Annuario di poesia 2019 de “Le stanze di carta”

L’annuario di poesia 2019, consultabile e scaricabile gratuitamente, raccoglie le pubblicazioni più interessanti proposte da Le stanze di carta nel corso del tempo, incluso una rosa di dodici autori contemporanei: Angela Greco, Davide Morelli, Francesco Innella, Loredana Borghetto, Lorenzo Mullon, Lucia Triolo, Maria P. Mischitelli, Marina Pizzi, Michele Nigro, Serenella Menichetti, Simona Giorgi, Vittorio Orlando. 
Oltre ai numerosi contributi tra scritture critiche, interviste e recensioni che lo rendono un libro prezioso, l’eBook promuove una serie di libri di poesia contemporanea, assieme ai liberi eBook realizzati da Le stanze di carta. Per prenotazioni della copia cartacea scrivere un’email a lestanzedicarta@libero.it

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Torneremo ancora? Purtroppo sì…!

Volevano farlo passare come il “brano dell’addio” (ma addio da cosa? da chi? dalle scene? dalla vita? ‘quale’ vita? dai “fan”? addio dagli asparagi che danno un certo odore all’urina? addio dai “clamori nel mondo moribondo”? Magari!) e in effetti lo è – un addio – anche se già aveva fatto “Testamento” ma eravamo troppo presi dal saltellare sotto il palco per accorgercene (e accettarlo); anche se il Maestro (odia sentirselo dire, ma tant’è!) Franco Battiato respira ancora e addirittura in alcuni video casalinghi si muove addirittura (con stratagemmi simili a quelli del film “Weekend con il morto”?) e sembrerebbe parlicchiare col vicino (forse sussurrandogli “Lei non ha finezza, non sa sopportare l’ebbrezza…”?). Cosa dica (o meglio ‘pensi’; ma pensa ancora?, qualcuno s’è chiesto. Ma cos’è il pensiero? È organizzarsi per la spesa e i tour da fare o assestarsi su differenti livelli di “presenza” per noi incomprensibili?. Non lo sapremo mai perché “questo” non fiata, non ci guida più, non ci dice come dobbiamo vivere! Non si fa così, Franco!) non ci è dato saperlo da un certo periodo oscuro a questa parte, nonostante i flash mob sotto casa sua per stanarlo tipo “Catch the fox” di Den Harrow.

No tranquilli, non starò qui a stonarvi ulteriormente blaterando di sciacallaggio commerciale, di infime amicizie striscianti, di calzature col rialzo, di angolazioni fotografiche per coprire l’indicibile, di silenzi telefonici (dopo i vergognosi – e inutili come la sua arte – silenzi televisivi di Celentano, vogliamo scandalizzarci per gli autorevolissimi silenzi di Battiato? Suvvia!) o di omissis familiari al limite del sequestro di persona.

Le groupies più accaldate volevano coinvolgere persino la Sciarelli di “Chi l’ha visto”, la quale si è vista costretta a replicare, dopo varie insistenze, dichiarando: “trattiamo solo casi di persone effettivamente scomparse e che non compaiono in video recenti in cui discutono con tecnici del suono o armeggiano con le bozze della copertina dell’album che sono stati ‘costretti’ a pubblicare!”.

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Vorrei solo rovinare un pochino l’atmosfera romantica e giustamente commovente che si è venuta a creare intorno all’inedito “Torneremo ancora”. Come chiese Maurizio Costanzo al mitico Califfo quando uscì l’album “Non escludo il ritorno”: <<… è una minaccia?>>. E sì perché quel “torneremo ancora” non ha – ahimè – il sapore di una speranza discografica o tournistica, di una promessa fatta agli estimatori, ai “fan” con i palloncini a forma di cuore che lo attendevano facendo le fusa a fine concerto, no. Quel “torneremo ancora” è la constatazione definitiva di una “prassi spirituale”, la dichiarazione finale (per chi non l’avesse ancora capito nonostante gli anni passati a seguirlo in ogni dove) intorno a una condanna: la nostra; è la descrizione della misera condizione umana, dell’anima dell’uomo – in quanto specie senziente – costretta a reincarnarsi di corpo in corpo, a saltellare da un corpo a un altro (se vi va bene) simile, oppure in un tubero concimato con la cacca o in una pietra su cui vanno a pisciare i cani! A trasmigrare chissà per quanto tempo “fino a completa guarigione”, canterebbe il Nostro, ovvero fino alla liberazione da una materialità che ci tiene legati a questa – diciamocelo! – stancante ciclicità.

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L’ora più buia

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L’uomo, le sue sconfitte, la parola.

