Il verde ritorno

Peeping Toms at the keyhole of eternity

C’è odore d’erba giovane
nell’aria tagliata della notte,
fresca di mondi in rinascita
torna la natura cacciata
dal paradiso senza uomini
a parlarci di antichi silenzi
di abitanti del cielo e della terra
e di inattese riconquiste.

Penetra illibata tra vicoli e quartieri
non teme gli anni perduti dell’acciaio
e le glorie del progresso,
il fiero verso che sembrava estinto
risuona nel buio limpido
dell’ora più buia.

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“The Way We Were”, Barbra Streisand

Goccia a goccia

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Non si diventa nient’altro
che severi genitori dei nostri
genitori di speranze
quando partivamo all’imbrunire
verso nervose città ribelli,

di notte raccogliamo da terra
ossa tramortite dagli anni
e dalla chimica usata per
gabbare i rancori e i cuori cupi
di un pesante tramonto.

All’incrocio delle età, dentro casa
ci salutiamo ubriachi, ridendo
ognuno diretto al proprio traguardo
immemori del dolore
che infarcirà la terra di domani.

(ph M. Nigro, titolo: Ghigliottine di luce)

non è più tempo di maiuscole

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un’imprevista coesistenza tra istinti e disciplina
smorza gli entusiasmi dello spettacolo
e maturo ti inchini ad atroci richieste,
avanzando a colpi di machete
nella giungla crudele dell’esistere.

non è mai stata giusta
e ai suoi figli toglie di bocca, senza pietà
parole e speranze sognate nel buio.
la vita, questo dono bastardo
nato da geni casuali come
passeggeri seduti vicini per sbaglio
su autobus diretti verso il solito buco morente.

eppure fedeli ingoiamo strani veleni
non previsti dalla gloria
muovendo passi fiduciosi e sciocchi.
un’inerzia morale illude le disincantate menti
collegate a cuori stanchi di spingere invano
quel liquido portatore di sensuali eternità.

hai intenzione di crederci ancora, ritornando sulla strada?
sai che il movimento dà risposte inattese alla disperazione
rimescola un dolore riproposto ogni volta sotto altre forme.

illuso e testardo giocatore di dadi
abbozzi un’effimera pazienza da finto saggio,
da buon diplomatico sovrastrutturato
convivi con la più cocente sconfitta
soffri perché non intravedi ancora la sua nascosta saggezza
il velato messaggio di bellezza dietro i silenzi,
mentre ogni notte sogni, vergognandoti
mani sudice colme di premi
rubati in fretta
ossessionato dalla paura di non avere fortuna.

presto sulle delusioni si formeranno croste,
ci sentiremo guariti e vincenti, di nuovo in gara
impareremo a volare basso
sfiorando la terra che attende i nostri costosi cappotti di legno.
intanto sommiamo piccole morti invisibili,
s’avvicina l’ora della spugna non gettata
ma lasciata cadere da una meritata
mancanza di voglia.

non è più il tempo delle facili maiuscole,
solo impercettibili minuscoli passi sull’asfalto
per raggiungere nell’oscurità
il campanello d’allarme
di un’inutile salvezza.

(tratta da “Nessuno nasce pulito”, ed. nugae 2.0 – 2016)

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“Comfortably Numb”, Pink Floyd

Gettare il cuore oltre lo Stato

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L’anarco-individualismo ai tempi del Covid-19

… Sbuffo pensando a serate tipo
Del tipo “Che facciamo?”
Io ho una Tipo di seconda mano
Che mi fa da pub, da disco e da divano,
sono qua, come un allodola questo è il mio ramo.
Io, immune al pattume della tv di costume,
In volo senza piume
In un volume di fumetti sotto il lume…

(dal brano “Fuori dal tunnel”, Caparezza)

Tutto è cominciato quando hanno annunciato che ci avrebbero connessi – così dicevano -, attraverso internet, unendoci in qualità di dati ma di fatto separandoci fisicamente, politicamente e spiritualmente (un tecnologico divide et impera), condensando la monade che è in noi, esponendola all’aria aperta, facendola vedere a tutti, ma da dietro un vetro spesso; i famosi sei gradi di separazione sono diventati dicerie, la distanza oggi consigliata per motivi epidemiologici è già stata realizzata a livello mentale molti anni fa, e non ce ne siamo accorti; oppure ce ne siamo accorti ma non ce n’è importato più di tanto. Ora la separazione è stata ufficializzata, è tangibile, resa necessaria da precauzioni sanitarie.

