L’uomo del vetro

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Sono l’uomo del vetro al mattino
nel silenzio d’alba fracasso sogni reali
e incubi di buio, esami da non fare
ancora oggi mi svegliano sudato.

È un dolce ricordo la mano sfregiata,
ora pezzi di bottiglie feriscono la città
minacce d’atomo sull’autunno amato
giorni neri e senza sangue dalle prime luci

darsi una spinta con i piedi non è sport
toccando il fondo conosciuto di ieri,
è disperata salvezza in risalita
verso riflessi colorati sul pelo d’acqua.

(immagine: opera di Simon Berger)

“Pezzi di vetro” – Francesco De Gregori

Asciugare il gesto

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Asciugare il gesto,
separare la pula dell’inutile
dall’azione che resta
nella storia non studiata
nell’impronta del rivisto

dannato è il tempo passato
dello sciabolare al vento
della vana lotta con armi alla moda
del ridicolo tagliarsi le mani
con vetri di rabbia sembrata giusta

beato nell’oblio del non riflettersi
cercarsi nel solo eterno presente
che tutto perdona e archivia,
condannato a non ripetersi
è il destino del saggio,
la rivolta che non incide
carcame su cui scivola.

(immagine: Movimenti e danze sacre di Georges Ivanovič Gurdjieff,

fotografia su danza, 5° esercizio obbligatorio; FONTE)

La mummia di Lenin

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Dinanzi alla porta
dello spavento supremo
immemori dei dischi incisi
delle carte stampate
del successo ai firmacopie
si cerca l’essenza del tutto
e tutto in una volta, in tempo
per la terra e l’oblio che avvolge.

La scrittura scava, arriva alla carne
ma non tutte le scritture scavano
e nel puntuale trapasso
grande è la disperazione.

Diliberto all’Italia avvertiva:
“La mummia di Lenin datela a noi!”,
sfilano feretri regali a Whitehall
ignari dell’essenza che vaga altrove
nelle scritture non lasciate, forse
negli istinti non espressi
nell’ombra delle cose importanti.

(immagine: David Bowie nel video di “Lazarus”)

“Quark”, per noi…

versione pdf: “Quark”, per noi…

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Ricordo ancora quando all’inizio degli anni ’80  ̶  era il 18 marzo del 1981 per la precisione!  ̶  io e mia sorella sulla RAI guardammo con un interesse inedito la prima puntata di un programma tutto nuovo, lineare nella sua struttura, apparentemente semplice nel suo intento espositivo, ma ricco e avvincente dal punto di vista contenutistico. Sul piccolo televisore in bianco e nero nel salone della nuova casa, nella nuova città in cui ci eravamo da poco trasferiti, la figura elegante, equilibrata, garbata del giornalista Piero Angela, classe 1928  ̶  come nostro padre venuto a mancare pochi anni prima  ̶  che avrebbe assunto a sua insaputa la funzione di padre adottivo scientifico: il tradizionale racconto prima di addormentarsi di un genitore o di un nonno fatto di lupi mannari, maghi, bambini persi nei boschi, avrebbe ben presto lasciato il posto al racconto scientifico di quel nuovo cantore serale fatto di neutrini, esplorazioni spaziali, entropia e buchi neri… Attraverso una rinnovata esposizione dei fatti e delle scoperte, ci veniva offerto un nuovo approccio persino alla vita quotidiana, più logico, razionale, basato sul rigore della sperimentazione e sulla “fede” nella ricerca di nuove soluzioni a quasi tutti i problemi dell’esistenza umana: dai sistemi più complessi fino a scendere a livello delle questioni elementari, condominiali.

