L’uomo del vetro

64970301_1187043091474867_2867361578884268032_n

Sono l’uomo del vetro al mattino
nel silenzio d’alba fracasso sogni reali
e incubi di buio, esami da non fare
ancora oggi mi svegliano sudato.

È un dolce ricordo la mano sfregiata,
ora pezzi di bottiglie feriscono la città
minacce d’atomo sull’autunno amato
giorni neri e senza sangue dalle prime luci

darsi una spinta con i piedi non è sport
toccando il fondo conosciuto di ieri,
è disperata salvezza in risalita
verso riflessi colorati sul pelo d’acqua.

(immagine: opera di Simon Berger)

“Pezzi di vetro” – Francesco De Gregori

Gli insonni

Morning. by Guillermo Lorca.

Gli insonni vivono silenti
fasce privilegiate di tempo,
s’incontrano carbonari
lungo i margini del giorno a venire

affilano lancette crudeli
aspettando albe e caffè.

(immagine: “Morning”, by Guillermo Lorca)

Maria Teresa Infante su “POMERIGGI PERDUTI” di MICHELE NIGRO

versione pdf: Maria Teresa Infante su “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

Una ricca e sentita recensione della poetessa Maria Teresa Infante, che ringrazio, alla mia raccolta “Pomeriggi perduti”

Maria Teresa Infante

Pomeriggi perduti, Kolibris edizioni, 2019

// Era bella, sì / era bella la mia poesia / e non la ricordo. /
(da Onirica, pag. 75)

La ricercata poetica di Michele Nigro esula da una qualunque omologazione, uguale solo a sé stessa è inscritta nella latitanza dell’ovvio – svincolata dalle gabbie modaiole o artificiose – in cui i dettagli diventano espanso interiore di solida grammatura intellettuale sorretta da un’interiorità potente e insieme disarmante, sofferente ma pronta a resistere, graffiante a tratti, significante di un’anamnesi esistenziale che passa dalle strade del quotidiano fino ad “ascendere per discendere” nell’animo umano.
Tra le centootto pagine del volume vi è la commistione degli elementi esperienziali umani e la mimesi elettiva, rigenerante, indispensabile al poeta che ne ha assorbito il carico e avverte il gemito fratturale del bacino emotivo:

Ora che so di questa
eredità di parole sparse
più dolce m’appare
all’orizzonte la morte
che…

View original post 1.295 altre parole

Il richiamo dalla vita bassa

277550440_10226441827422281_3958986931715541224_n

Il richiamo dalla vita bassa
è un afrore profano di chiese
una danza di bianche pelli
rivestite d’afa e dolci voglie
mogli sognate e giovani madri,

“abbandonerai un giorno
la dimora delle parole che scavano
e ti unirai ai sensi ignoranti,
sarete una sola carne analfabeta
un unico testo non scritto!”

Posa il libro chiuso sulla pancia di lei,
sale e scende al suo respiro presente
come letture d’istinto che salvano vite,

ma intanto bastone della vecchiaia
ti spezzi al passo lento di pazienze estive,
altri ritmi rispettosi sfiorano di sera
il tuo tempo che sfiora e passa.

Désengagé

FYnJqIiWQAElSWi

La guerra è moda; la moda della guerra

O bianco, o nero! Dentro o fuori!  ̶  è il maccartismo da talk show
quando il dubbio indica col dito la scomoda verità di ieri
lo stolto dipinge la luna di sangue bambino, e chiude la mente sull’oggi.
Amo la scala dei grigi, il né né, il distinguo che lascia sospesi e la memoria
la complessità osteggiata dal regime di pensiero, il vietato controcanto
la trattativa maltrattata, l’iniziativa dell’individualista, la stizza per i missili a Cuba
lo sguardo obliquo del poeta che non sceglie.
Vi lascio i banchieri striscianti sui prati di case bianche schizzate di rosso, le pacifiche armi
i concerti in metro e le magliette verdi, le comparsate a Kiev e l’ipocrita caccia all’oligarca
i pogrom a suon di swift e i roghi con libri di lingue avverse, le singolar tenzoni tra Papi e Pope
gli spauracchi atomici, la mano di Zio Sam sulla spalla e l’ultimo atto della pièce imperialista.

