Burqa virale: la rivincita degli sguardi

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“Burqa virale”

(La rivincita degli sguardi)

Bizzarra è la vita.

Criticavamo fino a poche settimane fa (e a dire il vero sarebbe bene continuare a farlo anche nei giorni a seguire) la scelta pseudoreligiosa e culturale di una certa parte di mondo, di coprire il corpo e soprattutto il volto delle proprie donne, di negarli alla pubblica vista per un male interpretato rispetto divino e per proteggere – dicono – il gentil sesso dal disonore di una tentazione e dagli sguardi voluttuosi della metà maschile del cielo. Dal “semplice” velo (hijab) al burqa, diverse sono le gradazioni intermedie di annullamento della persona femmina: in alcuni casi, dal momento che gli sguardi da soli – se la donna ci sa fare – possono fare comunque non pochi “danni” in chi si abbandona al dolce linguaggio degli occhi, si sono inventati una finestrella che simula la grata attraverso la quale le nostre monache di clausura potevano partecipare senza muoversi dal convento, non viste, alle funzioni religiose celebrate nella chiesa sottostante. Secondo i maschi teocratici la donna (ovvero la sua personalità) non sarebbe annullata da tale “moda” antica, anzi aumenterebbe il proprio potere nel difendersi, nell’osservare il mondo senza essere scrutata in maniera indecente. La donna, “angelo della casa”, in versione 41-bis portatile.

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20/02/2020

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Si viaggiava in gruppo
nei deserti elettrici
per timore di
morire da soli, al buio
senza il conforto della folla
accorti nel lasciare
memorie ai vicini
numeri dell’aldiqua
combinazioni tra zero e due
salvavita a compagni
fedeli nell’ora dannata
della partenza estrema.

Era col passare degli anni
la paura di uscire da sé
treni afferrati sul finire degli
inverni con riso scaramantico
e amuleti da strada,
un lento spogliarsi
lungo il tardo cammino
accompagna ora la danza
a labbra serrate, sacra
del nudo solitario.

– video correlato –

“Segnali di vita”, Franco Battiato

“Il ricordo di sé”, da Nessuno nasce pulito

“Degna è la vita di colui che è sveglio”

(Franco Battiato)

Il ricordo di sé

Assente da te stesso e dal mondo
abbandoni
sotto il sole cocente di un mortale sonno mentale
gli affetti senzienti dell’esistere.
Il ricordo di sé latita dal momento presente
carne viva tra gli oggetti quotidiani
errata percezione delle cose
fatale dimenticanza
vaghiamo incoscienti come foglie meccaniche
trasportate dal vento della routine.

E non troverai al risveglio urlo o disperazione così grande
da colmare il vuoto di un’assurda memoria.

 

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

(nella foto: G. I. Gurdjieff)

– video correlato –

“Lode all’Inviolato”, Franco Battiato 

Buonanotte

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Ci siamo piantati sulla terra
e abbiamo dimenticato il cielo,
il nero notturno trapunto di luci
che era presagio a partenze
– alcune già spente da tempo –
ha lasciato il posto
a stanchi sonni distratti
ripetuti senza clamore
calando ogni sera
sul mondo sveglio altrove
palpebre di finestra
e vaghi saluti augurali.

* i primi due versi sono tratti da
“Walden o Vita nei boschi” di H. D. Thoreau

Passages

Washing and drying day by Jeffrey T. Larson

Riconosciute tra volti adulti
le bambine con cui giocavo
oggi sono mogli e madri,
non ricordiamo più i nomi
e gli acerbi giochi di vita,
le osservo da lontano
mentre raccolgono, annusando memorie
sparse nell’aria estiva
i panni asciugati
dal sole del tempo che passa.

I loro figli, quasi sullo stesso punto ereditato
si trastullano nel vento caldo con nuovi compagni,
rinnovata carne da cannone
per altre guerre esistenziali.
Un giorno, forse
dimenticheranno gli uni
i nomi degli altri,

sulle nostre povere storie
vola in alto indifferente
una lenta coppia di nibbi reali.

(immagine: Washing and drying day,

Jeffrey T. Larson)

video correlato

Il confine prescelto

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Costruzioni semplici, pietra e metallo
refrattarie alla fama di storici moti
di terra che ammazza
con ferri esposti, fratture lente
fuori dalla carne di calce,
arrugginite dal tempo
tra malta e mattoni rotti
offrono riparo a esserini piumati
da brevi voli di speranza campestre,
ritocchi alla buona, pensati con fede
senza scalfire le amate decadenze,
sotto tetti aperti al creato
un favo pulsa d’ali
minaccioso come un fortilizio
alla vigilia di battaglie
nel deserto di volute quietudini.

Puntuale il fumo sereno di una locanda
sfida le nubi regine d’autunno,
macchie di corvi
a gruppi dispettosi
disturbano le inutili antenne
dell’uomo televisivo.

La sera accoglie l’innocenza cercata
i colori desiderati prima del buio,

è troppo facile, ogni volta
chiedersi cosa ci facciamo
su questo confine anonimo
tra le regioni dell’esistere
di noi pendoli amorali.

Le donne guardano

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Le donne guardano,
con la coda di promesse
dismesse come panni
usati da mani maritali,
guardano una fantasia sulfurea
a volte una salvezza.

Guardano con la dolce malizia
di chi tradisce senza toccare
o lasciarsi espugnare da ignari
candidati all’alternativa del talamo.
Confrontano il passante
con chi dimora al loro fianco,
lampi di sguardi radiografici
catturati da carrozze in fuga,
nessuno conosce il verdetto
se apprezzato o sbeffeggiato,
nascondono verità profonde
dietro le quinte dell’ovvio.

Le donne ti guardano morire,
scelgono un attimo prima
dell’ultimo respiro
se dirti tutto oppure niente.

Bar Epoché

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Essere soli tra la folla
seduti, in silenzio
pazienti come cacciatori
di verità umane su volti passanti,
sospendere il giudizio
o criticare con leggerezza.
Assorbire esistenze, registrarle
su taccuini di vetro scuro,
sentirsi parte del flusso urbano
e levigata pietra immobile
ai margini della corrente.

Quante facce nuove, perlate di affanni
alcune ripassano, simili a déjà vu,
sport estivi, osservazioni da bar
cercare senza risolvere
una poetica della città.
Attendere l’occasione giusta
per capire cose non scritte nei libri,
imparare per caso
saperi sospesi tra la gente.