Perché questo è stato il grande Piero Angela  ̶  refrattario a una certa politica e fedele al sapere senza essere saccente  ̶  durante questi preziosi decenni di divulgazione scientifica compiuta attraverso il mezzo televisivo e non solo: è stato un traduttore dal linguaggio scientifico a quello quotidiano, un “esemplificatore” della materia scientifica e tecnologica senza mai correre il rischio di depauperarla o ridicolizzarla nel tentativo di renderla assimilabile. Anche quando si è avvalso dei cartoni animati di Bruno Bozzetto, o di altri mezzi comunicativi, per spiegare una teoria o per semplificare un concetto spigoloso, Piero Angela, insieme agli altri autori che con lui hanno collaborato per molti anni, non ha mai declassato la complessità dell’argomento trattato; ha invece avvisato il telespettatore della difficoltà del tema richiedendo a quest’ultimo una maggiore dose di attenzione: perché il divulgatore non è solo colui che premastica o predigerisce la materia sostituendosi al telespettatore, ma è soprattutto un amante della scienza che propone a chi lo ascolta di impegnarsi a capire, ad approfondire, di sforzarsi per andare incontro alla comprensione personale dell’argomento, facendolo proprio. Come ogni vero insegnante sa, è molto più importante accendere la curiosità in chi ascolta che propinargli un omogeneizzato nozionistico privo di sapore e di odore.

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Au revoir

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Non ti sbracci più dalla finestra dell’alveare
per salutare quella promessa
donata al mondo, masticata e sputata
da lontano cara minuscola figura, alle partenze
mi accompagnavi con lo sguardo, pregando
fino all’angolo della fiducia.
Ricambiavo,
poi l’ebbrezza della libera autonomia.

A quei tempi le speranze
erano reali e i sogni ancora vividi.

Ora, solo uno stanco controllare
se si è giunti vivi al giorno dopo,
il disincanto apre con rassegnazione la porta
a una prodiga presenza inflazionata.

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La presenza nell’assenza: un anno senza Franco Battiato

versione pdf: La presenza nell’assenza: un anno senza Franco Battiato

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La presenza nell’assenza: un anno senza Franco Battiato

“… Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza…”

Ho sempre avuto un approccio da “archivista” nei confronti della morte: di quella di un parente, di un amico… Superato un comprensibile momento iniziale di smarrimento per la dipartita, senza perdermi d’animo, anzi con ancor più lena, ho sempre dato spazio a una conseguente opera di “raccolta e archiviazione” di tutti quegli elementi esistenziali che hanno caratterizzato un vissuto comune, un cammino condiviso: stampare il dialogo di una chat, elencare date cruciali, raggruppare foto, raccogliere materiale… per me rappresentano gesti naturali del post-mortem. Come a voler congelare non il momento della morte in sé, quanto piuttosto il percorso concreto, tangibile, che l’ha preceduto; un appiglio materialistico sull’abisso, un modo per dire a se stessi che nulla, neanche una briciola, andrà perduta di quel che è stato fatto insieme; per non darla vinta alla morte che livella – lei sì, archivista definitiva e inesorabile! -, che chiude a ogni possibilità di proseguimento di un discorso tra viventi che emettono suoni. Allora ci si affida alla stampa dei reperti per averli sottomano nei giorni successivi alla tumulazione, alla tecnologia che conserva negli hard disk pezzi di testimonianze anche frivole di ciò che è stato, alle registrazioni per quando verrà a mancare il ricordo della voce, alle immagini catturate da un vivere quotidiano senza cronaca, almeno per noi “comuni mortali” non famosi. Tutto viene sigillato in scatole, poi seppellite in armadi, in attesa di quei giorni in cui c’è più bisogno di ravvivare memorie, di ricordare fatti ricoperti dalla polvere ma non dimenticati, spostati dalla visuale ma non cancellati. Qualcuno dice che esagero a conservare tutto, che dovrei lasciar andare, che dovrei fare space clearing: ma non c’è ossessione nel mio conservare, c’è solo previdenza, cura museale per vite poco importanti agli occhi della Storia. Si conserva il passato perché il nostro cervello, giustamente, per fare spazio alle urgenze del presente, lascia andare fisiologicamente molti dati considerati “inutili” alla quotidianità.

Quando, però, ad “abbandonare il pianeta” è una persona altrettanto cara e preziosa come Franco Battiato, che non ha bisogno di “archiviazioni” d’urgenza, come nel caso del parente o dell’amico sconosciuti alle cronache, in quanto la sua stessa esistenza artistica è stata produttrice naturale di tracce non solo sonore, si finisce con l’interrogarsi sul reale significato della “presenza nell’assenza” di un personaggio pubblico di tale calibro, che ha avuto e ha un impatto umano, spirituale e artistico, diverso rispetto a quello di altri nomi altrettanto autorevoli del cosiddetto “mondo dello spettacolo”. Nomi di personaggi estinti, cari a un popolo in fila sotto il sole per salutare il feretro, osannati e pianti, certo, ma la cui essenza va ad affievolirsi, oserei dire naturalmente, nel corso del tempo: questi passanti, a maggior ragione, sono bisognosi di archivi e teche Rai da rispolverare.

