Lo spazio umano

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“Lo spazio umano”

(Educazione al bel ritorno)

Abbiamo goduto alla vista della natura, fatta di piante e animali, che riconquistava quegli spazi occupati dalla prepotente attività umana; ci è piaciuto rivedere i delfini nei porti, l’erba in una Piazza Navona “post apocalittica”, le anatre e i daini camminare per strada al posto nostro, la discesa dei cinghiali nelle metropoli, le meduse e i cavallucci marini in acque calme, le tanto minacciate api… e altri rappresentanti di questa “Arca di Noè di ritorno”. È stato bello e sorprendente annusare di notte l’odore di erba fresca, proveniente dai parchi chiusi, che prendeva il posto del tanfo dei gas di scarico delle auto immobili; purtroppo abbiamo potuto apprezzare tutto questo non perché finalmente abbiamo cambiato vita e ci siamo resi conto del male che stavamo facendo al nostro ambiente, no. Siamo stati costretti a cedere i nostri spazi, a stare fermi per causa di forza maggiore, e nella tragedia (mentre le gente moriva negli ospedali) abbiamo potuto sperimentare la differenza: apprezzare come sarebbe il mondo se l’essere umano fosse in grado di limitarsi, di riappropriarsi dei propri spazi in maniera sobria, di avere un approccio ridimensionato con la biosfera, di stare al mondo senza sgomitare, prevaricare, inglobare, abbattere, schiacciare, stravolgere, deturpare.
Ora che le limitazioni per causa di forza maggiore stanno lentamente finendo e l’uomo ritorna, ahimè, a rioccupare i propri spazi, proprio in virtù della differenza avvertita durante il lockdown, dovremmo chiederci, dovremmo imporci di chiedere a noi stessi: quali sono veramente gli SPAZI UMANI? Le discoteche, i bar, i cinema, le autostrade, le scuole, le spiagge, le chiese? Sì, anche quelli: ne abbiamo bisogno; fanno parte di noi, di questa specie “unica”, della nostra evoluzione tecnologica, delle nostre abitudini “culturali” acquisite negli anni, nei secoli, nel corso dei millenni. Anche se l’antropologo Marc Augé c’ha insegnato che trattasi di non-lieu, “non-luoghi” ovvero di luoghi che, sì, frequentiamo, occupiamo momentaneamente, ne usufruiamo sentendoli nostri, ma che di fatto non c’appartengono, non li possediamo profondamente, non fanno parte della nostra vita, della nostra storia personale se non in maniera indiretta.
“Luogo”, allora, è la nostra abitazione? Certo: a differenza della sala d’attesa di un aeroporto, è modellata a nostra immagine, l’arrediamo in base al nostro gusto, la riempiamo di oggetti che fanno parte della nostra esistenza ed esperienza. Ma che fine fa quell’abitazione quando termina il nostro ciclo di vita su questa terra? Ci segue nell’aldilà? Non proprio. Anche la nostra abitazione (così come il nostro pianeta), che tanto abbiamo amato e che è intrisa del nostro vissuto e che vogliamo credere c’appartenga in eterno, andrà a soddisfare le esigenze abitative di altri individui dopo di noi, forse di lontani parenti o addirittura di estranei. In alcuni casi l’abitazione viene abbattuta quando troppo mal ridotta e non è possibile restaurarla. Alla fine, quindi, nulla c’appartiene, neanche il nostro corpo che dopo morti lasciamo qui, nella terra, perché servirà a creare altre energie, nuovi legami chimici e a costruire altra materia. Viviamo in “spazi di passaggio”. Tutto è impermanente.
Allora di quali spazi umani da rioccupare stiamo parlando sulla scia di questa quarantena? Forse di “spazi interiori”, immateriali, quelli sì invendibili, non cedibili a terzi, immortali, eterni, irripetibili? Chissà. Una risposta definitiva non c’è, non può esserci: al di là degli sforzi di filosofi e uomini di fede. In fin dei conti, ed è onesto che sia così, ognuno ha una risposta che vale per se stesso. Ma nel frattempo, come pensiamo di nutrire questi spazi umani interiori? Durante la quarantena molti di noi hanno cercato, nonostante tutto, di frequentare il bello con vari mezzi: la lettura, la musica, il buon cinema, il web in generale e i “social” che amplificano le nostre frequentazioni positive e costruttive…

