“Animali notturni”: la scrittura è vendetta

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La scrittura è vendetta

Consigliava Flaubert a un giovane scrittore: “Siate ordinato e normale come un borghese nella vita, per poter essere originale e violento nella vostra opera…”. Può un racconto di narrativa diventare l’occasione per una raffinata vendetta da servire fredda su carta? La scrittura, prima ancora di diventare letteratura, crea vite parallele, mondi alternativi a servizio dello scrivente, personaggi con la funzione di alter ego che riscattano l’autore anche dopo anni di paziente attesa. In questa “esistenza riciclata” creata dalla penna, lo scrittore diventa ciò che gli altri avrebbero voluto che egli fosse; le capacità inespresse vengono consegnate ai personaggi e portate a un grado di potenziamento impensabile per l’autore che continua a condurre una vita basilare, semplice, eccessivamente romantica e poetica, non ambiziosa, per alcuni “debole”. Anche nella storia raccontata, contenuta nel canovaccio di quello che forse diventerà un nuovo romanzo, c’è un personaggio simile all’autore, pacifico, tendenzialmente pavido, incapace di difendere la propria famiglia dalla violenza mortale di un gruppo di balordi incontrati per strada, di notte. Si è soli dinanzi a un dolore immenso che tuttavia non impedisce al sopravvissuto di credere nella giustizia, fino in fondo, seguendo tutti i passaggi ordinari, sperando di giungere a una verità guardando in faccia chi ha distrutto la propria vita. Ma l’occasione trasforma il personaggio del racconto, incapace di compiere il male verso un proprio simile, in vendicatore assassino: in questa trasformazione si riconosce anche l’autore che grazie alla scrittura può diventare tutto ciò che vuole.

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Uroboro

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Al cinema, i film
raccontano la genesi
l’inizio di altri inizi,
la storia cita sé stessa

i libri parlano di libri
del modo in cui nacque l’idea
il principio di epopee di carta
un romanzo sul romanzo.

È un mondo rimestato
incartato sul dettaglio
vittima di un selfie planetario
celebra la stasi delle idee

si specchia il Narciso morente
in stagni d’acqua putrida, senza moto
senza più ossigeno ai viventi,

come un uroboro
inghiotte la sua coda, il finale
di un’epoca gloriosa.

“Soylent Green…” su Pangea.news

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Il mio articolo “Soylent Green”: dal romanzo al film… (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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“Soylent Green”: dal romanzo al film…

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Ho avuto modo recentemente di fare un confronto “a caldo” tra un più o meno famoso romanzo di fantascienza e la sua riduzione cinematografica: trattasi di “Largo! Largo!” dell’autore statunitense Harry Harrison (titolo originale: “Make room! Make room!” del 1966) e del film, con Charlton Heston, “2022: i sopravvissuti” (titolo originale: “Soylent Green” del 1973). Mai come in questo caso mi sento di affermare che “il film ha salvato il racconto!”. Infatti, profonde e significative sono le differenze e le omissioni tra i due prodotti; variazioni che – ma è un mio personalissimo e quindi discutibile parere – premiano di gran lunga la trasposizione filmica, secondo me più ricca di elementi di discussione e dotata di obiettivi ben definiti. O, forse, questo è quel che accade a chi legge una storia dopo averne assimilato l’immaginario attraverso la sua traduzione su pellicola. Fatto sta che, alla fine del romanzo, inevitabilmente si resta a bocca asciutta ripensando alle sequenze del film, come se si attendesse un seguito narrativo che non arriverà mai. In questo caso parlare di “riduzione” cinematografica è riduttivo (perdonate il gioco di parole!): grazie al film diretto da Richard Fleischer la storia raccontata su carta da Harrison viene ampliata, arricchita, sviluppata come avrebbe meritato, oserei dire migliorata; i messaggi scientifici e fantascientifici del romanzo giungono a maturazione, si completano in maniera organica e acquisiscono una funzionalità che ha un senso compiuto.