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Battiato, invece, si fa ricordare con una forza crescente proprio nel silenzio e nella distanza; più si lascia sedimentare l’evento umano della sua morte, più la sua essenza risale attraverso i mesi e le distrazioni come un “rigurgito spirituale”. Battiato non apprezzava gli archivisti; raccomandava sempre di non raccogliere ossessivamente tutto su di lui: interviste, foto, video, bootleg, “rubriche aperte sui peli” di Battiato e “reliquie” varie… Ci preparava, già allora, alla ricerca dell’essenza, al non attaccamento alle cose e ai corpi cantanti. Anche l’Egitto, con le sue piramidi e le sue meraviglie, prima o poi verrà ricoperto nuovamente dalle sabbie, e i musei perderanno i propri reperti custoditi gelosamente: la materia è destinata a dissolversi, come le onde in uno stagno o quelle sonore di una canzone. Ma l’essenza no, quella permane anche senza l’ausilio degli oggetti archiviati: come nel film “Padre” di Giada Colagrande, la presenza dell’estinto (interpretato proprio da Battiato) si fa ancor più viva e significativa – per comodità cinematografiche si identifica questa presenza attraverso la figura ormai folcloristica del classico fantasma – all’indomani della sua dipartita: ed è un esserci discreto, non spaventevole, silenzioso (silenzio a cui Battiato, per questioni private non da tutti rispettate, ci aveva già consegnati molto tempo prima di attraversare “la porta dello spavento supremo”). “Un giorno senza tramonto / le voci si faranno presenze”: è la scoperta dell’essenza nell’assenza, anche dell’assenza in vitam. Una scoperta che può essere fatta solo se si ha il coraggio, a un certo punto, di abbassare l’audio dei vari tour commemorativi, degli affollati e umanamente comprensibili concerti-evento per onorare il grande artista, e di affidarsi seppur dolorosamente alle sole registrazioni discografiche di una voce destinata a non ritornare, mai più, per come eravamo abituati a percepirla, ovvero attraverso i limitati sensi umani: la voce del padrone di un corpo disfatto, che non rivedremo mai più muoversi, cantare, scherzare, suonare, danzare su un palco come negli anni gloriosi e spensierati dei live in giro per il mondo e dei nostri viaggi in vista di concerti estivi, tra piazze e cavee. “Spensierati” fino a un certo punto: la musica di Battiato solo in superficie lasciava spazio a un goliardico citazionismo all’apparenza slegato e al cazzeggio cuccurucucheggiante dei fine concerto sotto i palchi; in realtà i testi e la musica di Battiato, come ben sa chi l’ha musicalmente frequentato, scavavano in profondità, mutavano inesorabilmente l’animo dell’ascoltatore, si prendevano il loro tempo, disseppellivano angolazioni interiori non catalogabili, di quelle che ci invitavano e ancora c’invitano al viaggio in paesi che tanto ci somigliano: territori spirituali ma anche geografici; a volte prima geografici e poi spirituali.

