L’uomo del vetro

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Sono l’uomo del vetro al mattino
nel silenzio d’alba fracasso sogni reali
e incubi di buio, esami da non fare
ancora oggi mi svegliano sudato.

È un dolce ricordo la mano sfregiata,
ora pezzi di bottiglie feriscono la città
minacce d’atomo sull’autunno amato
giorni neri e senza sangue dalle prime luci

darsi una spinta con i piedi non è sport
toccando il fondo conosciuto di ieri,
è disperata salvezza in risalita
verso riflessi colorati sul pelo d’acqua.

(immagine: opera di Simon Berger)

“Pezzi di vetro” – Francesco De Gregori

“Crimes of the Future”: tra nuovi vizi e nuove carni

versione pdf: “Crimes of the Future”: tra nuovi vizi e nuove carni

Crimes of the Future

Ritmo lento, film a tratti soporifero, trama non articolata e scene ridotte all’osso, azione quasi inesistente… Ma si tratta del nuovo, atteso capolavoro del maestro del genere body horror David Cronenberg e quindi un suo perché il film “Crimes of the Future” ce l’ha, deve avercelo, ed è forte nel suo essere semplice e contorto allo stesso tempo. La specie umana sta evolvendo, in cosa precisamente è difficile da stabilire, se non attraverso gli strumenti immaginifici della fantascienza: nuove funzionalità, nuovi organi non previsti – quasi sempre tumori solidi – crescono nel corpo di alcuni esseri umani – come accade al protagonista Saul Tenser (Viggo Mortensen) -, forse indotti a formarsi da un subconscio che materializza istinti repressi e desideri o più probabilmente a causa di inquinamento e scelte ecologiche scellerate compiute da un’umanità segnata, ridotta di numero e impoverita.

L’asportazione di questi “ospiti” organici diventa pubblica performance artistica ad opera della bella Caprice (Léa Seydoux), ex chirurgo prestato all’arte concettuale; l’autopsia in vitam, un ricercato gesto artistico eseguibile da pochi per la soddisfazione collettiva; l’autolesionismo è erotico e le ferite di un bisturi sono come pennellate d’artista: l’uomo ha imparato a giocare col proprio organismo, le proprie malattie e di conseguenza con le proprie emozioni. Come chiaramente si afferma nel film: “la chirurgia è il nuovo sesso!”. Avendo azzerato nel corso degli anni ogni forma di dolore (la sovraesposizione informativa e il consumo di massa di arte e cultura ci renderanno insensibili?), l’umanità così anestetizzata deve ora cercare nuove soglie di piacere da condividere in un amplesso sociale, esplorare nuovi confini corporali da oltrepassare, assaporare nuove sfide evolutive delimitate da un labile confine legislativo… Ma non tutti sono disposti ad accettare queste mutazioni: all’inizio del film una madre uccide, soffocandolo con un cuscino, il proprio figlio ghiotto di plastica perché non riesce ad accettare questa sua “mostruosità alimentare”. Forse un riferimento alla nostra convivenza forzata con plastica e microplastiche che stanno di fatto inquinando terra e oceani, e a un nostro possibile futuro da plasticofagi? Già oggi un certo mercato alimentare propone raccapriccianti “alternative proteiche”!

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Nota a “Lo scarto della retina” di Daniele Zanghi

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Dietro la poeticità bella a leggersi e la sicurezza dell’eloquio rappresentate nelle 12 poesie della silloge di Daniele Zanghi, intitolata “Lo scarto della retina”, si nascondono un milione di domande irrisolte e ataviche. C’è una domanda incombente sull’origine delle cose quotidiane apparentemente scontata e dei ricordi, sulla natura del presente visibile; una domanda — “Ma le linee dove furono stabilite?” — che non può non interessare il confine tra sogno e realtà, da sempre esplorato e mai del tutto (per fortuna!) definito. I conflitti umani nascono dall’ignoranza e da una visione limitata della realtà, ma il dolore reale non fa domande, è sincero: semplicemente è. L’umanità in generale — il poeta in particolare — vede oscillare gli eventi storici tra l’entusiasmo scientista per un impietoso progresso di fine ‘800 e un più ingannevole e micidiale benessere moderno ed estetizzante in cui, soddisfatti e acritici, siamo tutti immersi. Nessuno escluso. A salvarci, forse, è uno scarto della retina: quel non visto o visto appositamente male (offerto dalla poesia?) che ci assicura sopravvivenze tra terre inesistenti e vuoti su cui dover passare nonostante tutto. Quella di Zanghi è una poesia che s’interroga continuamente: sul perché dell’esserci (“Perché mi trovo a questo tavolo?”), sul mistero delle scelte umane (“è mai esistito qualcuno / che volesse qualcosa?”), sulla fatalità del trovarsi in un dato posto. L’abc di domande filosofiche formulate millenni fa, qui diluite in versi non facili ma impegnativi per il lettore nel tentativo di disinnescare un gioco ben riuscito tra gesto concreto e surrealismo. A volte una necessaria lontananza (“Sono così lontano da tutto”) offre le risposte più giuste; ci predispone a un salvifico distacco del pensiero dall’ovvietà del vivere quotidiano, per riscoprire il bambino che ritarda dietro il gruppo e che, per questo motivo, è ancora capace di difendere i propri sogni in evoluzione.

V *

Ad uno scarto della retina
affido la mia sopravvivenza,
il mio essere,
l’ho detto,
si schianta come un carro in piena corsa
dal quale mi butto.
O meglio, scivolo giù discretamente,
sapendo perfettamente la non-esistenza
della terra
e l’orrore più grande
di un’automatica passerella nel vuoto.

* (da “Lo scarto della retina”, silloge di Daniele Zanghi; Fallone Editore – 2019. Collana “Il leone alato”, diretta da Andrea Leone)

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