Cartine

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C’è gente che non lascia
spazi liberi o sedie vuote
tra una morte e l’altra
tra la morte e la vita nuova,
distratti, multitasking, a ruota
non libera, senza tasche d’ozio,

l’aborrire le pause musicali
su spartiti quotidiani da spartire
crea rumori esistenziali
e false felicità indaffarate.

Preferisco le cartine fisiche,
piene di verde e rilievi che pare
di toccarli sotto le dita della fuga,
a quelle politiche decise a tavolino
colorate, innaturali, piatte
irreali come mutanti ideologie d’uomo
sorde allo scavo secolare e paziente
della parola.

(immagine: L’Italia, Luglio 2100)

– video correlato –

“La bandiera” – Edoardo Bennato

Mi fa male il mondo

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(tratta da “Poesie minori. Pensieri minimi” vol. 2)

 – video correlato –

“Mi fa male il mondo”, Giorgio Gaber

Combattere la Mafia…

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Come si combatte l’illegalità e quindi la mafia? Voi direte, giustamente, sequestrando beni, arrestando esponenti della Cupola, indagando, spezzando reti, stanando latitanti, sfruttando le rivelazioni dei pentiti, intercettando, investigando, “seguendo il denaro”, allestendo maxi-processi, emettendo sentenze, facendo Giustizia… Tutti provvedimenti attuabili e di fatto attuati dalle istituzioni, dalle forze dell’ordine, dallo Stato, e che fanno notizia.
Poi ci sono provvedimenti privati, sottotraccia, quasi banali ma che banali non sono, scelte personali che non fanno notizia, all’apparenza ridicole se pensiamo alla mafia solo come a un’organizzazione che spara e uccide e non innanzitutto come a un “atteggiamento”, a una “dittatura bianca” delle coscienze che si presenta in giacca e cravatta con piglio dirigenziale.

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Distanziamento sociale nel film “The Village”

Pubblicata tre anni fa sul sito L’Ottavo.it con il titolo “The Village e le paure dell’America di oggi”, questa breve recensione filmica potrebbe offrirsi a una rilettura in chiave “post-covid”, passando dal simbolismo trumpiano di un nemico costruito per motivi geopolitici, economici e di conseguenza elettorali interni, a un’esigenza reale, attualissima, scientifica e culturale al contempo; alla realizzazione di quello che abbiamo imparato a definire in questi mesi “distanziamento sociale”. Non più visti come disvalori, punizioni corporali, torture psichiche ma addirittura – moderatamente, senza esagerare! – come opportunità per una preziosa riscoperta di visuali alternative finora trascurate, il distanziamento sociale di tipo nazionale, l’autoisolamento turistico, la quarantena dalle abitudini consumistiche e dalla moda comportamentale, potrebbero rappresentare interessanti punti di partenza non per un arroccamento misantropico tendente al sociopatico o per scadere in un provincialismo esasperante e miope di stampo sovranista o in una quaccherizzazione della socialità, bensì per una salutare ricerca inedita nelle terre interne dell’inconsueto, per una valorizzazione di quei territori culturalmente sottovalutati, delle snobbate distanze brevi, per una risalita delle correnti fino alla fonte di ciò che pensiamo di conoscere e che invece abbiamo rimosso dai nostri itinerari interiori ed esteriori.

Saggio è in questi giorni l’invito, politico e culturale, a una riscoperta del nostro paese; non si tratta di “patriottismo” economico, di una sollecitazione fascistissima a un “consumismo interno”; c’è di più: è un invito a volersi bene non come mero atto buonista, a proteggersi l’un l’altro, a coltivare un senso d’appartenenza stavolta non deleterio, non uniformante, a riscoprire il “villaggio Italia” perché in questo periodo d’emergenza abbiamo capito che, nonostante la globalizzazione, nonostante le difficoltà interne e le bassezze di certi nostri connazionali, non ci si salva che da soli, da dentro in qualità di nazione, dall’interno del bosco, o meglio, passando al bosco (non per forza in termini addirittura jungheriani), lì dove vivono gli altri membri della nostra comunità, senza attendere aiuti esterni o interventi romantici e idealistici da parte di comunità immaginarie, all’atto pratico inesistenti o ritardatarie (vedi quella europea). 

