe apparsa in tutta la sua perfezione. Tornando da lavoro Aldo riviveva, ormai da anni, i soliti gesti collaudati: posava il cappello sulla consolle dell’entrata, salutava Gisella che si affacciava teneramente dalla sala da pranzo mostrando solo la testa, si toglieva le scarpe, s’infilava le pantofole e dopo aver appeso la giacca all’attaccapanni, indossava soddisfatto la vestaglia da camera. Rarissimi i momenti in cui invertiva la sequenza delle operazioni. Gisella ricordava solo un paio di eventi durante i quali Aldo “si lasciò prendere la mano dal tempo”: quando lo chiamò urgentemente in ufficio non appena si ruppero le acque al termine della gravidanza di Valeriana e quella volta nel Febbraio del 1983 quando la salutò affacciandosi nella sala da pranzo con ancora il cappello in testa. Piccole distrazioni perdonabili di un giovane maritino inesperto e intemperante.

La seconda metà del tardo pomeriggio Aldo la trascorreva nel suo studio privato. Confortato dal caldo abbraccio della sua vestaglia da camera preferita, si abbandonava, prima di cena, alla sua attività prediletta: l’organizzazione dell’agenda.

Aveva una bellissima agenda: i fogli erano bordati in oro e la copertina in pelle di color marrone scuro emanava un odore di stabilità storica.

Ogni giorno Aldo lucidava la copertina con un apposito prodotto svizzero che rendeva elastica la pelle e cancellava le innumerevoli impronte dopo una giornata di duro lavoro e di maneggiamenti. Il laccetto dorato che accompagnava fedele, pagina dopo pagina, il susseguirsi dei giorni non era sfilacciato alla punta come spesso accade nelle agende delle persone sciatte, ma Aldo aveva provveduto a prevenirne lo sfilacciamento con una linguetta di plastica trasparente. Abbinato al prezioso strumento di lavoro e di vita, una penna stilografica con inchiostro impeccabilmente nero regalatagli da Gisella in occasione del loro primo anniversario di matrimonio.

Aldo viveva l’intera giornata aspettando quel momento di rilassamento e di pacata confidenza con la sua amante cartacea. Si sedeva alla scrivania e sotto la luce del lume apriva con un gesto da maestro la sua meravigliosa agenda. Toglieva il cappuccio alla penna e con la precisa leggiadria di uno spadaccino depennava soddisfatto gli impegni affrontati, gli appuntamenti vissuti, le commissioni sbrigate e anche le più insignificanti azioni meticolosamente programmate il giorno prima: “ore 8:00, primo caffè con il capo settore ricerche storiche della Fondazione… fatto! Ore 10:30, riunione generale con i soci onorari della Fondazione… fatto! Ore 11:45, appuntamento con lo storico e scrittore Berardinelli per la stesura della prefazione da me curata al suo nuovo saggio intitolato Storia e tempismo storico… fatto!”

E trascinando il suo parossismo organizzativo anche nella sfera privata: “ore 16:10, riunione insegnanti-genitori; scuola media di Valeriana… fatto! Ricordare a Gisella che posso farci un salto anche io da solo. Ore 17:30, appuntamento dall’ortopedico di Clotilde per ritirare il referto… fatto! Ore 17:50, comprare fiori per Gisella… fatto! Ore 18:15, fare un unico squillo sul telefono di casa per far capire a Gisella che sto per arrivare a casa… fatto!”

Aldo non tralasciava nulla. Anche quei gesti di umana dimenticanza che possono rendere gradevole e intrigante un normale rapporto tra esseri imperfetti, Aldo li aveva eliminati fin dalla notte dei suoi tempi tardo adolescenziali.

Credeva, in questo modo, di poter controllare la propria esistenza, le sfortunate coincidenze e le sciagure di una vita lasciata al caso.

Il “Caso”: un’entità che terrorizzava Aldo. Il “buio” e il “vuoto”, nella scala delle fobie umane, potevano risultare tutto sommato piacevoli se rapportati alla insondabile e incontrollabile libertà del “Caso”. Un mostro con ventiquattro teste, quante sono le ore di una giornata, che spruzzano acidi corrosivi a base di “dolce far niente” e “svago”.