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Quarantena e poesia: 3 domande a Franco Arminio

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Franco Arminio è un autore che – come si usa dire in questi casi – non ha bisogno di presentazioni. Poeta, documentarista e paesologo (nel 2015 dà vita alla “Casa della paesologia” a Trevico), direttore artistico del Festival della paesologia “La Luna e i Calanchi” di Aliano, ha pubblicato romanzi e numerose raccolte di prosa breve e di poesie, registrando un successo che, nell’ambito di un genere letterario di nicchia come quello poetico, potremmo considerare raro: “Cartoline dai morti”, Cedi la strada agli alberiPoesie d’amore e di terra”, “Resteranno i canti” e il più recente L’infinito senza farci caso”, solo per citarne alcune. Apprezzato su tutto il territorio nazionale per i suoi reading in cui il pubblico non ha mai un ruolo marginale ma è co-protagonista attivo, è un intellettuale ad ampio spettro che mi piace definire – rubando un termine al lessico medico – “internista”, per il suo impegno letterario e civile nel cantare, valorizzare e difendere la cosiddetta Italia interna, fatta di borghi appenninici, paesi fantasma, terre desolate ma sacre per chi il sacro sa come cercarlo.

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In questo periodo difficile per l’Italia e il mondo, ho voluto rivolgere a Franco Arminio tre domande che, pur orbitando intorno ai temi madre della sua poetica, non potevano non subire l’influenza degli eventi attuali. 

  • Questo periodo di quarantena per molti è un tempo di sacrificio, di asfissia psicologica, di nevrosi solitaria o familiare; il ritrovarsi isolati costringe “a darsi retta”, a frequentare se stessi e a concentrarsi sulle piccole cose ignorate. Per altri, invece, più “predisposti” dei primi, al netto della tragedia in atto, è un piacevole tempo di conferme nel silenzio, di armonia interiore coltivata in tempi non sospetti e che torna utile nel disorientamento generale. La Sua poetica incita a una ricerca dell’essenziale, del bello nascosto, di una semplicità lontana dalle luci della città, della libertà autentica. Crede che questa forzata esperienza collettiva orienterà, a emergenza conclusa, i più “distratti” verso una rivalutazione di questa ricerca?

Non lo so, ovviamente, ma temo che non lo sappia nessuno. Credo che una parte di persone comunque si orienterà nella ricerca di una forma di attenzione. Diciamo che “saranno un po’ meno distratti”, ma si tratterà purtroppo di una piccola parte.

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  • Nel libro “L’Italia profonda” (2019), scritto con Giovanni Lindo Ferretti, si descrive un’Italia assopita, nascosta, disabitata e dimenticata. Due riflessioni differenti ma complementari: ognuna scaturita da una diversa esperienza di vita “appenninica”. Che sviluppi avrà, secondo Lei, la diatriba non nuova (accentuata dai “fatti pandemici” di questi giorni) tra globalizzazione e una sempre più crescente rivalutazione paesologica delle piccole realtà?

Nell’immediato ci sarà una crisi di tutto ciò che è legato alla globalizzazione, al dominio del modello produzione-consumo e del modello economico in generale. Ma ciò accadrà solo nella prima fase di questa storia nuova che stiamo vivendo; poi piano piano è probabile che tutto si assesterà e ritornerà a come era prima della pandemia. Quindi sarà importante in un primo momento, che andrà da maggio alla primavera successiva – in un arco di tempo che coprirà circa un anno! -, realizzare una grande battaglia culturale per dare più spazio alle posizioni che nella tua domanda definisci paesologiche o comunque no-global.