È bello stare al caldo, affidarsi a riti sicuri e regole salde, accolti dal morbido abbraccio di una coperta comunitaria in cui tutto sembra riproporsi come nuovo, spinti dall’onda emotiva di una inflazionata ripartenza; anche se conosciamo la corruttibilità dell’animo umano, anche se per un po’ torneremo a riscoprirci senza coltivare illusioni a lunga percorrenza. Presto questi riabilitati gesti conservativi verranno nuovamente messi da parte: prima o poi, tra una fase e l’altra, ritorneranno di moda l’audacia e l’esotismo. E con essi forse, anzi sicuramente, anche una buona dose di stupida normalità.

locandina

“The Village”

(2004)

regia di M. Night Shyamalan

 

Dividerei la trama di questo interessante thriller psicologico in due momenti principali: quello dell’incanto e quello di un necessario e imprevisto disincanto. La storia si svolge a Convigton, un villaggio nella Pennsylvania del XIX secolo, la cui popolazione vive in serenità, protetta da regole nate insieme al villaggio, circondata da un bosco in cui è vietato inoltrarsi: un antico accordo di reciproca “non invadenza” ha confermato negli anni una pacifica convivenza con le creature misteriose che lo abitano. L’incanto consiste proprio nel credere in questo accordo e nella paura su cui è fondato, nelle regole stabilite dagli anziani della comunità che assicurano a tutti un’esistenza in equilibrio con la natura, con la tradizione che non offre spiacevoli sorprese. Ma il male, la gelosia, la curiosità, sono caratteristiche insite nell’essere umano, anche nel più puro, in quello coltivato sotto la serra dell’innocenza.

Lucius, uno dei giovani del villaggio, introverso e ribelle, è innamorato di una ragazza non vedente, Ivy, figlia di uno dei più autorevoli e influenti anziani fondatori del villaggio. Anche Noah, giovane affetto da turbe mentali, si è invaghito di Ivy e in preda alla gelosia accoltella Lucius. Ed è da questo preciso istante che inizia la fase del disincanto: per salvare la vita di Lucius occorrono farmaci che è possibile trovare solo in una fantomatica città al di là del bosco, fino a quel momento irraggiungibile – e di fatto mai raggiunta da nessuno degli abitanti – a causa dei divieti che circondano Convigton.

Ivy, pur essendo cieca, si offre per andare in città: il padre, infrangendo la regola cardine che assicura tranquillità al villaggio, svela a Ivy che le creature innominabili abitanti il bosco proibito sono in realtà un’invenzione degli anziani per tenere lontani gli altri covillici dalla cosiddetta civiltà. Forte di questa rivelazione sconvolgente, Ivy raggiunge la fine del bosco e finalmente entra in contatto con un primo abitante della città: la sua cecità non le permetterà di accorgersi che quel cittadino incontrato per caso è un ranger del XX secolo e che il suo villaggio sorge all’interno di una foresta protetta, consentendole di restare “vergine” dopo l’incontro col mondo.

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Messa in moto. L’ateismo dei virus