In confronto al film, nel romanzo molti punti a mio avviso nevralgici sono semplicemente assenti, quando non addirittura stravolti: “Sol”, l’anziano coinquilino del protagonista Andy Rusch, muore di polmonite nel letto di casa, mentre nel film – scoperto il terribile segreto legato al Soylent Green – sceglie di suicidarsi presso il Tempio come previsto e consentito da una legge di Stato. La scena del suicidio assistito del vecchio Solomon Kahn (nel film si chiama “Sol” Roth), da sola, vale quanto l’intero film: l’intensità del momento è sottolineata da un felice connubio tra musica classica e immagini commuoventi tratte da un mondo naturale ormai estinto a causa delle scelte distruttive dell’essere umano. Alla base di questa “scelta legalizzata” di morte vi è indirettamente il gravoso problema della sovrappopolazione; l’esclamazione “largo! largo!” contenuta nel titolo italiano del romanzo esprime tutta l’urgenza della ricerca di un nuovo “spazio vitale” di nazistica memoria, stavolta ottenuto in maniera volontaria, pacifica e senza occupare altri territori, disumanamente spontanea, come dignitosa scelta esistenziale dell’individuo introdotta sul “libero mercato” di una vita che non è più vita. Un atto finale di generosità nei confronti di un’umanità accalcata: mettersi da parte, “fare spazio”, consegnarsi nelle mani dello Stato per farsi fuori, senza traumi, dolcemente, legalmente, assistiti con cura e amore fino all’ultimo respiro, tra il plauso dei governanti che sentitamente ringraziano. È quasi impossibile non cogliere un’analogia con le recenti evoluzioni legislative in materia di “suicidio assistito”: nel nostro presente, però, i moventi sono la pietas nei confronti di malati psicofisici considerati inguaribili dalla medicina e il conseguente diritto a una sacrosanta autodeterminazione esistenziale che esula da qualsivoglia “capriccio suicidario”. Restano, tuttavia, innumerevoli domande sul futuro evolutivo di una simile “apertura”, sulle possibili errate reinterpretazioni legislative che potrebbero verificarsi e che porterebbero inevitabilmente a un “alleggerimento” delle motivazioni e delle modalità applicative di questa “exit strategy” esistenziale.

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2022: i sopravvissuti

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2022: i sopravvissuti 

Alla fine è arrivato anche il 2022, l’anno del “Soylent Green” (titolo originale di un film sci-fi del 1973), dei sopravvissuti in un mondo inquinato e sovrappopolato che mangiano a loro insaputa altri esseri umani morti, trasformati in nutrienti “gallette” e spacciate per un popolare cibo a base di plancton. Finora a noi  ̶  sopravvissuti nella realtà del XXI secolo  ̶  hanno proposto in maniera ufficiale, e senza imposizioni, cavallette, larve essiccate, formiche, grilli e vermi come “esotica alternativa gastronomica” alle proteine tradizionali; forse (forse…!) siamo ancora lontani dalle gallette prodotte con i cadaveri come nel film che in Italia prese il titolo “2022: i sopravvissuti”.

Ma non siamo lontani, purtroppo, da un assillante e per la maggior parte dei casi ingiustificato “non sappiamo cosa c’è dentro!”, tornato in voga con più forza durante questi mesi di campagna vaccinale anti-covid. Il “nonsocosac’èdentrismo” mai applicato in altre centinaia di occasioni in cui forse sarebbe stato lecito applicarlo, e frutto di un’assente cultura scientifica, viene sbandierato proprio ora che c’è più bisogno di utilizzare l’unica arma a disposizione in maniera compatta, senza creare buchi in una ormai utopistica “immunità di gregge”, nel tentativo di formare un muro  ̶  in questo caso utile  ̶  contro la pandemia. Se alla fine del film Charlton Heston grida al mondo: “Il Soylent è fatto con i morti!” (infelice traduzione dall’originale “Soylent Green is the people!”), nella nostra realtà se chiedessimo a uno dei contestatori del vaccino anti-covid quali e quanti ingredienti conosce o ricorda, state pur certi che non ne saprebbe citare neanche uno (nonostante la composizione sia nota perché l’AIFA ha diffuso gli allegati riguardanti il vaccino anti-covid in tempo reale con la sua distribuzione), ma difenderebbe a spada tratta l’ipotesi che c’è ben altro e che questo “ben altro” (aggiunto agli altri ingredienti che non ricorda) ce lo tengono nascosto per fare un dispetto mondiale al genere umano, per ragioni al momento oscure o troppo deboli per essere vere. Psicologie confuse e drammaticamente divertenti!

Il numero 2022, tuttavia, ci suona ora molto, troppo, pericolosamente familiare, soprattutto perché ci siamo entrati ufficialmente dentro con tutte le scarpe: non è più un anno lontano nel tempo, un anno fantascientifico, problema che appartiene agli uomini affamati del futuro, uno di quegli anni “sparati” a caso per creare un “effetto di lontananza temporale” nel lettore e citati in uno dei tanti romanzi di genere. Il futuro è qui, signore e signori! Il 2022 è oggi! Quegli uomini fantascientifici siamo noi, nessuno si senta escluso: parafrasando De Gregori. E la realtà sta superando, ormai da molti anni, una certa letteratura fantascientifica che sarebbe da rivalutare quando non proprio da riscrivere. La realtà, superando la fantasia, in alcuni casi ha reso “sempliciotte” le tesi avanzate nei racconti.