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Xavier de Maistre e i nuovi zombi

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Durante questi primi giorni di quarantena, dopo molti anni, ho voluto rileggere il breve romanzo Viaggio intorno alla mia stanza del flâneur Xavier de Maistre; seguito, nello stesso volume, da uno scritto aggiuntivo intitolato Spedizione notturna intorno alla mia stanza: costretto per ben quarantadue giorni agli arresti domiciliari – una “quarantena giudiziaria” – l’autore coglie l’occasione per ripercorrere in maniera insolita, con i sensi e l’immaginazione, i luoghi consueti del proprio abitare, l’oggettistica casalinga mai considerata come input filosofico, in un viaggio breve dal punto di vista spaziale – un appartamento, per quanto lussuoso e spazioso, ha dei confini ben definiti – ma infinito se considerato in riferimento a quello che James Ballard, alcuni secoli dopo, avrebbe chiamato inner space (spazio interiore).

Un viaggio intorno e non dentro, come suggerirebbe la logica, perché lo sguardo di de Maistre non attraversa – a mò di spada che penetra la carne – distrattamente la stanza, come accadrebbe forse durante gli spensierati giorni di una normale libertà, ma plana delicatamente sulle sue pareti, si sofferma sui mobili, sulle cose di uso quotidiano, su quelle da sempre possedute ma mai osservate e analizzate profondamente. In questo nuovo approccio silenzioso, meditativo, privato, senza pubblico, si scorge la rivalutazione di aspetti scontati, delle vicende relazionali rimosse, delle persone importanti seppellite nella memoria, degli atteggiamenti sbagliati assunti nel passato e delle false amicizie incontrate (cantava Battiato: “E quanti personaggi inutili ho indossato / Io e la mia persona quanti ne ha subiti”), delle letture fatte e quelle da fare, della condizione permanente dei poveri in strada rispetto a quella propria da recluso, temporanea e agiata, di un’asocialità scambiata per difetto e ora valorizzata al punto giusto, delle lettere giovanili rinchiuse in un cassetto e rilette…

Dalla poltrona al letto, dalla scrivania alla libreria, dalle stampe e i quadri appesi ai muri fino allo specchio, l’unico “quadro” veramente autentico – riflettente noi stessi – che non osiamo criticare; dal viaggio domestico a quello contenuto nei libri amati: una serie di viaggi nel viaggio, nel tempo e nello spazio.

“Quando viaggio nella mia stanza dunque, raramente percorro una linea retta: vado dal tavolo verso un quadro posto in un angolo; da lì mi muovo in senso obliquo per andare alla porta; ma, benché partendo la mia intenzione sia proprio quella di recarmici se lungo il percorso incontro la poltrona, non faccio complimenti, e mi ci accomodo all’istante. […] Un buon fuoco, qualche libro, delle penne; quante risorse contro la noia! E ancora che piacere dimenticare libri e penne per attizzare il fuoco, abbandonandosi a qualche dolce meditazione, o buttando giù qualche verso per rallegrare gli amici! Le ore scivolano allora su di voi e cadono in silenzio nell’eternità, senza farvi sentire il loro triste passaggio.” Tutto contribuisce alla formazione di una nuova geografia delle piccole cose, a una cartografia riveduta e corretta del conosciuto.

Ma quello di de Maistre non è un viaggio fatto per noia, per passare il tempo (“Questo esilio forzato è stato solo un’occasione per mettermi prima in cammino” […] “… avrei preferito occuparmi di questo viaggio in un altro periodo, e che avrei scelto, per compierlo, la quaresima piuttosto del carnevale: pure, riflessioni filosofiche, mandatemi dal cielo, m’hanno molto aiutato a sopportare la privazione dei piaceri che Torino offre a bizzeffe in questi tempi di chiasso e d’agitazione.”), e nemmeno una quest, un viaggio iniziatico, perché non c’è nulla da ricercare; è già tutto lì a portata di mano o a portata d’animo. È invece un cammino necessario che valorizza il consueto, un tragitto in pantofole per vedere gli angoli soliti da un altro punto di vista. I particolari che prima sfuggivano alla cattura, ora restano impigliati nelle reti dell’osservazione ristretta per causa di forza maggiore. Dalle virtù del letto alle scoperte metafisiche sulla doppia natura – anima e bestia – dell’uomo casalingo: “Tutta l’arte d’un uomo di genio sta nel saper educare bene la propria bestia…” Una volta domata la bestia, l’anima può viaggiare da sola, in modo “d’ampliare la propria esistenza” e sconfiggere la meccanicità (Gurdjieff docet!) insita nel vivere quotidiano e routinario.