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Viaggiare con Battiato nelle cuffie, colonna sonora di traversate solitarie in territori non per forza mistici, a volte popolari, turistici, affollati come i mercati arabi in paesi stranieri o il “suk palermitano” di Ballarò, perché Battiato rappresentava e rappresenta l’esperimento riuscitissimo di una ricerca superiore fatta con mezzi appartenenti alla cosiddetta “musica di comunicazione”, non per forza di consumo (pur essendo stata anche di consumo), e che diede vita a un inedito, colto e ossimorico “pop elitario”. Così come fanno certi vaccini di ultima generazione, veicolava “frammenti genetici” di insegnamenti sconosciuti e antichissimi attraverso l’involucro “innocuo” del mezzo sonoro: l’obiettivo non dichiarato era quello di creare un’immunità (mai “di gregge” perché Le aquile non volano a stormi, ma amano e difendono la propria individualità) agli “urlettini dei cantanti”, al facile consenso dato ai tormentoni estivi dalla vita effimera, a un cantautorato nostrano incapace di offrire strade culturali alternative o esotiche, quando non addirittura esoteriche. Ha portato, musicalmente parlando, l’Alto alla portata di quasi tutti, senza mai scendere a compromessi con il Basso, con gli istinti un po’ bestiali e i desideri mitici dei suoi stessi fan che sistematicamente – per nostra fortuna – ignorava, con i “livelli inferiori” della condizione umana che aspirano a una facile fruibilità del mezzo. Ha seguito e rispettato i propri interessi culturali e non quelli suggeriti dal mercato, pur avendo venduto milioni di copie. E soprattutto ci ha fatto comprendere che tentare di modificare i massimi sistemi – primi fra tutti quelli politici! – è inutile oltre che pretestuoso, e che è ben più arduo ma spiritualmente soddisfacente (Battiato sarà sempre il nostro “Assessore alle Meccaniche Celesti”!) impegnarsi a cambiare il proprio microcosmo interiore, a rendere migliore ciò che abbiamo a portata di mano in noi stessi. Engagez-vous!

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Memento mori

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Il risveglio da se stessi dura poco,
una morte improvvisa sfiora il giorno
un falso dolore al petto insenziente
nascosto dietro strani enzimi serali
e si torna felici, vivi, ignoranti
verso casa, una volta ancora
 
la luna immensa nel cielo pulito
non sa niente di guerre a venire
brilla incurante sul nosocomio che ci libera,
ma fasulla è la promessa del viversi meglio
quella voglia di fuga nell’aria buia,
 
ridarsi al mondo più di ieri,
condannare rabbiosi
il sonno precedente il lampo d’inverno.
Un attimo prima di morire
si mordono i gomiti, lì la pelle è troppo morbida
per il non aver fatto, per la fortuna non braccata
come volpe d’argento e d’America
il mancato coraggio sul più bello
l’avventura senza fede,
 
non si riavvolge
l’indole inseguita sui cammini errati.
 
È un respiro nuovo di speranza
questo tornare alla strada,
il messaggio dell’amico lontano
non prevede il suo prossimo aldilà.
 
Avverte sete di esistenza
nella notte dell’alba
il graziato ramingo delle vene,
dura poco il risveglio
 
ché già reclama Morfeo
le ore negate all’inerzia.
versione pdf: Memento mori

Il piano che sarà

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a Jurij Andrèevič Živago

Siamo freddi cieli stellati
puntelli di luce ineguale
sul piano curvo del presente.
Ci raggiungono misti bagliori
da obliqui passati pulsanti
tutti insieme, come voci latenti
di un coro ormai spento, spopolato
differenti le distanze dagli astri defunti.

Cos’è questa buia condanna
che ogni cosa ricorda, immortala
e conserva gelosa, inconscia
in scrigni di domani sospesi?

Nessuna benevola censura
fa una cernita di noi, che so!
l’assassinio dell’archivista
il repulisti di primavera
uno scarto di ricordi, almeno quelli più usati
lasciati alla corrente immemore della vita
sfuggiti, graziati, al fine liberi di tornare
alla fonte, a un’origine delle intenzioni

invece niente, nella scatola dei souvenir
tutto rimane limpido, tenero
sul piano apparente e notturno
di un vivo attuale che non perdona.

Avverrà, un giorno
il punto di non ritorno da questo sfondo in cantiere
le dediche disseminate tra le mani di sposa
il ninnolo impolverato scoperto dagli eredi
un suono di campana tibetana, vigliacco di spalle
a svegliare antichi dolori, dolci di vecchiaia, a pugnalare.

In ricordo di Antonio Scarpone…

Ciao Antonio… e grazie!

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Arrivederci Antò, ci ribeccheremo di nuovo alla fine di questo tunnel chiamato ‘vita’!

Cinque Terre

dedicata ad Antonio

Gli inerpicarsi sudati
in strane, inattese
primavere d’inverno
su nere rocce salate
scavate dal ritmo naturale
di una poesia infinita,
essere giovani, di nuovo
tra spruzzi feroci
dal mare natalizio
che ignora
i non degni di Byron.