La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”: ho letto una volta in un libro molto importante; il reietto ripescato, l’escluso a causa dei suoi stessi fallimenti, il mediatore scomodo ma utile, l’inviso ai politicanti e ai diplomatici ad oltranza, il mal sopportato dal reggente, diventa la soluzione pasticciata ai problemi di un’intera nazione. Perché l’evoluzione nasce da un errore che diventa codice registrato e trasmesso ai discendenti dopo numerose prove di esistenza, non nasce dall’ordinario, da scelte senza rischio e dalla vita lineare. La guerra non si fa solo con le armi e gli uomini valorosi che offrono il petto al nemico sui campi di battaglia: un corpo bizzarro (antitetico a quello di dittatori vegetariani!), un personaggio eccessivo, sgraziato, viziato e grottesco, che la moglie nell’intimità ama chiamare “porcellino”, la sua parola maldestra e farfugliata – a malapena captata dalla povera segretaria personale che ha l’ingrato compito di dover dattilografare i futuri discorsi dell’improbabile statista messo lì a tappare buchi politici all’indomani dell’inizio di un conflitto mondiale – possono vincere una guerra.

Non ci sono insanguinati campi di battaglia alla Spielberg ne “L’ora più buia”, ma solo sprazzi di vita privata e politica di un alcolizzato godereccio, appassionato di sigari che deve resistere agli attacchi interni al gabinetto di guerra da lui stesso presieduto, prima ancora che a quelli di Hitler.

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ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: I “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

Un grazie di cuore per queste parole a Fernanda Ferraresso…

“… Per questo il rammentare le ricuce a noi, ne fa nostro corpo, stabile, in cui abitare tra spazio e tempo, in una continua rincorsa all’intervallo di quel limite che è il frattale matematico che sempre arrotonda l’errore ma mai raggiunge l’immagine del reale…”

CARTESENSIBILI

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Perdere tempo, quante volte ce lo dicono e lo diciamo a noi stessi! Quante volte vorremmo perdere davvero il tempo che pesa e si aggroviglia ai fasci muscolari, alle ossa, inceppa, fa arrancare , o mette a soqquadro il cuore. Pesate o lieve non facciamo altro che questo: perdiamo tempo, come una clessidra la sua sabbia fino a quando, all’ultimo granello, non ci siamo più, né a dire di noi, né degli altri. Niente pantomime, niente bugie, niente più nessuna parola o sguardo o litania. Niente di niente.Né alba o tramonto, niente sere e nemmeno pomeriggi. Ricordi, emozioni sensazioni, sogni, frasi, annotati dentro di noi a volte, nelle lenti silenziose del giorno, il pomeriggio spesso, nel quasi dormiveglia in cui ci si assenta dalla quotidiana omologata uniformità dei grigiori interiori, dalla fretta a cui il mondo ci sottopone, in pressante pressapochismo, a volte capita di rassettare le…

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Alessandro Canzian (Laboratori Poesia) su “Pomeriggi…”

“… Michele Nigro in queste pagine affronta, prima del testo, la vita, restando in bilico tra un passato e un presente privi di definizioni. Ne emerge quindi una serie di scatti fotografici volontariamente sgranati, soffusi, non contestualizzabili. Non è poesia civile (esiste ancora?), non è poesia d’amore (anche quando parla d’amore, più sovente di perdita), non è poesia esistenzialista (nonostante ne affronti, inevitabilmente, i temi). È uno sguardo sul mondo e sulla vita che registra non l’oggettività ma l’interpretazione che ne consegue, che accade. E per farlo Nigro si appella alla metafora madre del libro che fin dal titolo trova una sua esplicitazione. Cos’altro è il pomeriggio se non quel momento/limbo che non è più mattina, non è più alba e risveglio, e non è ancora sera, tramonto o inizio della notte? Il pomeriggio (tra l’altro: perduto) diventa la quotidianità che rifugge la falsificazione, la visione idealizzata e romanticizzata, è un muro grigio che dice la vita che è accaduta…”

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Lib-r-eriamoci su “Pomeriggi…”

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“… e la coscienza viva e presente del poeta che ha a che fare innanzitutto con il desiderio di trovare un ordine e un senso a tutto, rabberciando un quadro che il tempo smembra e il dolore che viene dalle cose ci fa spesso vedere opaco.”

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Carteggi Letterari su “Pomeriggi…”

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Ilaria Grasso nella rubrica Pillole di poesia scrive: “… Dal testo rileviamo la presa di posizione contro ciò che il “virtuale” offre. L’io poetante fa volentieri a meno dei filtri (della privacy? solo della privacy?) esercitati da chissà chi utilizzando ciò che la natura gli ha donato: i sensi…”

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NiedernGasse su “Pomeriggi…”

Scrive Rosa Riggio nella rubrica Zip della rivista “NiedernGasse”: “… Nigro sa che le parole “usate” e già dette possono essere ancora nuove e farsi canto, non dell’io (“registrare l’universo/ripulendo il segnale dall’io”), ma dei luoghi, della memoria. La poesia è spesso lo spazio in cui si racconta, ma con ritrosia, dicendo dell’attesa o della rinuncia…”

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