Quante vite erano state sprecate nel mondo e nel corso della storia solo perché non avevano ricevuto una adeguata e saggia programmazione. Gente che bighellonava tra le strade di un’eterna indecisione, abituata a vedere appassire i migliori anni della propria esistenza dietro bigliettini volanti e pro memoria scadenti. Menti deboli e senza futuro.

“Per fortuna che ogni anno, in occasione del Santo Natale, io regalo ai dipendenti della Fondazione… una bella agenda!” – ricordava orgogliosamente Aldo mentre osservava con sgomento dai finestrini del filobus le masse informi di persone che ondeggiavano nel mare dell’approssimazione. La sua vita, invece, era come il motore di una Ferrari e le ore della sua esistenza perfette e cadenzate come il movimento degli ingranaggi del miglior orologio svizzero.

Ma i suoi pensieri sarebbero stati, di lì a poco, sconvolti da una serie di eventi che avrebbero senz’altro minato la sua filosofia di vita apparentemente inossidabile.

Eventi che, distaccandosi dalla spiegazione razionale degli accadimenti naturali, approdavano nel tunnel buio delle ipotesi surreali.

Una sera, tornato a casa dopo una giornata di lavoro, Aldo si predispose ad assecondare il suo hobby preferito. Aprì l’agenda in corrispondenza del giorno appena trascorso e con la punta della stilografica andò alla ricerca delle voci che avevano ricevuto la dovuta attenzione e attendevano solo di essere finalmente depennate: “ore 9:00, scrivere lettera al Presidente dell’Associazione Bibliotecari della Regione Lombardia… fatto! Ore 9:46, mandare inviti al consolato spagnolo per la serata dedicata alle opere di Cervantes… fatto! Ore 10:18, toccare il sedere della segretaria…

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“La spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini

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Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/

Me ne andavo al mattino a spigolare,/ quando ho visto una barca in mezzo al mare:/
era una barca che andava a vapore;/ e alzava una bandiera tricolore;/
all’isola di Ponza s’è fermata,/ è stata un poco e poi si è ritornata;/
s’è ritornata ed è venuta a terra;/ sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra./

Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,/ ma s’inchinaron per baciar la terra,/
ad uno ad uno li guardai nel viso;/ tutti aveano una lagrima e un sorriso./
Li disser ladri usciti dalle tane,/ ma non portaron via nemmeno un pane;/
e li sentii mandare un solo grido:/ «Siam venuti a morir pel nostro lido»./

Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro/ un giovin camminava innanzi a loro./
Mi feci ardita, e, presol per la mano,/ gli chiesi: «Dove vai, bel capitano?»/
Guardommi e mi rispose: «O mia sorella,/ vado a morir per la mia patria bella»./
Io mi sentii tremare tutto il core,/ né potei dirgli: «V’aiuti ‘l Signore!»/

Quel giorno mi scordai di spigolare,/ e dietro a loro mi misi ad andare./
Due volte si scontrar con li gendarmi,/ e l’una e l’altra li spogliar dell’armi;/
ma quando fur della Certosa ai muri,/ s’udirono a suonar trombe e tamburi;/
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille/ piombaro loro addosso più di mille./

Eran trecento, e non voller fuggire;/ parean tremila e vollero morire;/
ma vollero morir col ferro in mano,/ e avanti a lor correa sangue il piano:/
fin che pugnar vid’io per lor pregai;/ ma un tratto venni men, né più guardai;/
io non vedeva più fra mezzo a loro/ quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro./

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!/

Cultura non richiesta

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Gentili messaggi sottocutanei
da elettrodomestici parlanti
informano la massa umana
su trame indesiderate.
Portatori sani di metadati
ricompongono sorridenti e ignoranti
l’impercettibile puzzle del sistema.

Anche il frammento è potente.

La molecola linguistica
agisce sull’azione di un uomo
nato schiavo.
Spegnere tutto sarà inutile.

(tratta dalla raccolta “Nessuno nasce pulito” – ed. nugae 2.0, 2016)

Cartine

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C’è gente che non lascia
spazi liberi o sedie vuote
tra una morte e l’altra
tra la morte e la vita nuova,
distratti, multitasking, a ruota
non libera, senza tasche d’ozio,

l’aborrire le pause musicali
su spartiti quotidiani da spartire
crea rumori esistenziali
e false felicità indaffarate.

