Nota a “Ore piccole” di Emilio Paolo Taormina

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Eleganti e arcaici sono i versi di questa nuova raccolta del poeta palermitano Emilio Paolo Taormina intitolata “Ore piccole” (Giuliano Ladolfi Editore, 2021; collana “Perle poesia” diretta da Roberto Carnero) e caratterizzati da uno stile taorminiano inconfondibile. Versi, la cui genesi è affidata alla spontaneità dei sensi e a null’altro, non ossessionati dall’ordine di maiuscole e punteggiature — quasi una scelta controcorrente in salsa beat di decostruzione della forma metrica classica per assecondare un flusso di coscienza poetica che non ammette interruzioni o inutili abbellimenti — e che ripropongono un’interessante verticalità ungarettiana: il lettore è coinvolto in un tuffo senza soste verso il mare accogliente ma profondissimo del ricordo e della bellezza vissuta.

Come nella precedente raccolta di Taormina, non mancano gli elementi naturali e “casalinghi”: la Natura è testimone di ritorni e di epifanie, è fedele accompagnatrice nei processi mnemonici e nelle scoperte del poeta, nel rispolverare un sé stesso “antico”, primordiale, dimenticato sembrerebbe a causa del tempo ma non rimosso, anzi ancor più vivido in una ricostruzione che sostiene tutto il peso di un lungo vissuto e che ritorna avvolto tra le braccia sapienti della poesia che rende eterno anche il momento più scontato: momenti d’amore, di affetto familiare, di sperimentazione giovanile…; le cose di casa, gli “oggetti” naturali, il forte simbolismo che collega il tutto armonicamente, collaborano alla stesura di verità solo all’apparenza dissepolte al momento, ma in realtà sempre presenti nel cuore del poeta: solo i comuni mortali non le vedono; solo chi vuole veramente dimenticare non chiede aiuto alla poesia.

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Anime foglie

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Non cadono per noia
del giallo in autunno
le foglie dagli alberi
smossi dai venti del ritorno,

non restano spente, deserte
per diletto le case a taverna
un tempo occupate da masse d’uomo
agitate da feste e teglie di risa
oggi svuotate di morti
– portati via nelle terre sante di collina –
uno ad uno
come in lenti appelli senz’alfabeto
dagli elenchi dell’eterno.

Ora la vedova di colori vestita
per mancanza di dolore
uguale a un ramo spoglio ma vivo
con la cera funebre sulle dita
ancora fresca chiude l’uscio la sera
dando libere mandate da signora assoluta
al resto del dì,

ninna nanne di voci care e perdute
l’accolgono al sonno notturno dell’ancora bambina
quando se ne sale al catodico richiamo
nelle stanze senza più famiglia.

(ph M.Nigro©2021)

L’età del trapasso

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(lamentazione per gli assenti in noi)

Si perdono, strada facendo, brandelli d’ingenuità
esperienza dopo esperienza
ferita dopo ferita
cicatrice dopo cicatrice
morti dopo morti
ricordando i passi falsi di ieri
tra il malaugurio d’anni bisestili.
Nel frattempo, fatto di annunci e silenzi
non è stata esclusa una qualche crescita.

“Domani, 3 settembre 2021
avrò l’età che avevi nell’ora del trapasso:
50 anni, 3 mesi, 13 giorni!”
se i calcoli non sono errati
contando gli stessi attimi d’orologio
sovrapposti tumori di stomaco e spirito
ma con cammini diversi per dislivello e trama,

a partire da domani
ogni giorno sarà un giorno in più per te, attraverso me
rubato al tuo tempo non vissuto, come se fosse tuo
anche se solo mio, gabbare l’altrui destino è impresa ardua.
Sarà simile a un affacciarsi con occhi non tuoi
da finestre d’eredi su cieli dallo stesso cognome.

Tenterò altre sterzate verso la vita matura
forse generando solo figli di carta straccia
segnando sui lenti fogli del confino
lettere imponenti di privati balsami,

ma tu resta accanto a questo figlio incompleto
seguilo in questo tuo tempo in più
regalato ai suoi progetti fumosi,
alla celebrazione fedele dell’altare lucano
agli autunni di parole da scrivere
in tuo onore e per distratte genie a venire.

versione pdf: L’età del trapasso

 “Father To Son”, Phil Collins

Salutarsi prima delle ferie

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Salutarsi prima delle ferie
è solo un modo di dire,
si continua a stare nel centro trafficato
del cuore agitato d’inverno
anche lontani mille miglia
dalla sciagura dell’esserci.