La sete di altri scorci
inesplorati, senza futuro
e sprazzi di storia
nel rosso tramonto che
annuncia speranze d’orizzonte,
una preghiera involontaria
diventa strada tra pietre
antiche
come voci evocate.

Proteggimi, pieve di costiera!
agitata da onde di tempo
al tremolio di devote candele
con spuma di persi pensieri

hai salutato nei secoli
schiere di ignoti partenti
su legni
verso lontane fortune.

(m.n.)

Quando una persona cara, un amico, ci lascia per sempre, subito dopo aver realizzato l’inesorabilità dell’evento chiamato “morte”, che ci priva della presenza ma non del suo riverbero, andiamo istintivamente alla ricerca di quelle briciole lasciate lungo il cammino condiviso con chi è scomparso. Facciamo così con tutti, sempre: è una ricerca naturale, umana, spontanea, da non rimandare; è un modo – con i nostri poveri mezzi umani – per contrastare l’oblio, il traffico di una vita occupata molto spesso da cose inutili e assurde che ci allontana dall’essenza che conta. Una mossa da fare a caldo per mettere dei paletti cronologici e dire “da qui la dimenticanza non passerà!”. Fissare la storia, la micro-storia: quella che non va sui libri di Storia Ufficiale ma che è importante per chi l’ha vissuta.

Si tratta di ricordi personali, che tali restano, e di tracce pubbliche, come quelle lasciate da Antonio che era ed è poeta, vernacolista, scrittore, saggista, cinefilo, estimatore del grande Fabrizio De André, letterato per studi universitari e per passione, uomo colto inizialmente per il piacere in sé del sapere e in seguito insegnante per il piacere di trasmettere quella conoscenza agli altri, soprattutto alle giovani menti che ha avuto l’occasione di incontrare e plasmare operando nel delicato mondo della scuola. Le briciole sono la testimonianza concreta di ciò che è avvenuto realmente e non di ciò che sarebbe potuto essere e non si è verificato per altri motivi; forse queste briciole, da raccogliere e valorizzare ogni giorno e non da nascondere sotto il tappeto del tempo, sono solo uno stratagemma attuato da noi viventi per alleviare il dolore del distacco e dell’assenza improvvisa, fatto sta che attraverso di esse riusciamo a proseguire un discorso lasciato a metà e che non avremmo voluto interrompere. Beato, dunque, chi come Antonio ha lasciato e lascia tracce non solo esistenziali, affettive, biografiche ma anche “intellettuali” da poter rileggere, ripercorrere, rivivere mentalmente. E da cui continuare a trarre un insegnamento perenne…

Di seguito ho pensato di elencare alcune di queste briciole, ma chissà quante altre avrà sparse in giro nel corso della sua esistenza culturalmente attiva e vissuta all’insegna di una sana e autentica voglia di vivere…! Si tratta di tracce scritturali lasciate da Antonio soprattutto, ma non solo, risalenti al periodo di quando ho avuto l’onore e il piacere di averlo tra i collaboratori della rivista letteraria trimestrale “Nugae – scritti autografi” da me diretta fino al 2009. Quando possibile, ho lasciato il pdf (liberamente scaricabile) o il link al post contenente il contributo di Antonio; in altri casi si tratta di collegamenti a sommari di numeri non disponibili in versione pdf ma solo cartacea.

Ho pensato a questo elenco sperando di fare cosa gradita non solo a familiari, parenti e amici “stretti”, ma soprattutto a chi passerà per caso su questo blog non conoscendo il Prof. Antonio Scarpone di Galdo degli Alburni (SA) e trapiantato a Sarzana (SP) per lavoro, a chi non ha fatto in tempo a sviluppare un’amicizia con Antonio, e avrebbe voluto, o a chi lo ha semplicemente sfiorato in questa esistenza e ha capito che c’era molto, ma molto altro ancora da capire e conoscere… Buona lettura e grazie! (m.n.)

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Proesia

Chiharu Shiota

Quand’è accaduta la prima rilegatura
tra logos e chronos?
ragionamenti misti a versi
fogli volanti dalla storia
prima che il nulla…
E la costrizione al dorso
plotoni allineati
per guerre di memoria

branchi di parole brade
domate da spaghi di tempo,
sporchi tagli di nero sangue
e frontespizi di catrame
su bianche spiagge di sabbia
fine, non è ancora il momento
ma sento il fischio dell’epilogo
dietro l’orecchio epatico.