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MESSA IN MOTO

L’ateismo dei virus

Ieri un prelato che va spesso in televisione e che ho sempre apprezzato per il suo modo pacato di rapportarsi con l’interlocutore (anche quello immaginario dall’altra parte della telecamera), si è visibilmente alterato parlando della decisione secondo lui discutibile del comitato scientifico della protezione civile in materia di messe e celebrazioni varie (tranne i funerali con un tetto massimo di “invitati”) da continuare a vietare.
Il prelato, rosso in volto (ricordando un po’ il rabbioso monito wojtyliano “Convertitevi!” pronunciato in Sicilia all’indirizzo dei mafiosi), ha così energicamente affermato con piglio fideista: “la chiesa non è un luogo di contagio!”.
Già presa così la dichiarazione è condannabile perché la chiesa come edificio – da quel poco che ricordo – è un luogo di aggregazione al pari di altri, quindi suscettibile di assembramenti con tanto di abluzioni in acquasantiere, strette di mano al momento dello scambio del segno della pace, passaggi di monetine per la questua e distribuzioni eucaristiche: tutte pratiche che, in assenza per ora di un “decalogo per i fedeli”, anche senza un’ulteriore disamina igienista in questa sede, come è facile intuire costituirebbero occasioni di contatto improponibili e quindi di possibile contagio.
Ora, prescindendo dal bisogno di spiritualità, soprattutto in un momento delicato come questo, per controbilanciare il bisogno di cibo, quindi materiale, che ci spinge spesso in strada in questi giorni di pandemia tra supermercati e negozi alimentari vari (spiritualità che come ci suggerisce il saggio “Ascetismo metropolitano” di Duccio Demetrio può, anzi direi che dovrebbe, essere ricercata anche in luoghi “altri” – lo so, è più faticoso – diversi dalle chiese architettonicamente intese), direi che l’affermazione del prelato, sotto certi punti di vista irresponsabile quasi quanto quella di chi dice che si possono riaprire tutte le fabbriche, tanto il peggio è passato, nasconde un altro tipo di indignazione. Si tratta non solo dell’indignazione per una presunta decisione illiberale nei confronti del fedele impossibilitato ad abbeverarsi presso la fonte religiosa preferita, ma di una “stizza” d’altra natura, che nasce dall’aver osato rapportare e messo di fatto sullo stesso piano il luogo sacro con quello laico, la chiesa con la fabbrica, la pizzeria o il minimarket. Mi verrebbe da dire: il metafisico con il fisico.
Anzi, non allo stesso livello, bensì a un gradino inferiore: infatti alcune realtà commerciali stanno riaprendo anche se in maniera trasversale e incompleta. È difficile dover ammettere che le chiese, dinanzi al potere oggettivo e non immaginifico della natura, sono luoghi uguali agli altri. È difficile dover ammettere che l’unico luogo spirituale non controllabile da alcuna istituzione, quello sì inattaccabile da qualsivoglia virus, è e resterà sempre la nostra interiorità.
L’affermazione arrabbiata “la chiesa non è luogo di contagio!” denuncia, se mai ce ne fosse bisogno (ma la pandemia forse ha reso definitivamente consapevoli alcuni irriducibili di una verità ormai tangibile e di una caducità che non conosce gerarchia), la perdita di un primato, quello taumaturgico, da parte di un potere, quello religioso (nel senso di istituzione), nei confronti della realtà oggettiva offerta dalla cruda scienza e dalla riproducibilità dei suoi dati sperimentali, e nella fattispecie dalla virologia.
La vera ricerca spirituale (anche quando si parla di “popolo di Dio”) non può che essere solitaria: tutto il resto è “caciara” postconciliare. L’immagine di Papa Francesco che prega da solo in Piazza S. Pietro sarebbe potuta essere l’occasione per un salto di qualità da parte della Chiesa, per l’emancipazione (ormai tardiva) da una spettacolarizzazione di debordiana memoria ma, come accade da secoli all’interno della Chiesa, esistono correnti di pensiero interne che contraddicono l’operato illuminato (e gli esempi muti) di certi Papi. O viceversa: Papi che affondano spinte evoluzionistiche positive nascenti dal basso. Se il suddetto prelato s’indigna, Papa Francesco comprende con serenità e giustifica l’ulteriore sacrificio richiesto ai fedeli. Insomma, almeno fate pace tra voi!

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Bella Italia

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Quanto sei bella, Italia mia
che sai di melone e
pane appena sfornato,
di lontane bande musicali
e infedele nostalgia di paradisi
in terra,
serali suoni marziali e giubilanti
appresso a santi non creduti
eppure rispettati e lasciati campare
come utili parenti tollerati,
al sapore di casa e di madri
in preghiera oltre la miscredenza
di una ragionevole età,
anarchica nella fede
osservatrice dai balconi
di estive curiosità d’antropologo.

Sento passare processioni
e lenti processi interiori
ai lati dell’indifferenza,
la forza del gruppo
di donne devote
con l’anima in pace
e rinnovate speranze.

Quanto sei bella, Italia mia
di scandali benedetti
dalla ragion di stato e di chiesa
e litanie di pie ignoranze
plaudenti a idoli infiorati d’oro
immobili e peccaminosi
nel loro silenzio
tradotto dall’uomo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, ed. Kolibris – 2019)

Quarantena e poesia: 3 domande a Franco Arminio

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Franco Arminio è un autore che – come si usa dire in questi casi – non ha bisogno di presentazioni. Poeta, documentarista e paesologo (nel 2015 dà vita alla “Casa della paesologia” a Trevico), direttore artistico del Festival della paesologia “La Luna e i Calanchi” di Aliano, ha pubblicato romanzi e numerose raccolte di prosa breve e di poesie, registrando un successo che, nell’ambito di un genere letterario di nicchia come quello poetico, potremmo considerare raro: “Cartoline dai morti”, Cedi la strada agli alberiPoesie d’amore e di terra”, “Resteranno i canti” e il più recente L’infinito senza farci caso”, solo per citarne alcune. Apprezzato su tutto il territorio nazionale per i suoi reading in cui il pubblico non ha mai un ruolo marginale ma è co-protagonista attivo, è un intellettuale ad ampio spettro che mi piace definire – rubando un termine al lessico medico – “internista”, per il suo impegno letterario e civile nel cantare, valorizzare e difendere la cosiddetta Italia interna, fatta di borghi appenninici, paesi fantasma, terre desolate ma sacre per chi il sacro sa come cercarlo.