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Gli angeli di Périer e Wenders, su Pangea.news

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Il mio articolo “Il passaggio degli angeli”, dal romanzo di Périer ai film di Wenders (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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“Il passaggio degli angeli”, dal romanzo di Périer ai film di Wenders

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“… Ma questi miracoli in pieno giorno
Solo in poesia possono ancora stupire…”
(Il passaggio degli angeli – Capitolo XIII)

C’è un libro dietro gli angeli berlinesi del regista Wim Wenders, immortalati nei film “Il cielo sopra Berlino” (1987) e “Così lontano così vicino” (1993): il titolo è “Il passaggio degli angeli” (Le Passage des anges), romanzo del 1926 scritto dal belga francofono Odilon-Jean Périer; anche se definirlo romanzo è limitativo: si tratta infatti di prosa poetica in salsa — direbbero, forse, gli appassionati del genere — urban fantasy, la cui architettura ricorda, è vero, il racconto lungo, interrotto di tanto in tanto da versi a corredo di un’atmosfera “magica” e gravida di eventi, ma che dalle regole del romanzo si svincola con maestria fin dalle prime pagine. Périer, prima di ogni altra cosa, è un poeta surrealista, cercatore di una purezza angelica oltre le umane imperfezioni. La città descritta in questo romanzo breve è una città in perenne attesa di una svolta: “Attendono tutti un temporale, una soluzione.” Il tono è sibillino, imprevedibile, istintivo, come se fossero gli occhi del poeta a scrivere direttamente su carta e non la sua mente. È la storia sovrannaturale e bizzarra di tre angeli — Alpha, Michel e Misère — scesi in una città senza nome (perché la storia è adattabile a tutte le città passeggiate dai poeti, prim’ancora che alla Bruxelles di Périer) a osservare la vita insignificante e assurda degli umani: “Infine apparvero gli Stranieri. […] Tutti avevano visto degli angeli, ma nessuno credeva agli occhi del vicino. Quei personaggi misteriosi si presentavano con naturalezza, come degli amici che si ritrovano nel momento del bisogno. Se ne stavano in piedi sugli alberi, seduti sui bordi dei tetti, in fila, senz’ali, magri, decenti, vestiti di grigio perla o d’azzurro. […] Chi li aveva incontrati […] parlava di poesia, di amore, di libertà.” Solo i forti e i filosofi troppo saggi non li vedono, mentre “Tutte le ragazze avevano già il loro angelo, amico intimo.”

Odilon-Jean Périer
Odilon-Jean Périer

Le città da sempre hanno bisogno di miracoli: “Miracolo a Milano” (1951) di Vittorio De Sica, Il miracolo della 34ª strada” (1947) di George Seaton… C’è bisogno di interrompere il dominio asfissiante della ragione e del positivo, per dare spazio — sospendendo momentaneamente l’incredulità — al meraviglioso, al surreale, al sovrannaturale, all’incredibile possibilità di una visione dall’alto. Ma gli angeli di Périer, al contrario, si lasciano miracolare, si calano nell’umanità, assecondando la Legge Marziale degli spiriti solidi, perdendo ben presto la loro divinità; non è una sconfitta, un difensivo lathe biosas epicureo o un mimetizzarsi per timidezza (“dei veri angeli non hanno bisogno dell’aureola”), bensì è il prezzo dello scambio: “degli angeli non scendono sulla terra senz’apportarvi dell’incertezza”, senza alterare gli schemi delle umane sicurezze e dei poteri; in cambio imparano tutto o quasi sui pregi e difetti della specie ospitante (“C’è molto da fare, molto da sperimentare, qui… […] Ci è permesso d’esaminare da vicino le loro gioie, le loro cerimonie.”), diluendosi in essa, innamorandosi, ascoltando le domande e i desideri del mondo, simulando una vittoria dei filosofi saggi e dei realisti che amano il buon senso, il visibile e la scienza: “Non pensavano più in alcun modo a volar via. Molti di loro avevano messo su un po’ di pancia…”.