Preferisco le cartine fisiche,
piene di verde e rilievi che pare
di toccarli sotto le dita della fuga,
a quelle politiche decise a tavolino
colorate, innaturali, piatte
irreali come mutanti ideologie d’uomo
sorde allo scavo secolare e paziente
della parola.

(immagine: L’Italia, Luglio 2100)

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“La bandiera” – Edoardo Bennato

Il giorno del Signore

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Non voglio mescolare
le mie gambe alle vostre
tra i banchi delle domeniche
donate al Signore ignorato,
diverrei anch’io cantore ipocrita
tra cori ugolanti d’ipocrisia,
perfido doganiere delle vite altrui
telecamera di carne assetata di fatti,
egoista e generoso
come quei mucchi di madri
nere di lutto e d’avarizia
che sognano il figlio prete.

Diluviami la mente
con passi di preghiera nel creato,
incontrerò divinità senza chiese
sulle fragili ali di un insetto,
navate di verdi foglie
accoglieranno il mio laico salmo.

(immagine: by Pawel Kuczynski)

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Non posso respirare

Amazzonia

(la distanza naturale)

Per tornare a vedere insieme le cose trascurate
vorrei che la tua anima lontana abitasse i miei occhi
astinenti di squarci umidi di pioggia e verdi scoscesi
persi tra fiumi e contrade
nell’eterna ricerca di respiri sensati,
della distanza naturale tra le genti,
del silenzioso giallo profumato
delle ginestre sulla strada.

Non potevo respirare
senza il richiamo
di campane da colline
immerse in cieli vaghi,

i confini negati
delle vacanze nell’altrove
rimandano il passo
verso i borghi dell’ovvio.

Non posso più respirare
nelle nuove città bendate,

il ginocchio malsano
di una storia crudele
preme ancora, distratto
sui polmoni ingenui
della nostra libertà.

– video correlato –

The Police – Every Breath You Take

Giordano

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C’è una poesia povera e lercia
che nasce con parole di strada,
somiglia al lamento dei vicini
ululante come vento sotto la porta

infastidisce all’inizio
per l’angoscia che dà
poi t’innamori del suo odore
del tuo essere uguale
al finto rifiuto del primo
conoscersi, approccio da bar
tocco casuale di mani sulla pista da ballo

a quel dipanarsi di sussurri
volgari ma pieni di fascino
inspiegabile ritmo interiore

abituato a musiche solitarie
riesce a dire cose importanti
mentre ancora tentenni
sull’ultimo verso della sera.

Ho sempre salvato dal fuoco
le parole degli eretici, dei condannati
degli espulsi, degli arsi vivi
come vivo di futura speranza
il loro sguardo ribelle,
scomodo, nemico instabile.

Non coincide il bel suono
con l’animo bestemmiatore
del poeta prigioniero,

è già pronta la pira
che non fonderà le sue catene.

Commento a “Pomeriggi perduti”, di Antonella Tresoldi

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Commento alla raccolta poetica di Michele Nigro “Pomeriggi perduti”

Una lettura non facile, per nulla banale, da ripercorrere più volte, un piccolo gioiello da tenere sul comodino per assaporarlo con la lentezza e l’attenzione necessarie. Eppure, la prima volta ho letto tutto d’un fiato, rapita. La mia impressione percepisce un filo conduttore: la morte, intesa come liberazione da un certo materialismo della vita, da una disattenta frequentazione di azioni quotidiane; al contempo trapela un desiderio, forse una speranza di un vivere diverso QUI e ORA, ma pure un anelito dell’attesa di quel momento sacro in cui nulla conterà più. “Non c’importerà più di niente perché niente saremo forse vivi, forse no…” (Il momento perfetto). Tra le varie poesie tutte intense, ne trovo molte degne di particolare rilievo, nelle quali sento una probabile sconosciuta similitudine interiore con l’autore. Ad esempio: Le cose belle, Archivio, Echoes, Respiro stellare, Fuoco Eterno, Onirica, e soprattutto Pomeriggi Perduti e Il Momento Perfetto.

Concludo cogliendo tra le pieghe di tutto il lavoro, la malinconia “del secondo imbrunire” di battiatiana memoria, composta e piena di sentimento vero e puro, e soprattutto un monito d’amore per mettere in guardia le nostre esistenze. Per questo ringrazio Michele.