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In questo periodo difficile per l’Italia e il mondo, ho voluto rivolgere a Franco Arminio tre domande che, pur orbitando intorno ai temi madre della sua poetica, non potevano non subire l’influenza degli eventi attuali. 

  • Questo periodo di quarantena per molti è un tempo di sacrificio, di asfissia psicologica, di nevrosi solitaria o familiare; il ritrovarsi isolati costringe “a darsi retta”, a frequentare se stessi e a concentrarsi sulle piccole cose ignorate. Per altri, invece, più “predisposti” dei primi, al netto della tragedia in atto, è un piacevole tempo di conferme nel silenzio, di armonia interiore coltivata in tempi non sospetti e che torna utile nel disorientamento generale. La Sua poetica incita a una ricerca dell’essenziale, del bello nascosto, di una semplicità lontana dalle luci della città, della libertà autentica. Crede che questa forzata esperienza collettiva orienterà, a emergenza conclusa, i più “distratti” verso una rivalutazione di questa ricerca?

Non lo so, ovviamente, ma temo che non lo sappia nessuno. Credo che una parte di persone comunque si orienterà nella ricerca di una forma di attenzione. Diciamo che “saranno un po’ meno distratti”, ma si tratterà purtroppo di una piccola parte.

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  • Nel libro “L’Italia profonda” (2019), scritto con Giovanni Lindo Ferretti, si descrive un’Italia assopita, nascosta, disabitata e dimenticata. Due riflessioni differenti ma complementari: ognuna scaturita da una diversa esperienza di vita “appenninica”. Che sviluppi avrà, secondo Lei, la diatriba non nuova (accentuata dai “fatti pandemici” di questi giorni) tra globalizzazione e una sempre più crescente rivalutazione paesologica delle piccole realtà?

Nell’immediato ci sarà una crisi di tutto ciò che è legato alla globalizzazione, al dominio del modello produzione-consumo e del modello economico in generale. Ma ciò accadrà solo nella prima fase di questa storia nuova che stiamo vivendo; poi piano piano è probabile che tutto si assesterà e ritornerà a come era prima della pandemia. Quindi sarà importante in un primo momento, che andrà da maggio alla primavera successiva – in un arco di tempo che coprirà circa un anno! -, realizzare una grande battaglia culturale per dare più spazio alle posizioni che nella tua domanda definisci paesologiche o comunque no-global.

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Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi…

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“Io ne ho viste cose che voi virologi non potreste immaginarvi:

carrelli per la spesa in fiamme al largo dei bastioni di Conad,
e ho visto la follia balenare tra le sbarre vicino alle porte di Rebibbia…
… Gente isterica uscire dalla zona rossa lombarda per entrare in quella campana, e urlare come Morgan: “Che succede?”;
treni affollati di coglioni B sferragliare di notte verso la stazione di Salerno;
e-mail di truffatori intasare le caselle postali per vendere mascherine e gel a prezzi disumani;
ho visto file infinite di clienti col numerino davanti alle farmacie e proprietari di pub col metro in mano;
ho rivisto il mio amico Vituccio che quando parla sputacchia a più di un metro… e ho girato a largo da lui;
ho visto preti benedire i fedeli e le salme a distanza con fucili caricati ad acqua santa;
Papi e impiegati statali lavorare in smart working;
pusher di tamponi agli angoli delle strade;
ho visto bozze di decreti sgattaiolare di notte per colpa di collaboratori incapaci;
ricette di amuchine improbabili diffuse in giro come se fossero quelle di Suor Germana;
ho visto web-santoni del XXI secolo smentire i Maya e annunciare una nuova data per la fine del mondo;
gente con la scusa del panico sfondarsi di Nutella Biscuits come se non ci fosse un domani;
ho visto orde di infedeli tornare alla preghiera che manco nell’Anno Mille;
palestrati in crisi d’astinenza da attrezzi piangere come ballerine davanti alle palestre chiuse;
strade deserte in paesi che già prima di covid non brillavano per “movid”;
ho visto analfabeti funzionali scoprire di avere una libreria in casa… E li ho visti addirittura mentre tornavano a leggere.

E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come starnuti nella pioggia.
È tempo di restare a casa.”

 

Roy Batty-paglia

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