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Elogio del post apocalittico

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“Lo sa cosa facevo prima della guerra? Vendevo fotocopiatrici…”

                                                                                     (Generale Bethlehem, signore della guerra. Dal film “L’uomo del giorno dopo”)

Perché il sottogenere post apocalittico, sia letterario che cinematografico, ci affascina e attira molti di noi? Perché siamo dei convinti estinzionisti? Perché siamo talmente pessimisti sul futuro dell’umanità che non riusciamo a prospettare un avvenire diverso da quello catastrofico? Perché odiamo i nostri simili e auspichiamo uno spopolamento del pianeta, caso mai fantasticando su di noi che, rimasti soli soletti, avremmo tanto spazio a disposizione? Perché non si farebbe più la fila ai negozi e non si userebbe più il denaro guadagnato andando a fare un lavoro che non ci piace? Niente di tutto questo; se anche queste “idee” ci hanno sfiorato, è stato solo per un attimo, pensando soprattutto alle condizioni reali e poco romantiche in cui ci troveremmo a vivere se tutto ciò si avverasse.

Non starò qui a snocciolare titoli di romanzi fantascientifici o di film fortunati tratti dagli stessi e che da tempo seminano scenari surreali, sotto forma di immagini filmiche divenute cult, nel nostro affollato immaginario collettivo. È importante, invece, capire perché ci sentiamo terrorizzati e al tempo stesso attratti dalle gesta solitarie dell’uomo post apocalittico; perché il mondo, il nostro mondo, così come lo vediamo ridotto negli scenari post apocalittici descritti nei racconti e nelle pellicole, pur spaventandoci suscita in noi domande scomode a cui sentiamo di non potere sottrarci? Una prima risposta potrebbe essere: perché la condizione post apocalittica ipotizzata “per gioco” induce a riflettere sulla condizione quotidiana “reale”, socialmente strutturata, pensata da altri, accettata, interiorizzata, mai più messa in discussione una volta raggiunta la cosiddetta “età della ragione”.

Una popolazione mondiale decimata da una pandemia, un pianeta Terra distrutto e contaminato in seguito a una catastrofe nucleare… Molteplici sono le cause “inventate” (o profetizzate?) dagli scrittori che hanno impegnato le loro penne in questo sottogenere letterario: alla fine non importa sapere quale sia stata la causa che determina la drastica diminuzione della popolazione terrestre, la sua quasi estinzione o la sua mostruosa trasformazione in qualcos’altro. Quello che conta, ai fini narrativi e introspettivi, è la nuova condizione esistenziale con cui devono confrontarsi i pochissimi sopravvissuti (o il sopravvissuto): a volte le storie cominciano con un solo sopravvissuto che in seguito scoprirà di non essere l’unico ad avere superato indenne l’ora zero del nuovo corso storico. Generalmente, come c’insegnano romanzi e film, questa scoperta non porta a nulla di buono: l’equilibrio che il sopravvissuto solitario aveva conquistato faticosamente nel tempo, creando intorno a se un piccolo paradiso sospeso sulle macerie del mondo precedente alla catastrofe, viene alterato dall’arrivo di suoi simili in cerca di aiuto o di fisiologica compagnia. L’uomo non è fatto per stare da solo ed è bello scoprire che anche altri ce l’hanno fatta: soprattutto gli adulti, bloccati a metà tra due mondi, che hanno un ricordo ancora vivo dei propri cari di cui spesso ignorano il destino o del mondo popoloso prima della tragedia, dopo un iniziale disorientamento dovuto alla scoperta sconvolgente di non essere più soli, tendono a riaccendere una speranza che la forzata condizione solitaria aveva assopito ma non del tutto cancellato. Un ritrovarsi che, però, porta guai, che guasta i piani collaudati del solitario: lo stare insieme implica responsabilità che vanno oltre l’io bastante a se stesso. È così anche nel mondo sovrappopolato e pre-apocalittico.

