Torneremo ancora? Purtroppo sì…!

Volevano farlo passare come il “brano dell’addio” (ma addio da cosa? da chi? dalle scene? dalla vita? ‘quale’ vita? dai “fan”? addio dagli asparagi che danno un certo odore all’urina? addio dai “clamori nel mondo moribondo”? Magari!) e in effetti lo è – un addio – anche se già aveva fatto “Testamento” ma eravamo troppo presi dal saltellare sotto il palco per accorgercene (e accettarlo); anche se il Maestro (odia sentirselo dire, ma tant’è!) Franco Battiato respira ancora e addirittura in alcuni video casalinghi si muove addirittura (con stratagemmi simili a quelli del film “Weekend con il morto”?) e sembrerebbe parlicchiare col vicino (forse sussurrandogli “Lei non ha finezza, non sa sopportare l’ebbrezza…”?). Cosa dica (o meglio ‘pensi’; ma pensa ancora?, qualcuno s’è chiesto. Ma cos’è il pensiero? È organizzarsi per la spesa e i tour da fare o assestarsi su differenti livelli di “presenza” per noi incomprensibili?. Non lo sapremo mai perché “questo” non fiata, non ci guida più, non ci dice come dobbiamo vivere! Non si fa così, Franco!) non ci è dato saperlo da un certo periodo oscuro a questa parte, nonostante i flash mob sotto casa sua per stanarlo tipo “Catch the fox” di Den Harrow.

No tranquilli, non starò qui a stonarvi ulteriormente blaterando di sciacallaggio commerciale, di infime amicizie striscianti, di calzature col rialzo, di angolazioni fotografiche per coprire l’indicibile, di silenzi telefonici (dopo i vergognosi – e inutili come la sua arte – silenzi televisivi di Celentano, vogliamo scandalizzarci per gli autorevolissimi silenzi di Battiato? Suvvia!) o di omissis familiari al limite del sequestro di persona.

Le groupies più accaldate volevano coinvolgere persino la Sciarelli di “Chi l’ha visto”, la quale si è vista costretta a replicare, dopo varie insistenze, dichiarando: “trattiamo solo casi di persone effettivamente scomparse e che non compaiono in video recenti in cui discutono con tecnici del suono o armeggiano con le bozze della copertina dell’album che sono stati ‘costretti’ a pubblicare!”.

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Vorrei solo rovinare un pochino l’atmosfera romantica e giustamente commovente che si è venuta a creare intorno all’inedito “Torneremo ancora”. Come chiese Maurizio Costanzo al mitico Califfo quando uscì l’album “Non escludo il ritorno”: <<… è una minaccia?>>. E sì perché quel “torneremo ancora” non ha – ahimè – il sapore di una speranza discografica o tournistica, di una promessa fatta agli estimatori, ai “fan” con i palloncini a forma di cuore che lo attendevano facendo le fusa a fine concerto, no. Quel “torneremo ancora” è la constatazione definitiva di una “prassi spirituale”, la dichiarazione finale (per chi non l’avesse ancora capito nonostante gli anni passati a seguirlo in ogni dove) intorno a una condanna: la nostra; è la descrizione della misera condizione umana, dell’anima dell’uomo – in quanto specie senziente – costretta a reincarnarsi di corpo in corpo, a saltellare da un corpo a un altro (se vi va bene) simile, oppure in un tubero concimato con la cacca o in una pietra su cui vanno a pisciare i cani! A trasmigrare chissà per quanto tempo “fino a completa guarigione”, canterebbe il Nostro, ovvero fino alla liberazione da una materialità che ci tiene legati a questa – diciamocelo! – stancante ciclicità.

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Joker è tutti noi

Joker

[post a basso tasso di spoileraggio; tuttavia, per una migliore comprensione dello stesso, se ne consiglia la lettura dopo aver visto il film, n.d.b.]

Joker è tutti noi

I supereroi non esistono: non per le cose fantastiche che fanno e per i superpoteri improbabili che posseggono. Non possono esistere perché sono il frutto irreale di ciò che vorremmo essere, la condensazione in un’unica persona creata a tavolino del meglio dell’umanità, l’epicizzazione e la razionalizzazione dell’immagine di noi che vorremmo dare al mondo, l’idealizzazione di quella parte nobile della nostra anima che ancora riusciamo a considerare salva. Salva dal punto di vista della visione comune di quello che è il bene e il male: un limite che le sovrastrutture imposte dall’educazione e dalle regole di una parte della società che cerca di isolarsi dal marcio imperante, cercano di mantenere vivo. Il bene comincia, guarda caso, dove iniziano gli interessi dei pochi: il potere difende, grazie alle leggi e alle forze dell’ordine create per eseguirle, la propria stabilità, ma taglia i fondi che servono a proteggere e curare i più deboli. Il “reddito di cittadinanza della salute mentale” è poca cosa se confrontato con i mirabolanti progetti dei tanti imprenditori pronti a scendere in campo e ad impegnarsi in politica in prima persona.

