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Nota di lettura a cura di Massimo Ridolfi

Una gradita nota di lettura a cura di Massimo Ridolfi ad alcuni componimenti tratti dalla raccolta “Pomeriggi perduti” e alla poetica che li anima, è apparsa sulla pagina “Letterature Indipendenti”; per leggere la nota e per ascoltare la lettura della poesia intitolata “Passo di sera”: QUI!

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Lorenzo Spurio su “Pomeriggi perduti”

Estratto da una breve nota autografa di Lorenzo Spurio alla raccolta “Pomeriggi perduti”.

“Gentile Sig. Nigro,

[…] La sua poesia si presenta come interessante perché molto varia e diversa, composizione dopo composizione, nei temi o forse dovrei dire nelle suggestioni che essa è capace di trasmettere con l’evocazione. Dopo la bella e approfondita nota critica di Stefano Serri che mirabilmente apre il volume, io davvero credo che sia difficile, quanto delicato, poter aggiungere qualcosa in più sulla sua poetica che mi pare essere molto affine a una poetica degli oggetti, la sua chiarezza di immagini e di contesti e circostanze con la quale di presenta al lettore è degna della tradizione poetica americana del secolo scorso sempre così attenta al dettaglio eppure mai scevra da un lirismo che in alcuni momenti si fa anche spigoloso o, al contrario giocoso quando non addirittura parodico… […]”

“Pomeriggi…” su Correlazioni, a cura di Giuseppe Scaglione

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Sul litblog “Correlazioni – Arte & Cultura” un’accurata recensione a “Pomeriggi perduti”, a firma di Giuseppe Scaglione.

“… Versi come sogni, che si fondono con la memoria e aprono interrogativi minimali, intimi, nei quali però ogni lettore può riconoscere qualcosa di se stesso. Incluso l’io collettivo delle regioni del Sud. Non solo le verità esistenziali ma anche recondite pulsioni dell’anima, strade inesplorate del pensiero di cui la silloge è quasi un’antologia…”

Per leggere l’intera recensione: QUI!

Ivano Mugnaini intervista Michele Nigro

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Ho avuto il piacere di rispondere alle domande del poeta, romanziere, saggista, critico letterario, traduttore Ivano Mugnaini per un’intervista pubblicata sia sul blog “Dedalus” che sul suo sito personale.

Segue uno stralcio, ma per leggere l’intera intervista: QUI!

“… Fai parte degli autori cosiddetti “puristi”, coloro che scrivono solo poesia o solo prosa, o ti dedichi a entrambe? In caso affermativo, come interagiscono in te queste due differenti forme espressive?

Mi piacciono le contaminazioni (termine non molto amato in questo periodo!), non riuscirei a essere un purista coerente. In passato mi sono cimentato nella scrittura di racconti, anche di genere fantascientifico, e di tanto in tanto, come se mi assegnassi da solo un esercizio, li ri-edito, li rimastico, perché credo che la riscrittura, il rivedere con occhi evoluti le proprie parole, sia molto più importante che sfornare spasmodicamente nuovi testi. Lo stesso vale anche in poesia, ecco perché credo, sì, nella pubblicazione delle raccolte, senza per questo esasperarne gli obiettivi finali: spesso poesie di differenti sillogi convergono in un nuovo progetto che le accomuna, che le trasforma riassegnandole, donando al lettore attento un nuovo approccio, un rinnovato punto di vista sullo stesso componimento collocato in un contesto diverso.

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A TU PER TU su “Dedalus” – Michele Nigro

Un sincero grazie al poeta, romanziere, critico e saggista Ivano Mugnaini​ per le domande stimolanti di questa intervista a cui ho avuto il piacere di rispondere… e per l’ospitalità su “DEDALUS”!

DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario

Leggendo le risposte di Michele Nigro alle domande di A TU PER TU mi sono venute in mente in particolare due considerazioni. La prima riguarda l’atteggiamento dell’autore nei confronti di ciò che scrive. E la considerazione ha sia una valore specifico che più ampio. Nigro si definisce “un artigiano”, scrive libri intitolati “Pomeriggi perduti” e “Poesie minori. Pensieri minimi” e ha diretto la rivista letteraria “Nugae”, che, tradotto, equivale all’incirca a inezie, bagatelle, cose da poco. Qualcuno in modo più esplicito userebbe una parola con due zeta. Ebbene, a differenza di molti che si autoincensano e in realtà scrivono cose “con due zeta”, Nigro, che si esercita da anni nell’arte dell’understatement, ha una cura meticolosa e appassionata per la parola, mai banale, mai incolore e indolore. E poi, beh, c’è motivo di consolazione se anche gente come Catullo, Orazio e Petrarca hanno definito “nugae” alcuni loro scritti.  La…