Antonella Tresoldi

Gettare il cuore oltre lo Stato

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L’anarco-individualismo ai tempi del Covid-19

… Sbuffo pensando a serate tipo
Del tipo “Che facciamo?”
Io ho una Tipo di seconda mano
Che mi fa da pub, da disco e da divano,
sono qua, come un allodola questo è il mio ramo.
Io, immune al pattume della tv di costume,
In volo senza piume
In un volume di fumetti sotto il lume…

(dal brano “Fuori dal tunnel”, Caparezza)

Tutto è cominciato quando hanno annunciato che ci avrebbero connessi – così dicevano -, attraverso internet, unendoci in qualità di dati ma di fatto separandoci fisicamente, politicamente e spiritualmente (un tecnologico divide et impera), condensando la monade che è in noi, esponendola all’aria aperta, facendola vedere a tutti, ma da dietro un vetro spesso; i famosi sei gradi di separazione sono diventati dicerie, la distanza oggi consigliata per motivi epidemiologici è già stata realizzata a livello mentale molti anni fa, e non ce ne siamo accorti; oppure ce ne siamo accorti ma non ce n’è importato più di tanto. Ora la separazione è stata ufficializzata, è tangibile, resa necessaria da precauzioni sanitarie.

L’individualismo, quello deleterio e che crolla alla prima occasione, ha conquistato il potere. Ma su cosa? Sul nulla direi; ci è stata fornita l’illusione di un potere, come in una Matrix commerciale e pubblicitaria: il potere d’acquisto sulle cose che non è vero potere ma è inganno legalizzato e da tutti accettato; basta un’epidemia per troncare di netto questa rete di domanda e offerta, di apparente libertà. Tutto si ferma, tutto è congelato a data da destinarsi: anche l’unico brandello di potere in nostro possesso è costretto ad andare in stand by e ad attendere la riapertura dei negozi e dei luoghi di aggregazione che in realtà disgregano. Grazie a questa condizione di isolamento consigliato, tuttavia, riusciamo a vedere chi siamo diventati veramente, le cose che potremmo riscoprire, fare, inventare, rivalutare, costruire o smontare. Ma è una finestra che presto si chiuderà nuovamente e tutto ritornerà a una presunta normalità. Eravamo già soli, ma per mezzo di un’entità invisibile ad occhio nudo che ci costringe in casa e altera le nostre abitudini, riusciamo a toccarla questa solitudine, a verificarla perché sono stati strappati i veli illusori dietro i quali si nascondeva la verità sulla nostra reale condizione interiore e sociale.

Abbracciamola questa solitudine, facciamo in modo che diventi una regola non imposta dai Ministeri ma integrata nella nostra esistenza, accettata, compresa, sfruttata, vissuta con intelligenza; che diventi stile di vita in grado di interrompere il segnale proveniente dalla direzione commerciale anche quando tutto va bene e si torna con una docilità ovina alla consueta serenità quotidiana. C’è infatti un individualismo sano, necessario, costruttivo, non isolante ma paradossalmente unificante: un anarco-individualismo che decostruendo il messaggio proveniente dal Potere, quello che scavalca addirittura le decisioni effimere e di facciata dei nostri governanti confusi e spaventati quanto noi, ci rende di fatto liberi, senza adoperare la violenza, senza portare a rivoltose devastazioni di strada che al contrario rinforzano i potenti, saldandoli alle loro poltrone. Ecco perché l’anarco-individualista non nota alcuna differenza tra il prima, il durante e il dopo l’interruzione (per gli altri) della cosiddetta normalità. Per lui è sempre pandemia! Lui non sarà mai solidale con chi si taglia le vene perché durante “i beati giorni del castigo” – parafrasando Fleur Jaeggy – ha dovuto rinunciare al suo stupido apericena.

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Quarantena

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Daremo aria a queste terre chiuse
prima che ritorni la stagione forzata
sognata delle partenze,
rideremo delle allergie da viaggio, nasi drogati
e degli spazi infiniti offerti all’abitudine,
a volto scoperto torneremo a sconfiggere
letargiche pigrizie da quarantena di stato
spezzeremo antichi legami di sangue
e comode prigionie in celle aperte.