Ma come fa ogni volta Settembre
a salvarci dall’incuria dell’estate?
Quale magia ci riporta indietro
nel ricordo delle cose sensate?

tratta da “Poesie minori. Pensieri minimi” vol.2° (ed. nugae 2.0) di Michele Nigro

Voli imprevedibili

Good News di Pawel Kuczynski

Un improbabile odore cittadino
di salsedine e benzina
come su ponti di navi giovanili

e tornano timidi sprazzi
di un antico coraggio di strada,

ma le linee notturne e silenti
del sagrato illuminato
mi suggeriscono, ancora
il bisogno di Te, raccolto
nella Parola della sera.

(immagine: “Good News” di Pawel Kuczynski)

Ritornerai anche tu

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tratta da “Poesie minori. Pensieri minimi” vol.2° (ed. nugae 2.0) di Michele Nigro.
Lettura: M. Nigro

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“Il cinque maggio”: 5/5/1821 – 5/5/2021

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“Il cinque maggio”

Ode

di Alessandro Manzoni

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Né sa quando una simile
Orma di piè mortale
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,

La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.

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Lamento degli amnesici mascherati

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Siamo stati forgiati nella fucina della solitudine,
non chiediamo aiuto mentre affoghiamo
non emettiamo suono alcuno
perché preferiamo il silenzio anche in punto di morte.

Senza chiedere l’elemosina del consenso
maciniamo chilometri dolenti
tra gli inciampi del buongiorno
e gli inganni della sera,
coltiviamo amori insonni
come lucciole per un domani dei sensi.
Ma è il confine della vita persa e dei colori cangianti
a sembrare invalicabile
nel via libera a singhiozzo dei prudenti.

La vita originale è perduta ormai,
non ricordiamo più il volto della città consueta
le priorità naturali dell’esistere,
spacciamo per grasse libertà
quel che resta del nulla decantato
sul fondo dell’abitudine.
È una sirena non di mare
questa musica nuova e stridente
che sfreccia tra i nostri sabati.
Non ricordiamo più
la via della facile speranza
quando la donavano a grappoli
agli angoli delle strade di ieri.

È strana quest’atmosfera
di finta salvezza sul finale
di battaglie private intrecciate a telegiornali
di catastrofe pulita, inodore
e di morti non visti, né toccati.

Malediciamo i colpi della vita
ma con l’altra metà del cuore
li benediciamo come maestri, alla fine,
da accogliere con il sorriso rassegnato
sull’uscio della disperazione fatta casa.

I passi solitari nella città mascherata
verso mete non desiderate
e i bocconi di fiele ingoiati a comando
con l’abitudine scandalosa del prigioniero
che chiama ‘mondo’ i suoi metri quadrati
nel corso degli anni condannati,
saranno le assurde nostalgie
del futuro, in tempi di insperata serenità:
è incredibile come l’essere umano
si affezioni ai travagli dell’esistere
e ai muti maltrattamenti del quotidiano.
Non siamo cronaca, ma solo crocifissi senza sangue
dispersi tra la folla del solito,
siamo le bianche vittime
delle silenti frustate della vita.

Risponderemo colpo su colpo
con la mente e il coraggio del cuore
finché ce la faremo,
siamo organizzati nei cunicoli della storia
per affrontare gli accidenti notturni
e le ingiustizie del mattino.
Siamo aperti alla nera fantasia
degli educati tribolamenti
e all’estro dell’imprevisto che bagna il bagnato,
nutrimento sono per noi
il malanno dei cari
e le noie del prossimo,
le cadute di stile e dei gravi
e le grigie notizie dal mondo.
A chi ci affidiamo non è ben chiaro,
ma abbiamo fede nell’infedeltà del cammino.

Un giorno, forse, torneremo a desiderare
le cose che oggi abbiamo dimenticato
per disabitudine a quel che dovrebbe essere
o per una salvifica amnesia: nel non ricordo s’acquieta il dolore.
Sarà bello e spietato come un matrimonio incosciente ma agognato
all’indomani di guerre mondiali finite e lasciate andare.