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I tre angeli sperimentano l’amore e il piacere (“Michel, con le lacrime agli occhi, dovette arrendersi a quell’amore terrestre”; mentre Misère conosce Christine Ègalité, la fanciulla armata del Circo Jacques: anche ne “Il cielo sopra Berlino” di Wenders c’è una ragazza, Marion, che lavora nel circo ma è una trapezista che indossa finte ali d’angelo), la sensualità e la bellezza, la violenza che lascia cicatrici, gli scrupoli e la perdizione, la vita coniugale e la carnalità occasionale, la libertà e il disprezzo per la saggezza dei vecchi, la religiosità morbosa e l’idolatria (le strutture sociali e culturali della nazione si allineano alla religione ufficiale e al Maestro di turno), l’ebbrezza del consenso popolare, il possesso e la gelosia, la pressione dei doveri di un soldato, la noia e il dolce far niente (“aveva il tempo di cogliere con agio la vita terrestre, ammirando le vetrine, inseguendo le ragazze, toccando ogni cosa”). Il futile e la bassezza morale: per dimenticare di provenire dal cielo e avere la sicurezza, una volta per tutte, di essere diventati uomini. Lo scopo di questa full immersion nell’umanità è quello di salvarla dall’inerzia, dalla codardia e dalla cauta disperazione, dagli “artifici della gentilezza e del linguaggio”: “Uomini! Ci sono delle cose da fare nella vita di un uomo, e voi rapidamente vi decidete a dormire, senza indugi: ah, come rinunciate senza pena al vostro bel potere…”. La bellezza dell’esistere prevale su ogni falsa religione: solo la poesia può farsi garante di questa bellezza. Non mancano i dubbi e un senso di straniamento: “Che cosa siamo venuti a fare qui? […] Un bel mattino ci troviamo in piedi tra delle strane bestie, graziose e folli, seducenti. Perché noi tre, tra tutti gli angeli?”. Il romanzo fantasioso e magico di Périer diventa filosofico (anche se l’Autore ci avverte che il suo scritto non ha motivazioni profonde, obiettivi edificanti o simboli da cercare): forse per comprendere il senso del nostro esistere qui e in questo modo, per riconquistare le ragioni del nostro esserci, bisogna diventare, o almeno sentirsi, un po’ come degli angeli calati per caso in una realtà aliena e riuscire a stupirsi (“Vedo la città in cui abito; com’è strana…”) anche delle cose più scontate, a riscoprire e quindi riscoprirsi, a sperimentare con una curiosità primordiale; stupore e curiosità fanciullesca che nel primo film “angelico” di Wenders sono ben rappresentate dalle parole di una poesia di Peter Handke, (contestato) Premio Nobel per la letteratura nel 2019 e collaboratore ai testi del regista, intitolata “Elogio dell’infanzia” (Lied vom Kindsein) e che del film ne costituisce la filigrana (una sorta di poesia-copione) su cui si innestano le immagini di un regista istintivo e privo di un piano ben preciso:

“… Quando il bambino era bambino,
era l’epoca di queste domande:
perché io sono io, e perché non sei tu?
perché sono qui, e perché non sono lì?
quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?
la vita sotto il sole è forse solo un sogno?
non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo
quello che vedo, sento e odoro?
c’è veramente il male e gente
veramente cattiva?
come può essere che io, che sono io,
non c’ero prima di diventare,
e che, una volta, io, che sono io,
non sarò più quello che sono?…”

Ma non tutti ce la fanno a riprendere il candore delle domande ancestrali, neanche tra gli angeli: c’è chi “vuole inebriarsi della stupidità del mondo”, chi si dà alla politica, chi si illude con un’attività senza rischi come il cinema che simula la vita vera (“… nulla è più buffo del fatto di vedere gli uomini evolvere in funzione dei sogni che gli si attribuiscono.”)… Si cerca di capire se abbiamo perso la nostra originalità: “Sono ancora l’angelo che ero?”. Forse gli esseri umani sono tutti angeli caduti in terra e divenuti immemori della propria spiritualità. Per agire sulla Storia bisogna fare delle scelte, manifestarsi, perché “… l’errore è di restare un angelo tra queste persone. Tutto è facile, — per me solo. Ma se mi occupassi della gente? Se tentassi d’animare uno dei tanti imbecilli… […] Scopro le vie deserte della mia città. […] Domani comincerò ad agire sugli uomini.” Occuparsi di Politica, scegliere l’anarchia anche se un po’ fuori moda: l’astensionismo e l’antipolitica per giungere, paradossalmente, al vero senso dell’uomo politico che non delega, libero ma in prima linea. Forse alla fine il vero miracolo è ritornare a vedere la bellezza naturale delle cose e della realtà con occhi umani: “Chi ha mai creduto ai miracoli? Non accade nulla. È la mezzanotte di una giornata come le altre…”.

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Riguardo al film “Genius” e agli editor, su Pangea.news

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Il mio articolo “Due, tre cose sul (dal) film Genius di Michael Grandage” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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“Nato il Quattro Luglio” di Ron Kovic, su Pangea.news

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Il mio articolo “Nato il Quattro Luglio, di Ron Kovic” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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“Storia naturale del nerd”, su Pangea.news

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Il mio articolo “Storia naturale del nerd” (già pubblicato su “Nigricante”qui, e in seguito ripreso anche su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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“Xavier de Maistre e i nuovi zombi” su Pangea.news

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Il mio articolo “Xavier de Maistre e i nuovi zombi” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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