Saranno i ricordi di infimi social
a rievocare dopo un anno immemore
il dannato nome del re invisibile,
un giullare starnutirà
senza nascondersi agli occhi della morte
tra polvere di stanza e cibi pepati,
sospirato sollazzo dei sopravvissuti.

 – video correlato –

“Ventilazione”, Ivano Fossati 

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Dieta social

“Mangia. Mangia piccolo Michel, mangia.

Se non mangi non puoi morire.”

(dal film “La grande abbuffata” di Marco Ferreri)

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Brevi considerazioni quasi evangeliche su due tipi di diete

Dalla seconda lettera (la prima s’è persa)

di San Michele Apocrifo ai webeti

Fratelli e, perché no,… Sorelle!

Che relazione intercorre tra la dieta da cibo e la dieta da ‘social’? Apparentemente nessuna, almeno dal punto di vista formale: in entrambi i casi, però, ci si priva di qualcosa che desideriamo o pensiamo di desiderare. Viviamo in una società che ci ha convinti – tutti, nessuno escluso – di aver bisogno del surplus come se fosse una cosa normale: surplus di informazioni, o meglio, vedi i social, di presunte informazioni; nella maggior parte dei casi, tranne rari esempi e in presenza di utilizzi pensati del mezzo, sono di più i dati rilasciati in giro dai nostri movimenti virtuali e riutilizzati dai Signori del Social Networking per motivi politico-commerciali, che le informazioni per noi realmente utili nella vita pratica: andando a stringere, togliendo i selfie, le notizie su noi stessi non richieste, come i piatti mangiati o i luoghi visitati, le considerazioni sui cantanti dell’ultimo Sanremo, le cosiddette informazioni di ritorno utili per le attività che amiamo o per la nostra stessa “sopravvivenza” sociale, sono veramente poche, anzi pochissime. Quindi, in soldoni, sui social diamo più di quel che riceviamo. Ma era cosa nota.

Surplus di alimenti. In questo caso accade esattamente il contrario: riceviamo di più di quello che in seguito riusciremo realmente a trasformare in energia per vivere; dove per vivere s’intende sia l’attività fisiologica di base, quella che ci permette di non morire, sia l’attività di lusso, le azioni che riguardano il nostro essere intellettuale e quindi culturale, relazionale, dinamico, insomma il nostro essere Homo sapiens sapiens sul pianeta Terra: il doppio ‘sapiens’ serve a sottolineare che l’Uomo non solo è capace di procurarsi il materiale e le conoscenze tecniche grazie alle quali costruirà la propria abitazione o il proprio mezzo di trasporto, ma dopo si autoelogerà, o addirittura si autoesalterà, cantandone o scrivendone (grida Marinetti nel Manifesto del Futurismo: <<Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia.>>) Mentre invece un picchio resta sostanzialmente umile dinanzi al buco praticato a suon di becco nel tronco di un albero: da qualche parte dentro di sé, sa che deve farlo per crearsi un riparo e nidificare; possiede una coscienza limitata del perché, pur essendo presente a se stesso mentre lo fa. Non produce una poetica del buco: a quella ci penserà il poeta (discendente, a volte, non sempre, del sapiens sapiens) che passeggiando nei boschi ammirerà il creato e le meravigliose gesta innate dei suoi abitanti. Ognuno, in questo mondo, interpreta il ruolo che più si confà alla propria natura e quindi alle proprie caratteristiche: c’è chi fa e chi ne canta. I più in gamba fanno e ne cantano.

Quindi la poesia è un prodotto del surplus? Non di quello alimentare (o forse un po’ anche sì: provate a comporre versi a stomaco vuoto! E vedrete che “poema disperato e ululante” ne verrà fuori…) ma certamente di un surplus di coscienza determinato dall’evoluzione.