Un’anima di colla
tiene insieme i battiti e i pensieri
destinati all’oblio fatto diario.
Del mondo in gara
lascio il primato effimero
alle sciocchezze digitali,

le tue dediche, nascoste
come immagini osé
sull’ultima pagina di ieri,
eredità per figli immaginati.

 

(immagine: Chiharu Shiota) 

Living Memory 2022 – Ciclo di incontri Giornata della Memoria

Ricevo e con piacere divulgo…

Programma in pdf: ProgrammaLivingMemory2022def

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Egregio/a Dirigente scolastico
Egregio/a Docente

­Anche quest’anno come Associazione Treno della Memoria dal 18 al 28 gennaio proponiamo il percorso Living Memory, un’occasione di approfondimento per gli studenti e le studentesse in occasione della Giornata della Memoria. Visto il proseguire della situazione pandemica, abbiamo deciso anche per il 2022 di mantenere il format sulle piattaforme online in modo da consentire a tutti e tutte di poter seguire i contenuti e le testimonianze dei e delle sopravvissute alla Shoah, un contributo che riteniamo essenziale per portare avanti l’esercizio della memoria. Vogliamo che il 27 gennaio non sia però solo un’opportunità di riflettere sul passato, ma che possa anche fornire ai giovani degli spunti per analizzare il presente e arricchire il loro percorso di cittadinanza attiva, attraverso incontri sull’attualità e sui nuovi strumenti per fare memoria.

La partecipazione agli eventi è gratuita ed è possibile seguire uno o più incontri, che si terranno su piattaforma Zoom e, in contemporanea, in diretta streaming sulla pagina Facebook del Treno della Memoria.

Per l’adesione è necessario inviare una mail all’indirizzo livingmemory@trenodellamemoria.it, indicando gli incontri a cui si è interessati a partecipare e specificando il numero di persone che si intende iscrivere.

In allegato il programma completo degli eventi a cui è possibile iscriversi. Il giorno prima di ciascun evento verrà inviato il link per eseguire l’accesso. […]

Programma in pdf: ProgrammaLivingMemory2022def

Su “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

versione pdf: Su “È stata la mano di Dio” di Paolo Sorrentino

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“La realtà è scadente”

(Fabietto)

Al di là dell’autobiografismo “in ritardo” – anche se c’è sempre qualcosa di personale persino in film la cui trama è all’apparenza lontana dal privato del regista -, È stata la mano di Dio” di Sorrentino è una bella elegia filmica sulla nascita di una scelta artistica: la propria.

“Ce l’hai una cosa da raccontare?” la domanda cardine del film. E cos’è che ti spinge o ti spingerà a raccontarla attraverso la cinepresa (o un romanzo, ricordando il più recente Sorrentino romanziere)? Basta il “dolore”, quest’entità ispiratrice non ben definita e di fatto non definibile, per scegliere di trasporre l’esistenza reale che non ci piace sotto forma di riduzione cinematografica? Se non ci fosse stato l’evento luttuoso, l’impeto sarebbe stato lo stesso? Quella idea embrionale di “fare il regista di film” avrebbe sostenuto le distanze? Forse sì ma in maniera diversa: non lo sapremo mai. Ed è giusto non saperlo perché le esistenze non si basano sui “se fosse” ma su ciò che appare concretamente davanti agli occhi, in questo caso, dello spettatore. L’idea abbozzata e maldestra, come il primo sesso fatto con l’anziana vicina di casa che fa da “nave-scuola”, per realizzarsi avrà bisogno di ben altre esperienze, di vero sesso con ragazze desiderate, di gambe che hanno voglia di andare, di esistenza da macinare altrove. Di fede: come quella nel “munaciello” e in una zia che si fa passare per pazza gabbando una realtà scomoda e violenta; di fede in cose di cui vergognarsi, lontanissime, non credute possibili dagli altri (e forse anche da sé stessi), come il voler fare cinema. Fantasticherie giovanili che pian piano diventano esigenze esistenziali, modi vitali per tradurre il reale amaro in qualcos’altro.