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Recensione di Elenia Stefani a “Pomeriggi perduti”

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“… Ogni scritto, pur trattando tematiche differenti ed essendo libero da costrutti, crea una fusione immensa e delinea l’autore e ciò che vuole esprimere sia nel complesso sia nel singolo scritto. […] L’autore parla della società di oggi mostrandone poeticamente ogni deficit, ogni freddezza, assenza, voragine emotiva e riflessiva. Delinea il legame con il passato, con la storia e con le emozioni che delineando di conseguenza la vita stessa portandolo a vivere pienamente, a godersi del tempo senza lasciarlo sfuggire, a scoprire ed approfondire continuamente senza fermarsi in superficie…”

Per leggere la recensione: QUI!

Nota a “Il sorriso del tulipano” di Emilio Paolo Taormina

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Anni fa scrissi una poesia intitolata non è più tempo di maiuscole: un tentativo disperato ma necessario di abbattere, anche solo per pochi minuti, l’ego che spesso oltrepassa la parola, la sottopone a pressioni che non le danno respiro, non la lascia libera come dovrebbe; l’uomo a volte crede di pilotare il proprio destino e quindi di condizionare l’esistenza della parola.

Nella raccolta poetica Il sorriso del tulipano, Emilio Paolo Taormina trasforma questo timido tentativo di liberazione in una vera e propria filosofia poetica che attraversa l’intera opera: la parola, libera finalmente dai lacci del maiuscolo, della punteggiatura e dell’ego, divenuta prodotto kerouacchiano, fluido, omogeneo e onesto, riconquista i propri spazi, arieggia, ritrova sobrietà e incisività, ritorna a uno stato brado e creativo, antico come la terra che canta, senza esagerare, senza strafare, senza scimmiottare neo o vecchie avanguardie, rimanendo sempre in una forma rispettosa del lettore e soprattutto dello sguardo delicato dell’autore. L’intenzione espressa nei versi è quella dell’haiku, anche in quelli più lunghi; come approccio filosofico al verso: prima ancora che poeta, Taormina è un naturalista; gli elementi presi in prestito dal creato diventano testimoni oggettivi e tangibili di sensazioni vissute, eventi passati, esperienze metafisiche e sentimentali o carnali, stagioni distanziate nel tempo ma mai del tutto seppellite. La parola s’intreccia con la vita, quella personale e quella naturale del pianeta. La natura e i suoi frutti, gli sprazzi di sicilianità, la luce e il buio, gli animali e le piante, la terra e il cielo e ciò che ne viene fuori… Ma resterebbero elementi morti se ad animarli non vi fosse lo spirito semplice e al tempo stesso meticoloso del poeta; i ricordi (tantissimi!), le vicende esistenziali, anche le più ovvie e quotidiane, quelle appartenenti a un normale ciclo di vita, in cui ognuno potrebbe rispecchiarsi perché universali, si reincarnano nelle cose del mondo, nell’alternanza tra il dì e la notte, nelle bellezze di una naturalità presente in maniera deliziosamente ossessiva. Senza mai una sola sbavatura di autoreferenzialità.

Sono belle e senza confini – come in un viaggio a oriente – le lapidarie immagini offerte dalla poesia di Taormina; non aspirano a inutili e aridi sperimentalismi ma trasudano classicità. Il suono dei versi è come quello della natura in essi descritta: scorre gentilmente sulle orecchie e sull’animo del lettore. Versi serrati che non mentono, che inebriano e non danno tregua, che parlano direttamente alla parte sincera e scarificata dell’esistenza del lettore: quando il poeta decide di toccare la verità e di descriverla abbandonando lungo il cammino i fronzoli di chi vuole solo stupire senza trasmettere nulla, le sue parole diventano dardi appuntiti ed efficaci.