I due tipi di diete hanno però in comune una cosa: la rabbia. Nel caso di una dieta da cibo, la mancata introduzione nell’organismo di sostanze confortanti e gratificanti, rende il soggetto irascibile, smanioso, cattivo in quanto famelico, perché il corpo è convinto di non ricevere ciò che l’abitudine ha meccanicamente reinterpretato, ai tempi del surplus, come necessario. Ma bastano poche ore o pochi giorni e l’organismo tenderà, obtorto collo, ad adattarsi: si “accorgerà” di avere a disposizione riserve che ignorava o che fingeva di ignorare stando lontano da specchi e bilance. Riserve a cui mettere mano, come i lingotti d’oro custoditi presso la Banca d’Italia e da utilizzare solo nel caso di una reale emergenza economica e finanziaria. Superata la rabbia, e constatata l’avvenuta sopravvivenza, a dispetto dell’allarme infondato scatenato dallo stravolgimento di certe abitudini meccaniche, si torna ad utilizzare l’essenziale. Gurdjieff sottolineava la differenza tra personalità ed essenza: nel nostro specifico caso “alimentare” la personalità è data dalle convinzioni provenienti dall’esterno e fatte proprie in materia di false necessità caloriche; l’essenza è il prodotto della lotta tra questa personalità e la coscienza che in un certo qual modo si risveglia e dal di fuori comincia a osservare il corpo e la quantità di energie in esso imbrigliate e non utilizzate. E soprattutto osserva inorridita la quantità di energia che quel corpo continua a ricevere sotto forma di cibo nonostante non ne abbia realmente bisogno, al netto dell’importanza del gusto dal punto di vista psicologico e della cultura enogastronomica, identitaria di un popolo, da salvaguardare.

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La vera banalità del bene

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Quand’è che la retorica commemorativa rischia di diventare più dannosa del crimine storico che si va a ricordare puntualmente ogni anno?

Strumenti mnemonici importanti ma ormai spuntati, affidati a vecchi testimoni sotto scorta, stanchi o decimati dal tempo, hanno assunto il ruolo stantio di vessilli politici usati a piacimento dai protagonisti istituzionali del momento, coinvolgendo in egual misura maggioranza e opposizione, nessuno escluso: lo stesso è accaduto con gli immigrati, gli appartenenti alle comunità lgbt, ecc. Tutti o quasi tutti vogliono saltare sul carro della commemorazione o di una qualche causa sociale senza però badare alle condizioni delle strade su cui quel carro si trova e si troverà a passare, senza risolvere i problemi che sfidano l’integrità (e la credibilità) delle sue ruote: buche economiche in cui i passanti inciampano, profonde spaccature sociali che mettono a dura prova gli ammortizzatori psicologici dell’individuo, asfalti legislativi scadenti, una dubbia segnaletica ideologica, tombini intasati dalla retorica, crepe culturali in cui può attecchire di tutto, dalle erbacce sovraniste fino a ben più preoccupanti e possenti arbusti razzistici le cui radici, come qualcuno scrisse riferendosi ad altro, “non gelano”. Ancora una volta, parafrasando un vecchio proverbio, quando la Storia indica la luna, la politica stolta guarda il dito; se oltre il dito guardasse anche la mano o addirittura il braccio a cui è collegata, già sarebbe un progresso: si condanna l’accaduto, ci si indigna, ci commuoviamo ascoltando le testimonianze o guardando un film da Oscar, ma non facciamo assolutamente niente per prevenire le cause che puntuali ritornano come in una sorta di ciclo storico quasi periodico. Pur essendo stato “breve”, e avendo quindi a nostra disposizione più strumenti per poterlo “riassumere”, ci stiamo perdendo per strada l’insegnamento del secolo scorso.

Ed è alla luce di questa premessa che il Bene predicato, insegnato, romanzato, predigerito da registi e sceneggiatori di fiction, testimoniato, istituzionalizzato, oserei dire “imposto” (ma mai veramente metabolizzato) dal pensiero unico, diventa inevitabilmente banale e controproducente; un leitmotiv scaduto che garantisce ampi spazi ad assurde manovre negazioniste, a riconsiderazioni nazionalistiche, a sovranismi di pancia in cerca di pieni poteri e a nuovi “cameratismi totalitaristici” in grado di captare e addensare i vari disagi sociali. Se la Storia crudele che si presenta in assenza di memoria (come accadde durante la Seconda Guerra Mondiale) è già di per sé condannabile, come dovremmo considerare oggi chi permette, dal punto di vista politico, il suo ripetersi in presenza di una equivalente dinamica socio-economica ormai nota persino allo studente delle scuole secondarie di primo grado (le “scuole medie” dei miei tempi!) alle prese con un programma di storia di livello medio-basso? Se la Repubblica di Weimar fu un laboratorio a cielo aperto da cui ancora oggi è possibile imparare molto, noi rappresentiamo gli studenti distratti che guardano fuori dalla finestra mentre il docente spiega per l’ennesima volta le cause riproducibili e i noti effetti dell’esperimento.