L’individualismo, quello deleterio e che crolla alla prima occasione, ha conquistato il potere. Ma su cosa? Sul nulla direi; ci è stata fornita l’illusione di un potere, come in una Matrix commerciale e pubblicitaria: il potere d’acquisto sulle cose che non è vero potere ma è inganno legalizzato e da tutti accettato; basta un’epidemia per troncare di netto questa rete di domanda e offerta, di apparente libertà. Tutto si ferma, tutto è congelato a data da destinarsi: anche l’unico brandello di potere in nostro possesso è costretto ad andare in stand by e ad attendere la riapertura dei negozi e dei luoghi di aggregazione che in realtà disgregano. Grazie a questa condizione di isolamento consigliato, tuttavia, riusciamo a vedere chi siamo diventati veramente, le cose che potremmo riscoprire, fare, inventare, rivalutare, costruire o smontare. Ma è una finestra che presto si chiuderà nuovamente e tutto ritornerà a una presunta normalità. Eravamo già soli, ma per mezzo di un’entità invisibile ad occhio nudo che ci costringe in casa e altera le nostre abitudini, riusciamo a toccarla questa solitudine, a verificarla perché sono stati strappati i veli illusori dietro i quali si nascondeva la verità sulla nostra reale condizione interiore e sociale.

Abbracciamola questa solitudine, facciamo in modo che diventi una regola non imposta dai Ministeri ma integrata nella nostra esistenza, accettata, compresa, sfruttata, vissuta con intelligenza; che diventi stile di vita in grado di interrompere il segnale proveniente dalla direzione commerciale anche quando tutto va bene e si torna con una docilità ovina alla consueta serenità quotidiana. C’è infatti un individualismo sano, necessario, costruttivo, non isolante ma paradossalmente unificante: un anarco-individualismo che decostruendo il messaggio proveniente dal Potere, quello che scavalca addirittura le decisioni effimere e di facciata dei nostri governanti confusi e spaventati quanto noi, ci rende di fatto liberi, senza adoperare la violenza, senza portare a rivoltose devastazioni di strada che al contrario rinforzano i potenti, saldandoli alle loro poltrone. Ecco perché l’anarco-individualista non nota alcuna differenza tra il prima, il durante e il dopo l’interruzione (per gli altri) della cosiddetta normalità. Per lui è sempre pandemia! Lui non sarà mai solidale con chi si taglia le vene perché durante “i beati giorni del castigo” – parafrasando Fleur Jaeggy – ha dovuto rinunciare al suo stupido apericena.

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Speakers’ Corner

Quelli che non si raccontano
ai quattro angoli dell’umanità
come navi fraintese
sotto cieli sinceri
salpano ostentando la muta fede
dei condannati al marchio di fuoco.

Non proveranno a spiegare
quel che la mancanza di fantasia
nega ai moribondi della mente,
conservano parole e immagini
per futuri occhi da punire
nati già velati per eredità.
Si mettono da parte
senza odiare, negli angoli calmi
della corrente sbronza
che illustra pagine al buio

vincenti a loro insaputa,
aspettando l’ora giusta
per dimenticare.

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“Don’t Speak”, No Doubt

Joker è tutti noi

Joker

[post a basso tasso di spoileraggio; tuttavia, per una migliore comprensione dello stesso, se ne consiglia la lettura dopo aver visto il film, n.d.b.]

Joker è tutti noi

I supereroi non esistono: non per le cose fantastiche che fanno e per i superpoteri improbabili che posseggono. Non possono esistere perché sono il frutto irreale di ciò che vorremmo essere, la condensazione in un’unica persona creata a tavolino del meglio dell’umanità, l’epicizzazione e la razionalizzazione dell’immagine di noi che vorremmo dare al mondo, l’idealizzazione di quella parte nobile della nostra anima che ancora riusciamo a considerare salva. Salva dal punto di vista della visione comune di quello che è il bene e il male: un limite che le sovrastrutture imposte dall’educazione e dalle regole di una parte della società che cerca di isolarsi dal marcio imperante, cercano di mantenere vivo. Il bene comincia, guarda caso, dove iniziano gli interessi dei pochi: il potere difende, grazie alle leggi e alle forze dell’ordine create per eseguirle, la propria stabilità, ma taglia i fondi che servono a proteggere e curare i più deboli. Il “reddito di cittadinanza della salute mentale” è poca cosa se confrontato con i mirabolanti progetti dei tanti imprenditori pronti a scendere in campo e ad impegnarsi in politica in prima persona.

C’hanno sempre fatto credere che i “cattivi” fossero i necessari alter ego dei protagonisti buoni, la “spalla” anti-idealistica per giustificare il bisogno cieco di servire il Bene, quello supremo, alto, così alto nei cieli da dimenticare, più in basso, lì dove viviamo noi, le cause del Male, sempre le stesse, apparentemente irrisolvibili; ce l’hanno fatto credere (è successo anche con certe pagine di storia scritte dai vincitori e assunte senza fiatare come farmaci alle scuole primarie) e invece è esattamente il contrario: ma ci accorgiamo di questa differenziazione forzata solo quando l’arte, il cinema come nel caso del film di Todd Phillips intitolato “Joker”, pellicola dedicata alla lenta evoluzione (per i meno audaci ‘involuzione’) psichiatrica del famigerato anti-eroe creato dalla DC Comics e magistralmente interpretato dal notevole Joaquin Phoenix, riesce a trovare il coraggio di essere politically incorrect e soprattutto a distaccarsi dalle regole non scritte dei cinecomics riguardanti il rispetto dei ruoli, della caratterizzazione dei personaggi e da altre catene narrative e cronologiche.