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Reduce di pace

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Gli abiti usati in battaglia
reclamano azione pura
dagli armadi del tempo,
crollano le eroiche carni
testimoni graffiate di sovrumani
fatti, se immobili e sazie
ritornano vincenti all’amata
dimora dei gesti di pace,
alla pelle di lei, alle promesse,
ai lavori del congedo, alle armi
quotidiane
deposte prima della follia.

Come un dolce tarlo
dopo armistizi sognati
divora la ferma divisa
dei troppi giorni felici.

(ph M. Nigro)

– video correlato –

“I miei nonni”, PGR

Ius soli

Tu sei la terra che abiti!
perché questa terra ha imparato
ad abitare in te,
lentamente come allora, serva libera
di infime culturae
ti culla il fiume lungo sponde teverine
testimone di schiavitù dai lembi esterni
dell’impero

fin dai primi respiri in esodo
di genitori raminghi senza re magi
assorbi ancora oggi il mio stesso
ossigeno inquinato da parole nere,
zigoti africani in salsa napoletana
si portano dentro ricordi ancestrali
di savane mai percorse
macchiati di ragù

si confondono con ironia e colore
a schemi mentali di fattura italica,
usi il dialetto dei miei padri
per azzittire piazze madonnare.

– video correlato – 

“Terra mia”, Pino Daniele

L’ora più buia

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L’uomo, le sue sconfitte, la parola.

La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”: ho letto una volta in un libro molto importante; il reietto ripescato, l’escluso a causa dei suoi stessi fallimenti, il mediatore scomodo ma utile, l’inviso ai politicanti e ai diplomatici ad oltranza, il mal sopportato dal reggente, diventa la soluzione pasticciata ai problemi di un’intera nazione. Perché l’evoluzione nasce da un errore che diventa codice registrato e trasmesso ai discendenti dopo numerose prove di esistenza, non nasce dall’ordinario, da scelte senza rischio e dalla vita lineare. La guerra non si fa solo con le armi e gli uomini valorosi che offrono il petto al nemico sui campi di battaglia: un corpo bizzarro (antitetico a quello di dittatori vegetariani!), un personaggio eccessivo, sgraziato, viziato e grottesco, che la moglie nell’intimità ama chiamare “porcellino”, la sua parola maldestra e farfugliata – a malapena captata dalla povera segretaria personale che ha l’ingrato compito di dover dattilografare i futuri discorsi dell’improbabile statista messo lì a tappare buchi politici all’indomani dell’inizio di un conflitto mondiale – possono vincere una guerra.

Non ci sono insanguinati campi di battaglia alla Spielberg ne “L’ora più buia”, ma solo sprazzi di vita privata e politica di un alcolizzato godereccio, appassionato di sigari che deve resistere agli attacchi interni al gabinetto di guerra da lui stesso presieduto, prima ancora che a quelli di Hitler.

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7 poemas de “Tardes perdidas” (2019), de Michele Nigro

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Su Vallejo & Co., rivista elettronica di letteratura e arte, giunta al sesto anno di pubblicazione, è disponibile una selezione bilingue italiano-spagnolo di poesie dalla raccolta “Pomeriggi perduti”, in stampa per Edizioni Kolibris (prefazione di Stefano Serri, con una nota critica di Chiara De Luca).

Segue una poesia della selezione, quella che dà il titolo al libro, tradotta in spagnolo da Chiara De Luca…

Per leggere, invece, tutti i 7 poemas de “Tardes perdidas”, qui!

Un grazie di cuore a Chiara De Luca per la traduzione e alla Redazione di Vallejo & Co. per l’opportunità e l’ospitalità!

Tardes perdidas

(alabanza de la lejanía)

Apaguen los saberes

eléctricos por la tarde

los confortadores cacharros

las redes de mallas grandes

de las mentiras en colores,

las hojas impresas

destinadas al olvido

a mudanzas empaquetadas

con títulos expirados.

¡Apaguen todo!

La verdad custodiada

sin edictos

por el viento de verano

por nubes negras

y lluvias salvadoras

a mitigar sequedades

a descifrar sequías interiores

se posará como ungüento

sobre las heridas de la mente ofendida.

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