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L’uomo che non sapeva leggere

In quest’epoca di “nuovi roghi” è importante chiedersi, se vogliamo realmente spegnerli sul nascere, – al di là del valore feticistico dell’oggetto ‘libro’ – che posto occupa la lettura nella nostra vita. Fino a quando non ci porremo seriamente questa domanda, i roghi continueranno, aumenteranno di numero non solo nella vecchia Europa (che di roghi libreschi se ne intende!) ma in tutto il mondo, e partendo dalle biblioteche di quartiere arriveranno a interessare persino le nostre librerie casalinghe: perché i roghi non sono solo quelli causati dal fuoco ideologico che brucia il sapere degli avversari, ma soprattutto quelli freddi, silenziosi, senza fiamme, che dall’interno bruciano l’anima, destinandola a un’aridità irreversibile… Quelli appiccati da noi stessi. (m.n.)

L’uomo che non sapeva leggere

(Il blocco del lettore)

 

“I libri non sono la vita”

(Il comandante dei vigili del fuoco –

dal film “Fahrenheit 451” di François Truffaut)

 

 

Da anni comprava libri, senza leggerli.

Non si trattava di una diramazione della ben più nota “patologia” che colpisce chi scrive – il blocco dello scrittore – dal momento che non aveva mai avuto alcuna intenzione di farlo. Di scrivere…

Questa volta la paura non sorgeva dinanzi alla ignota e famigerata pagina bianca: terrore degli scribacchini esordienti e degli scrittori affermati, tormento esorcizzato dagli aspiranti premi Nobel per la letteratura a suon di pagine scritte di notte, brivido oscuro dei romanzieri, precipizio apnoico degli editorialisti. 

La pagina, in questo caso, era piena: riempita da Altri, da persone sfiorate nelle biografie e mai realmente conosciute, da scrittori che avevano sacrificato meravigliose giornate di sole e di svago in nome dell’eternità. E che giacevano, chi da secoli, chi da pochi anni, in qualche famoso cimitero, sotto una lapide a sua volta ricoperta da una rinsecchita corona di fiori gentilmente deposta dai membri dell’associazione bibliofili durante il giorno dei morti.

L’ebbrezza elettrica che lo sorprendeva in libreria, mentre sfiorava la copertina di quegli oggetti stampati, era scientificamente indefinibile ma reale negli effetti!

Lui amava veramente i libri: li bramava, li pedinava, li inseguiva sui cataloghi e sulle bancarelle dei rigattieri, a volte si abbandonava a pratiche di autoerotismo intellettuale mentre li toccava morbosamente o mentre leggeva le note in quarta di copertina. Li osservava in lontananza mentre venivano manipolati da occhi stranieri… I suoi libri.

In alcune occasioni aveva fatto finta di non essere interessato a un titolo ed era uscito dalla libreria a mani vuote, contento per quella strana dimostrazione di resistenza data a se stesso. Resistenza che la maggior parte delle volte non durava per più di ventiquattro ore: il giorno dopo, quasi alla stessa ora, si precipitava in maniera agitata nel luogo del misfatto per cercare nuovamente, con il volto sudato e visibilmente provato, il tomo snobbato.

Puri giochi! Masochistiche simulazioni tra innamorati dispettosi.

Non poche volte era successo che, avendo trovato lo spazio nello scaffale del negozio, fino al giorno prima occupato dal libro agognato, terribilmente vuoto a causa di un acquisto fatto da qualche indegno lettore di passaggio, aveva diretto i propri passi disperati verso una libreria di ripiego alla ricerca del volume perduto. Figlio disperso e nuovamente desiderato da un padre disattento e sciocco.

Isterici capricci da collezionista, avrebbe detto qualcuno. O, forse, un osservatore più malizioso avrebbe potuto parlare di carenze esistenziali compensate dalla cultura.

Una cultura libresca e autogestita che, a quanto sembrava, da anni non riusciva più a vicariare una consistente perdita di vita.

“Leggere, o non leggere; questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender libri contro un mare di triboli e, leggendo, disperderli.”