Nonostante la nostra speranzosa (a volte ingenua) reazione uguale e contraria, come c’insegna la fisica, nonostante “la risposta” che tentiamo di dare alla vita, alla fine non siamo nient’altro che il maledetto risultato dell’azione di forze esterne esercitate in maniera costante sul nostro corpo e sulla nostra mente (con buona pace del corredo genetico vincente di cui pochi fortunati sarebbero provvisti): il diverso, non per forza dal punto di vista mentale o sessuale – si può essere diversi in tantissimi altri, più o meno impercettibili, modi (lavoro assente o tipologia dello stesso quando c’è, disponibilità economica, fede religiosa, cultura etnica, lingua, gusti sportivi o assenza di gusti, fortuna con le donne o con gli uomini, modo di vestire, se vivi ancora con i tuoi, disabilità, capacità comunicative,… devo continuare?) – subisce questa pressione in maniera incidentalmente più dannosa. La sua congenita debolezza, i casi fortuiti e bizzarri della vita, la mancanza di quella che certi ricchi e fortunati radical chic travestiti da democratici chiamano – abusando del termine a fini propagandistici per mettere in mostra un paese vincente che in realtà non esiste – resilienza, rendono il diverso più esposto alle “intemperie” del vivere sociale, ai suoi repentini e poco gentili cambi di rotta: all’inizio della sventura a prevalere è ancora la gentilezza, il lathe biosas (“vivi nascosto”) di epicureana memoria che entra in conflitto con l’esigenza di far sapere al mondo che esisti (il from zero to hero dei terroristi radicalizzati, p.e.), il rifiuto delle armi quale mezzo non solo per difendersi ma anche per imporsi e pareggiare i conti, la caparbietà moraleggiante a non risolvere i problemi della vita adoperando la violenza, perché così c’hanno insegnato, seguendo la linea gialla tracciata sul pavimento che porta verso la tomba.

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Bodybuilding

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Manifesti sorridenti di città
consigliano ritorni palestrati,
tra strade deserte
di vacanze in ritardo e bombe
s’aggirano abbronzate dal sale
le solite miserie umane.

In altri luoghi chiama pallido
l’allenamento rustico,
tronchi tagliati per l’inverno
ruvidi manubri senza musica,
il fiato vincente dell’imbianchino
bicipiti d’avvitatore seriale
sguardo frizzante da elettricista
e gambe di legno stagionato.

Ancora una volta, come anni fa
la vita si annulla fedele
in silenzi clandestini,
porge di nuovo l’orecchio
a riconoscere in provincia respiri lontani
di solitudini intonate,

tra un colpo di pialla
e i rintocchi del martello
– campana povera del fare –
non si arrende ai postumi dell’estate.

L’ora più buia

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L’uomo, le sue sconfitte, la parola.

La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo”: ho letto una volta in un libro molto importante; il reietto ripescato, l’escluso a causa dei suoi stessi fallimenti, il mediatore scomodo ma utile, l’inviso ai politicanti e ai diplomatici ad oltranza, il mal sopportato dal reggente, diventa la soluzione pasticciata ai problemi di un’intera nazione. Perché l’evoluzione nasce da un errore che diventa codice registrato e trasmesso ai discendenti dopo numerose prove di esistenza, non nasce dall’ordinario, da scelte senza rischio e dalla vita lineare. La guerra non si fa solo con le armi e gli uomini valorosi che offrono il petto al nemico sui campi di battaglia: un corpo bizzarro (antitetico a quello di dittatori vegetariani!), un personaggio eccessivo, sgraziato, viziato e grottesco, che la moglie nell’intimità ama chiamare “porcellino”, la sua parola maldestra e farfugliata – a malapena captata dalla povera segretaria personale che ha l’ingrato compito di dover dattilografare i futuri discorsi dell’improbabile statista messo lì a tappare buchi politici all’indomani dell’inizio di un conflitto mondiale – possono vincere una guerra.

Non ci sono insanguinati campi di battaglia alla Spielberg ne “L’ora più buia”, ma solo sprazzi di vita privata e politica di un alcolizzato godereccio, appassionato di sigari che deve resistere agli attacchi interni al gabinetto di guerra da lui stesso presieduto, prima ancora che a quelli di Hitler.

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