Il dolore non è completo se non è abbinato al comico che nasce anche nei momenti più tragici: passare dalla disperazione alla risata è la commedia della vita che può ispirare un film, una storia da scrivere, una musica; è il vissuto sublimato in arte.

I familiari e i parenti – proprio come la città di Napoli che basa la sua bellezza su un’atavica contraddizione che non può essere compresa e accettata da tutti, se non viene vissuta e metabolizzata – sono al tempo stesso spassosi e drammatici: la quotidianità è un continuo e sorprendente psicodramma da cui trarre impulso creativo.

La propria materia umana è ancora, giustamente, acerba, non modellata, imbevuta di indecisione: anche imparare a piangere diventa una conquista interiore importantissima e interessante. Fino a quando ci si potrà isolare dal mondo nascondendosi sotto le cuffie di un inseparabile walkman? Si diventa curiosi sperimentatori di sé stessi e del mondo circostante: il dolore apre canali sensoriali ed emotivi straordinari, sprona sensibilità che in seguito serviranno a penetrare in modo originale e non convenzionale in quell’umanità ridotta in pellicola. C’è sete di vita e di libertà: anche dall’amicizia con un malavitoso, poco raccomandabile in base a un buonsenso comune, si attinge a piene mani e sospendendo il giudizio; la conoscenza diretta della realtà, quella che brucia sulla pelle scarificata dalla sofferenza, prevale sulla morale e soprattutto sul moralismo. Il dolore permette all’uomo sensibile di continuare a stupirsi e a considerare il “mistero” lì dove le persone appagate e asintomatiche non vedono nient’altro che una stanca realtà.

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Il giorno dei vivi

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La casa risuona di nuovo come allora
vapori ottobrini e ospiti inattesi
inviti contaminati d’altri evocano
risa dimenticate nel tempo, e le vicine campane
a scandire il desinare frettoloso dei nevrotici
zii mausolei, comiche cugine zitelle in trasferta
mobili tarlati, scampati alle bombe, bagnati di liquori
caduti per scosse di terra in moto
e lesioni alla natura dei lenti,

non più tavoli giovani
divisi dai grandi, buoni e cattivi
parenti frizzanti o muti,
riesumando echi stagionati tra le mura
succedono generazioni
accadono reunion smussando perdite

si riciclano i sopravvissuti
tra fritti e bolliti d’antan
pranzi sotto i ritratti austeri
degli estinti in qualche modo
nel vociare presenti
ai raduni di famiglia.

Nota a “Ore piccole” di Emilio Paolo Taormina

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Eleganti e arcaici sono i versi di questa nuova raccolta del poeta palermitano Emilio Paolo Taormina intitolata “Ore piccole” (Giuliano Ladolfi Editore, 2021; collana “Perle poesia” diretta da Roberto Carnero) e caratterizzati da uno stile taorminiano inconfondibile. Versi, la cui genesi è affidata alla spontaneità dei sensi e a null’altro, non ossessionati dall’ordine di maiuscole e punteggiature — quasi una scelta controcorrente in salsa beat di decostruzione della forma metrica classica per assecondare un flusso di coscienza poetica che non ammette interruzioni o inutili abbellimenti — e che ripropongono un’interessante verticalità ungarettiana: il lettore è coinvolto in un tuffo senza soste verso il mare accogliente ma profondissimo del ricordo e della bellezza vissuta.

Come nella precedente raccolta di Taormina, non mancano gli elementi naturali e “casalinghi”: la Natura è testimone di ritorni e di epifanie, è fedele accompagnatrice nei processi mnemonici e nelle scoperte del poeta, nel rispolverare un sé stesso “antico”, primordiale, dimenticato sembrerebbe a causa del tempo ma non rimosso, anzi ancor più vivido in una ricostruzione che sostiene tutto il peso di un lungo vissuto e che ritorna avvolto tra le braccia sapienti della poesia che rende eterno anche il momento più scontato: momenti d’amore, di affetto familiare, di sperimentazione giovanile…; le cose di casa, gli “oggetti” naturali, il forte simbolismo che collega il tutto armonicamente, collaborano alla stesura di verità solo all’apparenza dissepolte al momento, ma in realtà sempre presenti nel cuore del poeta: solo i comuni mortali non le vedono; solo chi vuole veramente dimenticare non chiede aiuto alla poesia.

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