L’entusiasmo provocato dall’acquisto, tuttavia, durava solo pochi minuti.

Dopo aver riposto la carta di credito nel portafogli ed essere uscito dal luogo pubblico dove consumava i suoi ripetuti stupri culturali, i passi dell’uomo, già meno entusiasti rispetto a quelli con cui era entrato in libreria, si dirigevano verso un’abitazione che ormai conservava appena lo spazio sufficiente per soddisfare le basilari azioni del vivere civile: dormire, cucinare, lavarsi… Tutti gli altri spazi incolti, non utilizzati da mogli esigenti e figli invadenti, erano stati nel corso degli anni rielaborati e ripensati in funzione di quegli eterni e muti compagni di strada: i libri.

Geometrie angolari e librerie sopraelevate concepite per sfruttare anche le restanti porzioni di volume: zone che, al di sopra delle teste degli inquilini, il più delle volte sono “terra di nessuno”.

Mensole coltivate come i giardini pensili di Babilonia sfidavano una quieta gravità addomesticata; titanici scaffali a muro ricolmi di quelle leccornie letterarie che avevano pettinato dolcemente i pomeriggi del suo passato da lettore accanito, mostravano con orgoglio di aver raggiunto un equilibrato compromesso con l’universo circostante. Le leggi riguardanti il baricentro erano diventate dicerie e la perfetta disposizione dei pesi libreschi in quella casa era destinata a riscrivere certe presuntuose pagine nei manuali di statica adottati dagli studenti.

I passi attutiti dell’uomo, che trascinava la propria solitudine domestica tra il corridoio tappezzato di edizioni introvabili e il celibe talamo quasi poggiato su colonne di volumi cartacei, giungevano alle sue stesse orecchie come tintinnii abortiti di cristalli avvolti nella carta di giornale durante i furtivi traslochi dell’anima con cui si evita la Vita.

Da anni non leggeva più.

Da anni, uscendo dalle librerie, ripeteva a se stesso la solita frase d’ufficio con cui tentava miserevolmente di autoconvincersi: “Comincerò a leggerlo domani!”

Agglomerati di pensieri scritti e mai letti, si ergevano lenti e muti come stalagmiti di carta negli angoli dell’esistenza. La giovanile sete di quelle parole che aiutano a capire, aveva lasciato il posto ad un più sfacciato e inesorabile disincanto.

La vita degli Altri, magistralmente raccontata e stampata in pregevoli pubblicazioni, non compensava la mancanza di una vita propria, come invece gli succedeva facilmente in passato, quando ancora riusciva a credere in un futuro clemente.

L’uomo sapeva bene che non era la paura a causare quella sua strana inibizione nei confronti dell’amata lettura. Non erano gli abissi profondi e oscuri che gli si aprivano dinanzi mentre tentava di andare oltre gli innumerevoli incipit affrontati in quegli anni, a causare l’“impotenza letteraria” da cui era affetto. Le indescrivibili e un tempo meravigliose possibilità esistenziali offerte dalla lettura, non erano confortate dalla presenza di una “controesistenza reale” con cui paragonarle.

Ecco quale era la causa del suo blocco.

“Chi non ama, chi non vive e ama la vita non può apprezzare veramente la lettura che è la più pregiata finestra aperta sulla vita stessa, non può penetrare con vitalità il tessuto della storia raccontata e di conseguenza non può sostenere con passione ed energia le numerose ore di lettura, abbandonandosi all’abbraccio materno di pagine amate, sì, ma mai totalmente e intimamente comprese!” – elaborò nella sua mente e dopo un improduttivo tergiversare durato anni un primo vero pensiero doloroso ma realistico.

L’ammirevole determinazione con cui cominciava le letture, veniva minata da prepotenti voci interiori che puntualmente distraevano l’uomo dal suo obiettivo. Le amate pagine si allontanavano dal cuore prima che dagli occhi e un’insistente coscienza batteva i suoi duri colpi sul portone del tempo.

La giostra della distrazione prendeva ogni volta il sopravvento e spesso il lettore ormai sfinito si ritrovava con il libro aperto tra le mani nel tentativo estremo di vincersi e lo sguardo perso tra gli altri orfani di carta che attendevano invano l’arrivo di un occhio curioso e vorace.

Ma non quella sera.

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