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Su “Modi indefiniti” di Federica Gallotta

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Tempo fa scrissi nella prefazione (intitolata “La sensualità delle cose quotidiane”) alla raccolta La vita sottomarina di Ana Martins Marques: “… Le cose intorno a noi, a loro insaputa, ci aiutano a rappresentare il nostro mondo interiore: a queste presenze inanimate forniamo – non sempre, ed è un peccato – una funzione maieutica. […] Solo la poesia può dare un significato coerente e organico, in alcuni casi oserei dire filosofico, all’incontro tra oggettistica e memoria; in caso contrario tutto si riduce a un’autocommemorazione museale (in stile pamukiano) fine a se stessa, a un selfie poetico fatto nelle stanze da bagno o mentre stiamo a letto da soli o in compagnia…”

Confermo e, dopo aver letto la raccolta Modi indefiniti di Federica Gallotta (Interno Poesia Editore, 2020), con più convinzione rilancio: l’autrice non delega ad altri quello che deve essere fatto e detto in prima persona; il suo io è onnipresente ma non è mai un io autoreferenziale; è un grimaldello esperienziale e soggettivo che apre altre porte verso stanze in cui l’ego si diluisce, diventa insegnamento filosofico, mitologia, aforisma esistenziale, sentenza lapidaria, interrogativo rivolto al mondo. Domande metafisiche e fenotipiche su potenziali vite parallele e non espresse; gli attimi di quotidianità; l’evocare amori sbagliati e i momenti di apparente debolezza, premessa a nuove forze in arrivo; la fuggevolezza del tempo registrata sulle cose e dalle cose nel quotidiano.

L’approccio è semplice ma non semplicistico – non sono pochi i passaggi ermetici -: il verso confidenziale (al limite di un ingannevole diarismo giovanile) disarma il lettore, lo fa sentire a casa propria, lo fa accomodare sul divano prima di consegnargli quesiti scomodi, dubbi raccolti in frangenti di apparente normalità: che fine fanno le debolezze acquisite nel tempo? Vengono fissate nei geni delle nuove generazioni? Sono inesorabili le conseguenze delle nostre scelte? L’autrice non fornisce risposte certe; non è il suo compito. Ma c’informa sul modo in cui ha imparato a curarsi: repulisti draconiani; tagli necessari all’assertività: per proteggere la casa-corpo e la casa-mente che di tanto in tanto inviano segnali di cedimento, di sofferenza in atto. C’è speranza in un futuro migliore, e le cose quotidiane, gli oggetti d’uso comune, sono l’alibi per sottili insegnamenti di vita che ancora salvano. Ogni tanto un’estraneità al presente, alla condizione vissuta, all’hic et nunc, ci ricollega all’iniziale “Come sarebbe la mia vita se non fosse questa”; l’autrice è consapevole che, subito dopo la nascita, siamo già in corsa verso il disfacimento finale, destino segnato nei nostri corpi fallaci, e allora vorrebbe ricominciare, rilanciare i dadi, scegliere un’altra strada, ma non si può. La decomposizione è iniziata.

Solo l’amore, che nessuno può insegnare, potrebbe, e di fatto a volte può, alleggerire questo carico esistenziale: nonostante il pesante mito dell’amore perduto (di quello che non vuole morire e fa ancora tremare) o giustamente finito, l’insicurezza legata all’esistenza ammorbidita da piccoli appigli e “amuleti”; ancora una volta sorprendersi per amore, stupirsi per le novità che offre, per i gesti delicati di qualcuno e avidamente registrati. Mettersi alla prova, sfidarsi, attraverso le meraviglie della natura a cui non siamo più abituati; accettare uno scomodo confronto con le generazioni passate, con i propri genitori, e anche con le nuove leve: leggera critica a sprazzi di un moderno fare che già non appartengono alla giovane autrice. Sentirsi vivi nel dolore, nel fastidio di un contatto, nel ricordo che abbiamo di persone care e purtroppo assenti da quel quotidiano così bisognoso di senso e di conforto; si avverte la necessità dello sguardo e del tocco di chi non c’è più.

Il Professor Keating de “L’attimo fuggente” (Dead Poets Society) esorta i propri studenti, per mezzo della vera poesia che valorizza il momento, a cogliere la vita prima che questa fugga via; ma “Cosa resta / di tutti quei poeti studiati nei dettagli / ora, che sono tutti morti? Niente.” I poeti non sono immuni al disfacimento: anche loro saranno cibo per vermi, e non solo da un punto di vista fisico. Non dovrebbero invece sopravvivere lasciando tracce? Forse no, o non sempre; forse anche loro devono onorare l’esistenza nuda e cruda al di là dei versi lasciati in giro.

versione pdf: Su Modi indefiniti di Federica Gallotta

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Segnalazione “Pomeriggi…” su Poetry Factory

Grazie a Poetry Factory per questa segnalazione e al lavoro di Davide Uria…

Per leggere: QUI!

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