(endecaverso già pubblicato nell’antologia “Chiamata contro le armi”, a cura di Nadia Cavalera)

Pioggia che non risolve

294046923_769992764043336_8935136397879811982_n

Il dolore che ci lega ha una pausa
estiva è la fuga filiale, rapida e sola
disseminata di operose gru
come antenne nel cielo dell’Aquila.

La lunga frescura sotto il grande sasso
e il ritorno a nuove quarantene sudate,
le insoddisfatte madri in attesa di ventagli
colpi di tosse, cannonate senza guerra

è una mancanza di progetti
a lacerare l’afa interiore dell’immobile
quest’assenza di speranza
dopo una pioggia che non risolve.

“L’infinito”, Giacomo Leopardi

IMG_20220729_231936

«Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.»

Continua a leggere ““L’infinito”, Giacomo Leopardi”

Grado Celsius

combustione-spontanea3

Con l’arrivo dei primi caldi
di notte
dalla finestra aperta
mi raggiungono psicosi da strada.
Uno che vagando tra i vicoli
geme un lamento “mamma! mamma!”
crisi d’astinenza dalla vita
una sirena insonne tra i miei sogni
colpi disperati di campana
schiamazzi da calura
e coltelli facili.

Amo il gelo che tutto acquieta
sotto un velo immobile
molecole indecenti si placano,
cerco l’inverno che zittisce
come severo maestro
i dolori infreddoliti del mondo.

(tratta da “Pomeriggi perduti”, 2019)

Allenamento

IMG_20220717_094532

Dopo la prima prova girando per il mondo
dolgono i muscoli, la pelle bruciata
dal sole che più non ricordava, sfrigola di stupore

la seconda, con il corpo in ripresa tra unguenti di buio
il fascio frollato di carne e idee occidentali
si rimette in viaggio verso una Lhasa dei motivi

la terza e la quarta, le ferite guarite presso oasi di noia
reclamano nuovi cammini, balzi più audaci all’alba
il vento caldo carezza le ossa già saldate e pronte

la quinta prova è un tripudio di passi che baciano terra
la speranza instancabile brama l’incontro
con la fatica divenuta pensiero profondo, vero
finalmente una filosofia di vita itinerante.

(ph M.Nigro©2022)

“Avrai tempo per finirlo!” mi dicevi

FB_IMG_1652996016162

“Avrai tempo per finirlo!” mi dicevi
prima che l’ora di mezzo prendesse corsa
sui libri già letti in barba alla morte.
Ma ne erano sempre troppi, gli amati
facevano capolino dallo scaffale rotto
sotto il peso di presunte eternità

e la finta censura sugli acquisti
la gara per l’ultima pagina in ritardo
le occasioni perdute come titoli intonsi
le lancette inclementi, che di sera affilate
fanno più male delle frecce di San Sebastiano.
“Portarseli tutti dietro!” anche all’inferno
si godrebbe una vista migliore sui gironi,
e quelli pessimi per ravvivare i fuochi
all’ospite demonio.

I primi 50 anni de “I giardini di marzo” su Pangea.news

battisti 50

Il mio articolo I primi 50 anni de “I giardini di marzo” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

Per leggere l’articolo: QUI!

I primi 50 anni de “I giardini di marzo”

versione pdf: I primi 50 anni de “I giardini di marzo”

aa156_b

Io e questo brano dell’immortale Lucio Battisti siamo quasi coetanei — la differenza è di un anno — ma entrambi ci sentiamo ancora “giovani” e in gara: ciò accade perché, come nel caso de “I giardini di marzo” scritta insieme al grande Mogol, le tematiche che la animano sono attuali, inossidabili, riguardanti l’umano e quindi non sorpassabili. Ho sempre pensato che il testo di questa canzone fosse un chiaro manifesto poetico non nel senso prettamente musicale — sulle differenze strutturali tra poesia e canzone si è già discusso ampiamente, anche se la poesia o “lirica” deriva proprio dal canto che nell’antica Grecia era accompagnato dal suono della lira — bensì da un punto di vista intimistico, psicologico.