Tramonta, falso sole di clausura!
Lasciateci liberi di non tornare a vivere,
di tornare a risorgere un giorno
insieme a quest’umanità martoriata dai numeri
ma ancora distratta da futili motivi serali.
Uniremo i nostri dolori domestici
a quelli di tutte le nazioni del pianeta,
torneremo alla sorgente della speranza
anche quando ci saranno musica e balli per tutti
come se nulla fosse accaduto,

alla fonte di quel silenzio che salva
quando i mondi sono spenti e chiusi.

versione pdf: Lamento degli amnesici mascherati

(immagine: dal film “Matrix”)

Riflessioni cimiteriali, prima puntata

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“… Vivere venti o quarant’anni in più
È uguale
Difficile è capire ciò che è giusto
E che l’Eterno non ha avuto inizio
Perché la nostra mente è temporale
E il corpo vive giustamente
Solo questa vita…”
(“Fisiognomica”, Franco Battiato)

Con il passare degli anni il “giro visite” al cimitero si allunga sempre più: se prima si andava a trovare solo parenti di una certa età passati a miglior vita, ora nell’elenco sono compresi anche amici coetanei “estinti”, e si ha la crescente sensazione che la morte non sia più un fatto estraneo, generazionale, lontano nel tempo, che riguarda i “vecchi”, ma che cominci a riguardare anche quelli con cui si è condiviso un pezzo di cammino, una parte di quell’entusiasmo iniziale che caratterizza gli anni dell’onnipotenza, gli anni verdi in cui si crede di poter fare tutto e soprattutto di essere immortali. E questa sensazione di immortalità la avverte anche chi è stato colpito dalla morte nell’intimità familiare: è proprio un qualcosa di connaturato all’età giovanile ed è giusto e normale che sia così; quando si è giovani non si pensa alla morte, punto e basta.

È bello trascorrere alcune ore al cimitero: è un luogo meraviglioso, con alcune venature di naturalità selvaggia. Se non fosse per il marmo e il cemento delle sue “case” (prevalenti nei cimiteri non gotici), si potrebbe pensare a un giardino; nessuno che parla a vanvera, che t’interrompe mentre leggi un libro che ti sei portato dietro; una fresca fontanella presso cui rianimarsi quando fa caldo; niente traffico umano o veicolare, solo pensieri essenziali, racconti (anche inventati) che trasudano dalle lapidi, il canto degli uccelli, il vento tra gli alberi, il sole come se stessimo al mare, i fiori, quel costante sentimento agrodolce sospeso tra nostalgia e destino, la pace: quella eterna per gli ospiti e quella momentanea per noi di passaggio. La natura dove si onora la morte è un ossimorico meme per la vita. Bisogna diffidare dei camposanti senza natura. Sarebbe bello abitarci nei cimiteri: in effetti un giorno, volenti o nolenti, c’abiteremo; sarà l’ultima dimora del nostro transito terrestre: se prima di nascere eravamo un’idea, un nugolo di cellule venute al mondo grazie alla pazienza e all’amore di una madre ospitante, con la morte abbiamo bisogno di un luogo che accolga quel nugolo divenuto qualcosa di più complesso e articolato, di usurato e vissuto, con tutto il suo carico di energia accumulata, di cicatrici, di rughe e ferite mai rimarginate. Se l’utero materno è la tomba della non vita, al cimitero c’è la tomba che accoglie ciò che resta di una vita vissuta.

E le storie legate a quelle cicatrici? Che fine fanno? La maggior parte diventano polvere di tempo se nessuno le fissa su substrati mnemonici; e in effetti non tutte le storie sono degne di essere fissate, eppure sono state a loro modo storie, ordinarie, non eccezionali, ma comunque storie, che non hanno cambiato il corso del Grande Racconto dell’umanità ma pur sempre percorsi esistenziali che hanno modificato la traiettoria di qualche micro-universo locale, ignorato, non immortalato dalla cronaca mondiale e presenti nel ricordo di pochi testimoni oculari. E quando anche questi saranno trapassati, non ci sarà più nessuno a raccontare le storie ereditate. Tutto andrà perso e i visitatori del futuro vedranno solo visi muti e date, nomi e cognomi di persone che non potranno raccontare più niente a chi si fermerà dinanzi alle loro tombe.

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Sole d’Atene

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Sarebbe una luce diversa
quella su Atene
sul ponte di salsedine
e sudore, di una nave
se avessi il coraggio
di salpare al tramonto.

Perduto è ormai
l’ingenuo scatto
come di acerbi soldati turisti
che non sanno della morte
imbarcati, diretti al fronte
dello spasso rubato,

solo ricordi e disincanto
sui conosciuti mari
del passato
che tenta un ritorno
all’origine del tutto.