C’hanno sempre fatto credere che i “cattivi” fossero i necessari alter ego dei protagonisti buoni, la “spalla” anti-idealistica per giustificare il bisogno cieco di servire il Bene, quello supremo, alto, così alto nei cieli da dimenticare, più in basso, lì dove viviamo noi, le cause del Male, sempre le stesse, apparentemente irrisolvibili; ce l’hanno fatto credere (è successo anche con certe pagine di storia scritte dai vincitori e assunte senza fiatare come farmaci alle scuole primarie) e invece è esattamente il contrario: ma ci accorgiamo di questa differenziazione forzata solo quando l’arte, il cinema come nel caso del film di Todd Phillips intitolato “Joker”, pellicola dedicata alla lenta evoluzione (per i meno audaci ‘involuzione’) psichiatrica del famigerato anti-eroe creato dalla DC Comics e magistralmente interpretato dal notevole Joaquin Phoenix, riesce a trovare il coraggio di essere politically incorrect e soprattutto a distaccarsi dalle regole non scritte dei cinecomics riguardanti il rispetto dei ruoli, della caratterizzazione dei personaggi e da altre catene narrative e cronologiche.

Nonostante la nostra speranzosa (a volte ingenua) reazione uguale e contraria, come c’insegna la fisica, nonostante “la risposta” che tentiamo di dare alla vita, alla fine non siamo nient’altro che il maledetto risultato dell’azione di forze esterne esercitate in maniera costante sul nostro corpo e sulla nostra mente (con buona pace del corredo genetico vincente di cui pochi fortunati sarebbero provvisti): il diverso, non per forza dal punto di vista mentale o sessuale – si può essere diversi in tantissimi altri, più o meno impercettibili, modi (lavoro assente o tipologia dello stesso quando c’è, disponibilità economica, fede religiosa, cultura etnica, lingua, gusti sportivi o assenza di gusti, fortuna con le donne o con gli uomini, modo di vestire, se vivi ancora con i tuoi, disabilità, capacità comunicative,… devo continuare?) – subisce questa pressione in maniera incidentalmente più dannosa. La sua congenita debolezza, i casi fortuiti e bizzarri della vita, la mancanza di quella che certi ricchi e fortunati radical chic travestiti da democratici chiamano – abusando del termine a fini propagandistici per mettere in mostra un paese vincente che in realtà non esiste – resilienza, rendono il diverso più esposto alle “intemperie” del vivere sociale, ai suoi repentini e poco gentili cambi di rotta: all’inizio della sventura a prevalere è ancora la gentilezza, il lathe biosas (“vivi nascosto”) di epicureana memoria che entra in conflitto con l’esigenza di far sapere al mondo che esisti (il from zero to hero dei terroristi radicalizzati, p.e.), il rifiuto delle armi quale mezzo non solo per difendersi ma anche per imporsi e pareggiare i conti, la caparbietà moraleggiante a non risolvere i problemi della vita adoperando la violenza, perché così c’hanno insegnato, seguendo la linea gialla tracciata sul pavimento che porta verso la tomba.

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Hic et nunc, ieri e altrove

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Avanza come onda di marea
la luce del sole
sul cammino atteso,
filtrata da giochi
di nuvole registe
ruba gli ultimi spazi in terra
a un ritornante inverno.

E il nuotatore straniero
attraversa con poche bracciate
quell’effimero confine, sorridente
s’immerge nella luminosa schiuma,
e si scaldano le ossa avvilite
e gioisce la pelle bianca
per le promesse di stagione,
ed è prova di un redivivo andare
il ritrovato sudore asciugato dal vento.

Si stupisce ancora
per i fatti della vita
disseminati nei fatiscenti angoli
del paese e del tempo,
il convoglio dei molti io
che si porta dietro,
i ritorni, pranzando da solo
in stazioni autunnali
nervose e indifferenti,
le città trafficate
da orde impersonali,
le folle di eventi inutili,
le code in fila per il nulla,
i sentimenti lasciati morire
lungo la strada,
gli incontri fugaci
come temporali estivi.

Non si rassegna
alla libertà
delle nuove foglie verdi di Maggio,
alla semplicità
degli attimi vissuti,
alla sincerità dei sensi
sulle scene del respiro.

(ph M. Nigro)

Ferrara Letteratura. Michele Nigro: Verso i “Pomeriggi Perduti”

Anteprima/”assaggio” su Asino Rosso (Il Giornale Libero di Ferrara) dell’intervista al sottoscritto da parte dello scrittore ferrarese Roberto Guerra; la versione integrale prossimamente sul sito de “La Zona Morta”

Per leggere: qui!

A domanda… ho risposto

Ripropongo di seguito i links alle interviste a cui ho avuto il piacere di rispondere in questi ultimi anni: per farmi conoscere dai nuovi lettori di “Pomeriggi perduti” e per conoscermi – rileggendole – grazie alle risposte che ho fornito di volta in volta, sperando di aver dimostrato una coerenza di base, anche se nel tempo è legittima una metamorfosi di pensiero su alcuni punti.

(Per comodità quasi tutti i collegamenti elencati portano ai vari post del mio vecchio blog “Nigricante”, attraverso i quali potrete risalire alle fonti originarie delle interviste.)

Buona lettura!

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