Il carretto passava e quell’uomo gridava “gelati!”
Al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti
Io pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti
Il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti

Il carretto è l’elemento iniziale che squarcia il velo della memoria: un ricordo giovanile — quello di un uomo che grida “gelati!” — irrompe nel presente a sottolineare una condizione passata, una precarietà economica che non precludeva a una sorta di felicità semplice, essenziale; la visione di un abito materno, tra i tanti affioranti dall’archivio-armadio, che conserva ancora una freschezza intatta, legata a un’epoca di giovinezza non ancora appassita. A volte è strano pensare che anche un genitore, oggi invecchiato, stanco, fisicamente in declino, abbia vissuto un’età verde, rigogliosa, splendente, proprio come quella vissuta da noi cosiddetti giovani. La cosa ci fa indirettamente male perché è la prova che tale ciclo, terminante si spera con un bel tramonto, toccherà a tutti, indistintamente: il genitore è solo la testimonianza più evidente che abbiamo a portata di mano.

battisti (1)

All’uscita di scuola i ragazzi vendevano i libri
Io restavo a guardarli cercando il coraggio per imitarli
Poi, sconfitto, tornavo a giocar con la mente i suoi tarli
E la sera al telefono tu mi chiedevi “perché non parli?”

Anche il ricordo di una certa “precarietà esistenziale” torna nel presente con tutta la forza di cui dispone: non bisogna mai dimenticare come si è stati, cosa siamo stati, l’impreparazione all’esistenza, il timore di confrontarsi con chi appariva più determinato, con i coetanei che sapevano vendere e vendersi senza esitazione sul mercato delle opportunità; ci sono epoche della nostra vita in cui possiamo solo osservare gli altri, registrare i loro movimenti “vincenti”, studiarne le capacità per poi, forse, riprodurle in un possibile futuro ricco di coraggio e di autodeterminazione. Quando si è giovani la mancanza di slancio può essere interpretata, da se stessi e dagli altri, come una sconfitta sul campo perché non si posseggono ancora gli strumenti per accettare la propria diversità, la propria unicità, per riciclarla verso campi applicativi più soggettivi e meno standardizzati: se in un primo momento l’imitazione (e non l’emulazione che rappresenterebbe già uno stadio evolutivo più auspicabile) sembra essere l’unica strada percorribile per non farsi notare e giudicare, e soprattutto per sopravvivere in un mondo che va veloce e non aspetta nessuno, in seguito — non da un giorno all’altro ma coltivando pazientemente la propria personalità e non quella di qualcun’altro visto in tv o sui social — viene a maturare l’idea che l’imitazione è inutile e dannosa, e che l’unica cosa saggia da fare è diventare se stessi. Nel frattempo si torna a “giocare” — così come da giovani di gioca con altri giochi — con la mente che propone fantasie autodistruttive, ipotesi paranoiche, tarli prodotti dalla disistima che scavano nella direzione sbagliata… Ma sono “giochi” da assecondare, che fanno parte di un gioco ancor più grande, incomprensibile durante certe epoche della vita. Bisogna solo giocare e basta! Ci sarà tempo per rivalutare gli “idoli” imitati, per decostruire l’impatto emotivo di certi “tarli”. Nel frattempo, dinanzi alla nostra presunta mancanza di determinazione e organizzazione, quelli che ci amano e sono in apprensione per noi, non possono non domandarci “perché non parli?” ovvero perché non vivi, non ti getti a capofitto nel mondo e nella vita, perché non rischi, non ti racconti, non ti esprimi con i tuoi mezzi linguistici, non importa se acerbi, spuntati, zoppicanti. Insomma “parla cazzo!”, dici qualcosa… Sembra di assistere alla bellissima scena “maieutica” tratta dal film di Sorrentino “È stata la mano di Dio”, quando Antonio Capuano dice a Fabietto: “‘A tiene ‘na cos’ a raccuntà? Forza, curaggio. A tiene o no ‘na cos’ a raccuntà? Tien’ ‘o curaggio ro ddicere. E te vuo’ movere o no?”. Il silenzio è sì importante, soprattutto quando prevale l’esigenza di dover raccogliere le idee e le forze prima di esordire con la propria espressività: non è il silenzio dello sconfitto dalla vita (come troppo facilmente pensano certi detrattori), ma è la pausa — per alcuni lunga, per altri breve — che precede il canto (quello libero!), l’espressione sentita e non casuale del proprio mondo interiore.

