“Il professore e il pazzo…” su Pangea.news

professore e pazzo pangea

Il mio articolo “Il professore e il pazzo, passando per De André…” (già pubblicato su questo blog, qui) è stato riproposto su Pangearivista avventuriera di cultura e idee, “una delle migliori rassegne culturali in Italia”, curata dal giornalista, poeta, scrittore e critico letterario Davide Brullo e che da sempre pubblica articoli interessanti e culturalmente stimolanti.

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Femminismo e linguistica

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Non sempre femminismo e linguistica si sposano in maniera ottimale; il recente “caso sanremese” di Beatrice Venezi (nella foto) – la cosa curiosa e “magica” del festival di Sanremo è che ti raggiunge con i “casi suoi” anche se non lo segui e ti fai i casi tuoi – ha evidenziato ancora una volta la profonda divisione esistente in seno al movimento femminista (per fortuna non basta essere donne per farne parte d’ufficio, ma c’è chi continua a ragionare col proprio cervello!) su questioni di natura boldriniana e quindi inutili, che al confronto le spaccature della sinistra politica sono microlesioni impercettibili. Questioni su cui si fiondano, come mosche sugli escrementi, personaggi del calibro della Meloni che, al pari della Boldrini ma sul versante opposto, è capace di ideologizzare e trasformare in caciara politica persino una diatriba linguistica televisiva.
La bella “addetta alla direzione orchestrale” (con questo stratagemma acrobatico cercherò per ora di salvarmi dagli anatemi di chi vorrebbe uno schierarsi immediato a favore del termine “direttore” o “direttrice”) ha osato ribadire la sua preferenza per il termine “direttore” applicato a un corpo e a una personalità che di maschile, per la gioia della nostra vista, ha ben poco. Anzi la Venezi – che vorrei proprio vedere (Bioscalin a parte!) se non fosse consapevole di essere bella! – in più di un’occasione ha “usato” il proprio aspetto in maniera complementare a una professionalità che non ha avuto certo bisogno di aiutini estetici per affermarsi.

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Fravecare e sfravecare in scrittura

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Devo ammettere che non mi è capitato quasi mai, anzi sicuramente mai, di utilizzare il “colorito locale”, certe espressioni dialettali della regione in cui sono nato e vivo, nei miei scritti qui sul blog o altrove. Non per una questione di snobismo linguistico, di pudore antiprovincialistico, anche perché considero la lingua napoletana ricca, interessante e “internazionale”, ma più per una semplice mancanza di occasioni.

C’è un bellissimo detto della mia terra che recita così: “Chi fraveca e sfraveca, nun perde maje tiempo” ovvero “Chi fa e disfa, non perde mai tempo”. Chi si dà da fare, anche rifacendo percorsi per ricominciare daccapo, per ridarsi un nuovo inizio dal punto di vista esistenziale (Koestler parlava, dal punto di vista evoluzionistico, di un “rinculare per saltare”, di involvere per cambiare), vuole dimostrare che il proprio impegno è serio, autocritico, profondo, strutturato; che si intende giungere al termine dell’opera (qualunque essa sia) nel migliore dei modi, non raffazzonando una forma a caso ma esigendo da sé stessi un prodotto finale all’altezza della domanda (propria o di altri). Occorre molta pazienza sia per fravecare che per sfravecare, anzi direi di più nella fase altamente critica della sfravecatura, quando è richiesta una decostruzione ragionata del proprio operato, quando sarebbe fin troppo facile deprimersi, gettare la famigerata spugna, mandare al diavolo l’idea che inizialmente ci era sembrata favolosa e agevole da realizzare.

Si potrebbe applicare lo stesso aforisma anche alla scrittura? Direi che l’attività scritturale si presta, o dovrebbe prestarsi, in maniera naturale, fisiologica, al concetto dinamico di fravecatura e sfravecatura: bisogna nutrire fortissimi dubbi − e a volte si nota già la sua debolezza durante la lettura, senza dover compiere ulteriori indagini – dinanzi a uno scritto che non ha subìto un’azione, anche violenta e destrutturante, di sfravecatura, soprattutto quando ciò non avviene in itinere ovvero quando sembrerebbe che si sia giunti a un buon punto e che l’opera sia ormai in discesa verso un’ipotetica fine. È proprio quando ci si rilassa, quando lasciamo fare tutto il lavoro alla gravità, pensando che il testo sia compiuto e pronto per la pubblicazione, che il dubbio sfravecante dovrebbe insinuarsi in maniera proficua nella mente dello scrivente. Ma l’autocritica, lo sappiamo, è una pratica difficile da applicare: occorre sviluppare un “terzo occhio critico” capace, anche a distanza di tempo (la decantazione è uno dei più importanti “fattori sfravecanti”), di individuare i punti deboli di un testo, i suoi errori, le incongruenze, le parti da disfare, da sfravecare appunto, da migliorare, da eliminare, da aggiungere, da smontare per vedere come sono fatte dentro, come quando da bambini smontavamo i giocattoli per vedere come erano organizzati al loro interno, come funzionavano, quali segreti nascondevano, quali deludenti retroscena meccanici erano occultati nelle loro viscere…

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