battisti

Che anno è, che giorno è?
Questo è il tempo di vivere con te
Le mie mani come vedi non tremano più
E ho nell’anima
In fondo all’anima cieli immensi
E immenso amore
E poi ancora, ancora amore, amor per te
Fiumi azzurri e colline e praterie
Dove corrono dolcissime le mie malinconie
L’universo trova spazio dentro me
Ma il coraggio di vivere quello ancora non c’è

Continua a leggere “I primi 50 anni de “I giardini di marzo””

È un’apparizione laica

stargazing-family-pointing_og2

È un’apparizione laica
serale il punto di luce fissa
congegno umano veloce per caduta,
commuove quest’avanzata fede primitiva
nel passaggio di metalli spaziali
puntuali e dispersi come pensieri al tramonto

si prepara il pianeta in bilico
al dolce sonno terreno
dettato dal suo giro d’asse
è il sacrificio a Morfeo,

la stella cometa dell’uomo in orbita
saluta l’ultimo sole prima del buio.

E brilla la corsa verso l’oscurità,
tornerà ancora, ma tra le tenebre
dell’ormai tardi notturno
quando il distratto uomo digitale
non baderà più alla gravità dei suoi gesti quotidiani.

Nota a “I vivi. Un tremore” di Andrea Donaera

IMG_20220703_171848

La morte e i morti sono faccende troppo delicate, personali, familiari, per rappresentarle in una lingua comune, nazionale: l’intimità del vernacolo permette di fissare meglio cose misteriose, che riguardano l’animo dell’individuo ma al tempo stesso appartengono a tutti. Il dialetto salentino è sì un chiaro collegamento al Canzoniere della morte di Salvatore Toma — che era di Maglie (LE) come Andrea Donaera, autore della silloge I vivi. Un tremore, Fallone editore (2022) — ma l’epigrafe metal “Forever they are in the hills…”, da un brano degli Emperor, denuncia un’impronta mastersiana che travalica la provincia: le colline, dall’Antologia della lontana Spoon River passando per De André fino al Salento, quali luoghi d’elezione per l’eterna custodia dei feretri ma anche per la persistenza spirituale dei trapassati.

La parola “morte” è il tag presente nelle 12 poesie. C’è il disagevole connubio tra sensualità e morte come in un quadro del catanese Calcedonio Reina; l’onnipresenza delle anime (“Addu stane moi li morti ci stane qquai a tutte ‘e vande? – Dove sono ora i morti se sono qui in ogni dove?”); il saggio consiglio popolare a temere più i vivi (causa, loro sì, di tremore!) che i morti: “Li morti nu’lli timìre ma li cristiani… – I morti non li temere ma gli umani…”; l’impermanenza dell’io mentre l’essenza diventa qualcos’altro che si ricicla; la voce dei morti che si nutre della vita vissuta; l’eccessiva fiducia data a un corpo destinato a tradirci; il fardello dell’ego fallace da cui salvarsi; il timore per il tempo che fugge e l’incognita su quando sarà l’ultimo Natale in questa terra… Ma non ci è dato sapere oltre. Non resta che fidarsi della morte e dei morti, accettare la prima e accoccolarsi ai secondi (diventando lo spirito della loro esistenza, l’ “I am them” ancora dall’epigrafe), sorridere con loro della vita. Tanto il ricordo dei cari estinti, a volte unico e genuino punto di riferimento, nessuno può sottrarcelo: “Te le nonne ricòrdete / ‘e mani te farina… – Delle nonne ricorda / le mani di farina…”.

VI
Tutte le ‘uci te li morti tènene nu parcé,
te te pensi ca si’ te ‘u parcé ma
lu parcé te tutte le ‘uci te li
morti ete ‘a vita, ‘a vita prima
t’a morte ca, pare, nu’ gghié mai
ci sape cc’ite ‘a vita.

Tutte le voci dei morti hanno un perché,
tu pensi d’essere te il perché ma
il perché di tutte le voci dei
morti è la vita, la vita prima
della morte che, pare, non è mai
granché la vita.

Continua a leggere “Nota a “I vivi. Un tremore” di Andrea Donaera”